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differenza tra differenziazione e differenza, Appunti di Pedagogia

fa parte della pedagogia interculturale

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 04/05/2021

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sara-pisci-3 🇮🇹

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LA DIFFERENZA O DELLA DIFFERENZIAZIONE
Vittorio Gallese con la frase “noi siamo naturalmente dualisti” ci sta dicendo che abbiamo una dimensione
dualistiche che regola la nostra dimensione culturale. I due termini che analizzeremo adesso sono
significato e differenza. Dal significato si transita alla significazione, mentre dalla differenza di transita alla
differenziazione, questi due termini hanno a che fare con l’azione. Il senso di questo tipo di transizione è il
percorso che va dall’oggetto all’oggettivazione fino ad arrivare al tentativo di de-oggettivazione, cioè il
tentativo di decostruire sul fatto del processo di oggettivazione. Per fare riferimento a tutto ciò bisogna fare
un’appunto sul quadro culturale di riferimento. Il quadro di riferimento culturale di questo tipo di percorso
possiamo ricollegarlo a un primo personaggio quindi il primo nome proprio che è stato alla base di questo
tipo di riflessione è Edmund Husserl, è il padre della fenomenologia è un filosofo che ha seguito studi anche
matematici che lo caratterizzano ha fatto parte dello storicismo tedesco nella seconda metà dell’800, ma su
cui ha maggiormente riflettuto è stato un tentativo di ridefinizione anche a partire dai neo-kantiani della
coscienza. L’interesse che ci riguarda è sulla fenomenologia, ovvero quell’approccio che Husserl costruisce
fra la fine dell’800 e i primi dell’900 nel quale poi lentamente si svilupperà una gran parte delle riflessioni
filosofica del 900. La fenomenologia ci dice che le cose sono per la mia coscienza cioè, è la mia coscienza
che determina questa struttura di oggettivazione di quello che ho intorno a me. Il secondo nome proprio a
cui facciamo riferimento è Martin Heidegger, è allievo di Husserl, si inserisce a tutti gli effetti all’interno
della fenomenologia ma la sviluppa in una chiave sula riflessione sull’essere ma ha ritematizzato il discorso
del linguaggio. Questo elemento è estremamente importante perché se in Husserl il linguaggio viene solo
sfiorato ma mai pienamente ritematizzato, con Heidegger soprattutto dopo gli anni 20, il linguaggio torna
ad essere il motore e il punto di riferimento a cui ricondurre la riflessione, e il linguaggio diventa l’elemento
su cui riflettere. Gli autori che analizzeremo sono autori che vengono in ambiente e mondi differenti e quasi
antietetici fra di loro. Il terzo nome a cui facciamo riferimento è Ludwing Wittgenstein è il padre delle
analisi linguistiche contemporanee a cui gran parte della filosofia analitica si è ispirata e ha ripreso i suoi
scritti complessi ed estremamente vivaci, con tanti aforismi anche non organici come ci si aspetta dalle
trattazioni filosofiche. Il punto di riferimento che diviene sempre più evidente è il linguaggio. Questo
studioso riflette e analizza e decostruisce e smonta il nostro linguaggio. Vede il linguaggio come possibilità
di giocare dei giochi normati dalle regole che li chiamerà grammatiche, che ci consentono di capirci e di
capire gli altri. Il quarto nome a cui ci riferiamo è Gregory Bateson, non è un filosofo e un biologo, padre
della scuola di palo alto in California, i suoi studi sono famosi per il carattere antropologico e biologico. Il
suo ricurva mento è stato quello di dirigersi verso una gnoseologia. Ma ciò che ha caratterizzato Bateson è
la struttura che fa differenza, è una struttura che determina il pensiero di questo pensatore. Il quinto nome
proprio è Willard Van Orman Quine, è il padre della scuola analitica, si forma come matematico e poi
sviluppa ad Harvard la sua riflessione sul linguaggio, e il testo cardine di Quine è parola oggetto che risulta
un tentativo di riflessione sul linguaggio e sulla possibilità di costruire una relazione con l’oggetto e
l’oggettivazione. In questo testo emergono alcune sperimentazioni molto interessanti. Il sesto nome
proprio è quello di Jacques Derrida si occupa di linguaggio di scrittura e segno. Il tema è quello della
differenza del differire. E ma utilizza anche il tema della decostruzione ovvero un tema che qualsiasi
elemento che ci si da come scontato di poterlo porre sotto critica e continua analisi su come questo
elemento si è stratificato all’interno delle varie culture. Il settimo nome proprio è quello di François Jullien,
è sinologo e filosofo, ha riformulato in un articolo la decostruzione dell’esterno, ci interessa soprattutto
come idea di scarto, questo idea di scarto serve per ripensare i nostri impensati. La significazione e la
differenziazione sono due elementi interconnessi. Ci troviamo di fronte due elementi che costituiscono una
sorta di rimando l’uno con l’altro. Il processo di differenziante è un processo che nasce dal presupposti di
dare dei significati. Questa idea di differenza è continuamente in gioco con il momento in cui noi
costituiamo dei processi di significati. La domanda che ci dobbiamo porre è perché questo cambiamento
terminologico? Questo gioco grafico- linguistico ha alcuni riferimenti culturali specifici ovvero riferiti ad
alcuni nomi propri ovvero Heidegger, Wittgenstein, Bateson. Qual è il senso di questa operazione? Prima di
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LA DIFFERENZA O DELLA DIFFERENZIAZIONE

Vittorio Gallese con la frase “noi siamo naturalmente dualisti” ci sta dicendo che abbiamo una dimensione dualistiche che regola la nostra dimensione culturale. I due termini che analizzeremo adesso sono significato e differenza. Dal significato si transita alla significazione, mentre dalla differenza di transita alla differenziazione, questi due termini hanno a che fare con l’azione. Il senso di questo tipo di transizione è il percorso che va dall’oggetto all’oggettivazione fino ad arrivare al tentativo di de-oggettivazione, cioè il tentativo di decostruire sul fatto del processo di oggettivazione. Per fare riferimento a tutto ciò bisogna fare un’appunto sul quadro culturale di riferimento. Il quadro di riferimento culturale di questo tipo di percorso possiamo ricollegarlo a un primo personaggio quindi il primo nome proprio che è stato alla base di questo tipo di riflessione è Edmund Husserl, è il padre della fenomenologia è un filosofo che ha seguito studi anche matematici che lo caratterizzano ha fatto parte dello storicismo tedesco nella seconda metà dell’800, ma su cui ha maggiormente riflettuto è stato un tentativo di ridefinizione anche a partire dai neo-kantiani della coscienza. L’interesse che ci riguarda è sulla fenomenologia, ovvero quell’approccio che Husserl costruisce fra la fine dell’800 e i primi dell’900 nel quale poi lentamente si svilupperà una gran parte delle riflessioni filosofica del 900. La fenomenologia ci dice che le cose sono per la mia coscienza cioè, è la mia coscienza che determina questa struttura di oggettivazione di quello che ho intorno a me. Il secondo nome proprio a cui facciamo riferimento è Martin Heidegger, è allievo di Husserl, si inserisce a tutti gli effetti all’interno della fenomenologia ma la sviluppa in una chiave sula riflessione sull’essere ma ha ritematizzato il discorso del linguaggio. Questo elemento è estremamente importante perché se in Husserl il linguaggio viene solo sfiorato ma mai pienamente ritematizzato, con Heidegger soprattutto dopo gli anni 20, il linguaggio torna ad essere il motore e il punto di riferimento a cui ricondurre la riflessione, e il linguaggio diventa l’elemento su cui riflettere. Gli autori che analizzeremo sono autori che vengono in ambiente e mondi differenti e quasi antietetici fra di loro. Il terzo nome a cui facciamo riferimento è Ludwing Wittgenstein è il padre delle analisi linguistiche contemporanee a cui gran parte della filosofia analitica si è ispirata e ha ripreso i suoi scritti complessi ed estremamente vivaci, con tanti aforismi anche non organici come ci si aspetta dalle trattazioni filosofiche. Il punto di riferimento che diviene sempre più evidente è il linguaggio. Questo studioso riflette e analizza e decostruisce e smonta il nostro linguaggio. Vede il linguaggio come possibilità di giocare dei giochi normati dalle regole che li chiamerà grammatiche, che ci consentono di capirci e di capire gli altri. Il quarto nome a cui ci riferiamo è Gregory Bateson, non è un filosofo e un biologo, padre della scuola di palo alto in California, i suoi studi sono famosi per il carattere antropologico e biologico. Il suo ricurva mento è stato quello di dirigersi verso una gnoseologia. Ma ciò che ha caratterizzato Bateson è la struttura che fa differenza, è una struttura che determina il pensiero di questo pensatore. Il quinto nome proprio è Willard Van Orman Quine, è il padre della scuola analitica, si forma come matematico e poi sviluppa ad Harvard la sua riflessione sul linguaggio, e il testo cardine di Quine è parola oggetto che risulta un tentativo di riflessione sul linguaggio e sulla possibilità di costruire una relazione con l’oggetto e l’oggettivazione. In questo testo emergono alcune sperimentazioni molto interessanti. Il sesto nome proprio è quello di Jacques Derrida si occupa di linguaggio di scrittura e segno. Il tema è quello della differenza del differire. E ma utilizza anche il tema della decostruzione ovvero un tema che qualsiasi elemento che ci si da come scontato di poterlo porre sotto critica e continua analisi su come questo elemento si è stratificato all’interno delle varie culture. Il settimo nome proprio è quello di François Jullien, è sinologo e filosofo, ha riformulato in un articolo la decostruzione dell’esterno, ci interessa soprattutto come idea di scarto, questo idea di scarto serve per ripensare i nostri impensati. La significazione e la differenziazione sono due elementi interconnessi. Ci troviamo di fronte due elementi che costituiscono una sorta di rimando l’uno con l’altro. Il processo di differenziante è un processo che nasce dal presupposti di dare dei significati. Questa idea di differenza è continuamente in gioco con il momento in cui noi costituiamo dei processi di significati. La domanda che ci dobbiamo porre è perché questo cambiamento terminologico? Questo gioco grafico- linguistico ha alcuni riferimenti culturali specifici ovvero riferiti ad alcuni nomi propri ovvero Heidegger, Wittgenstein, Bateson. Qual è il senso di questa operazione? Prima di

tutto tentare di modificare la concezione che l'uso dei nomi significato e differenza portano con sé. Infatti usare un nome ci induce sempre ad un processo d'oggettivazione che in questo caso credo sia fuorviante. La differenza e il significato sono due elementi che determinano una impossibilità di dirci qualcosa. Si può porre l'azione come gioco linguistico, nel quale si mostrano la differenza ed il significato come differenziazione e significazione. A che cosa serva questa riflessione? Questa riflessione ci permette di de- oggettivare le espressioni. Possiamo dire che la differenziazione è come l’apertura di possibilità che ci permette il darsi dell’uguaglianza. Solo dalla differenziazione è possibile pensare il darsi dell’uguaglianza. Secondo Bateson la differenza, avendo la natura della relazione, non è situata nel tempo o nello spazio. Diciamo che il punto bianco è «lì», «al centro della lavagna», ma la differenza tra il punto e la lavagna non è "lì". Non è nel punto; non è nella lavagna; non è nello spazio tra la lavagna e il gesso. Potrei forse togliere il gesso dalla lavagna e spedirlo in Australia, ma la differenza non ne verrebbe distrutta e neppure spostata, poiché la differenza non possiede ubicazione. La differenziazione in chiave biologica ci pone di fronte ad alcuni problemi. Vittorio Gallese di che il neurone non sa nulla di intenzionalità, di credenze, di pensieri. L'unica cosa che questo neurone conosce del mondo sono sali: sodio, potassio, cloro, calcio, etc. Essi entrano ed escono dalla membrana cellulare, che è formata soprattutto da grassi, e proprio questo passaggio genera dei potenziali di azione, ossia dei segnali elettrici. I neuroni non sono agenti epistemici del mondo, ma come abbiamo detto conoscono solo gli ioni da cui sono attraversati. I neuroni, compresi i neuroni specchio, o le aree cerebrali, possono essere necessari ma non sufficienti per un processo di mentalizzazione. Per mentalizzare ci vuole l'individuo. La struttura neuronale è indispensabile me non fondamentale. Per spiegare la struttura differenziale che va al di là della differenziazione biologica lo faremo attraverso la riflessione di Paolo Virno in un rivista, al suo interno porta un esempio fondamentale ovvero il caso esemplare di un bambino che cominci a parlare. All'inizio i suoi non sono, propriamente, suoni linguistici, ma riflessi, rumori. Non c'è alcuna semantica in quelle manifestazioni sonore. C'è però anche un adulto che ascolta quei suoni, e vi ascolta un senso, vi presuppone un senso, e si comporta di conseguenza. Risponde a quei rumori come se fossero suoni, quello stentato sillabare “mmm...” alle sue orecchie premurose suona come un primo volenteroso tentativo di articolare la parola “mamma”, e quindi risponde al bambino come se il suo fosse un tentativo di comunicare. In realtà il bambino non ha affatto quest'intenzione, perché solo chi già si muove nell'universo del linguaggio può sentire un bisogno siffatto, e il bambino, al momento, è al di fuori di quest'universo; ma il fatto che l'adulto tratti i rumori che in modo irriflesso produce la sua bocca come suoni semantici, trascina quel bambino nel mondo della semiosi; detto in altrimenti, la semiosi del bambino è l'effetto della relazione semiotica in cui l'adulto lo colloca e lo pensa. L'aspetto interessante di questa fondamentale interazione semiosica consiste nel fatto che il comportamento complessivo, la semiosi nascente nel e del bambino, non sta nella sua mente, e nemmeno in quella dell'adulto. Per questo non è un fenomeno modularizzabile: perché una relazione non è un oggetto che si possa scomporre in parti, e perché, se la si scomponesse in parti, non si ritroverebbe più nulla del fenomeno originario. Solo nella differenziazione si pone la possibilità della relazione, qualcosa che non è statico ma che si configura come processo. L’io è una mera e la non identità dell’io sono diventa come momento di differenziazione. Esempio della scuola, con il caso dei contenitori di plastica: Jing Wen (Gaia) ha visto un bimbo venire a scuola con la mela sbucciata riposta in un contenitore di plastica ermetico. Noi diamo per scontate anche queste piccole cose, lei invece, non ne ha mai visto uno in casa sua, l'ha raccontato alla mamma e ha spiegato che effettivamente è meglio la mela sbucciata che quella intera che si porta lei a scuola. I suoi genitori hanno preso due tram per andare all'Esselunga a cercare il contenitore ermetico, ma non ne hanno trovati di piccolini. Così a casa nostra abbiamo provveduto a dargliene uno. Adesso anche lei può portarsi il suo frutto sbucciato.