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Come, a partire dagli anni '80, la sostenibilità è diventata un concetto imprescindibile per ernesto illy e come l'azienda illy ha deciso di trasformarsi in una società benefit, unendo obiettivi economici a azioni di impatto positivo sulla società e l'ambiente. Il documento mette in evidenza come l'aspetto della digitalizzazione è stato intuito prima della pandemia di covid-19 e come il ceo abbia investito in questo settore per generare valore e creare una vera e propria cultura digitale all'interno dell'azienda. Il testo illustra anche come il digitale richiede una competenza specifica, ma il consumatore deve sempre essere posto al centro, e come la complessità dell'ambiente rende disruptive il journey del cliente. Inoltre consigli per stimolare l'interesse del cliente in assenza di esperienze precedenti con il prodotto illy.
Tipologia: Appunti
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La sostenibilità (che sia economica o sociale) negli anni ’80 per Ernesto Illy era un concetto imprescindibile dalla qualità e ad essa altamente collegato. Dal 2019 il Ceo di Illy ha deciso di trasformare l’azienda in una società benefit, che vuol dire unire obiettivi economico finanziari ad azioni ad impatto positivo sulle persone e sull’ambiente (i cosidetti global goals), con obiettivi a lungo e breve termine (qualcosa facile da dire ma difficile da fare). Il manager deve impegnarsi su azioni dove magari il successore vedrà i veri frutti, perché le azioni di oggi impattano in meglio o in peggio negli anni successivi rispetto a quando vengono attuate. L’aspetto che è stato intuito prima del covid è stato quello di investire sulla digitalizzazione, che fino a 2 anni fa era presente solo in maniera scolastica e poco sviluppata. È stato stilato un piano assieme ad un consulente, che ha il ruolo di amplificare le idee del manager. Il sogno è di generare valore creando una vera e propria cultura digitale all’interno dell’azienda, trasformandola da un’azienda tradizionale ad un’azienda digitale. Ha dato una responsabilità di business a colei che lo ha affiancato in questo progetto e chiudendo con un fatturato di 70 milioni di euro solo sul canale digitale, che per un’azienda come Illy significa affiancare il digitale al 60% del business precedente che verteva sul “fuori casa” (hotel, bar, ristoranti, uffici, linee aeree ecc.) che ovviamente adesso sono chiusi o poco operativi. Col digitale sono riusciti a switchare la percentuale passando dal 60 e 40 precedenti, al 70 e 30 attualmente salvando i conti dell’azienda vendendo di più e lavorando su una dimensione orizzontale, che ha permesso di portare fuori e raccontare la storia dell’azienda (il digitale ha permesso tutto questo e attualmente più del 50% dei clienti acquisiti lo scorso anno- che precedentemente non conosceva il brand Illy- dopo un anno riacquista nuovamente il prodotto). Tutte le filiere sono legate e tutta la parte fisica passa per il digitale, andando a legare tutti i touchpoint tra loro. Il primo aspetto è che bisogna avere una passione personale per poter creare un cambiamento effettivo nonostante i vari rallentamenti e le opposizioni al cambiamento. Bisogna avere una forte capacità di empowerment per poter raggiungere il successo di un progetto; secondo aspetto è di porre sempre il consumatore al centro, usando il digitale per orchestrare i touchpoint. Il digitale richiede una competenza specifica ma bisogna sempre pensare al consumatore prima che al canale, anche perché oggi non importa dove avviene lo “zero moment of truth”, che può avvenire in qualsiasi momento e in qualsiasi modo e da lì comincia il journey- circolare e non più lineare- importante nella relazione con il cliente, che vuole interagire con l’azienda e intrattenere una conversazione con essa. Spesso si confonde il complicato con il complesso, perché nel primo caso si può trovare una soluzione e uscire dal problema, mentre nel secondo caso non c’è possibilità di governare la complessità (ma solo di gestirla nel breve termine). Il tempo e la catena di comando che si accorcia prevede una comunicazione più diretta e una totale trasparenza dell’azienda per ottenere relazioni vere con le persone. Terzo elemento è che per quanto è possibile governare la complessità, non bisogna perdere il contatto con la realtà e metterci del proprio per mantenere il vantaggio competitivo. La complessità dell’ambiente rende disruptive il journey del cliente e bisogna sempre rimescolare le carte per tenere il consumatore stimolato e attento a quello che fai. La customer experience è legata ad un journey che dipende dai diversi touchpoint, ma se parliamo di qualcuno che non ha mai assaggiato il caffè Illy, in condizioni normali l’azienda può sperare che
lo provi da qualcun altro o che gli venga consigliato, mentre in era digitale devi preoccuparti di stimolare l’interesse se questo non è avvenuto (soprattutto in era Covid). Spesso si cerca di dare ad esempio un elenco di posti nei quali provarlo, cercando di stimolare il cliente a provare l’esperienza fisica, spiegando il prodotto e la società in sé, i valori ecc. In esperienza normale il sito diventa il tramite per interfacciarsi col consumatore e poi stimolarlo a provare l’esperienza vera e propria, cercando di sostituire anche a casa l’esperienza che per molti era vissuta solo al bar fino a poco fa (es. cliente che al bar beve solo Illy, ma a casa utilizza altre marche del prodotto). Con la macchinetta e le capsule il cliente trasferisce l’esperienza anche a casa. Quando ha iniziato ad investire nel digitale c’erano riunioni di circa 5 ore con la responsabile del digitale e cercare di vigilare tutti i comparti interessati al progetto. Metriche e misurazioni quasi immediate di quello che si fa (col digitale questo viene facilitato) e c’è quindi la possibilità di pianificare il journey (piano iniziale di 3 anni) e poi avere dei micro obiettivi e strategie da adottare al primo ostacolo (problem solving). In alcuni casi bisogna essere meno democratici e più selettivi/razionali e avere un sistema di performance e di re-working (non avere paura di sbagliare e aggiustare il tiro di volta in volta).