


































Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Appunti delle lezioni di Miele
Tipologia: Appunti
1 / 42
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!



































In offerta
02/03/ IL FENOMENO GIURIDICO NELL’AMBITO DELL’ORDINAMENTO CANONICO Tre argomenti separati:
Paolo si è convertito circa 2/3 anni dopo la morte di Cristo. Nella prima epistola ai Corinti dice che ci ha consegnato quello che a sua volta ha ricevuto. Ed ecco la CONSEGNA APOSTOLICA. Altra fonte del primo millennio = le CONSUETUDINI “La Tradizione e le tradizioni” la tradizione di origine apostolica e le consuetudini nate all’interno della comunità senza una tradizione. Nel decreto di Graziano si distinguerà tra:
Nel primo millennio è esaltata la concilialità.]
questa funzione verrà svolta dai seminari centralizzati e poi presso le scuole vicine ai monasteri. In questi luoghi viene insegnata la teologia pratica. Graziano è correlato al sorgere dell’università medievale come Irnerio. Sappiamo che alla metà del XII abbiamo la figura di un monaco a Bologna che insegna teologia pratica, che risiede in un convento dei santi a Bologna. Lui era nato presso Orvieto, in una località rurale. Graziano, a differenza di molti professori odierni che fanno manuali non in correlazione con le lezioni, lui costruisce la sua opera in una relazione. Quindi idealmente abbiamo Graziano contaminato dal diritto romano dell’epoca, che mette sopra il tavolo le fonti del diritto canonico che esistevano fino ad allora. Di queste fonti possiamo dire che fossero una congedi di fonti. Titolo officiale dell’opera sarà concordia=pacificazione tra canoni discordantium=discordi canonum=canoni. Penso al rapporto tra canoni dei concili ecumenici e i canoni dei locali= rapporto conflittuale tra legge universale e legge particolare, locale. Il disegno di Graziano non è accademico, il suo è uno scopo didattico per fare imparare le disposizioni normative vigenti. La difficoltà degli amministrativisti è quella di reperire la fonte amministrativa che regola il caso concreto ricerca della fonte. La difficoltà principale di Graziano era quella di tralasciare i canoni abrogati, c’era un canone di un sinodo topico, e in un momento successivo entra in vigore un altro sinodo locale che ha contraddetto il canone precedente e entra in vigore un canone del concilio ecumenico e lì si pone il problema del rapporto tra legge particolare precedente e legge universale successiva. Quindi tralasciare i canoni abrogati, poi conciliare i canoni tra loro contradditori enorme responsabilità che si assumeva Graziano con questo tipo di lavoro, responsabilità di rappresentare ordinamento vigente. Tra il 1139 e il 1148 Graziano completa questa sua opera della quale c’è una certezza, alla quale lui stesso da il titolo di Concordia discordantium canonum. La prassi gli darà il titolo di Decretum magistri graziani. Il decreto è diviso in 3 parti, ma c’è un’originaria distribuzione interna. Non abbiamo l’originaria distribuzione interna della materia, ma la distribuzione attuale si deve ai suoi allievi. Tra questi allievi c’è uno che spicca: Paucapalea, il quale introduce delle aggiunte nell’opera di Graziano la Concordia. Queste aggiunte vengono chiamate Paleae. Secondo una numerazione sulla quale gli studiosi del decreto di Graziano concordano probabilmente se ne possono contare 160, anche se non c’è concordia. Non c’era la stampa. Quando parliamo di testi medievali/antichi, dobbiamo tenere presente che non c’era la stampa. Quindi c’erano gli scribi che sono quelli che scrivono, e allora lo scriba, può essere di 2 qualità:
Precisazione sul diritto naturale: per un ordinamento confessionale come quello canonico, il diritto naturale continua ad essere una fonte di diritto. Nell’ordinamento canonico è fonte di diritto il diritto divino, il quale per l’ordinamento confessionale si suddivide tra diritto divino naturale e diritto divino positivo. Se noi prendiamo qualunque ordinamento confessionale, non solo quello canonico (ordinamento giuridico della chiesa cattolica), c’è sempre un diritto di derivazione superiore. Nascono problemi quando questo elemento, tratto tipico di un ordinamento religioso diventa parte delle fonti del diritto dello stato. In qualche paese islamico quando a livello della carta costituzionale si verifica una realtà giuridico-costituzionale diversa e opposta rispetto a quella dello stato moderno. Il diritto divino si scrive all’interno di un ordinamento di tipo confessionale. La carta costituzionale italiana non prevede il diritto naturale. Tema dei criteri, cioè dei meccanismi dei quali si avvale Graziano per portare a termine la sua opera di concordia= pacificazione/coordinamento tra fonti diverse. Graziano non tenta quest’opera di coordinamento in maniera rudimentale ma utilizza dei meccanismi che in latino si chiamano rationes, testualmente le ragioni/motivazioni. Quali sono queste rationes?
circoscritta. La soluzione non è una soluzione generale perché bisogna valutare caso per caso. Il decreto di Graziano non è suddiviso in libri differenza dalle successive raccolte di decretali. Le raccolte decretali successive saranno suddivise in libri. Il decreto di Graziano è suddiviso in 3 parti. Il metodo utilizzato da Graziano è evidente nella parte II, cioè il metodo dell’utilizzo delle rationes è anche il metodo dell’utilizzo della dialettica perché nella II parte del decreto di Graziano abbiamo 36 casi pratici= tecnicamente si chiamano causae in latino. Si costruisce il caso pratico. Sul caso pratico poi il giurista medievale sulla causae costruisce quelle che tecnicamente vengono chiamate quaestiones= domanda, cioè problemi pratici. Si parte da un caso pratico astratto, poi si costruisce la quaestion, o più queastiones. Le quaestiones sollevate hanno anche una risposta, e la risposta di Graziano viene fondata su un largo richiamo di fonti: le autoritates testuali. Le causae nella II parte sono 36, e queste 36 si riferiscono alle materie più eterogenee. Nella II parte abbiamo causae controverse, non concrete, ma astratte: matrimoniali, penali, patrimoniali, processuali… è chiaro che nella II parte del decreto di graziano vediamo applicato il tipico modo processuale. La questione III della causa 33 forma il trattatus de penitentias autonomo. Le prime venti distinzioni della parte I che conta 101 distinzioni, costituiscono un trattato sulle fonti del diritto. Qui troviamo come un giurista medievale concepisce le fonti di produzione del diritto nella cristianità. Qui troviamo la definizione di Graziano dello ius naturale. Troveremo la distinzione tra consuetudine e mores. Natura del decreto di Graziano: stato in vigore fino all’entrata in vigore del primo codice canonico
matrimonio retto dalla legge divina naturale o dal diritto divino naturale. In quest’ottica, il matrimonio legittimo è indissolubile.
chiesa universale indivisa erano i canoni dei concili ecumenici. Decretale = aggettivo che diventa sostantivo perché il sostantivo è lettera decretale, che è una risposta che parte da Roma ed è la risposta ad un caso concreto, dove si acuisce l’importanza di quale meccanismo? Poniamo caso pratico dove si instaura una controversia tra un vescovo territoriale e una abbazia che si trova sul suo territorio: questa è una controversia tipicamente medievale. Da un lato c’è il vescovo territoriale, dall’altro sul territorio della diocesi del vescovo è presente un’abbazia che comincia a pretendere forme di esenzione dalla giurisdizione del vescovo locale. Uno dei due decide di rivolgersi al papa a Roma ad es. abbazia vuole gestire delle parrocchie ma vescovo non lo consente e quindi chiedo al papa di decidere con la lettera decretale. Da Roma arriva la risposta per la controversia concreta e accade che la stessa controversia può verificarsi anche in una diocesi territoriale diversa. Quindi nell’ulteriore controversia non c’è più interesse a chiedere il responso a Roma con una nuova decretale, ma ad acquisire la decretale precedente dove era stata data una determinata decisione. Applicare a caso simile la decisione che è già stata data precedentemente per un caso somigliante analogia legis. Se abbiamo a disposizione le decisioni prese a Roma con decretali su un caso simile, basterà consultare cosa era stato deciso per caso analogo, dove dalla decretale si risale quindi ad un principio di diritto. Le raccolte ufficiali di decretali sono testimonianza dell’importanza dello sviluppo del primato romano. Dopo il decreto di Graziano, la prima raccolta ufficiale di Decretali si ha nel 1234. Questa raccolta viene promulgata formalmente, mentre il decreto mai. Tra il Decreto e la Raccolta del 1234 abbiamo le Quinque Compilationes antique ma non le trattiamo. La raccolta del 1234 farà storia per vari motivi. La raccolta a differenza del decreto di Graziano è una raccolta di Decretali Papali quindi dentro non si trovano fonti variegate, cioè citazioni di passi biblici, di padri della chiesa, di leggi romane barbariche, di libri penitenziali, ma ci sono solo decretali Papali. La raccolta si chiama Liber Extra (=libro al di fuori del decreto di Graziano). Il liber extra è ufficiale. Il pontefice Gregorio IX assolda un canonista spagnolo e dice di preparargli una raccolta ufficiale di decretali papali. Questo canonista spagnolo è un santo che diventerà patrono dei canonisti: San Raimondo di Pegnaford. Incarica il canonista di fare una raccolta ufficiale pesante perché le raccolte precedenti ponevano diversi problemi, come quello dell’autenticità, problema tipicamente medievale in un’epoca in cui non esiste la stampa, quindi non c’ neppure l’impressione dell’anno di stampa, dell’editore… nelle edizioni a stampa si deve indicare luogo, data e autore perché sono elementi di autenticità del contenuto. D’altra parte le raccolte non ufficiali possono riprodurre delle decretali che sono state obrogate (obrogazione= abrogazione parziale che comporta però sostituzione). Le raccolte non ufficiali pongono problema delle decretali abrogate e di quelle obrogate. Quando nel 1234 Gregorio IX emana una bolla papale (Rex pacificus), promulga una raccolta ufficiale di Decretali il cui titolo è molto lungo= Decretalium domini gregori papenoni compilatio= compilazione delle decretali del nostro signore papa Gregorio IX, oppure chiamata semplicemente Liber extra. All’interno del Liber extra vi è parzialmente una riproduzione del contenuto del decreto di Graziano ma molto parziale. Soprattutto va saputo che il Liber extra è suddiviso in libri, quindi non in parti come il decreto di Graziano ma in libri, in 5 libri. Hanno una denominazione importante, perché poi diventerà costante di tutto il medioevo giuridico-canonico acquisire questa penta partizione dei cinque libri con le relative denominazioni. I cinque libri sono: IUDEX, IUDICIUM, CLERUS, CONNUBIA, CRIMEN. I primi due libri in linea generale trattano i processi e della procedura.
Definizione tecnica di decretale data da un importante storico del diritto canonico tedesco Kuttner= “ogni risposta papale ha una consultazione canonica, ogni mandato giudiziario con o senza nomina di giudici delegati in caso d’appello, ogni provocatio al papa’’ la decretale può avere un contenuto di consultazione, cioè un contenuto nel quale la cancelleria in nome del Papa risponde senza che sia in corso una controversia, può avere un contenuto giudiziario, quindi un mandato giudiziario facendo presente che in esso può essere contenuta la nomina dei giudici delegati, non necessariamente, ma è chiaro che la decretale da solo il punto di diritto se non c’è la nomina dei giudici delegati (il mandato papale può essere con nomina di giudici delegati oppure no), infine il contenuto può essere anche un contenuto di provocatio ad pontificem, cioè esercizio della facoltà propria di qualunque fedele di rivolgersi al romano pontefice, questo perché del romano pontefice si dice che è giudice universale di tutti i fedeli. Gregorio IX dice che Raimondo aveva avuto anche il mandato di eliminare le incertezze giuridiche ad es. le introduzioni e la narrazione dei fatti concreti, di eliminare le decretali che avevano tra loro un contenuto contrario o confuso, di operare le azioni poste a tutela della certezza del diritto oggettivo. La rex pacificus ci dice che Raimondo aveva anche il mandato di aggiungere le nuove decretali di Gregorio IX, cioè le decretali che aveva inviato fino al 1234 e infine aveva un’altra facoltà: di chiedere al Papa, per l’occasione della redazione, l’emissione di nuove decretali spesso meramente fittizie, cioè quando nel suo lavoro sistematico Raimondo si accorge della lacuna sistematica, Gregorio dà una decretale su richiesta di Raimondo, e la decretale potrebbe essere quanto all’occasione in fatto fittizia. Ogni decretale viene indicata con le due parole iniziali del testo: denominazione tradizionale nell’ordinamento canonico. Liber extra è suddiviso in 5 libri, i libri sono divisi in titoli e i titoli sono divisi in capitoli secondo l’antica sistematica. Il Liber extra globalmente assieme al decreto di graziano è stata la fonte più importante del diritto fino al 1917 quando entra in vigore il codex iudis canonici, il cosiddetto piano benedettino. Piano dal nome di Pio X che l’aveva voluto, benedettino dal nome di Benedetto XV che l’aveva promulgato. La dottrina ha disputato a lungo sulla qualificazione giuridica del Liber extra, perché con il liber extra, con il metodo indicato da Gregorio IX per il diritto canonico, qualche autore ha indicato un metodo simile a quello che 700 anni prima aveva guidato Giustiniano per il diritto civile. Giustiniano aveva formato una commissione di giuristi e aveva detto a loro che dovevano redigere il Codex. Che cos’è che fa assomigliare il Liber extra al codex? Alcuni elementi come il fatto che Gregorio IX abroga le precedenti compilazioni, da una disposizione importante perché stabilisce l’uso esclusivo della nuova raccolta nei tribunali, quindi da parte dei giudici, e nelle università. Il Liber extra pur non essendo tecnicamente un codice moderno, cioè un codice unitario, organico e non etero integrabile, cioè il codice rappresenta l’autosufficienza dell’ordinamento, non dovrebbero esserci di per sé delle fonti estranee al codice stesso. Il Liber extra non è un codice illuministico (moderno), è un passo importante verso quello che oggi si chiama codice. Aspetto importante del codice: la sua non etero integrabilità da parte delle consuetudini. Nel codice il richiamo agli usi è un richiamo strettissimo e secondario. In un ordinamento moderno la consuetudine non è fonte di diritto in maniera diretta, ma in modo assai limitato e questo perché uno dei dogmi dell’illuminismo giuridico è il primato della legge, dove per legge si intende il
primato della legge scritta. Perché noi diciamo che nonostante il Liber extra non rappresenti un codice moderno, è un passo verso il codice? Però nonostante questo noi diciamo che è un passo verso un codice, non sarà un codice illuministico neppure il codice del 1917. Nei codici di diritto canonico del 17 e dell’83 viene mantenuta come fonte generale di produzione la consuetudine. Sono mantenuti i privilegi e le dispense ma in nessun sistema moderno democratico si ammettono. Nell’ordinamento canonico sono mantenuti i privilegi e le dispense. 4 caratteristiche del Liber extra, quadruplice valore giuridico:
Appunto perché le regolae iuris sintetizzavano più disposizioni giuridiche singolari non avevano di per sé forza di diritto, di legge e tuttavia l’epoca di diritto comune ha prodotto importanti trattati su queste regolae iuris. Innanzitutto le regole iuris avevano una funzione didattica, aiutavano a comprendere meglio gli istituti del diritto. La regolae iuris poi avevano anche un valore pratico, nel senso che ad esse doveva farsi riferimento per tutte quelle fattispecie che difettavano di una disposizione espressa di legge. Se c’era dunque la stessa identità di ratio ma mancava una disposizione di legge si poteva fare riferimento alla regolae iuris. In sede processuale chi invocava a proprio favore una regola iuris godeva della stabilità del diritto, cioè fondava a proprio favore una presunzione di fondatezza della propria pretesa e ribaltava sulla controparte l’onere di dimostrare il contrario, cioè che quel principio generale di diritto non trovasse applicazione nella fattispecie concreta, si concretizzava nella individuazione di eccezioni perché è vero che le regole iuris corrispondono a principi generali di diritto, ma non trovavano sempre applicazione. Le eccezioni erano delle disposizioni singolari che non rientravano nella regola sintetica e inficiavano la validità della regola. Ciò nonostante si giustificava l’esistenza di eccezioni dicendo che la ratio delle eccezioni era diversa rispetto a quella delle regolae iuris. Per salvare la validità generale delle regolae iuris si diceva che le eccezioni altro non erano che fattispecie che presentavano una ratio iuris diversa da quella della regula. Tutto questo per falsare il principio generale per cui la regola iuris contiene in sé più disposizioni che presentano tutte la stessa identica ratio. Laddove non vi sia una identità di ratio vi è solo un’apparente eccezione perché la ratio è diversa e impone una disapplicazione del principio generale. Regula n.29 al VII si ritrova riprodotta nel canone 119 Per ogni regula i giuristi indicavano prima di tutto da dove si desumeva, poi quale ne è il significato, quale gli esempi e le eccezioni. Da dove si desume la regola di cui parliamo? Si desume da un frammento del codice di Giustiniano dettato in materia di interposizione tutoria: è necessario che ciascuno per la sua parte o settore interponga la propria autorità in favore del pupillo. Poi vi sono altri frammenti del diritto romano che vi concordano. Come si deve intendere la regula? Dicevano che la regola si doveva intendere applicata a tutti quando questi siano coinvolti singolarmente e non tutti in quanto membri di un collegio, di una comunità. Il problema è quello delle persone giuridiche, più in generale degli organi collegiali che si esprimono attraverso il voto dei singoli componenti. La regula 29° afferma che i tutti devono essere intesi come singoli, non come collegio o comunità. Ma allora quando è che i tutti sono considerati come singoli? E quando sono considerati come collegio/comunità? Si rispondeva che una cosa riguarda tutti come singoli quando questi sono considerati separatamente e distintamente, qualcosa invece compete a più soggetti, intesi come singoli quando ciascuno in particolare ha diritto ad essa; mentre una cosa compete a più soggetti intesi come collegio, quando essa appartiene non a ciascuno in specie ed individualmente ma a tutto il collegio, la comunità… Mentre allora quando consideriamo un diritto che compete a tutti intesi come singoli occorre l’eventuale diminuzione del diritto deve avere necessariamente il consenso di tutti; viceversa
quando i tutti si intendono come comunità, collegio, non c’è uno che può vantare un diritto maggiore rispetto agli altri, ma è il collegio che ha diritto al bene della vita. Mentre quando intendo il tutto come singoli, ciascuno ha diritto ad un bene della vita, viceversa se intendo i tutti (a cui fa riferimento la regola 29°) come membri di un collegio, il diritto al bene della vita sussiste in tanto in quanto si sia membri di quel collegio. Ed allora la conseguenza di ciò è che mentre noi parliamo di tutti come singoli, ciascuno deve dare il consenso per la diminuzione del diritto, viceversa se il diritto è da me goduto in quanto membro di un collegio non è richiesto anche il mio consenso, l’unanimità, ma soltanto la maggioranza. Allora quand’è che trova applicazione la regola iuris? È da intendersi riferita soltanto a ciò che riguarda tutti assunti come singoli, non invece a ciò che li riguarda nell’assieme, ovvero collettivamente o collegialmente. Ciò si traduceva nella diversità delle maggioranze. Esempio giuridico: quando più persone hanno in comune un fondo, sono comproprietari, ciascuno di loro non può costituire una servitù a favore di un terzo se non c’è un consenso unanime, quindi se anche uno non la consente la costituzione è nulla. Esempio canonistico: elezione del prelato ciascuno dei membri del collegio aveva diritto singolarmente a esprimere il proprio voto, per tanto laddove non fosse stato citato poteva invalidare l’elezione, allo stesso modo si ha nell’elezione per compromesso. Vi sono però delle eccezioni:
Fatto che l’ordinamento canonico all’inizio del 1900 fa la scelta di abbandonare il corpus iuris canonici e la sua strumentazione tipica (le decretali) e adottare lo strumento della codificazione. Metà del 1800, seconda metà 1869-70 viene celebrato un concilio ecumenico dal punto di vista della chiesa latina, concilio vaticano I. La data del 1870 per la chiesa cattolica ha un significato simbolico, fondamentale, perché il 20 settembre del 1870 Roma diventa capitale dello stato unitario, il papato romano perde dopo più di un millennio l’esercizio di una sovranità territoriale. Nello scontro con la modernità giuridica si affaccia la richiesta che il corpus iuris canonici, che viveva soprattutto nella sua interpretazione pratica e giurisprudenziale Nella II metà dell’800 e durante il vaticano I furono i vescovi napoletani che dissero di essere stanchi di questa situazione normativa e di aver bisogno di un codice moderno dove si nota l’influenza delle codificazioni degli stati moderni. Primo codice della modernità è il codice voluto da un grande mediatore, Napoleone: il codice Napoleone. Caratteristiche ideali di un codice moderno, influenzato dall’illuminismo giuridico: unico, al centro del quale sta come destinatario una figura unitaria, quella del cittadino. Codice che non ammette una stratificazione giuridica ad es. tra nobili ecclesiastici e plebei la legge è eguale per tutti. Una codificazione moderna è una codificazione nella quale non c’è spazio per le leggi particolari, per le consuetudini, per i privilegi e le dispense, ma legge generale che vale per tutti. Quando all’interno dell’ordinamento canonico si affaccia la richiesta di adottare un codice, superare il decreto di Graziano, il sistema di decretali, il corpus iuris canonici, il diritto giurisprudenziale, cioè un diritto costruito sulle interpretazioni dei testi del corpus che in quanto così è il diritto costituito caso per caso e di adottare un codice. Tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 c’è un grande dibattito culturale all’interno dell’ordinamento canonico. I maggiori cultori del diritto canonico dell’epoca, tra cui va ricordato un canonico e ecclesiasticista laico che fu poi senatore del regno: Francesco Ruffini che scrisse un saggio sulla codificazione dicendo che per motivi culturali, storici e giuridici mal si attagliava un codice moderno all’ordinamento canonico nel quale deve prevalere il principio della flessibilità dell’ordinamento. Esso deve avere al caratteristica della flessibilità e rispetto a un codice moderno non si può richiedere di essere flessibili. C’è bisogno della flessibilità in funzione della salvezza dell’anima del singolo. Nonostante molte opposizioni alla codificazione canonica si sceglie con Pio X di procedere con una codificazione canonica. Il codice viene promulgato nel 1917 da Benedetto XV, infatti si parla di Codice Piano benedettino. Le voci critiche fatte durante il lavoro della codificazione furono ascoltate? Il codice di diritto canonico del 1917 è un codice analogo alla tradizione illuministica, ha delle parentele essenziali con il codice di napoleone? No perché i codificatori cercano di inserire all’interno del codice del 1917 gli elementi tipici di un ordinamento confessionale, sui quali si imperniavano le ragioni di coloro che si opponevano a una codificazione canonica, in modo particolare gli elementi tipici del primo codice canonico sono il fatto che al suo interno vengono mantenuti istituti inconciliabili con un codice moderno: i privilegi, le dispense, la consuetudine contra legem come fonte di diritto. Solo questi elementi, rendono il codice di diritto canonico, sia del 1917 che del 1983 peculiare rispetto a ogni altra codificazione moderna di stampo illuministico o di stampo napoleonico. Finita parte relativa alla storia.
Argomento di diritto costituzionale canonico Importante perché multiculturale, trasversale negli studi giuridici. Tema: legge. La legge= lex. Che cos’è la legge per l’ordinamento canonico? Ce lo chiediamo alla luce di un’altra domanda: nel codice di diritto canonico del 1983 c’è una definizione di legge? No. Il codice del 1983 al pari del codice del 1917 non dà una definizione esplicita di legge. Il codice del 1983 per analogia dà la definizione di matrimonio, mentre il codice del 1917 non dava la definizione. Nel codice del 1983 si dà una definizione di matrimonio che deriva dai testi del Vaticano II, ultimo concilio ecumenico: il patto matrimoniale attraverso il quale un maschio e una femmina costituiscono tra loro un consorzio dell’intera loro vita, per sua indole naturale (natura), è indirizzato al bene dei coniugi oltre che alla generazione e alla educazione della prole. Dove nel canone del codice del 1983 troviamo la definizione del matrimonio sacramento e naturale come consorzio dell’intera vita. È degno di rilievo che nel codice del 1917 non si sia fatta la scelta di dare una definizione del matrimonio e perché? Perché il codice del 1983 ancora non dà una definizione di lex? Perché nel 1917 il legislatore riteneva per il matrimonio e ritiene per la legge nel 1983 che questi concetti siano da darsi per presupposti. Anzi, il loro fondamento è un fondamento di diritto naturale, non nella volontà del legislatore umano. E allora nel codice del 1917, come il codice civile del 1942, dove non c’è una definizione espressa del matrimonio, perché si dà per scontata. Nel codice del 1917 si parla delle finalità del matrimonio. E allora con riferimento alla legge qual è la definizione che il legislatore canonico dà per scontata? Una definizione che è radicata nella tradizione dottrinale che trova la sua espressione più chiara nella definizione di San Tommaso d’Aquino, che definisce la legge come ordinatio rationis = ordine della ragione, dove quella ratio, il termine ratio non è un termine dal significato esclusivamente razionalistico ma che ha un rapporto diretto con il diritto divino naturale e positivo. Cioè nella definizione di lex, così come viene esplicitata da San Tommaso d’Aquino, l’ordine, il comando è un ordine che deve avere la caratteristica fondamentale della ragionevolezza. Questo è un punto fondamentale, di valore per l’ordinamento confessionale canonico. Se nell’ordinamento canonico la legge è ordinatio rationis, in un sistema democratico moderno costituzionale la legge è ordinatio voluntatis= ordine della volontà di colui che per il sistema costituzionale è il legislatore. Differenza fondamentale tra il sistema valoriale di un ordinamento confessionale e di un ordinamento democratico rappresentativo pluralista moderno costituzionale. Oggi ci sono persone che hanno come punto di riferimento dei sistemi valoriali confessionali i quali infondo adottando la definizione di d’Aquino accusano alcune leggi dello stato approvate dal Parlamento e promulgate dal capo dello stato di essere leggi ingiuste contenutisticamente. Accusa fatta da prospettive di tipo confessionale. Quando il credente accusa una legge dello stato di essere ingiusta e di non avere valore si riporta alla definizione di legge tomistica che non è quella della costituzione repubblicana, per la quale è l’ordine della volontà del Parlamento espressa nelle forme stabilite dalla carta costituzionale.