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Diritto civile compendio e approfondimento delle dottrina, Dispense di Diritto Civile

Diritto civile esercizi e approfondimenti

Tipologia: Dispense

2020/2021

Caricato il 23/03/2021

Roxball
Roxball 🇮🇹

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C6151
Agli albori della civiltà greca
1 La Grecia tra l’Età oscura
e l’Età arcaica
Il Medioevo
ellenico All’indomani del collasso della civiltà micenea [
5.4 ], in Grecia e
nell’Egeo continuò a vivere, in condizioni materiali più modeste,
un popolo di pastori, contadini e pescatori diviso in molti gruppi che parlavano dialetti
del greco [
Carta17 ]. I dialetti tuttavia erano abbastanza simili da permettere la comu-
nicazione e facilitare le relazioni tra i gruppi raff orzando in questi ultimi la consapevo-
lezza di una comune appartenenza.
Gli storici hanno defi nito questo periodo, lungo quattro secoli e compreso fra il 1100
e il 700 a.C., “Età oscura, o anche “Medioevo ellenico”. Nella defi nizione è implicito
Agli albori
della civiltà
greca
CAPITOLO
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Dori
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IONIO
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Calcide
Eretria
Area di insediamento dorico
e migrazioni doriche
Area di insediamento ionico
e migrazioni ioniche
Area di insediamento eolico
e migrazioni eoliche
Dori
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CEFALONIA
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CHIO
LEUCADE
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CICLADI
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LACONIA
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ACAIA
ARGOLIDE
MELO
FOCIDE
ETOLIA
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DELO
IONIA
EUBEA
ATTICA
BEOZIA
LESBO
Calcide
Eretria
Area di insediamento dorico
e migrazioni doriche
Area di insediamento ionico
e migrazioni ioniche
Area di insediamento eolico
e migrazioni eoliche
I principali gruppi che popolavano la
Grecia dopo il 1100 a.C. erano Eoli,
Ioni e Dori. Ioni e Dori fondarono
rispettivamente Atene e Sparta, le due
città più famose della Grecia antica. A
partire dal 900 a.C., forse in seguito
alla pressione dei Dori, gruppi di Ioni
e di Eoli migrarono in Asia Minore
fondando numerosi insediamenti,
destinati a divenire importanti centri di
cultura greca e splendide città.
Carta 17 Aree di diffusione dei principali dialetti greci
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Anteprima parziale del testo

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C6 Agli albori della civiltà greca 151

1 La Grecia tra l’Età oscura

e l’Età arcaica

Il Medioevo ellenico

All’indomani del collasso della civiltà micenea [► 5.4 ], in Grecia e nell’Egeo continuò a vivere, in condizioni materiali più modeste, un popolo di pastori, contadini e pescatori diviso in molti gruppi che parlavano dialetti del greco [► Carta17 ]. I dialetti tuttavia erano abbastanza simili da permettere la comu- nicazione e facilitare le relazioni tra i gruppi rafforzando in questi ultimi la consapevo- lezza di una comune appartenenza. Gli storici hanno definito questo periodo, lungo quattro secoli e compreso fra il 1100 e il 700 a.C. , “Età oscura” , o anche “Medioevo ellenico”. Nella defi nizione è implicito

Agli albori

della civiltà

greca

CAPITOLO

Dori

M A R I O N I O

MA (^) R M E (^) D I T E (^) R (^) R (^) A NE O

M A R E G E O Efeso

Mileto

Corinto

Sparta

Atene

Tebe

RODI

CRETA

FRIGIA

LIDIA

CARIA

LEMNO CORFÙ

CEFALONIA

PELOPONNESO

CHIO

LEUCADE

CICLADI DORIDE

ZANTE ELIDE

MESSENIA

E O L I D E

EPIRO TESSAGLIA

THERA

LACONIA

ARCADIA

ACAIA ARGOLIDE

MELO

FOCIDE

ETOLIA

COO

DELO

I O N I A

EUBEA

BEOZIAATTICA

LESBO

Calcide Eretria

Area di insediamento dorico e migrazioni doriche

Dori

M A R I O N I O

Corinto

Sparta

Atene

Tebe

CORFÙ

CEFALONIA

PELOPONNESO

LEUCADE

ZANTE ELIDE

MESSENIA

EPIRO TESSAGLIA

LACONIA

ARCADIA

ACAIA ARGOLIDE

FOCIDE

ETOLIA

EUBEA

BEOZIAATTIC

Ca

Area di insediamento dorico e migrazioni doriche Area di insediamento ionico e migrazioni ioniche Area di insediamento eolico e migrazioni eoliche

I principali gruppi che popolavano la Grecia dopo il 1100 a.C. erano Eoli, Ioni e Dori. Ioni e Dori fondarono rispettivamente Atene e Sparta, le due città più famose della Grecia antica. A partire dal 900 a.C., forse in seguito alla pressione dei Dori, gruppi di Ioni e di Eoli migrarono in Asia Minore fondando numerosi insediamenti, destinati a divenire importanti centri di cultura greca e splendide città.

Carta 17 Aree di diffusione dei principali dialetti greci

152 Le civiltà dell’Egeo e la Grecia S

un giudizio fortemente negativo, che sembrava giustificato dal peggioramento dei livelli di civiltà constatato in fase di studio: la mancanza di fonti scritte denunciava la scompar- sa dell’uso della scrittura; inoltre, i manufatti rinvenuti dagli archeologi si erano rivelati di qualità più scadente rispetto a quelli del periodo miceneo. Di recente, però, gli scavi archeologici hanno cominciato a modificare il quadro e a dimostrare che, anche durante i cosiddetti “secoli oscuri , certe zone della Grecia erano molto vitali. È il caso soprattutto dell’ Attica , dove dall’unione di parecchi villaggi sorse la più importante città greca, Atene, e della vicina isola di Eubea , che continuò a man- tenere contatti commerciali con l’Oriente. Dall’Eubea i navigatori si spingevano fino alle coste dell’Anatolia, di Cipro e perfino della Siria, dove nacquero insediamenti greci permanenti, gli empori , un po’ scali navali, un po’ centri commerciali. Insomma, i (^) Gre- ci, o Elleni, già all’indomani del 1000 a.C. commerciavano nel Mediterraneo orientale proprio come i Fenici. Grazie ai rapporti commerciali con l’Oriente, essi scoprirono e importarono la tecnologia del ferro , e dopo il 900 a.C. questo metallo rimpiazzò in gran parte il bronzo nella produzione delle armi. Il periodo arcaico e la nascita della civiltà greca

Verso la fine dei “secoli oscuri”, inoltre, i Greci rielaborarono l’ al- fabeto fenicio adattandolo alla propria lingua e ripresero a produr- re testi scritti [► 5.6 ]. Furono messi per iscritto così, probabilmen- te fra il 750 e il 650 a.C., l’ Iliade e l’ Odissea , i due poemi omerici

Greci, Elleni “Greci” era il nome di una popolazione ionica dell’isola di Eubea, che fondò colonie in Italia meridionale: nel Sud Italia questo nome passò a designare indistintamente tutti i popoli provenienti dalla Grecia; ed è poi prevalso nell’uso anche presso noi moderni. I Greci an- tichi però preferivano chiamarsi Elleni, dal nome di un mitico fondatore, Elleno, padre dei capostipiti delle tribù greche (Ioni, Eoli, Achei, Dori). Ellade fu dunque per loro il nome della Grecia propria.

Le primissime monete della storia ven- nero coniate dai re di Lidia, in Asia Minore, verso il 600 a.C. [► 4.3 ]. Erano pezzetti di elettro, una lega naturale di oro e argento, dalla forma vagamente tondeggiante ma grezza, coniati su un solo lato, che avevano un peso regolare. È probabile che i re di Lidia, fra cui il celebre Creso, passato alla storia come l’uomo più ricco del mondo, non avessero tanto l’idea di favorire i commerci, quanto quella di far sentire ai sudditi la loro autorità, imponendo di usare negli scambi e nel pagamento delle tasse la moneta del re. Nel corso del VI secolo a.C. venne abbandonato l’uso dell’elettro e i re di Lidia cominciarono a coniare monete d’oro e d’argento; i loro successori, i Gran Re di Persia, li imita- rono, e da allora fino al XIX secolo l’oro e l’argento sono rimasti il fondamento della monetazione. Ma è nel mondo delle città-Stato greche che la monetazione si sviluppò enormemente, a partire dalle città ioniche dell’Asia Minore, a diretto contatto con la Lidia. I Greci avevano poco ac- cesso all’oro, ma avevano importanti miniere d’argento, nell’At- tica, la regione di Atene, in Tracia e Macedonia. Essi produssero una tale quantità di monete d’argento che la diffusione della moneta nel Mediterraneo verso il 500 a.C. è considerata dagli storici un fenomeno essenzialmente greco. Ogni pòlis batteva la sua moneta, ed è probabile che l’orgoglio civico e l’ostentazione della ricchezza siano stati all’origine della decisione di coniare moneta, più che non il desiderio di facilitare gli scambi: lo sugge- risce anche il fatto che le prime monete erano di peso notevole e di grande valore, poco adatte quindi al commercio quotidiano.

Le città si sforzavano di battere tutte una moneta dello stesso peso; nell’Età arcaica la più imitata era lo statere di Egina, del peso di 6,1 grammi, ma in seguito s’impose la dracma di Atene, del peso di 4,3 grammi. Ben presto la moneta d’argento greca cominciò a essere esportata in grande quantità verso oriente e in Egitto, e a essere impiegata per i pagamenti negli scambi internazionali.

◄ ▼ Statere di Egina, 375-320 a.C. ca. [Altes Museum, Berlino]

◄ Tetradramma argenteo di Atene, V sec. a.C. [Museo d’Arte e di Storia, Ginevra]

La diffusione della moneta con i Greci

154 Le civiltà dell’Egeo e la Grecia S

CITTADINI (maschi adulti, figli di cittadini) diritti/doveri:

  • partecipare alla vita politica
    • militare nell’esercito

IL RE funzioni:

  • gestire il potere politico
    • prendere le decisioni
      • stabilire le leggi

L’ASSEMBLEA DI UGUALI/CITTADINI funzioni:

  • gestire il potere politico
    • prendere le decisioni
      • stabilire le leggi

RESIDENTI (donne, schiavi, stranieri) doveri:

  • rispettare la legge

LA COMUNITÀ DEI SUDDITI doveri:

  • rispettare le leggi

LA COMUNITÀ DEI SUDDITI DELLA PÒLIS

VICINO ORIENTE ANTICO GRECIA

composta da

governa governa

testimonianze artistiche e letterarie e certe sue influenze sono vive ancora oggi nella nostra cultura. È probabile che gli Egizi o i Fenici abbiano avuto grandi poeti, filosofi e scienziati, ma di loro non ci è rimasto quasi nulla. Artisti e pensatori ellenici vissuti fra il 700 e il 300 a.C. sono invece stati apprezzati e amati dai loro successori, e i loro nomi si trovano ancora oggi all’inizio di tutte le storie della letteratura o della filosofia.

2 Pòlis e cittadinanza

Non più regni, ma pòleis

La società greca nell’epoca cosiddetta arcaica (700-500 a.C.) fu molto diversa da quella di età micenea, quando la Grecia era divisa in piccoli regni, governati da re insediati in poderosi palazzi e assistiti da una complessa amministrazione. In epoca arcaica, era sorta ormai una miriade di città indipendenti, le pòleis (è il plurale di pòlis ): città-Stato a volte piccole o piccolissime, molto spesso nate dall’unione di villaggi vicini, a lungo prive di mura e di edifici monumentali, ma ognu- na capace di governarsi autonomamente. Non più sudditi, ma cittadini

Diversamente da quel che accadeva nel Vicino Oriente, la pòlis era abitata da una comunità di cittadini , non da sudditi di un sovra- no [► Schema2 ]. Questo significa che i liberi abitanti delle pòleis avevano la possibilità di scegliere (eleggendoli o tirandoli a sorte) coloro che gestivano il potere in loro nome, i magistrati; e che molte decisioni erano prese direttamente dai cittadini, riuniti in assem- blee dove si discuteva e si votava.

magistrato Il termine deriva dal latino magister, ‘maestro, capo’. Nell’Antichità il magi- strato era un cittadino scelto con vari criteri, al quale veniva assegnata l’ese- cuzione di determinati compiti d’inte- resse pubblico.

Schema 2 Il sistema politico nel Vicino Oriente antico e nelle pòleis greche

C6 Agli albori della civiltà greca 155

Non si trattava ancora di società egualitarie. Come vedremo, infatti, non tutti gli abi- tanti della pòlis erano cittadini e non tutti i cittadini avevano lo stesso potere politico. Un ruolo determinante era svolto dall’ aristocrazia di proprietari terrieri. Padroni di campi e greggi, abituati a distinguersi nelle competizioni sportive, ad andare a cavallo e a militare nella cavalleria, gli aristocratici erano chiamati “cavalieri”, o anche Eupatrìdi, che vuol dire ‘figli di buon padre’: gente, cioè, nata ricca. Essi avevano un peso politico importante. Ma, accanto a loro, l’Età arcaica vide crescere la forza del popolo. Infatti, accadde che in quest’epoca i semplici uomini liberi, ossia la maggioranza della popola- zione maschile, rivendicarono e ottennero un ruolo attivo nella comunità e cominciaro- no a prendere parte alla vita politica e religiosa della pòlis.

La concessione della cittadinanza

Per partecipare alla vita della pòlis dunque occorreva avere lo sta- tus di cittadini. Tuttavia la cittadinanza non era concessa a tutti. Le prerogative fondamentali erano due: essere maschi e di condizione libera. Altri criteri variavano. Il diritto di cittadinanza poteva essere assegnato sulla base della ric- chezza e del patrimonio: a Tebe, ad esempio, bisognava essere proprietari almeno di un po’ di terra; a Corinto, che pure era un grande centro di produzione artigianale, i sem- plici bottegai erano considerati indegni della cittadinanza. Ad Atene, invece, tutti gli uomini liberi originari della città ottennero nel tempo i diritti di cittadinanza, senza il discrimine della ricchezza. In altre città, la condizione di cittadino era legata esclusiva- mente al diritto di sangue : a Sparta i cittadini veri e propri furono sempre una mino-

Gli individui su cui uno Stato esercita la sua sovranità sono detti citta- dini e sono tutti coloro che appartengono a una comunità (sia essa una città o una nazione). I cittadini italiani, in particolare, sono tali in base a due criteri:

  • il diritto di sangue, secondo il quale è cittadino chi nasce da cittadini;
  • il diritto del suolo, secondo il quale è cittadino chi nasce nel territorio dello Stato. L’appartenenza a una comunità di citta- dini comporta un insieme di diritti e di doveri di cittadinanza. Nella Costituzio- ne italiana questi diritti/doveri sono trat- tati nella Parte I, intitolata appunto Diritti e doveri dei cittadini (articoli 13-54), e si articolano in diritti civili, che sanci- scono in primo luogo l’inviolabilità della libertà personale; diritti sociali, che tu- telano la famiglia, i minori, la salute e l’i- struzione; diritti economici, che riguar- dano il lavoro e il lavoratore salariato,

l’organizzazione sindacale e la proprietà privata; e diritti politici, tra i quali vi è il diritto/dovere di votare, di essere eletti e accedere alle cariche pubbliche, quel- lo di difendere la patria e di partecipare alla spesa pubblica pagando le tasse. Esattamente come nella pòlis greca, an- che in Italia esclusi dalla condizione di cit- tadino sono gli stranieri, a cui spettano alcuni diritti fondamentali (ad esempio la libertà personale) mentre altri sono loro preclusi (ad esempio il diritto di voto). Nelle pòleis era ammesso un gran nu- mero di stranieri, che oggi chiameremmo immigrati: uomini liberi impegnati nelle più svariate attività. Essi godevano di alcuni diritti (la libertà di circolazione, il ricorso ai tribunali), in cambio dei quali erano tenuti ad alcuni doveri (pagamento delle tasse, servizio militare in stato di guerra). La concessione della cittadinanza tuttavia non era prevista per chi non fosse figlio di cittadini. In Italia, invece, oggi le regole sono diverse.

In generale, l’accoglienza degli immigrati nelle comunità nazionali costituisce at- tualmente una delle maggiori sfide per i paesi ricchi dell’Occidente e le regole per la concessione della cittadinanza rappre- sentano, anche nel nostro paese, un fat- tore chiave per l’integrazione. Oggi può acquisire la cittadinanza italiana chi:

  • ancora minorenne è adottato da un cit- tadino italiano;
  • è figlio minorenne di uno straniero che ha acquisito la cittadinanza;
  • ha sposato un cittadino italiano (e risie- de da almeno due anni nel nostro paese);
  • vive e lavora in Italia da almeno dieci anni legalmente. Infine, chi è nato in Italia da genitori stra- nieri e vive nel nostro paese, raggiunta la maggiore età, può chiedere la cittadinan- za prima di compiere 19 anni.

Online Le fonti Esiodo, Lavorare è la cosa giusta

Cittadino

C6 Agli albori della civiltà greca 157

perché reputavano la maggioranza della popolazione ignorante e capricciosa e dunque inadatta a prendere decisioni politiche. Un’altra forma di governo frequente fu l’affidamento del potere a un unico uomo forte, che i Greci chiamavano tiranno. La parola non ha necessariamente un senso negativo, come in italiano: il tiranno poteva anche essere un cittadino rispettato, che governava nell’interesse collettivo; ma la tirannide era comunque il governo di uno solo, fondato su una rete di amicizie, di protetti e di favori. La tirannide ebbe vita breve nell’antica Grecia costituendo una soluzione di governo soprattutto in Età arcaica, ma fu longeva in Magna Grecia e in Sicilia, dove i Greci di epoca arcaica fondarono numerose colonie, come vedremo nel prossimo paragrafo.

Un esercito di cittadini

Alla formazione delle pòleis greche si accompagnò, a partire dal VII secolo a.C., la nascita di un nuovo modo di combattere , così tipi- co dei Greci da poter essere considerato uno degli aspetti fondamentali della loro civiltà. La pòlis metteva ora in campo un esercito di fanti , formato da quei cittadini che disponevano di un minimo di beni, un po’ di terra o una bottega, e quindi erano in grado di armarsi. Le armi necessarie erano l’elmo e gli schinieri, la spada, e so- prattutto il grande scudo rotondo ; quest’ultimo in greco si chiamava hòplon e il cittadino greco in armi si chiamò “oplita”. Gli opliti combattevano tutti insieme, in una formazione serrata chiamata falange oplitica. Ognuno riparava col suo scudo,

La falange oplitica [disegno ricostruttivo di A. Baldanzi] L’efficacia della tattica della falange era affidata alla forza d’urto di un folto

gruppo di fanti armati pesantemente e schierati a ranghi serrati. Ne risultava una barriera impenetrabile di scudi circolari. La tattica oplitica non lasciava spazio all’iniziativa

individuale. Per essere efficace, la falange doveva infatti muoversi come un unico uomo, con sincronismi perfetti: era un blocco composto da soldati tutti uguali.

falange Schiera, fila serrata di soldati (la paro- la greca significa ‘trave, linea diritta’). Dal linguaggio militare il termine passò poi a quello anatomico (e non vicever- sa, come si crede comunemente), per indicare le ossa delle dita della mano, che si susseguono come i soldati nella falange.

158 Le civiltà dell’Egeo e la Grecia S

impugnato al braccio sinistro, non solo sé stesso, ma il compagno alla sua sinistra; e quelli delle prime file, a contatto col nemico, erano sostenuti dalla pressione di tutte le file dietro di loro. Il valore di un combattente oplitico non consisteva più nel dare prova di sé sconfig- gendo l’avversario in un duello individuale, come era stato per il cavaliere aristocratico, ma nel tenere il proprio posto nella falange, senza arretrare e senza scappare, facendosi ammazzare se necessario sul posto, fi no alla vittoria. Il modo di combattere degli opliti rappresentava insomma anche dal punto di vista simbolico la solidarietà collettiva che univa tutti i cittadini.

3 La grande colonizzazione

Un grande movimento espansivo

Fra l’ 800 e il 700 a.C. , i Greci furono protagonisti di un grande processo espansivo nell’intero spazio mediterraneo, la cosiddetta colonizzazione ellenica. A partire dalle loro città in Grecia, nelle isole dell’Egeo e sulle coste dell’Asia Minore, cominciarono a spingersi nel Mediterraneo e nel Mar Nero e a fondare punti d’appoggio per i loro commerci [► Carta18 ]. Solita- mente, nelle località occupate dai Greci si stabiliva in permanenza un nucleo di abitanti, che dava vita a una nuova comunità ellenica in mezzo alle popolazioni indigene. A que- sti insediamenti si diede il nome di empori , quando furono semplici luoghi di scambio

MAR MEDITERRANEO

MAR NERO

EGITTO

PALESTINA

FENICIA

Sidone

Byblos

Aspendos Sidé

Naucrati

Cirene

Tiro

Leptis

Hemeroscopion Mainake

Cadice

Tangeri Mogador Saldae

Emporion

Agathè

Crotone

Corcira

Siri Leucade Reggio

Apollonia Taranto

Olbia (^) Antipolis Alalìa Cuma Pitecusa Napoli Elea

Agrigento Gela Siracusa

Sibari

Massalia Nicaia

Sulcis Cagliari Palermo Mozia Cartagine

Utica Tapso

Tharros MendèTorone Metone Ambracia Calcide

Potidea

Epidamno

Corinto Sparta

Samo

Cizico ParioLampsaco Abydos Mileto

Astaco

Megara

Eretria

Skionè Focea

Bisanzio

Selimbria Calcedonia Taso

Abdera Perinto

Odesso Apollonia

Tomi

Istro

Citoro Eraclea PonticaCerasunteAmiso^ Trebisonda

Olbia

Teodosia

Fanagoria

Tana

Dioscuriade

Sinope

Panticapea

Tira

OCEANO ATLANTICO

Colonia greca Zona di influenza greca Rotta commerciale greca Colonia fenicia Zona di influenza fenicia

MAR MEDITERRANEO

MAR NERO

EGITTO

PALESTINA

FENICIA

Sidone

Byblos

Aspendos Sidé

Naucrati

Cirene

Tiro

Leptis

Hemeroscopion Mainake

Cadice

Tangeri Mogador Saldae

Emporion

Agathè

Crotone

Corcira

Siri Leucade Reggio

Apollonia Taranto

Olbia Antipolis Alalìa Cuma Pitecusa Napoli Elea

Agrigento Gela Siracusa

Sibari

Massalia Nicaia

Sulcis Cagliari Palermo Mozia Cartagine

Utica Tapso

Tharros MendèTorone Metone Ambracia Calcide

Potidea

Epidamno

Corinto Sparta

Samo

Cizico ParioLampsaco Abydos Mileto

Astaco

Megara

Eretria

Skionè Focea

Bisanzio

Selimbria Calcedonia Taso

Abdera Perinto

Odesso Apollonia

Tomi

Istro

CerasunteCitoro Eraclea Pontica Amiso Trebisonda

Olbia

Teodosia

Fanagoria

Tana

Dioscuriade

Sinope

Panticapea

Tira

OCEANO ATLANTICO

Colonia greca Zona di influenza greca Rotta commerciale greca Colonia fenicia Zona di influenza fenicia Rotta commerciale fenicia

Carta 18 La colonizzazione greca

160 Le civiltà dell’Egeo e la Grecia S

dell’Ellade. All’Italia del Sud gli antichi diedero addirittura il nome di Magna Grecia , ‘Grande Grecia’.

Le successive ondate colonizzatrici

In una fase successiva, a partire dal 650 a.C. , i coloni greci si spin- sero anche più in là: in Nordafrica sulla costa libica, non lontano dall’Egitto, venne fondata la colonia di Cirene ; sulla costa mediter- ranea della Francia nacque Focea, l’odierna Marsiglia, cui si aggiunsero altre colonie ed

Il Mediterraneo è un mare chiuso, di- viso in bacini ben definiti da penisole e puntellato da nume- rose isole, spesso di dimensioni estese. Per queste sue ca- ratteristiche è adatto a una navigazione costiera alternata a traversate di qualche giorno in mare aperto, tipica dei popoli antichi: così viaggiarono, infatti, anche i Greci che colonizza- rono l’Italia meridionale. Verosimilmente i primi colonizzatori affrontarono il lungo viaggio in mare, forti delle informazioni tramandate dai ma- rinai che li avevano preceduti. Poterono prevedere, con una certa tranquillità, l’emergere di scogli pericolosi o i fondali alti, le correnti marine, i capi da doppiare, le distanze tra i punti di riferimento importanti, i tratti di costa favorevoli agli ormeggi, i luoghi nei quali fare rifornimento di acqua e viveri. Prima di attraccare i colonizzatori misuravano la profondità delle acque con uno strumento apposito, lo scandaglio. Ave- vano anche una certa conoscenza dei venti stagionali che battevano il Mediterraneo, fondamentale per gestire le vele, che erano il principale mezzo di propulsione delle navi anti- che (dei remi si faceva un uso limitato a circostanze partico- lari). Non siamo sicuri del tipo di navi adottate dai coloni, è assai probabile però che avessero due timoni, disposti ai due lati della poppa, molto efficaci e precisi. Di giorno i naviganti si orientavano osservando la posizione del Sole all’alba, al tramonto, allo zenit; di notte, si regolava- no in relazione alla posizione delle stelle e al movimento delle costellazioni. Sfruttando a pieno la profonda conoscenza del contesto geografico, i coloni giunsero con successo in Italia meridio- nale e condivisero la necessità di occupare territori ricchi, adatti a favorire lo sviluppo dell’agricoltura e dei traffici, facil- mente difendibili da attacchi esterni. L’ubicazione delle colonie presenta dei tratti comuni: la vici- nanza di rotte commerciali importanti, la prossimità del mare e dei corsi d’acqua, la disponibilità di terre fertili da coltivare. Per l’importanza strategica delle rotte commerciali, esem- plificative sono le fondazioni nel Golfo di Napoli, Cuma in primo luogo, fondata dagli Euboici: il golfo costituiva la base migliore per l’espansione mercantile verso l’estremo Occi- dente. Le rotte dirette verso la Sardegna, la Corsica, la peni-

sola iberica e le attuali coste dell’Italia settentrionale e fran- cesi erano preziose per il rifornimento di materiali pregiati: ossidiana, allume, piombo, rame. Le si raggiungeva da sud superando lo Stretto di Messina, toccando le Eolie e risalen- do infine la costa tirrenica, dove il Golfo di Napoli garantiva un ricovero sicuro con le sue isole. Pitecusa (l’attuale Ischia), la fondazione più antica, era situata non a caso lungo la rotta verso l’Etruria (nell’Italia centro-settentrionale), ricca di gia- cimenti metalliferi. Per mantenere il controllo della navigazione sullo Stretto e il predominio della circolazione delle merci, i Calcidesi oc- cuparono a distanza di poco tempo il sito di Zancle (l’attuale Messina), in Sicilia, e poi quello di Reggio, in Calabria. L’altra rotta possibile per raggiungere i traffici tirrenici da sud prevedeva la circumnavigazione della Sicilia, attraversando il Canale di Sicilia, che era molto pericoloso per via delle secche (i fondali bassi). Siracusa, infatti, per presidiare anche questa rotta, fondò Camarina, che si affacciava proprio sul canale. Particolarmente adatto come riparo per le flotte era l’altro ampio golfo del Sud Italia, il golfo di Taranto, il cui nome de- riva dall’omonima colonia fondata sulle coste pugliesi dagli Spartani. A distanza di pochi chilometri da Taranto, affacciata sul golfo, sorse anche Metaponto. Pur essendo un territorio ricco di risorse, non lontano dalla madrepatria e adatto alla coltivazione, la Puglia, non fu meta di spedizioni coloniali, con l’eccezione di Taranto, perché popolata dagli agguerriti Iàpigi, ben noti già ai mercanti micenei. La ricerca di terre fertili e in posizione strategica, nella costa meridionale della penisola, portò ad alcune fondazioni in valli fluviali. In Calabria, Sibari, la più antica tra le colonie achee, fu fondata in un’area disabitata tra le foci di due fiumi, in una pianura adatta all’agricoltura ma priva di insediamenti indi- geni a causa delle frequenti alluvioni. Un altro esempio è la fondazione di Acragante, in Sicilia, tra due fiumi e a quattro chilometri dal mare: gli antichi dissero che essa aveva «tutti i vantaggi di una città marittima». Un caso assolutamente singolare fu quello di Elea (Velia ro- mana): secondo la testimonianza dello storico Erodoto (V se- colo a.C.), i coloni acquistarono il suolo su cui poi sorse la colonia a seguito di una trattativa con le popolazioni indi-

Le risorse ambientali della Magna Grecia

C6 Agli albori della civiltà greca 161

empori in Corsica e perfino sulla costa spagnola. I navigatori greci erano ormai vicini all’estremo limite del mondo mediterraneo, le Colonne d’Ercole (l’attuale Stretto di Gibilterra). Nella stessa epoca una nuova e ancor più robusta ondata di coloni, provenienti soprat- tutto dalle prospere città ioniche dell’Asia Minore, come Mileto , fondò una fitta rete di scali e colonie nel Mar Nero.

gene; con ogni probabilità questo territorio fu ceduto perché di scarso valore, poco fertile e chiuso verso l’interno da alte montagne, tanto che gli abitanti vivevano prevalentemente di

attività marinare come la salatura del pesce; e tuttavia furono proprio le difese naturali di Elea a fare la sua fortuna, pre- servandola nel tempo dagli attacchi esterni.

ETRUSCHI

Eolie

Cuma

Pitecusa (^) Elea

Taranto Metaponto Sibari

Acragante Camarina

Siracusa

Zancle Reggio

Rotta commerciale attraverso lo Stretto di Messina Rotta commerciale attraverso il Canale di Sicilia

Rotte commerciali in Magna Grecia

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resistenze delle popolazioni indigene con espropri violenti, asservimenti brutali e scoppi di resistenza. Nel complesso però le capacità organizzative, la superiorità militare e la ricchezza dei coloni greci erano tali che opporsi al loro insediamento era impossibile.

4 Essere uomini e donne

nell’antica Grecia

La donna, inferiore per natura

È stato scritto che la città greca è «un club maschile», fondato sull’esclusione delle donne, considerate per natura inferiori agli uo- mini. La donna greca, infatti, a meno che non fosse di famiglia poverissima e quindi costretta a lavorare, era segregata in casa : gli spazi pubblici erano solo maschili. Non incontrava che i familiari, non aveva mai contatti con estranei; erano gli uomini che andavano al mercato. Le donne non partecipavano ai simposi, gli ama- tissimi banchetti fra amici nei quali gli uomini discutevano e si ubriacavano, e forse nemmeno agli spettacoli teatrali, e ovviamente non erano ammesse alle continue riunio- ni dell’assemblea e dei tribunali, ma partecipavano solo alle feste religiose e ai funerali. La condizione di inferiorità della donna cominciava fin dalla nascita. In Grecia l’espo- sizione dei neonati, cioè il loro abbandono da parte dei genitori troppo poveri per alle- varli, era frequente, ma colpiva molto di più le neonate femmine, poste in una pentola di coccio e abbandonate per strada. Le bambine non ricevevano alcuna educazione, se

Una donna e la sua serva nel gineceo, 430 a.C. ca. [Musée du Louvre, Parigi] L’universo destinato alle donne era quello ristretto delle pareti domestiche. Da bambine, da fanciulle, e poi da mogli e madri, le donne crescevano protette e quasi recluse negli spazi del gineceo, la zona della casa loro riservata. Per una donna rispettabile era infatti ritenuto sconveniente uscire di casa troppo spesso e troppo a lungo, se non per le necessità della vita domestica (come recarsi alla fontana pubblica) o in occasione di qualche cerimonia religiosa.

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non l’addestramento ai lavori di casa, ed erano fatte sposare appena raggiungevano la pubertà, intorno ai 12-13 anni, con uomini spesso già sulla trentina, scelti dal padre. Al momento del matrimonio la donna aveva diritto a una dote, che rimaneva in suo possesso e le consentiva di sopravvivere se veniva ripudiata.

Adulterio e concubinato

Uno dei motivi per cui le donne erano chiuse in casa era certamen- te il timore dell’adulterio. L’uomo che seduceva una donna spo- sata era punito con pene gravissime; la pena, paradossalmente, era meno grave per la donna che, non essendo secondo i Greci un essere razionale, non era veramente colpe- vole. La moglie era obbligata alla fedeltà sessuale, ma il marito no, purché, s’intende, non in- sidiasse la moglie di un altro. Un uomo sposato aveva spesso rapporti sessuali e affettivi stabili con una concubina , l’etèra, che la legge considerava quasi come una seconda mo- glie; altrimenti aveva a sua disposizione le serve di casa e le prostitute, sempre presenti ai simposi.

Filosofia e misoginia

I filosofi contribuirono a rafforzare questa mentalità profonda- mente misogina (dal greco ‘ostile alla donna’), “dimostrando” la superiorità naturale dell’uomo rispetto alla donna. Socrate , filosofo del V secolo a.C., fu l’unico a suggerire che in realtà la donna era solo più debole fisicamente e mancava di educa- zione, e che i mariti avrebbero dovuto edu- care le loro giovani mogli a diventare delle vere compagne. Secondo Aristotele , filosofo del IV secolo a.C., la donna è inferiore per natura perché priva del lògos , la ragione, e dunque non ha diritto di parola, e deve obbedire all’uomo. Paradossalmente, l’unica città in cui le donne conservarono la loro li- bertà arcaica fu la meno democratica di tutte, Spar- ta : qui, le madri dei futuri guerrieri dovevano essere in piena forma fisica e pertanto erano autorizzate a frequentare stadi e palestre.

Un’etèra allieta un simposio suonando il flauto, 440 a.C. ca. [Walters Art Museum, Baltimora] La parola greca sympòsion significa, alla lettera, ‘bere insieme’: il simposio era infatti la riunione tipicamente maschile che seguiva il pasto serale, dedicata al bere e accompagnata da discussioni di argomento politico e militare ma anche da momenti di intrattenimento leggero. Era una specie di “rito” attraverso il quale gli aristocratici rinsaldavano i legami e i valori etici del gruppo sociale a cui appartenevano. I convitati, sdraiati su una sorta di divano, poggiando il braccio sinistro su un cuscino e lasciando il destro libero per reggere la coppa, si dedicavano ai brindisi, discutevano e recitavano poesie, secondo i princìpi della raffinatezza e della moderazione: il vino era diluito con acqua, riscaldato o raffreddato con neve. Il momento ludico era allietato dalla presenza di una o più etère, prostitute di alta estrazione sociale, che eseguivano brani musicali accompagnandosi col flauto, e dall’esibizione di poeti. In questo cratere del cosiddetto Pittore di Napoli, due uomini e un giovane imberbe, reclinati sui lettini, ascoltano la musica di un flauto doppio suonato da una donna.

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Il Monte Olimpo , nella Grecia del Nord, dalla cima perennemente nascosta fra le nu- vole, era considerato la dimora delle divinità. Immortali , gli dèi non erano però onnipotenti; su tutti sovrastava la potenza invincibile del destino, il Fato. La religione greca contemplava anche figure di semidei e di eroi , esseri dotati di caratteristiche straordinarie, nati dall’unione tra divinità e mortali; il più popolare era il fortissimo Eracle , l’Ercole dei Romani, figlio di una mortale, Alcmena, e di Zeus.

I santuari e i templi

Al pari di tutti gli altri popoli, i Greci onoravano i loro dèi con sacrifici di animali e offerte votive di oggetti preziosi. Il culto si celebrava in spazi sacri : i santuari, urbani o extraurbani, e i templi, che ospitavano la statua del dio. I santuari più importanti non appartenevano alle singole città, ma erano panellenici , che vuol dire ‘di tutti i Greci’. I più famosi erano quello di Apollo a Delfi e quello di Zeus a Olimpia. A Delfi giungevano pellegrini da tutta la Grecia e anche da più lontano per interrogare l’ oracolo , celebre nell’intero bacino del Mediterraneo. Si cre- deva infatti che qui il dio Apollo rispondesse alle domande che gli venivano poste, per bocca di una sacerdotessa, la Pizia , che sentenziava responsi oscuri e difficili da decifrare. Proprio la sensazione che il destino umano dipendesse da potenze celesti misteriose, difficili da interpretare, e tuttavia ben presenti, spiega l’enorme peso che i Greci davano alle profezie. Nell’Età arcaica i Greci incominciarono a costruire templi monumentali nei santua- ri e in contesti urbani specifici rielaborando probabilmente le strutture architetto- niche dei palazzi e delle tombe dell’età micenea [► 5.4 ]. Il tempio greco , col suo frontone triangolare che poggia su poderose colonne di marmo, è una delle grandi creazioni della civiltà ellenica, diffuso poi nelle colonie della Magna Grecia e ripreso dai Romani.

Il consesso degli dèi sull’Olimpo, 530-525 a.C. [part. del fregio del Tesoro dei Sifni, Delfi; Museo Archeologico, Delfi] Nel frammentario rilievo proveniente dal Tesoro dei Sifni è rappresentata un’assemblea degli dèi che esprimono la compostezza e l’autorevolezza proprie dei signori del mondo celeste pur assumendo atteggiamenti umani: sono infatti intenti a discutere sul destino di Troia, le cui sorti si stanno “giocando” nei combattimenti descritti lungo tutto il fregio.

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I miti Come accadeva presso tutti i popoli, i Greci tramandavano in- numerevoli storie riguardanti gli dèi, le loro parentele e le loro imprese, e i loro frequenti e spesso rovinosi rapporti con gli esseri umani. Queste storie erano chiamate dai Greci my`thoi , che vuol dire ‘racconti’ ; da qui deriva la pa- rola mitologia , con cui noi indichiamo l’insieme delle storie leggendarie di ciascu- na religione. La mitologia greca non era unica e a sé stante: gli impressionanti paral- lelismi con i testi mitologici del Vicino Oriente fanno pensare che sotto questo aspetto, come sotto molti altri, la civiltà ellenica abbia risentito di fortissime influen- ze orientali.

Gli dèi a garanzia dell’ordine del cosmo

Si saranno chiesti in molti se i Greci, così come gli altri popo- li antichi, credessero davvero agli dèi e alle leggende racconta- te dalla mitologia. In realtà, il verbo “credere”, così centrale nel cristianesimo, non è altrettanto fondamentale per capire l’atteggiamento di un poli- teista. I Greci stessi sapevano che molti miti si contraddicevano fra loro e che certe storie su questo o quel dio potevano essere false. Ma la loro religione non chiedeva di “credere” a una verità rivelata, di obbedire a comandamenti e di guadagnarsi la sal vezza dell’anima. Chiedeva solo di essere giusti e pii, il che significava due cose: osservare le leggi e onorare gli dèi , che garantivano il mantenimento dell’ordine nel mondo.

Ricostruzione di un tempio greco [disegno di D. Spedaliere] Questa veduta assonometrica mostra gli elementi tipici dell’edificio religioso greco. 1 Nel cuore del tempio, il nàos, era custodita la statua, solitamente di dimensioni colossali, della divinità cui era dedicato il tempio. 2 Sculture e bassorilievi ornavano il triangolo del timpano (sotto le falde del tetto). 3 Un fregio circondava il tempio sopra l’architrave sorretto dalle colonne. 4 Tutta la struttura poggiava su un basamento di blocchi di pietra squadrata.

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La vita religiosa consisteva soprattutto nella partecipazione alle numerosissime feste che scandivano l’anno: erano processioni, sacrifici e giochi celebrati in onore delle divinità, che rappresentavano interessi e desideri concreti, condivisi da tutti (la fertilità, la pro- sperità della città, la riuscita di un’impresa militare).

L’empietà e la tracotanza umana

Interrompere le feste per i Greci era incomprensibile: chiunque interrompeva le feste o i sacrifici, o mancava di rispetto ai templi offendeva gli dèi, macchiandosi di empietà. Ma offendeva gli dèi anche chi era troppo spavaldo e sicuro di sé, chi conosceva solo il successo e credeva di essere destinato alla vittoria e alla felicità, chi insomma dimenticava che l’uomo è pic- colo e indifeso davanti al mistero del destino, e non rendeva agli dèi l’omaggio dovuto per ringraziarli della prosperità che gli avevano concesso. I Greci avevano un termine per designare questo atteggiamento, hy`bris , ‘tracotanza’, ed erano certi che chi si macchiava di questa colpa prima o poi l’avrebbe pagata in modo terribile.

6 Le Olimpiadi e l’ideale atletico

I Giochi olimpici Strettamente legata al culto religioso era un’altra invenzione della civiltà greca che nacque durante il periodo arcaico: i giochi, e in particolare i Giochi olimpici. Sappiamo che altri popoli, come i Minoici e i Fenici, ono- ravano i loro dèi con danze ed esercizi ginnici, ma nessuno diede importanza a questa tradizione come i Greci. In un’epoca imprecisata, che secondo la tradizione antica andrebbe collocata addirit-

Tre corridori, 333-332 a.C. [British Museum, Londra]

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tura nel 776 a.C., ma più probabilmente verso il 600 a.C., nacque la consuetudine per cui ogni quattro anni cittadini di tutte le città greche si ritrovavano al santuario di Zeus a Olimpia , e gareggiavano per onorare il dio, dopo aver sacrificato in suo onore ben cento buoi. All’inizio si trattava soltanto di una gara di corsa, sulla lunghezza che i Greci chiama- vano stàdion , pari a circa 200 metri (secondo la leggenda, era la lunghezza del piede di Eracle); da qui è nata la nostra parola “stadio”. In seguito si aggiunsero molti altri sport: lotta, pugilato, corsa dei carri, e il pèntathlon (‘cinque sport’), che comprende- va lotta, corsa, salto in lungo, lancio del giavellotto e del disco. I Giochi, che in origine duravano un solo giorno, si estesero fino a cinque giorni; gli ultimi due erano dedicati a celebrazioni religiose. I Giochi di Olimpia, chiamati anche Giochi olimpici o Olimpiadi , avevano un’enorme importanza nell’immaginario greco. I vincitori ricevevano in premio soltanto una corona di foglie d’ulivo , ma erano onorati come eroi, diventavano famosi in tutto il mondo ellenico, e ricevevano spesso ricchi doni al loro ritorno a casa.

La celebrazione dell’identità greca

I Giochi erano una delle occasioni in cui gli Elleni celebravano la propria comune iden tità , riconoscendosi come un unico popolo nonostante le feroci rivalità che dividevano le pòleis. Solo i maschi liberi che parlavano greco erano ammessi a gareggiare, e la celebrazione dei Giochi pro- vocava la sospensione di tutte le guerre in corso, per consentire il libero accesso a Olimpia. L’orgoglio di essere Greci e la capacità di riconoscere negli altri Greci, anche nemici, dei fratelli davanti agli dèi è uno dei tratti più affascinanti della civiltà ellenica.

L’ideale atletico La grande importanza dei giochi atletici è certamente collegata con l’enorme interesse per il corpo maschile e per la forma fisica, carat- teristico della cultura ellenica. Fin dall’Età arcaica la scultura rap- presentava giovani uomini nudi, i koùroi , mentre le equivalenti statue femminili, le kòrai , erano vestite. La stessa ammirazione per il corpo maschile si ritrova nelle gare sportive e nei molti giochi, locali o panellenici, riservati agli uomini. Per ogni cittadi- no greco la palestra era un luogo familiare, l’allenamento all’atle- tica un’abitudine diffusa, anche se riservata prevalentemente agli aristocratici e ai cittadini agiati. L’uomo greco non era considerato completo se non era atletico. I Greci esprimevano quest’idea con l’aggettivo kalokagathòs , com- posto di kalòs , ‘bello’, e agathòs , ‘buono’. Quest’ultimo termine non va inteso nel senso cristiano della bontà d’animo: essere “buo- no”, per i Greci, significava essere nobile, ricco, bene educato, coraggioso. Dunque, quello che caratterizzava la civiltà greca era la convinzione che i “buoni” devono essere anche belli : che l’e- ducazione e la cultura devono accompagnarsi alla bellezza fisica, alla cura del corpo, all’eccellenza sportiva. Non stupisce, a questo punto, che alle gare sportive in Grecia partecipassero i cittadini più nobili, i politici in vista, e perfino i tiranni: vincere una gara a Olimpia significava dimostrare d’essere migliore in tutto e pro- tetto da Zeus.

Scena di incoronazione, VI sec. a.C. [British Museum, Londra] Il premio riservato agli atleti vincitori era una semplice ma prestigiosa corona di olivo selvatico.

Monumenti e territorio Il santuario di Olimpia