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Tipologia: Sintesi del corso
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*Le strutture cognitive umane non sono in grado di cogliere la complessità dell’ambiente e, di conseguenza, sono obbligate a ricorrere alla semplificazione nel tentativo di ricostruirlo per riconoscerlo. È inevitabile “distinguere/discriminare” per creare categorie che includono o escludono in base a determinate caratteristiche. Lo stesso concetto di “essere umano” deriva da una selezione di caratteristiche. L’operazione di distinzione indica una necessità; bisogna essere consapevoli dell’inevitabilità dell’operazione di distinzione che è uno strumento per la sopravvivenza nell’ambiente ed è il presupposto per l’elaborazione di strategie di gestione e di controllo. Il risultato dell’operazione di distinzione/discriminazione è sensibile ai cambiamenti che avvengono intorno a noi (il contesto) e nel quale siamo inseriti e interagiamo (con soggetti che riconosciamo come simili). La nozione di “disabilità” ha a che fare con la discriminazione/distinzione operata dagli esseri umani nei confronti di altri esseri umani. In questo casa, la dicotomia abile/disabile può determinare l’inclusione o l’esclusione dalla stessa specie umana (un disabile può essere non-pienamente-umano). *Il fenomeno della disabilitazione è il risultato di un esercizio del potere di distinguere/discriminare fra essere umani. Utilizzeremo i termini “INTRALCIO” e “DISABILITAZIONE” al posto di “menomazione e disabilità”. Il primo punto da tenere in considerazione è l’originaria distinzione tra corpi pienamente-umani e corpi non-pienamente-umani (menomazione). Ne consegue che tutti i corpi che si conformano al modello saranno giudicati pienamente-umani mentre tutti quelli che presentano differenze, che si discostano dal modello verranno giudicati non- pienamente-umani. Fondamentale è il linguaggio che si utilizza: basterebbe dire “Non tutti i corpi umani hanno due occhi, ne esiste almeno uno che ne ha tre”. Ciò sarebbe utile per ampliare la prospettiva cognitiva in modo da riuscire a gestire un maggior grado di complessità e ad essere preparati. Ciò permetterebbe di essere maggiormente flessibili negli atteggiamenti e comportamenti nei confronti del diverso, del corpo “eccezionale” poiché la sua esistenza sarebbe già prevista.
Nell’ambito dei Disability Studies, la critica radicale alla presunta esistenza di fatti meramente naturali è tipica delle posizioni riconducibili ai Critical Disability Studies. I termini “menomazione”, “deficit” continuano a mantenere inalterato il ruolo che la nominazione gioca nella discriminazione/distinzione. La nominazione si fonda, infatti, su una valutazione arbitraria di ciò che non si considera normale. In questo caso l’autodefinizione del soggetto “meno” non vale a nulla: non può essere considerata legittima perché proviene da qualcuno che è “meno”. È evidente che le autodefinizioni degli individui intralciati costituiscono sempre un pericolo per la tenuta dell’insieme di nominazioni costruite per escluderli dal gruppo dei pienamente-umani. Diviene, quindi, necessario costruire un’impalcatura giustificativa il cui scopo è convincerli della bontà delle operazioni di discriminazioni effettuate. Elaborare e avere a disposizione una classificazione oggettiva che caratterizzano un essere pienamente umano in salute è un passaggio obbligato che gli essere pienamente-umani devono compiere per convincersi della loro correttezza. Una volta stabilita la legittimità di tale esclusione è necessario intervenire per modificare la situazione dei corpi intralciati e disabilitati, perché essi vengono posti sotto la tutela dei “pienamente-umani”. Essi sono chiamati a parlare e a decidere “in modo e per conto” degli individui disabili, in quanto loro rappresentanti. Sembra prevalere, ancora, l’istituzionalizzazione dei corpi intralciati in base all’idea che “per loro” sia meglio poter disporre di luoghi dedicati e separati dalla comunità dei pienamente-umani. Nascono, a questo punto, istituzioni/agenzie/associazioni preposte. Uno degli effetti più invasivi del processo di disabilitazione è la sottrazione delle abilità di parlare per sé stessi, nel proprio linguaggio, di negoziare le proprie decisioni, di esprimere liberamente il proprio consenso e dissenso rispetto agli interventi progettati e attuati da altri. Si parla di un’invisibilizzazione dei disabili, all’isolamento. *Esistono alcune strategie per una minore esclusione:
La scuola rappresenta un contesto culturale e simbolico-relazionale dove si generano incontri/scontri tra sistemi di credenze e modelli culturali della diversità di cui i docenti stessi sono portatori e che, quindi, condizionano i modelli degli allievi. Anche in questo caso, l’attribuzione stereotipata e negativa della disabilità si caratterizza per una svalutazione della genesi culturale, sociale e politica, attribuendo il risultato come un “dato naturale” dovuto alle qualità negative possedute. *Le RAPPRESENTAZIONI SOCIALI sono fenomeni cognitivi che impegnano gli individui che abitano un contesto sociale all’interiorizzazione delle pratiche e delle esperienze; sono modelli di condotta e di pensiero che governano il nostro rapporto con il mondo, guidando e organizzando la condotta sociale e la comunicazione. Moscovici definisce le rappresentazioni sociali come un modo specifico di esprimere le conoscenze in una società o nei gruppi che la compongono, come una conoscenza condivisa. Esse assumono il valore di pratiche di conoscenza ambientale, strutturando la realtà e “edificando” le condotte. Il sistema rappresentazionale permette al linguaggio di costruire significati condivisi, che porteranno al dialogo. I SIGNIFICATI CULTURALI organizzano e regolano le pratiche sociali, influenzano la nostra condotta e hanno effetti reali e pratici. Hall afferma che il DISCORSO riguarda la produzione di conoscenza attraverso il linguaggio; definisce e produce gli oggetti della nostra conoscenza definendone il significato. I discorsi si inseriscono nella trama dei rapporti di potere che caratterizzano i sistemi sociali. *Sono varie le ricerche prodotte in Italia:
Viviamo in un mondo di norme. Il problema diventa, non tanto la persona con disabilità, ma il modo in cui la normalità è costruire per creare il problema della persona con disabilità.
La scuola appare, quindi, come un laboratorio privilegiato dove si sperimenta la saldatura tra competizione, valutazione oggettiva e meritocrazia, i nuovi lavori fondanti del lavoro, della cultura e della socialità. La meritocrazia rappresenta un sistema di riproduzione sociale e configge apertamente con le finalità democratiche e inclusive della scuola. *Il sistema scolastico non equivale alla sola azione didattica; non possiamo sottovalutare il fatto che si trova all’interno di sistemi politici, economici, sociali e culturali che lo contengono, capaci di determinare anche le scelte didattiche di esclusione e selezione. L’attività didattica dovrebbe essere in grado di eliminare gli stereotipi, modificare gli atteggiamenti negativi nei confronti della disabilità, superare i pregiudizi personali. La scuola dovrebbe essere agente di mutamento sociale.
Si tratta di una macro-categoria che raccoglie tre sottocategorie:
Le associazioni dei familiari delle persone con disabilità hanno elaborato un Disegno di Legge, proprio a partire da questi aspetti problematici, interpretati come espressione di una vera e propria crisi del modello scolastico dell’integrazione. L’INSEGNANTE INCLUSIVO deve rappresentare una figura che nell’esercizio delle sue funzioni magistrali sia in grado di rispondere alle criticità emerse nei differenti sfondi analizzati. Un insegnante in grado di essere protagonista attivo e non passivo rispetto al proprio tempo e alle sfide poste dalla domanda sul senso dell’educazione e dell’educare. *Questo nostro tempo si contraddistingue per alcune caratteristiche peculiari che generano disuguaglianze, determinano categorizzazioni, centrando l’attenzione sul prodotto finale. Allo stesso tempo assistiamo a una maggiore presenza di pratiche valutative eterodirette che entrano nella quotidianità della gestione della vita scolastica e sociale, tendenti a indirizzare e confermare le categorizzazioni e gli standard di merito, senza la possibilità di agire in maniera difforme. Dall’altra parte, vi è la necessità di rispondere sul piano delle azioni educative e didattiche alle innumerevoli differenze che caratterizzano gli allievi che abitano a pieno titolo la scuola odierna. Questi casi sono però visti in maniera differente al punto da trasformare gli insegnanti in agenti. L’INCLUSIONE O l’INCLUSIVITA’ della scuola e della società non si risolve in un’azione rivolta alle singole o specifiche categorie di allievi e individui per consentire di stare con tutti gli altri in modo che possano fare come tutti gli altri. In questa interpretazione dell’inclusione tali categorie, beneficiando di una normativa benevola, sono accolte nei contesti comuni. Essi, a seguito di adattamenti ragionevoli, consentiranno l’accesso e la permanenza presso la struttura accogliente. Operare inclusivamente, a livello individuale e collettivo, significa agire sui dispositivi, sui meccanismi che regolano le azioni e le stesse contesti in vista di una loro trasformazione. In ambito educativo l’inclusione si configura come una sfida alla normativa (tipica della scuola regolare) finalizzata ad un cambiamento sistematico che vuole rimuovere tutte le barriere che escludono/discriminano chiunque. Cerchiamo di delineare le 3 dimensioni principali:
Didattica con gli EAS Flipped Lesson Didattica socio-emotiva Proposte metodologiche orientate all’applicazione dei principi dell’Universal Design for Learning. Ciò che però occorre è un’accortezza metodologica e politica; vi deve essere il supporto delle evidenze scientifiche. Devono sussistere la co-progettualità tra gli insegnanti e il co-insegnamento, basato sul team teaching (fattore cruciale nella/della didattica inclusiva). L’insegnante inclusivo si configura come un docente che ha un approccio tecnologico della didattica.