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riassunto degli argomenti principali del Disability Studies
Tipologia: Sintesi del corso
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Caricato il 10/07/2020
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base a varie caratteristiche. La mente (le strutture cognitive umane) tende a semplificare l’ambiente per favorire l’orientamento nell’ambiente stesso e l’interazione con esso.
all’elaborazione di atteggiamenti, comportamenti più adeguati a interagire con chi è incluso in quel gruppo, distinguendolo da chi non lo è. L’operazione di distinzione indica una necessità che non può essere evitata. Quindi, per raggiungere l’inclusione di tutti è ingenuo dire che si dovrebbero evitare ed eliminare le distinzioni. Bisogna essere consapevoli che è impossibile evitare distinzioni perché l’operazione di distinzione può essere definito uno strumento per la sopravvivenza nell’ambiente. Non bisogna arrivare
effetti indesiderati. Se la distinzione/discriminazione è inevitabile, ciò non significa che conduca sempre agli stessi risultati, perché essi dipendono dall’insieme delle caratteristiche selezionate fra un numero infinito e che varia in base al singolo individuo e all’ammontare delle conoscenze possedute da quest’ultimo.
Si tratta di un giudizio emesso sulla base di un modello di esser umano costruito selezionando un certo numero di caratteristiche indicate come “ideali” per la corretta definizione della categoria
Di fronte alla novità, al “non normale” ci si dovrebbe porre in un determinato modo: le nuove informazioni (ad es. la prima volta che si vede una persona senza braccia) dovrebbero essere assimilate in modo da poter gestire, essendo già preparato (avendo assimilato la novità), il proprio
un caso di menomazione…una persona che non ha le braccia) perché la possibilità della sua esistenza è già stata prevista (ho già visto una persona senza braccia). Purtroppo, questo raramente si verifica perché si tende a pensare che ad es. che tutti dovrebbero
giudizio di fatto ma è un giudizio di valore che giustifica l’esclusione dalla categoria degli
norma possano e debbano essere accettati per essere inseriti in quel determinato gruppo. Inoltre, anche le persone che son state inserite in un determinato gruppo ma che sostengono tesi diverse e in contrasto rispetto a quelle sostenute dalla maggior parte dei componenti appartenenti
Quindi, il gruppo andrà a creare delle giustificazioni buone e coerenti con la visione complessiva dell’intero gruppo per le discriminazioni effettuate. Queste giustificazioni (che diventano premesse) non sono solamente delle proposte ma vengono
vengono trasformate in verità (che devono valere per tutti) e valori che devono orientare l’azione di tutti, pena la rottura del sistema. La discriminazione/distinzione deve essere attuata attraverso una conferma del giudizio emesso su un corpo. Il processo di discriminazione/distinzione comprende un processo di disabilitazione che
pratiche condivise dalla comunità dei pienamente-umani.
essa è impossibile stabilire una determinata mancanza.
pienamente umano “in salute”, come quella fornita dall’ICF, è un passaggio obbligato che gli esseri pienamente umani devono compiere per potere convincersi e convincere della correttezza delle
Questo processo di disabilitazione permette di escludere dalla partecipazione alla comunità i corpi
deriva dall’incapacità di essere o di fare “come gli altri”.
individui interessati, a stabilire quali interventi siano i più adeguati a correggere/modificare una situazione “inaccettabile” e “tragica”, e questi interventi potranno essere sia di natura medico- riabilitativa, sia di natura culturale, sociale e politica.
L’approccio per il quale modificare le strutture della società condurrebbe direttamente alla modificazione ed eliminazione degli stereotipi e pregiudizi nei confronti degli individui intralciati e
nonostante esso abbia dimostrato di aver fallito, come ammettono anche alcuni teorici del modello sociale “forte”, quali Colin Barnes. Non rimane che sperare che un modello che non ha funzionato finora funzionerà nel futuro, continuando ad imporlo come il più adeguato, se non l’unico possibile.
al di là delle loro differenze, privilegiando principi morali come il rispetto, il riconoscimento, ecc.
fra varie opzioni, a seguito della quale essa viene ritenuta più vera e più buona di altre, e dunque da preferire per tutti. Ma il punto è che anche in questo caso questa selezione è stata operata da individui pienamente umani, mentre gli individui intralciati e disabilitati, più in generale “esclusi”, continuano a non ricoprire un ruolo attivo, essendo posti sotto la tutela dei pienamente umani. In questo caso, inclusione finisce per diventare un concetto ambiguo dato che il suo significato più profondo rinvia alla partecipazione di tutti. Ciò vale quando l’inclusione è pensata in riferimento alle istituzioni politiche, sociali, culturali, economiche, religiose, scolastiche già esistenti, perché esse sono state costruite non tenendo conto le necessità e i punti di vista degli individui intralciati e disabilitati. Il sistema educativo è una di tali istituzioni che ha come pubblico di riferimento individui che sono ancora considerati sotto tutela di altri per la loro età e, nel caso di disabilità, si aggiunge la necessità di tutela per incapacità. L’inclusione, qui, è delegata a un insieme di “adulti normali” che ricoprono posizioni di potere diverse e che rappresentano gli interessi dei minori (insegnanti e genitori in primo luogo). Dato che questi soggetti sono chiamati ad esercitare il potere di includere, dovrebbero possedere conoscenze adeguate per prendere decisioni corrette per un’effettiva inclusione dei minori tenendo conto delle loro differenze. Accade che l’inclusione viene realizzata a partire dalle limitate conoscenze a disposizione e ciò può condurre a risultati indesiderati e contraddittori. Si potrebbe dire che soltanto un’inclusione formale può essere realmente realizzata.
CAPITOLO 2 PRATICHE DELLA DISABILITÀ NEI CONTESTI EDUCATIVI È importante approfondire il ruolo e la politica di agenti culturali e sociali con compiti fondamentali nella costruzione di spazi relazionali. Si prenderà in esame la scuola. La scuola svolge un ruolo importante nella produzione culturale della differenza e della disabilità: le pratiche didattiche e pedagogiche tendono spesso a confermare alcuni stereotipi. LA SCUOLA COME CONTESTO Il contesto rappresenta non solo lo spazio in cui si creano relazioni ma esso stesso è coinvolto nella costruzione della propria esperienza di vita. La scuola è il luogo dove non solo impariamo a scoprire chi siamo ma anche chi potremmo essere, è il luogo dove veniamo continuamente proiettati nel futuro e confrontati con le nostre potenzialità. Il compito della scuola dovrebbe riguardare la formazione dell’identità fornendo opportunità di sviluppo di un’identità positiva. La costruzione dell’identità diventa un elemento costitutivo della pratica educativa nella scuola, generando apprendimenti. Come evidenzia l’approccio socio-costruttivista, la conoscenza è il risultato di un processo di co- costruzione da parte dei diversi partecipanti al contesto educativo. La scuola rappresenta un contesto dove si generano incontri/scontri tra modelli culturali diversi dove i docenti sono portatori e condizionano i modelli culturali degli allievi. SUL CONCETTO DI RAPPRESENTAZIONE Le rappresentazioni sociali sono modelli di condotta e di pensiero che governano il nostro rapporto con il mondo e gli altri, guidando e organizzando la condotta sociale e la comunicazione. Le rappresentazioni sociali costituiscono dei processi di organizzazione costruzione simbolica della realtà. Il sistema rappresentazionale permette al linguaggio di costruire significati condivisi, affinché sia possibile il dialogo tra partecipanti alla costruzione culturale e all’interpretazione del mondo. I significati culturali influenzano la nostra condotta. Foucault definisce il concetto di discorso e secondo lui il discorso interessa la produzione di conoscenza attraverso il linguaggio. Secondo l’autore francese il discorso produce gli oggetti della nostra conoscenza, definendone il significato. QUALE DISCORSO VIENE PRODOTTO NELLA SCUOLA? La ricerca di Medeghini sottolinea le categorie dominanti nelle rappresentazioni della disabilità. La categoria ad essere maggiormente utilizzata è quella classificatoria e deficitaria per il peso attribuito alla tipologia del deficit per la progettazione, la definizione degli obiettivi e l’organizzazione del lavoro in classe. Un’altra categoria presente nel pensiero degli insegnanti è quella della dipendenza, quale caratteristica problematica tipica degli studenti con disabilità che richiede l’intervento di un aiuto (l’insegnante di sostegno). Sono rintracciabili almeno tre coordinate semantiche del discorso che si riproduce nella scuola; coordinate che provengono dal macrocontesto dentro il quale la scuola è situata.
produce una comprensione di sé stessi, del proprio corpo e del rapporto con altri esseri umani, con altre specie e con l’ambiente e comprende la modalità attraverso la quale si viene giudicati dagli altri. Inoltre, l’abilismo è stato usato da diversi gruppi sociali per giustificare il loro elevato livello di diritti a scapito di altri gruppi. La contrapposizione abilismo/disabilismo rappresenta un insieme di pratiche che promuovono un trattamento diverso delle persone a causa di presunte disabilità. L’abilismo costituisce un’ideologia che produce un particolare tipo di sé e di corpo (lo standard corporeo) perfetto. Da un punto di vista abilista, il deficit è negativo e dovrebbe essere compensato con procedure per permettere al disabile di rispondere alle richieste del contesto/dell’ambiente. Secondo tale paradigma il disabile è considerato non abile a svolgere attività “normali”. Con l’abilismo si ottiene un dispositivo di gestione sociale che porta a differenziare e ad escludere i disabili, visti come improduttivi.
dovrebbe essere capace di badare a sé stesso e ai propri bisogni in una società basata sulla competizione e sulla concorrenza. Portare i disabili ad autoconvincersi di ciò può contribuire a garantire che non facciano troppe richieste alla società. La disabilità rimanda alla dipendenza; la dipendenza dei disabili non è una caratteristica che li contraddistingue come di natura diversa dal resto della popolazione, ma di grado diverso. L’ideologia dell’indipendenza ci insegna che se non siamo in grado di fare tutto per noi non possiamo trovare il nostro posto nella società. L’abilismo è stato storicamente presente nelle scuole e nella società in generale, e la sua presenza è legata alla lettura della disabilità secondo il modello medico. La rappresentazione dell’alunno e della persona disabile deriva dal confronto con il prototipo abile. La scuola che fatica a costituirsi come organizzazione flessibile e come contesto culturale in continuo mutamento, si mostra come un’istituzione abilista che non tiene conto dell’intera gamma delle capacità mentali e fisiche di tutti i suoi alunni. L’ideologia abilista crea degli spazi che portano all’esclusione di studenti disabili dagli spazi condivisi dai compagni di classe. La separazione e la “segregazione” di alcuni alunni disabili in gruppi o luoghi speciali porta a mostrare una differenza che caratterizzerà anche la loro vita adulta. Lo spazio è fondamentale per la costruzione dell’identità dei bambini sia disabili che non disabili. Gli stereotipi tendono a creare differenze attraverso una divisione tra il normale e l’anormale.
Il concetto di meritocrazia è strettamente connesso all’abilismo. Il concetto di meritocrazia tende a valorizzare solo il lavoratore produttivo. Il termine meritocrazia fu utilizzato per primo da Michael Young. Secondo il sociologo inglese, alcune riforme fondate sull’uguaglianza promuovono una selezione basata sull’intelligenza. In questo modo l’istruzione non viene impartita a tutti nello stesso modo ma iene differenziata in base alle capacità intellettuali. Secondo la meritocrazia è l’intelligenza la capacità che permette di aumentare la produzione e la crescita economica. La parola meritocrazia fu in seguito usata con un significato positivo, per definire l’ideale della società giusta.
Le cause del fallimento degli studenti sono attribuite ad un elemento individuale, all’incapacità individuale di adattarsi a un sistema meritocratico. Secondo Butera la meritocrazia nuoce all’apprendimento in quanto crea un clima di confronto tra gli allievi e limita le capacità cognitive richieste per apprendere. Diversamente dagli obiettivi dell’apprendere e dell’apprendimento la meritocrazia dà importanza al risultato finale e alla sfida con l’altro. Scopo della meritocrazia sono la performance e l’eccellere rispetto ad altri, mentre lo scopo dell’apprendimento è l’acquisizione delle conoscenze. Il sistema scolastico è sempre più improntato a criteri di meritocrazia e sempre più vengono introdotti strumenti di valutazione selettiva. L’obiettivo è quello di costruire una scuola capace di produrre competenze misurabili secondo criteri oggettivi e validi a livello internazionale. Tutto questo fa presagire la possibilità che tutto ciò che non sarà oggettivamente misurabile rischierà di essere escluso dal sistema, considerando l’obiettivo di raggiungimento dell’uniformità nei livelli di istruzione dei paesi europei in vista della competizione a livello globale. Il sistema meritocratico costruisce l’individualismo, generando un’incapacità nei soggetti di trarre vantaggio dai lavori di gruppo.
A cominciare dalla Direttiva del dicembre 2012, e a seguire con una serie di Circolari e Note Ministeriali (marzo-giugno-novembre 2013), il MIUR introduce la macro-categoria dei BES. Si tratta di una macro-categoria che raccoglie tre sottocategorie:
l’espressione “barriere all’apprendimento e alla partecipazione” al posto di “Bisogno Educativo Speciale”. Questa decisione è significativa per l’Inghilterra che aveva già usato questa definizione negli anni Settanta del secolo scorso. Molti studiosi dell’inclusione scolastica mettono in guardia rispetto ai pericoli derivanti dall’uso di questa macro-categoria dei Bisogni Educativi Speciali. Il concetto di bisogno educativo speciale e il suo linguaggio sono considerati un pericolo per lo sviluppo di una scuola inclusiva perché:
Come si vede anche dai Piani di Accoglienza per l’Inclusione (PAI), la scuola evidenzia il numero degli alunni con disabilità o con BES per capire quante risorse finanziarie, umane e strutturali necessiti per rispondere alle esigenze degli studenti. Così facendo sposta ancora una volta l’attenzione dalla causa (ad esempio forme organizzative, curriculari, didattiche, valutative e pedagogiche rigide) agli alunni (con disabilità e/o Bisogni Educativi Speciali). Infine, il PAI resta ancora una volta una progettazione separata da quella del Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF). L’EDUCAZIONE INCLUSIVA E LA RICERCA
seconda dei contesti e degli studiosi che la conducono. È possibile identificare due linee generali di ricerca:
paradigma teorico che non è più quello dei Bisogni Educativi Speciali e/o integrativo ma quello dei Disability Studies. Le premesse teoriche dei Disability Studies permettono agli studiosi dell’educazione inclusiva di uscire dal paradigma integrativo che ha caratterizzato l’Italia negli ultimi decenni, ma soprattutto
Andremo a mostrare come sia possibile contribuire allo sviluppo di normative che possano effettivamente portare allo sviluppo di pratiche inclusive e non soltanto integrative
obiettivi specifici. Il processo che produce la normativa educativa non è solamente il risultato di decisioni prese a livello governativo e poi attivate a livello scolastico. Ma, l’elaborazione e la formulazione delle politiche educative sono il risultato di una serie di battaglie combattute da diversi attori dell’apparato istituzionale (ad es. docenti, genitori, alunni, dirigenti, responsabili delle politiche) che si scontrano per raggiungere ognuno i propri obiettivi (a volte dimenticando gli alunni). Ad esempio, i dirigenti, i coordinatori per il sostegno e i genitori sono determinanti nel garantire lo sviluppo e la messa in atto di specifiche pratiche scolastiche più o meno inclusive. Spesso ci troviamo di fronte a genitori che interpretano l’inclusione come una battaglia per ottenere un numero maggiore di ore di sostegno, oppure di dicenti di sostegno che interpretano l’inclusione come una serie di progetti extra-scolastici ben organizzati.
australiane. Si tratta di un’ipotesi secondo la quale l’insuccesso di una politica educativa deriva dalla sua mancata o scarsa applicazione nella pratica scolastica. La disciplina dei Disability Studies ci può aiutare a comprendere in che modo sia possibile condurre un’analisi critica della normativa esistente, investigandone l’uso del linguaggio (si tratta di un linguaggio medico o pedagogico?), oppure indagandone le modalità di interpretazione della politica stessa da parte di coloro che dovranno attivare tale politica nella pratica scolastica. I Disability Studies spingono lo studioso di politiche educative a indagare attentamente i testi delle norme, spesso riconoscendo che il problema di fondo è nella normativa stessa, piuttosto che nella sua mancata o scarsa applicazione. Anche l’integrazione che è applicata dai docenti di buona volontà non necessariamente porta alo sviluppo di pratiche inclusive, per la natura intrinseca della normativa integrativa che pone la sua attenzione ancora sull’alunno con disabilità piuttosto che sulla riforma del sistema scolastico.
Dall’analisi delle politiche educative sono emersi degli elementi in comune alle varie normative;
Le normative definite di stampo inclusivo, generalmente:
quando le normative degli studenti con disabilità e BES sono addirittura competenza di ministeri differenti;
altri obiettivi sostenuti dal governo, quali la competizione tra scuole, il raggiungimento di standard elevati nei test internazionali (es PISA);
coinvolti nella progettazione iniziale della normativa;
È possibile elencare le caratteristiche che le politiche educative inclusive dovrebbero avere:
diverse interpretazioni di una stessa politica nelle differenti scuole del territorio e favorire un’unica interpretazione della politica emanata;
istruzione esistente;
SECONDA PARTE CAPITOLO 4 L’INSEGNANTE INCLUSIVO E LA SUA FORMAZIONE UNA QUESTIONE APERTA NELL’OTTICA DEI DISABILITY STUDIES IL PUNTO DI VISTA DEI DISABILITY STUDIES LO SFONDO POLITICO-SOCIALE Il tempo che viviamo è indubbiamente dominato da una visione neoliberista della società e dei rapporti umani, una visione centrata su logiche separatrici. Siamo testimoni del ritorno dei nazionalismi, della necessità di ripristinare identità individuali. Un’idea lontana da quella visione che vede l’identità per quella che dovrebbe essere: un processo per riconoscersi e per riconoscere l’altro, nell’atto che conduce ciascuno di noi all’incontro con ciò che si differenzia da noi. Siamo immersi in una società in cui gli individui non soni padroni e liberi di poter gestire il proprio tempo. Ciò equivale ad essere schiavi che subiscono il lavoro e aspirano a un tempo libero che coincide con il gioco, il passatempo, ecc.
comparativa, in cui tutti sono chiamati a fare meglio di tutti gli altri. L’egemonia politico-economico-culturale di questo nostro tempo ha determinato a scuola quella
dell’identificazione precoce del disturbo con lo scopo di categorizzare l’individuo per la sua disfunzionalità.
a sigle per definire questo o quell’allievo (DSA, DOP, ADHD, ecc.), o questo o quel dispositivo (PEI, PDP, GLH, e così via).
classe, sia sul piano delle aspettative degli insegnanti nei suoi confronti sia su quello del supporto che può ricevere dagli altri.
dalla didattica tradizionale. Ciò che ci interessa esaminare sono due aspetti:
vigente: dalla Legge quadro 104/1992 alle Circolari del 2012-2013 sui BES, passando per la legge 170 del 2010 sui DSA) che debbano essere messe in atto due didattiche:
porta all’identificazione, alla classificazione e alla risposta speciale.
Capability Approach, di un paradigma bio-medico individuale che non ha nulla a che fare con i processi di individualizzazione e personalizzazione, ma che tende a riprodurre micro o macro- forme di marginalizzazione e di esclusione. LO SFONDO DELLA RICERCA A proposito di ricerca educativa, è opportuno fare riferimento alle problematiche basate su evidenze secondo il paradigma dell’EBE.
Questa separazione di figura, di ruolo dell’insegnante determina altri tre problemi:
L’insegnante inclusivo dovrebbe cambiare il proprio modo di agire e: da valutazione eterodiretta ad autovalutazione, da miglioramento rispetto a standard predefiniti ad automiglioramento.
Si tratta di un investimento che hanno a che vedere con un aspetto, qual è lo sviluppo
capacità degli insegnanti di agire per indirizzare il loro apprendimento/sviluppo professionale e contribuire alla crescita dei loro colleghi. Si tratta di un cambiamento di prospettiva (non più dall’alto ma dal basso e collettivamente).
che l’insegnante inclusivo è anche un conoscitore delle didattiche che permettono a tutti gli allievi di raggiungere il successo formativo. La ricerca scientifica e le pratiche dal basso mettono oggi a disposizione dei docenti una varietà di possibilità per sviluppare percorsi individualizzati e personalizzati, ovvero forme di partecipazione all’apprendimento pensate in base alle caratteristiche di ciascun allievo. Stiamo facendo riferimento alle seguenti strategie, modalità;
L’elenco è ampio e c’è sempre il rischio che la scuola, gli insegnanti guardino a queste nuove modalità di praticare la didattica come se fossero delle mode, destinate ad esaurirsi nel breve e medio termine, come già accaduto in passato. Questo rischio si supera grazie ad una triplice accortezza:
La definizione e il significato dell’inclusione e dell’istruzione inclusiva è ancora oggetto di un forte dibattito. In Italia e a livello internazionale si mescolano i significati di termini come inserimento e integrazione, di integrazione e inclusione. ALLORA, COS’È L’INCLUSIONE? Secondo una posizione in parte presente già negli anni Ottanta, per accogliere i diversi bisogni e le abilità di alunni e studenti, l’istruzione inclusiva e un processo che comporta cambiamenti nel curriculum, nelle strategie di insegnamento e nel modo in cui le scuole sono organizzate. Attraverso questo processo, la scuola costruisce la sua capacità di accettare tutti gli alunni, riducendo le forme di esclusione. In questa direzione, Ainscow non definisce l’inclusione come un processo statico ma la interpreta come un processo dinamico ed evolutivo dell’organizzazione, del pensiero e delle pratiche educative inclusive.
negative, in quanto metteva in discussione il sistema integrativo italiano considerato come la scelta più avanzata a livello internazionale. L’inclusione è il modello prevalente nei documenti internazionali, in base al quale la persona portatrice di diversità entra nella comunità alla pari di tutti gli altri. Essere inclusi è un modo di vivere insieme, basato sulla convinzione che ogni individuo ha un valore e appartiene alla comunità. L’inclusione scolastica riguarda le bambine e i bambini, le alunne e gli alunni, risponde ai diversi bisogni educativi e si realizza attraverso strategie educative e didattiche finalizzate allo sviluppo delle potenzialità di ciascuno nel rispetto del diritto all’autodeterminazione e all’accomodamento ragionevole, nella prospettiva della migliore qualità di vita. INTERROGATIVI
Chi è incluso in “tutti”? L’analisi dei contributi pedagogici e legislativi mette in evidenza la scelta delle categorie più deboli: alunni e studenti con BES, compresa la disabilità, che vengono sono a rischio di esclusione. L’obiettivo + positivo ma l’etichettatura BES crea una differenza in negativo, cioè un altro gruppo. Questo suppone che esistano una categoria di alunni e studenti già inclusi e un’altra che è esclusa. Queste categorie si creano in base alle abilità, secondo cui il deficit è l’unico fattore che causa difficoltà di apprendimento o di relazione sociale. L’operazione dell’includere tutti con riferimento ai Bisogni Educativi Speciali può assumere diverse prospettive: ad esempio, l’inclusione responsabile e la piena inclusione.
tutti gli alunni nella classe ordinaria.