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Serie di testi di Petrarca (con annesse parafrasi e spiegazioni) per la prova d'esame di Letteratura Italiana della professoressa Roberta Ferro per il corso di LINGUAGGI DEI MEDIA.
Tipologia: Dispense
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Nasce ad Arezzo nel 1304. Il padre è detto Petracco, e la madre si chiama Elettra Canigiani. La famiglia non è ricca.
Nel 1311 si trasferiscono tutti per un breve tempo a Pisa, finché nel 1312 non si spostano ad Avignone, in Provenza, dove il padre conta di trovare una dignitosa occupazione. Data la difficoltà di reperire un alloggio, si stabiliscono a Carpentras, poco lontano. Qui Francesco compie gli studi elementari.
A dispetto della sua precoce passione letteraria, Francesco viene avviato dal padre agli studi giuridici.
Gli anni trascorsi in questa città (Avignone) vengono descritti da Petrarca come “ tempo perso per inseguire un sapere inutile e per acquisire un mestiere vile, finalizzato ad accumulare ricchezze personali e non a promuovere la giustizia ”.
Tra il 1318 e il 1319 muore prematuramente la madre.
Nel 1320 Petrarca si trasferisce a Bologna, presso una delle più prestigiose Università d’Europa. Nei sei anni trascorsi qui entra in contatto con la poesia toscana contemporanea.
La morte del padre, nel 1326, obbliga Petrarca a tornare ad Avignone.
Gli anni tra il 1326 e il 1330 sono ricchi di incontri e letture. Al contempo, la fine degli studi giuridici è una liberazione che induce Petrarca ad abbandonarsi ai piaceri della vita mondana.
L’incontro decisivo della sua vita avviene il 6 APRILE 1327, nella chiesa di Santa Chiara di Avignone, dove vede per la prima volta LAURA, destinata a diventare il grande amore della sua vita. Sarà per dare forma e voce a tale sentimento che egli scriverà Il Canzoniere.
Nel 1330 prende gli ordini minori, che gli consentivano di godere di vantaggi economici.
Nel 1333 compie un lungo viaggio nel Nord-Europa, spinto dalla “ smania di vedere cose nuove ” e dal “ desiderio di conoscere ”. In questi anni matura anche la sensibilità politica e civile del poeta Avignone comincia ad apparire ai suoi occhi come un luogo di corruzione e degradazione, morale e istituzionale, contrapposto alla patria Italiana dalla quale si sente sradicato ed esiliato.
Nel 1337 si stabilisce a Valchiusa, in una casa che per più di quindici anni gli funge da rifugio, “ il porto alle tempeste
dell’animo ”, il luogo dove si dedica in solitudine alla scrittura letteraria, dando avvio a tutte le sue opere più importanti.
Nel 1340 riceve contemporaneamente dall’università di Parigi e dal senato di Roma l’offerta dell’incoronazione poetica, che accetta. Infatti, l’8 aprile 1341 viene incoronato POETA sul colle del Campidoglio, a Roma.
Petrarca si reca a Parma, dove si dedica a due opere in latino ( Africa e De viris illustribus ).
Nel 1342 torna ad Avignone. In questo periodo avverte una crescente inquietudine interiore per l’affollarsi di progetti e pensieri non sempre compatibili fra loro: da un lato crede fermamente all’impegno civile e alla battaglia contro la corruzione; dall’altro percepiva la vanità dei beni e delle glorie terreni, distribuiti dal capriccio del caso a dispetto dei meriti degli uomini.
Tra il 1343 e il 1345 Petrarca lascia la Provenza per un lungo e movimentato soggiorno italiano. Dopo essere stato qualche tempo a Napoli, vive per qualche anno a Parma. In seguito si rifugia a Bologna e poi a Verona, per via della sua indignazione di fronte alle lotte tra i vari signori delle città ( canzone Italia mia ).
Nel 1348 si reca a Verona e poi raggiunge Parma, dove entra in buoni rapporti col nuovo signore, Luchino Visconti. In quell’anno, la pestilenza dilaga per l’Europa, provocando la morte di molti dei più intimi amici di Petrarca, tra cui Laura. L’esperienza traumatica e ripetuta di queste perdite segna nella vicenda biografica e intellettuale di Petrarca una radicale cesura: ne deriva una visione del mondo e della vita, contrassegnata da un’universale precarietà che rende inaffidabile ogni bene e ogni conquista. Questo stato d’animo generò in Petrarca il bisogno di una sistemazione più stabile, che però, tra il 1349 e il 1350, lo portano a continui e movimentati viaggi alla ricerca di un “ porto ” ideale che però non trova.
Nel 1350, passando a Roma per il giubileo, conosce Boccaccio, con cui instaura una profondissima amicizia.
Nel 1353 il poeta matura la decisione di stabilirsi definitivamente in Italia; è una rottura drastica, una separazione sofferta dai luoghi legati a Laura, alla sua giovinezza, alla sua formazione e alla scrittura di molte opere.
Tra le molte possibilità, scelse di trasferirsi a Milano, accolto dai Visconti, che si fanno garanti di una promozione disinteressata della nuova cultura, e per cui Petrarca sbriga la corrispondenza ufficiale e anche alcune importanti missioni diplomatiche.
A Milano, tutte le principali opere petrarchesche acquistano la loro fisionomia definitiva.
come opposte ideologie, ma come moti convergenti nella valorizzazione di ciò che è peculiare della natura umana. Tale orientamento raggiunge i risultati più alti nell’opera del Canzoniere la scrittura poetica diventa interrogazione sull’eterno problema del destino umano. Il libro è concepito come un dinamico resoconto di una vicenda della psiche, e perciò in esso si alternano l’amore e il dolore, la sofferenza e il pentimento, la PASSIONE e il desiderio di CONVERSIONE, senza che uno o l’altro polo risulti di per sé dominante. L’AMORE dibattuto e contrastato per Laura appare come il simbolo oggettivo della condizione dell’uomo: inquieta , problematica e irresolubile. L’opera, quindi, riflette il tentativo grandioso di conciliare due sistemi etici opposti, la passione umanistica per i valori e i beni terreni e la prospettiva dell’ascesi cristiana.
Due dati fondamentali.
Innanzitutto, questo autore scrive per lo più in latino. Il volgare italiano e il latino sono per Petrarca due lingue ugualmente familiari e naturali, ciascuna delle quali, però, impiegabile su un piano proprio e specifico, con diverse ambizioni stilistiche e contenutistiche Il volgare è usato da Petrarca solo come lingua d’arte.
Egli mostra, poi, la sintomatica propensione a lavorare sui propri testi fino all’ultimo e in maniera quasi ossessiva, così che per ciascuno di essi i punti d’inizio e di fine della composizione distano decenni e presuppongono un’attività tanto discontinua quanto protratta nel tempo.
Altre opere sono:
culturale, come la fuga dal tempo, il sentimento della morte che incombe, la stanchezza del mondo, il dissidio fra le contrastanti passioni... (in latino);
È il frutto di un lavoro letterario durato oltre TRENT’ANNI e passato per riscritture, correzioni, aggiunte progressive. Petrarca inizia a scrivere poesie d’amore in volgare negli anni dell’adolescenza, e nel 1336-1337 comincia a selezionare le migliori, ricopiandole e
dolorosa e inconcludente, bloccata nei ricordi e nella nostalgia;
Al secondo, presenta la STORIA DI UN’ANIMA. Racconta la vita interiore dell’autore dall’adolescenza alla vecchiaia; illustra dunque un processo di evoluzione emotiva e spirituale, di un prolungato esercizio di AUTOANALISI, morale ed esistenziale;
A un terzo livello, l’opera racconta la STORIA DI SE STESSA. Così Petrarca impiega la poesia per celebrare la poesia stessa; la scrittura poetica gli appare come l’unico strumento che consenta all’uomo di capire se medesimo e la realtà che lo circonda.
Il Canzoniere è un libro poetico, e le singole poesie sono immagini istantanee che Petrarca ordina e combina secondo un DISEGNO GENERALE. Ciascun testo ha un significato autonomo, e in quest’ottica si comprende come Petrarca abbia lavorato a lungo sui criteri della loro disposizione, obbedendo al TEMA = prima le poesie sulle passioni giovanili, poi quelle sugli affetti e le preoccupazioni dell’età avanzata, con l’intento di trasmettere al lettore MESSAGGI SIMBOLICI.
Quest’opera racconta la storia di una TRASFORMAZIONE INTERIORE, di un’evoluzione dalla stagione giovanile dell’amore e della speranza, ma anche degli errori, al tempo disilluso della vecchiaia, quando l’uomo scopre la VANITÀ delle passioni terrene.
Ai due tempi fondamentali della vicenda (dell’ERRORE e del RAVVEDIMENTO) corrispondono le due parti dell’opera.
La prima giunge fino al testo CCLXIII (273) – illustra i vari momenti della PASSIONE AMOROSA per Laura, fino alla prematura scomparsa della donna; ma comprende anche argomenti di POLITICA, AMICIZIA e NATURA.
La seconda parte coincide con il testo CCLXIV (274), ovvero la canzone di pentimento. In coincidenza con la morte della donna amata, infatti, l’autore scopre la vanità degli interessi mondani e rinuncia a essi; si sforza di coltivare altri e più nobili sentimenti, indirizzando il proprio amore a ciò che non gli può essere sottratto: DIO, la GIUSTIZIA, il BENE, la VERITÀ e la POESIA.
Nell’una e nell’altra parte il Canzoniere continua a parlare d’amore, che appare a Petrarca come l’esperienza decisiva e fondamentale della vita di ogni uomo. Dapprima come errore, poi come ricerca di senso e aspirazione a beni non transitori. La contrapposizione fra le due parti si risolve nel contrasto fra l’amore del corpo e quello dell’anima.
L’opera termina con un testo simmetrico e speculare, ovvero la canzone Vergine bella che svolge una funzione riassuntiva e conclusiva. Con essa, l’autore mette a fuoco che, al termine della
vita, soltanto la REMISSIONE DI SÉ ALLA DIVINITÀ può dare pace all’animo umano. Il sentimento religioso appare come un’aspirazione, un dono desiderato, per trovare in esso pace e riposo.
Questo lavoro risulta quindi essere una PARABOLA AUTOBIOGRAFICA IN VERSI, il cui ordinamento è il frutto di una scelta innovativa e originalissima. Al tempo di Petrarca le opere seguivano un rigido ordine cronologico e una forte separazione dei generi dei testi, che nel Canzoniere non avvengono, perché Petrarca vuole mettere in evidenza il significato morale della storia che racconta (simile alla Vita Nova di Dante).
Petrarca crea il personaggio protagonista dell’opera, e insieme la figura di Laura, con due operazioni: da un lato preleva molti elementi dalla propria esperienza reale e dall’altro sottopone quegli elementi ad un processo di SUBLIMAZIONE, in modo che la parabola raccontata non sia più soltanto la sua storia, ma anche quella di ogni uomo che aspiri alla maturazione e alla saggezza. Petrarca dunque SCRIVE PER SÉ, al fine di scorgere il significato nascosto delle proprie vicende terrene, e PER I POSTERI, consegnando a essi un modello di vita, un esempio di trasformazione morale e perfezionamento interiore.
Per fare tutto questo adotta un LINGUAGGIO FACILE, PIACEVOLE, DURATURO ed ESSENZIALE. Certo, c’è un’estrema difficoltà sul piano concettuale, ma si specchia nella generale facilità a livello della forma = alla complessità dei significati corrisponde l’EQUILIBRIO DELLA SCRITTURA.
Le forme metriche adoperate sono CINQUE: il sonetto , la canzone , la sestina , il madrigale e la ballata.
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono - I, Canzoniere
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,
del vario stile in ch’io piango et ragiono
fra le vane speranze e ’l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
allontanato da quello che davvero conta, dalla ricerca più spirituale di beni che davvero contano.
Il pubblico interpellato all’inizio non viene dimenticato, perché proprio da quei lettori il poeta spera di trovare pietà e perdono (v7-8).
FIGURE RETORICHE
Parafrasi
Oh voi che ascoltate nella forma di poesie sparse il suono di quei sospiri con i quali io alimentavo il mio cuore, ai tempi del mio smarrimento amoroso giovanile, quando ero in parte un uomo diverso da quello che sono oggi,
io spero di trovare comprensione e perdono, dove ci sia qualcuno che comprenda cosa sia l’amore per averlo provato in prima persona, per la molteplicità dello stile in cui mi lamento e parlo, tra speranze vane e futile dolore.
Ma ora mi accorgo bene di come per il popolo intero sono stato per lungo tempo motivo di riso, ragion per cui spesso dentro di me mi vergogno di me stesso.
Così il frutto del mio amore sono la vergogna ed il pentimento e la piena consapevolezza
che ciò che piace al mondo è solo un breve sogno (riferimento alla vanità delle cose terrene, come ovviamente l’amore).
Era il giorno ch’al col si scoloraro - III, Canzoniere
Era il giorno ch’al sol si scoloraro
per la pietà del suo factore i rai,
quando i’ fui preso, et non me ne guardai,
ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro.
Tempo non mi parea da far riparo
contra colpi d’Amor: però m’andai
secur, senza sospetto; onde i miei guai
nel commune dolor s’incominciaro.
Trovommi Amor del tutto disarmato
et aperta la via per gli occhi al core,
che di lagrime son fatti uscio et varco:
però, al mio parer, non li fu honore
ferir me de saetta in quello stato,
a voi armata non mostrar pur l’arco.
Questo è il sonetto che descrive il primo incontro con Laura, avvenuto il 6 aprile del 1327, data del venerdì santo di quell’anno, anche se cronologicamente parlando quell’anno il venerdì santo era precisamente il 10 aprile. Notiamo quindi qui la tendenza di Petrarca di unire dati storici a dati biografici. In ogni caso qui, questo venerdì santo si riferisce alla sofferenza per la morte del Cristo, stessa sofferenza che l’incontro con Laura ha portato al poeta. Quindi, il sonetto è giocato sull’intreccio di due motivi, ovvero quello religioso per il dolore per la morte di Cristo, e quello profano dell’innamoramento e dei suoi effetti. Il sonetto è dato da due quartine, in cui i due temi sono strettamente legati, e due terzine, in cui il motivo profano dell’innamoramento prende il sopravvento su quello religioso.
Lui era disarmato, impreparato. L’amore parte dagli occhi, che vengono immaginati come un varco dal quale si ottiene una breccia; attraverso gli occhi l’amore trova la sua strada per raggiungere l’amore.
Importante è il passaggio al tempo presente, perché significa che lui continua a piangere per Laura, nonostante la ragione gli abbia fatto capire che l’amore vissuto così è perdizione.
Confondere sacro e profano = trattare il sacro come blasfemo senso di colpa.
L’ultima terzina è la più importante perché contiene un vero progresso nel concetto del sonetto. Ci si accorge qui che la verità, la vera natura, il vero contenuto che preme e muove la fantasia, l’animo, l’io, non è tanto il desiderio di discolparsi, quanto il contrario Petrarca confessa che avrebbe desiderato che anche Laura s’innamorasse.
C’è una gran confusione di soggetti, si divaricano, distinguono e poi uniscono due soggetti: l’Amore e lo sdegno del Poeta verso Laura e il suo averlo così colpito.
È sorprendente dunque, questa terzina, perché introduce un concetto discordante e inatteso, che svela la vera natura psicologica di questo sonetto convenzionale nei modi, nelle immagini, ma l’originalità sta nell’aver costruito questo parallelismo tra la sofferenza dei fedeli e quella del poeta, e il sorprendente finale.
Dal punto di vista formale, nell’ultimo verso ci sono molte vocali aperte (allitterazioni), e tutta l’ultima terzia gioca sull’immagine dell’amore come caccia e l’amante come preda (“ ferire, la saetta, armata, arco ”...).
FIGURE RETORICHE
Parafrasi
Era il Venerdì santo in cui al sole, per la commozione del suo Creatore, si impallidirono i raggi (riferimento al Venerdì Santo, alla morte di Cristo, riferita all’eclissi di sole), quando io fui catturato dall’amore, senza potermi difendere, allorché i vostri begli occhi, mia signora, mi imprigionarono.
Non credevo in quel momento di dovermi difendere dai colpi dell’amore, e perciò rimasi tranquillo, privo di sospetto, così i miei affanni cominciarono
in un momento di cordoglio generale (per Cristo).
L’amore mi trovò del tutto indifeso e trovò aperta la via che conduce al cuore tramite gli occhi, i quali da allora si sono trasformati in una porta e in un varco per le lacrime.
Perciò, a mio avviso, non fu onorevole da parte di Amore colpire me con una freccia mentre ero in quello stato (indifeso), e non far neppure vedere l’arco a voi (a Laura), che eravate armata.
Movesi il vecchierel canuto et bianco - XVI, Canzoniere
Movesi il vecchierel canuto et biancho
del dolce loco ov’à sua età fornita
et da la famigliuola sbigottita
che vede il caro padre venir manco;
indi trahendo poi l’antiquo fianco
per l’extreme giornate di sua vita,
quanto piú pò, col buon voler s’aita,
rotto dagli anni, et dal camino stanco;
et viene a Roma, seguendo ’l desio,
per mirar la sembianza di colui
ch’ancor lassú nel ciel vedere spera:
cosí, lasso, talor vo cerchand’io,
donna, quanto è possibile, in altrui
la disïata vostra forma vera.
Il tema ispiratore qui è quello dell’amante che vanamente cerca nei volti delle donne che incontra le sembianze di colei che ama. Qui c’è una derivazione dalla Divina Commedia dantesca che riguarda la similitudine tra il poeta ed il devoto pellegrino che raggiunge Roma per venerare la Veronica, antica icona bizantina che recava l’immagine del volto di Cristo. Secondo una leggenda, Veronica era il nome della donna che deterse con un panno il volto di Cristo. Questo sonetto innesta un motivo religioso, quello del pellegrinaggio, su un tema profano, quello del desiderio dell’immagine della donna. I due temi qui non sono trattati in modo paritario, perché l’immagine del pellegrino occupa infatti
Solo et pensoso i più deserti campi – Canzoniere, XXXV
Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:
sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.
Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so, ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co llui
Petrarca, per fuggire agli sguardi indiscreti della gente dalla quale si sente deriso, ha il desiderio di rifugiarsi nella più completa solitudine, unico modo secondo lui di trovare scampo alle sofferenze.
Questo sonetto viene composto da Petrarca quando il suo amore per Laura è al culmine: il poeta rappresenta ogni giovane uomo innamorato e avverte dentro di sé la forza della passione e quando la donna è assente lo porta a cercare l’isolamento e la solitudine. Il desiderio d’amore si traduce in desiderio di fuga: egli evita la compagnia dei suoi simili perché provoca fastidio e repulsione. Non vuole stare con altri perché non vuole che essi conoscano il segreto sentimento che tiene nell’animo. Allo stesso tempo, nella solitudine e nella distanza dalla donna, riesce a sentirsi in compagnia del suo amore.
Parafrasi
In solitudine e in pensiero cammino per luoghi disabitati a passi lenti e tristi, e cerco con gli occhi attenti di evitare questi luoghi segnati dall’impronta di piedi umani.
Non trovo altro riparo che mi salvi dal fatto che la gente si accorga (dei miei sentimenti), perché nei momenti di spenta allegria (malinconia) da fuori si vede come io bruci (d’amore) dentro:
tanto che io credo, ormai, che i monti e le pianure e i fiumi e le selve sappiano di che tenore sia la mia vita, che è nascosta agli altri.
Ma non so trovare luoghi così disabitati e selvaggi che Amore non venga comunque a parlare con me, e io con lui.
Padre del ciel, dopo i perduti giorni – Canzoniere, LXII
Padre del ciel, dopo i perduti giorni,
dopo le notti vaneggiando spese,
con quel fero desio ch’al cor s’accese,
mirando gli atti per mio mal sì adorni,
piacciati omai col tuo lume ch’io torni
ad altra vita et a più belle imprese,
sì ch’avendo le reti indarno tese,
il mio duro adversario se ne scorni.
Il problema non è l’amore in sé, ma è percepito qui in modo sbagliato, è impostato male questo modo di vivere l’amore toglie all’uomo la libertà. Per la visione petrarchesca, la libertà consiste nella libera disposizione verso il bene, non si può volere il male, e il bene (la felicità) = l’unione con Dio (sommo amore) La non libertà consiste nell’annebbiamento della volontà dell’uomo... cosa offusca la sua volontà? Il peccato, la tentazione, che si presenta come un bene che in realtà non è. Dunque, l’amore vissuto male deve essere rifiutato proprio perché toglie la libertà. Il soggetto si rende conto che, comandato da questa passione legata ai sensi, diventa schiavo, è alienato, non è più padrone di sé, è in balia di qualcun altro, che lo governa. L’amore di Laura è quindi anche un pretesto, perché Petrarca vuole ragionare su questo grande problema dell’uomo l’amore è una delle vanità, ovvero uno di quei pesi che spingono l’uomo sulla terra, lo rendono pesante, lo schiacciano e gl’impediscono di elevarsi (simile a gloria, fama...). Infatti Laura prende qui le sembianze del Diavolo che tende le reti dell’inganno.
Il v.8 è difficile da parafrasare – “ scornare ” = umiliare.
v.10 “ giogo ” = simbolo di sottomissione.
Parafrasi
Padre del cielo (Dio), dopo aver sprecato giorni e notti inseguendo vani pensieri d’amore, in compagnia della bruciante prepotente passione, che mi accese il cuore quando contemplai gli atti così leggiadri e seducenti, per mia sventura, di Laura
vi chiedo di farmi tornare, in virtù di un’illuminazione, ad una vita radicalmente diversa e a più belle azioni, così che il demonio, avendo invano teso le reti per catturarmi, risulti sconfitto, deluso.
Ora comincia l’undicesimo anno, o mio Signore da quando io fui sottomesso all’amore
che è tanto più crudele quanto più si ama intensamente.
Abbi misericordia del mio poco degno lavorare; riconduci i miei pensieri che seguono falsi obbiettivi a più degno oggetto; ricorda a loro che tu in questo giorno fosti crocefisso.
Per mirar Policleto a prova fiso – Canzoniere, LXXVII
Per ben mirar Policleto a prova fiso
con gli altri ch’ebben fama di quell’arte
mill’anni, non vedrian la minor parte
de la beltà che m’ave il cor conquiso.
Ma certo il mio Simon fu in paradiso,
onde questa gentil donna si parte;
ivi la vide, e la ritrasse in carte,
per far fede qua giù del suo bel viso.
L’opra fu ben di quelle che nel cielo
si ponno imaginar, non qui tra noi,
ove le membra fanno a l’alma velo.
Cortesia fe’; né la potea far poi
che fu disceso a provar caldo et gielo,
et del mortal sentiron gli occhi suoi.
In questo sonetto Petrarca loda e celebra il ritratto di Laura dipinto per lui dal pittore Simone Martini, ritratto che coglie la pura essenza spirituale, la fonte segreta e misteriosa della sua bellezza esteriore. Questo dipinto è ricordato anche nel “ Secretum ”.
Il modello originario della donna amata viene collocato da Petrarca in una dimensione angelica e celeste: Laura è una creatura del paradiso. In primo luogo va osservato che Petrarca paragona uno scultore, Policleto, a un pittore, Simone Martini, e inoltre parla indistintamente di «arte» figurativa, mostrando così di ragionare più in termini di «immagine» che non di arti specifiche come «pittura» o «scultura». Ciò che importa qui al Petrarca non è dunque il tipo di arte, ma l’immagine come ritratto di una persona. In