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Francesco Petrarca, Letteratura Italiana (R. Ferro), Appunti di Letteratura Italiana

Appunti di letteratura italiana del corso tenuto dalla professoressa Roberta Ferro

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 29/09/2023

rachel01
rachel01 🇮🇹

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Padre del ciel, dopo i perduti giorni Canzoniere, LXII
Padre del ciel, dopo i perduti giorni,
dopo le notti vaneggiando spese,
con quel fero desio ch’al cor s’accese,
mirando gli atti per mio mal s adorni,
piacciati omai col tuo lume ch’io torni
ad altra vita et a pi belle imprese,
s ch’avendo le reti indarno tese,
il mio duro adversario se ne scorni.
Or volge, Signor mio, l’undecimo anno
ch’i’ fui sommesso al dispietato giogo
che sopra i pi soggetti pi feroce.
Miserere del mio non degno affanno;
reduci i pensier’ vaghi a miglior luogo;
ramenta lor come oggi fusti in croce.
una preghiera in cui Petrarca si rivolge a Dio implorandolo
affinché lo aiuti a non inseguire i beni terreni. L’amore visto
come peccato, una schiavitù che induce a sprecare l’esistenza e che
impedisce una vita autentica. Pone il passato come tempo della
debolezza e dell’errore e il futuro, come attesa di liberazione e
riscatto. Cos invoca misericordia nel giorno della passione di
Cristo (giorno in cui vide Laura per la prima volta).
Questo sonetto, risalente al 1338, che porta il numero 62, appartiene
alle rime In vita di Madonna Laura”. Questa poesia, strutturata
come una preghiera, è caratterizzata da una tematica religiosa. In
questo sonetto vi  il disgusto per una passione terrena; l’amore 
visto come una vera ossessione. Da questa presa di coscienza, nasce
il bisogno di liberarsi dell’ossessione, di purificarsi. Il problema
trattato da Petrarca è quello del rimorso e del pentimento: vi è un
passato caratterizzato dalla debolezza e dall’errore; un presente
che risulta il tempo della precarietà e dell’incertezza che solo la
fede in Dio può risolvere caratterizzando quindi il futuro come tempo
della liberazione. L’invocazione a Dio con cui si apre la poesia, è
seguita dal ricorso del tempo perduto nel vaneggiamento e nella
colpa; è una specie di confessione che chiede un aiuto divino e la
grazia per sconfiggere anche il diavolo. Questo sonetto venne scritto
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Anteprima parziale del testo

Scarica Francesco Petrarca, Letteratura Italiana (R. Ferro) e più Appunti in PDF di Letteratura Italiana solo su Docsity!

Padre del ciel, dopo i perduti giorni – Canzoniere, LXII

Padre del ciel, dopo i perduti giorni,

dopo le notti vaneggiando spese,

con quel fero desio ch’al cor s’accese,

mirando gli atti per mio mal sì adorni,

piacciati omai col tuo lume ch’io torni

ad altra vita et a più belle imprese,

sì ch’avendo le reti indarno tese,

il mio duro adversario se ne scorni.

Or volge, Signor mio, l’undecimo anno

ch’i’ fui sommesso al dispietato giogo

che sopra i più soggetti è più feroce.

Miserere del mio non degno affanno;

reduci i pensier’ vaghi a miglior luogo;

ramenta lor come oggi fusti in croce.

È una preghiera in cui Petrarca si rivolge a Dio implorandolo affinché lo aiuti a non inseguire i beni terreni. L’amore è visto come peccato, una schiavitù che induce a sprecare l’esistenza e che impedisce una vita autentica. Pone il passato come tempo della debolezza e dell’errore e il futuro, come attesa di liberazione e riscatto. Così invoca misericordia nel giorno della passione di Cristo (giorno in cui vide Laura per la prima volta).

Questo sonetto, risalente al 1338, che porta il numero 62, appartiene alle rime “ In vita di Madonna Laura ”. Questa poesia, strutturata come una preghiera, è caratterizzata da una tematica religiosa. In questo sonetto vi è il disgusto per una passione terrena; l’amore è visto come una vera ossessione. Da questa presa di coscienza, nasce il bisogno di liberarsi dell’ossessione, di purificarsi. Il problema trattato da Petrarca è quello del rimorso e del pentimento: vi è un passato caratterizzato dalla debolezza e dall’errore; un presente che risulta il tempo della precarietà e dell’incertezza che solo la fede in Dio può risolvere caratterizzando quindi il futuro come tempo della liberazione. L’invocazione a Dio con cui si apre la poesia, è seguita dal ricorso del tempo perduto nel vaneggiamento e nella colpa; è una specie di confessione che chiede un aiuto divino e la grazia per sconfiggere anche il diavolo. Questo sonetto venne scritto

l’undicesimo anno da quando Petrarca fu sottomesso alla spietata passione d’amore per Laura.

Tema ricorrente importante delle VANITÀ (es. v.1 “ vaneggiando ”) = le cose che non valgono → si mettono in luce i VERI VALORI. Le speranze sono vane, i dolori sono vani.

Vano → vago.

La poesia si dispone come una preghiera, a partire dal v.1 (APOSTROFE → inizio del Padre Nostro e dei salmi). L’inizio è simile alla Commedia, quando Dante si perde nella selva → i giorni sprecati.

v.3 “ fero ” = agg. metaforico, perché si applica a chi è feroce = desiderio terribile che si accende nel cuore.

v.4 “ mirando ” → tema dell’amore.

Il problema non è l’amore in sé, ma è percepito qui in modo sbagliato, è impostato male → questo modo di vivere l’amore toglie all’uomo la libertà. Per la visione petrarchesca, la libertà consiste nella libera disposizione verso il bene, non si può volere il male, e il bene (la felicità) = l’unione con Dio (sommo amore) → La non libertà consiste nell’annebbiamento della volontà dell’uomo... cosa offusca la sua volontà? Il peccato, la tentazione, che si presenta come un bene che in realtà non è. Dunque, l’amore vissuto male deve essere rifiutato proprio perché toglie la libertà. Il soggetto si rende conto che, comandato da questa passione legata ai sensi, diventa schiavo, è alienato, non è più padrone di sé, è in balia di qualcun altro, che lo governa. L’amore di Laura è quindi anche un pretesto, perché Petrarca vuole ragionare su questo grande problema dell’uomo → l’amore è una delle vanità, ovvero un o di quei pesi che spingono l’uomo sulla terra, lo rendono pesante, lo schiacciano e gl’impediscono di elevarsi (simile a gloria, fama...). Infatti Laura prende qui le sembianze del Diavolo che tende le reti dell’inganno.

Il v.8 è difficile da parafrasare – “ scornare ” = umiliare.

v.10 “ giogo ” = simbolo di sottomissione.

L’opra fu ben di quelle che nel cielo

si ponno imaginar, non qui tra noi,

ove le membra fanno a l’alma velo.

Cortesia fe’; né la potea far poi

che fu disceso a provar caldo et gielo,

et del mortal sentiron gli occhi suoi.

In questo sonetto Petrarca loda e celebra il ritratto di Laura dipinto per lui dal pittore Simone Martini, ritratto che coglie la pura essenza spirituale, la fonte segreta e misteriosa della sua bellezza esteriore. Questo dipinto è ricordato anche nel “ Secretum ”.

Il modello originario della donna amata viene collocato da Petrarca in una dimensione angelica e celeste: Laura è una creatura del paradiso. In primo luogo va osservato che Petrarca paragona uno scultore, Policleto, a un pittore, Simone Martini, e inoltre parla indistintamente di «arte» figurativa, mostrando cos ì di ragionare più in termini di «immagine» che non di arti specifiche come «pittura» o «scultura». Ciò che importa qui al Petrarca non è dunque il tipo di arte, ma l’immagine come ritratto di una persona. In proposito bisogna ricordare che proprio ad Avignone, con Simone Martini, chiamato nella città dal cardinale Stefaneschi, nasce nella pittura il ritratto individuale. Ma v’ è di più: si deve molto probabilmente a Simone Martini l’invenzione del motivo iconografico della cosiddetta Madonna dell’Umiltà in cui la Vergine appare seduta per terra, su un cuscino.

Policleto è un artista greco del V sec. a.C. nativo di Argo, quasi contemporaneo di Mirone, noto soprattutto come scultore per aver realizzato opere in bronzo. Simone Martini (Siena 1284 - Avignone

  1. fu un pittore italiano interprete del gotico. Nel 1340 fu chiamato ad Avignone da Benedetto XII presso la corte papale dove conobbe e divenne amico di Petrarca per il quale miniò il frontespizio di un codice virgiliano e realizzò il ritratto di Laura nominato in questa lirica. Anche se l’opera è andata perduta rimane comunque importante ricordarne l’esecuzione in quanto si trattò di uno dei primi ritratti non funerari successivi all’Alto Medioevo.

Laura, per la quale Petrarca usa il sintagma stilnovista " gentil donna ", è, come Beatrice, una creatura del Paradiso e Simone Martini deve essersi recato in quel luogo per poterla raffigurare in tutto il suo splendore. Quella che il pittore ha immortalato nel ritratto non è dunque la bellezza esteriore della donna, ma quella interiore che sulla terra non è visibile in quanto le membra fanno a l’alma

velo. Dunque l’immagine dipinta funge per gli uomini da orma vera, da rappresentazione simbolica, e consente la contemplazione della bellezza interiore che equivale a salvezza.

Gli ultimi due versi servono a restituire con due immagini il mondo terrestre fatto di contrasti ( caldo et gielo, il caldo e il freddo stagionali) e di sensazioni limitate e mortali. Tali immagini riportano non solo il pittore, ma anche il lettore sulla Terra, creando ancora maggior contrasto con la beatitudine divina vista e descritta dal pittore.

FIGURE RETORICHE

Parafrasi

Anche se Policleto insieme a tutti gli altri che furono famosi nell’arte del ritratto, gareggiando tra loro, guardassero attentamente anche per mille anni (il volto di Laura), non vedrebbero che una minima parte della bellezza che ha conquistato il mio cuore.

Ma certamente il mio amico Simone poté salire fino in cielo, di dove la mia donna proviene: lì la vide e la ritrasse su pergamena per dare testimonianza, qui sulla terra, della bellezza del suo viso.

Il ritratto fu uno di quelli concepibili solo in cielo, non quaggiù sulla terra, dove la carne impedisce di osservare l’anima.

Simone fece un atto di cortesia; né avrebbe potuto farla poi, quando discese (sulla terra) a provare ancora il cambio delle stagioni, e la potenza dei suoi occhi fu contaminata dai limiti propri di ogni cosa mortale.


Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno – Canzoniere, CXXVIII

Italia mia, benché ’l parlar sia indarno

a le piaghe mortali

che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,

piacemi almen che ’ miei sospir’ sian quali

5spera ’l Tevero et l’Arno,

e ’l Po, dove doglioso et grave or seggio.

Rettor del cielo, io cheggio

che la pietà che Ti condusse in terra

et è questo del seme,

per piú dolor, del popol senza legge,

al qual, come si legge,

Mario aperse sí ’l fianco,

che memoria de l’opra ancho non langue,

quando assetato et stanco

non piú bevve del fiume acqua che sangue.

Cesare taccio che per ogni piaggia

fece l’erbe sanguigne

di lor vene, ove ’l nostro ferro mise.

Or par, non so per che stelle maligne,

che ’l cielo in odio n’aggia:

vostra mercé, cui tanto si commise.

Vostre voglie divise

guastan del mondo la piú bella parte.

Qual colpa, qual giudicio o qual destino

fastidire il vicino

povero, et le fortune afflicte et sparte

perseguire, e ’n disparte

cercar gente et gradire,

che sparga ’l sangue et venda l’alma a prezzo?

Io parlo per ver dire,

non per odio d’altrui, né per disprezzo.

Né v’accorgete anchor per tante prove

del bavarico inganno

ch’alzando il dito colla morte scherza?

Peggio è lo strazio, al mio parer, che ’l danno;

ma ’l vostro sangue piove

piú largamente, ch’altr’ira vi sferza.

Da la matina a terza

di voi pensate, et vederete come

tien caro altrui che tien sé cosí vile.

Latin sangue gentile,

sgombra da te queste dannose some;

non far idolo un nome

vano senza soggetto:

ché ’l furor de lassú, gente ritrosa,

vincerne d’intellecto,

peccato è nostro, et non natural cosa.

Non è questo ’l terren ch’i’ toccai pria?

Non è questo il mio nido

ove nudrito fui sí dolcemente?

Non è questa la patria in ch’io mi fido,

madre benigna et pia,

che copre l’un et l’altro mio parente?

Perdio, questo la mente

talor vi mova, et con pietà guardate

le lagrime del popol doloroso,

che sol da voi riposo

dopo Dio spera; et pur che voi mostriate

segno alcun di pietate,

vertú contra furore

prenderà l’arme, et fia ’l combatter corto:

ché l’antiquo valore

ne gli italici cor’ non è anchor morto.

Signor’, mirate come ’l tempo vola,

et sí come la vita

fugge, et la morte n’è sovra le spalle.

Voi siete or qui; pensate a la partita:

ché l’alma ignuda et sola

conven ch’arrive a quel dubbioso calle.

Al passar questa valle

piacciavi porre giú l’odio et lo sdegno,

vènti contrari a la vita serena;

et quel che ’n altrui pena

tempo si spende, in qualche acto piú degno

o di mano o d’ingegno,

A contrasto con la situazione drammatica del presente, Petrarca loda la penisola italiana e la sua storia. Il paese è favorito dalla naturale posizione geografica (protetta dalle Alpi) ed è illuminata dalla gloriosa storia romana.

Nelle stanze seguenti, il piano del ragionamento del poeta è duplice: da un lato, ritornano le accuse di negligenza, corruzione e disonore contro i principi italiani; dall’altro riemerge l'idea della morte incombente - uno dei temi cardine di tutto il Canzoniere - che dovrebbe invitare i regnanti e prestare più attenzione alla loro vita dopo la morte e alla loro condotta terrena. Si tratta di un vero e proprio memento mori che si collega sia alla polemica politica sia al ricordo della grandezza passata dell’Italia.

La canzone si chiude con il tradizionale “ congedo ”, in cui Petrarca si rivolge al suo stesso componimento, assegnandogli la missione di recarsi proprio tra coloro che saranno infastiditi da chi proclama la verità.

FIGURE RETORICHE

Parafrasi

Italia mia, benché parlare sia vano di fronte alle ferite mortali che vedo così numerose nel tuo bel corpo (in te Italia), voglio almeno che i miei sospiri siano come li sperano le popolazioni di tutta Italia, presso il Tevere, l’Arno e il Po, dove afflitto e pensieroso mi trovo ora. Dio, re dei cieli, io chiedo che l’amore misericordioso che ti condusse a scendere in terra ti faccia volgere lo sguardo al tuo prediletto e nobile paese. Vedi, Signore generoso, che crudele guerra nasce da futili motivi; e i cuori che il feroce e superbo Marte inasprisce e chiude all’amore, aprili tu, Padre, addolciscili e schiudili. Fa’ che ora la tua verità sia ascoltata attraverso le mie parole, per quanto indegno io sia.

Voi signori d’Italia, a cui la sorte ha affidato le redini delle regioni, di cui sembra che non abbiate nessuna pietà, cosa fanno qui tanti eserciti stranieri? forse perché il fertile suolo italiano si tinga di sangue di altri popoli?

Un’erronea speranza vi illudde: vedete poco, e vi sembra di vedere molto, perché cercate partecipazione e fedeltà negli animi venali dei soldati mercenari. Chi ha un esercito di mercenari più numeroso è più circondato da nemici. O catastrofe proveniente da chissà quali aridi paesi stranieri, per invadere le nostre belle terre! Se ci procuriamo questo con le nostre mani, chi mai potrà salvarci?

La natura si occupò bene della nostra condizione, quando pose fra noi e il furore dei popoli germanici le Alpi come barriera. Ma l’avidità, che è cieca e agisce ostinatamente contro il proprio interesse, si è poi ingegnata tanto da procurare malattia a un corpo inizialmente sano. Ora si rifugiano nella stessa gabbia i violenti mercenari tedeschi e le pacifiche popolazioni italiane, di modo che a soffrire sono i migliori; e questo – ad aumentare la gravità – ci deriva dal popolo senza civiltà che il console Gaio Mario sconfisse così duramente, che ancora non viene meno la memoria dell’avvenimento, quando i fiumi erano stati così riempiti di sangue dei nemici che, abbeverandosi stanco e assetato ad essi, bevve quasi più sangue che acqua.

Per non parlare di Cesare, che per ogni pianura rese i prati pieni del sangue dei loro corpi, in cui affondò le spade italiane. Ora sembra, per l’influsso di non so quali costellazioni maligne, che il cielo ci abbia in odio: grazie a voi, a cui è stato affidato un incarico tanto importante. Le vostre ambizioni discordi rovinano la terra più bella del mondo. Quale colpa degli uomini, o decisione celeste, o destino è quello di avere in odio il vicino meno potente, di accanirsi contro i suoi averi già devastati e dispersi, e cercare in paesi lontani e preferire soldati che versino sangue e vendano l’anima dietro compenso? Io parlo per amore di verità, non per risentimento o disprezzo di altri.

E ancora non vi accorgete, nonostante lo abbiate provato tante volte, di come vi ingannano questi Tedeschi, che – in caso di reale pericolo – scherzano con la morte alzando il dito in segno di resa? A mio parere la beffa subìta è peggio del danno ricevuto; invece il sangue di voi Italiani è versato copiosamente, perché vi muove un odio diverso, reale, non simulato. Riflettete sulla vostra condizione al mattino presto, in un momento di lucidità, e vedrete quanta dedizione può mai avere nei confronti di altri chi ritiene sé stesso così vile da combattere a pagamento. Nobile stirpe latina, allontana da te questo fardello dannoso; non idolatrare la fama immeritata di questi eserciti tedeschi, cui non corrisponde la realtà di fatto: perché il fatto che la rabbia dei popoli settentrionali, gente selvatica, ci superi in intelligenza, è una nostra colpa, e non un evento normale.

Non è forse questa la terra dove nacqui? Non è questa la mia terra dove fui allevato così dolcemente? Non è questa la patria a cui mi affido, madre benevola e devota, dove sono sepolti entrambi i miei genitori? Perdio, questi pensieri talvolta vi scuotano la mente, e osservate con pietà le lacrime del popolo sofferente, che, a parte che da Dio, solo da voi spera di ricevere la pace. Purché voi mostriate un qualche segno di pietà, la virtù degli Italiani prenderà le armi contro la follia dei Tedeschi; e sarà una lotta breve, perché l’antico valore del popolo romano non è ancora scomparso dai cuori italiani.

Signori, osservate come vola il tempo, come la vita fugge, e la morte già incombe su di noi. Ora siete qui, ma pensate al trapasso: poiché certamente l’anima arriverà a quell’incerto passaggio sola e spoglia. Nell’attraversare questa vita, vogliate abbandonare l’odio e lo sdegno, che spingono nella direzione opposta rispetto a un’esistenza tranquilla; e quel tempo che si spende nell’arrecare sofferenza agli altrui, si trasformi in qualche opera più meritevole o manuale o intellettuale, in un’attività che vi procuri onore, in qualche nobile impresa. In questo modo si ottiene la felicità qui sulla terra, e si trova aperta la strada del cielo.

Canzone, ti raccomando di esporre i tuoi argomenti con cortesia, perché è necessario che tu vada fra signori superbi, e i loro atteggiamenti sono pieni di

durante gli ultimi anni della vita di Petrarca il quale attuò quindi un processo di Labor Line ovvero un lavoro di limatura. Nella biblioteca vaticana vi è un codice dove sono riportati sonetti di Petrarca che lui stesso ha trascritto e corretto. In questo sonetto ritorna il motivo paesaggistico legato alla memoria di Laura. Nel sonetto che appartiene alla sezione delle rime in morte, il paesaggio di Valchiusa, appare in amara opposizione con il triste stato del poeta. Qui è evidente il tema della trasfigurazione.

FIGURE RETORICHE

L’intero testo è costruito su una serie di paradossi;

  • Chiasmi → v. 1: “Pace non trovo et non ò da far guerra”; v. 9: “Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido”;
  • Metafore → v. 2: “ardo, et son un ghiaccio”; v. 3: “volo sopra ‘l cielo, et giaccio in terra”; v. 12: “Pascomi di dolor”;
  • Paronomasia → vv. 2 - 3: “ghiaccio… giaccio”;
  • Anastrofe → v. 7: “non m’ancide Amore”;
  • Ossimori → v. 9: “Veggio senza occhi”; v. 12: “piangendo rido”;
  • Antitesi → v. 11: “ho in odio me stesso, et amo altrui”.

Parafrasi

Non trovo pace, e non ho i mezzi per combattere; e temo, e spero; e brucio di passione e sono insensibile come il ghiaccio; e volo sopra il cielo per la gioia, e cado a terra per la disperazione; e resto a mani vuote, anche se nella mia immaginazione possiedo tutto il mondo.

Un tale carceriere (Amore) mi tiene prigioniero, che né mi libera né mi rinchiude del tutto, non mi tiene come suo ostaggio né però scioglie le catene che mi legano a lui; né mi uccide, né toglie il ferro dalla ferita, né mi vuole vivo, né mi mette in salvo.

Vedo ma sono accecato dall’amore, e non so parlare eppure grido; e vorrei morire, e imploro aiuto; e odio me stesso, e amo qualcun altro (Laura).

Mi cibo di dolore, e mentre piango rido; detesto in egual modo sia la vita che la morte: Laura sono in questo stato per causa tua.


Passa la nave mia colma d'oblio – Canzoniere, CLXXXIX

Il tema fondamentale del sonetto è l’amore per Laura e le sofferenze che esso gli provoca. Il poeta vuole quindi comunicare la sua difficile condizione esistenziale a causa dell’amore che prova. L’intero sonetto può essere definito un’allegoria della navigazione per indicare la travagliata vita del poeta. Infatti si svolge nelle condizioni più difficili come può essere difficoltoso per una nave, navigare in piena notte, nella tempesta, in inverno e in un luogo particolarmente insidioso.

1° Strofa. Scilla et Cariddi, due isole situate una di fronte all’altra nello stretto di Messina, dove secondo la mitologia risiedevano due mostri marini che rendevano la via per la navigazione molto insidiosa e spesso senza via d’uscita, indicano com’è la vita per il poeta, senza via d’uscita dall’amore che prova per Laura. Troviamo anche due simboli: “governo” sta infatti per “timone” e “signore” per “Amore”. Ciò significa che alla guida della nave c’è l’Amore, che rende la navigazione, e quindi la sua vita, così difficile.

2° Strofa. La seconda quartina può essere considerata, tutta insieme, un’altra allegoria: il movimento della nave che continua dirigersi verso il pericolo, non è soltanto determinato dal fatto che alla guida ci sia l’Amore, ma anche perché ad ogni remata sta un pensiero insidioso che, insieme alla forza delle passioni, spinge sulla vela.

3° Strofa. Un’altra metafora, o meglio un simbolo che sta nel decimo verso, dove le “sartie” stanno a rappresentare la parte razionale dell’anima, in quanto in termini di navigazione le sartie sono dei cavi che sostengono l’albero della nave.

4° Strofa. Nell’ultima terzina i “duo mei dolci usati segni” in termini di navigazione rappresentano le costellazioni che indicano al navigatore la rotta, ma in questa poesia, attraverso una metafora, indicano i “dolci” occhi di Laura che sono nascosti, perciò il poeta incomincia ad avere paura di non poter più raggiungere il porto che metaforicamente indica la meta, la serenità e la pace, quindi il superamento della tempesta, cioè la fine delle difficili condizioni esistenziali del poeta.

Petrarca descrive la sua situazione esistenziale attraverso l’allegoria della vita paragonata ad un viaggio per mare.

Il poeta dice che la sua nave, carica di dimenticanze, attraversa un mare tempestoso, nel cuore della notte e durante l’inverno, in un luogo infido come lo stretto di Messina: al timone della nave sta Amore, suo signore, anzi, addirittura nemico.

I remi sono manovrati da pensieri impulsivi e perversi che lo spingono a sfidare con irrisione la tempesta e l’inevitabile tragica conclusione in un naufragio, mentre un vento incessante (di sospiri, speranze e desideri), gravido di pioggia, straccia le vele.

Il sonetto riprende il tema della lontananza connesso con quello della solitudine e dell'insonnia. Il passero solitario è ancora un alter ego del poeta, il sentimento individuale grazie all'abilità del poeta nella scrittura perde il valore contingente e diventa riutilizzabile (vedi Leopardi); il poeta ha scritto di sé ma sono testi recuperabili anche per la nostra esistenza. Solitario si lega a fu, nessun passero fu mai solitario su un tetto quanto lo sono io qui. Probabilmente si faceva riferimento ad una specie ornitologica precisa, il passero, cara ai poeti dai salmi pseudo-danteschi a Montale; salmo 101 v 108, factus sum sicut passer solitarius in tecto , Petrarca riprende quasi una citazione ad verbum ma attribuisce al verso un significato differente. Il passero è contrapposto alla fiera nel bosco, anch'essa non sola quanto il poeta. La tessitura fonica del sonetto connette la prima quartina e l'ultima terzina con una sorta di paronomasia solitario sol sol , serve a ribadire il concetto della solitudine; Petrarca non è nuovo a questi giochi specialmente in componimenti difficili per l'ordine delle parole diverso dalla sintassi abituale: attraverso la ricostruzione fonica il lettore coglie quasi d'istinto il significato. Questa capacità fonica verrà ripresa ed esasperata dal petrarchismo ed arriverà a Marino. La notte affanno: ricorda sestina 22. Nelle terzine c' è una sorta di enunciazione delle auctoritates; uomo è il relitto dell'indefinito dell'italiano antico per la forma impersonale; sonno parente della morte, c' è Virgilio alle spalle. Dolce pensier : pensiero è la pena, latino cura, definito dolce con il solito ossimoro del pensiero d'amore dolce-amaro. Alla fine il tema della solitudine si unisce al tema della singolarità, il poeta è solo al mondo. Il paese dove sta la donna è almo e felice, datore di vita; il poeta piange perché è privo di tale bene. Il poeta parte da una descrizione naturalistica per arrivare ad un esito diverso, è difficile ricostruire tutte le immagini ma l'effetto è identico, le suggestioni sono immediate, riecheggia in noi il canto flautato del passero solitario.

FIGURE RETORICHE

Nella seconda quartina si alternano una serie di antitesi.

La vita fugge, et non s'arresta una hora – Canzoniere, CCLXXII

La prima quartina è dedicata alla descrizione: chiamandosi fuori da sé, Petrarca immagina vita e morte personificate, l’una in fuga, l’altra militarmente in inseguimento a marce forzate (la metafora è tratta dalle strategie belliche romane che, in caso di spostamenti veloci, prevedevano l’abbandono i bagagli e vere e proprie corse quam maximis itineribus , in cui si mangiava ciò che il popolo, richiamato da un araldo, porgeva dai margini delle strade e si urinava continuando a camminare).

Tra i due elementi si pone il poeta, su cui convergono, in arme, il passato, il presente e il futuro. La morte di Laura, togliendo spazio alle speranze, lascia il poeta in uno stato di prostrazione in cui ricordare e prospettare sono ugualmente angosciose. Una lunga perifrasi allude al suicidio, negato non appena balugina all’animo sofferente. Il tempo, pur cos ì ostile, appartiene a Dio e non può disporne l’uomo. Del resto, la morte che “vien dietro” nella quartina precedente è non meno angosciosa della vita in fuga. Insomma, in un sonetto tutto antitetico, due prospettive, paura e desiderio del nulla, si elidono e si contraddicono a vicenda.

Tutto viene rimesso in discussione, anzi imperiosamente il pensiero si concretizza davanti al poeta: sono stato mai felice? Il soggetto e l’oggetto sono invertiti fra loro e l’enfasi data all’avverbio “mai” in rima dimostra che altra risposta non c’è , se non quanto già affermato al v.5. Nell’abusata metafora della vita come nave su mari in tempesta, Petrarca identifica le forti repulsioni verso tutti i periodi della sua vita nei venti contrari che squassano la nave e la devastano in navigazione, cioè in vita, anziché condurla al porto agognato della morte fisica e dell’immortalità poetica.

L’ultima terzina è apocalittica: il “veggio” in anafora, in allitterazione, per di più, con venti, regge stavolta una serie di complementi. La metafora si trasforma in allegoria, lo statio individuale si fa quadro (e il riferimento a certe raffigurazioni pittoriche di tempesta mi pare sollecitato dall’enfasi concessa alla vista e alle “luci” ormai spente degli occhi di Laura).

Tutto è perduto, lo dimostra la variatio che lega i complementi fra loro in sintagmi sempre più ampi e sconquassati nell’ordine solito delle parole fino al bellissimo chiasmo dell’ultimo verso, esaltato dalla sospirosa allitterazione di S.

Il testo è una riflessione fatta da Petrarca per mettere in risalto il dolore da lui provato a causa della morte della donna che ama, Laura.

Petrarca, nella prima quartina, sottolinea come le cose non gli siano mai andate bene nella vita e come non gli andranno mai bene neanche in futuro, si tratta di una visione pessimista della vita.

Che

fai? Che pensi? Che pur dietro guardi? – Canzoniere, CCLXXIII

Che fai? Che pensi? Che pur dietro guardi

nel tempo, che tornar non pò te omai?

Anima sconsolata, che pur vai

giugnendo legne al foco ove tu ardi?

Le soavi parole e i dolci sguardi

ch’ad un ad un descritti e depinti à i,

son levà ti da terra; et è , ben sai,

qui ricercarli, intempestivo, e tardi.

Deh, non rinnovellar quel che n’ancide;

non seguir più penser vago, fallace,

ma saldo e certo, ch’a buon fin ne guide.

Cerchiamo ’l ciel, se qui nulla ne piace;

ché mal per noi quella beltà si vide,

se viva e morta ne devea tô r pace.

Il poeta trova nella propria anima l'unico interlocutore e pertanto essa diviene la compagna con cui condividere l'affanno e l'angoscia che la donna provoca.

Parafrasi

Che fai? Che pensi? Perché guardi sempre indietro a quel tempo (di Laura) che non potrà mai più tornare? Anima sconsolata, perché alimenti quel dolore che già ti distrugge?

Le belle parole e gli sguardi suadenti che, nel dettaglio, hai descritto e illustrato in poesia, sono tolti dal mondo terreno; e, come sai, cercarli in questo mondo è del tutto inutile.

Non riportare a galla il ricordo (di Laura) che ti uccide, non continuare a seguire un pensiero sbagliato, ingannevole, ma sicuro e ragionevole, che porti alla salvezza.

Rivolgiamoci al cielo, se qui (sulla terra) non c’interessa più niente: perché quella bellezza fu da noi male intesa, se da viva e da morta ci doveva togliere la pace.


Levommi il mio pensar in parte ov’era – Canzoniere, CCCII

Levommi il mio penser in parte ov’era

quella ch’io cerco, et non ritrovo in terra:

ivi, fra lor che ’l terzo cerchio serra,

la rividi piú bella et meno altera.

Per man mi prese, et disse: - In questa spera

sarai anchor meco, se ’l desir non erra:

i’ so’ colei che ti die’ tanta guerra,

et compie’ mia giornata inanzi sera.

Mio ben non cape in intelletto humano:

te solo aspetto, et quel che tanto amasti