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Appunti per l'esame di letteratura italiana con la professoressa Ferro
Tipologia: Appunti
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Le principali discussioni hanno avuto come tema se esista o meno la specificità del testo letterario. In virtù di cosa possiamo dire se un testo sia una poesia e non un qualsiasi testo di comunicazione? Dopo queste discussioni, iniziate con il formalismo russo, si è stabilito che esiste una letterarietà, che è stata individuata nella prevalenza di valori connotativi.
Ogni espressione linguistica ha un valore connotativo e uno denotativo. Il linguaggio scientifico lavora soprattutto sui significati denotativi, La letterarietà, invece, in prevalenza lavora sul valore connotativo. Esempio: i capelli non sono d’oro, sono biondi. Si lavora su una metafora, l’autore decide di chiamarli d’oro perché questo è un materiale prezioso. L’oro dei capelli vale anche nel suo valore teologico: nel simbolismo medievale l’oro è l’elemento delle divinità. Meno banale è il significato della brezza che muove i capelli dell’amata. La brezza viene dal paese e porta il ricordo dell’amata, come nella poesia provenzale. Dentro i valori connotativi c’è sia un’accezione individuale che un’accezione istituzionale.
Ad essere privilegiato è il messaggio stesso in sé e per sé. Questo significa che la funzione poetica fa sì che un testo letterario sia tale non solo per i suoi contenuti ma anche per il modo e la forma in cui viene presentato.
Il ‘900 è il secolo della critica che nasce con De Santis. Nel corso degli ultimi vent’anni si è raggiunto una sorta di equilibrio. Rispetto al furore degli anni ’70 si è raggiunto un livello di condivisione accettato da tanti: questo è il modello che noi utilizziamo oggi.
La funzione poetica è anche storicamente determinata: un testo, che noi oggi possiamo considerare come testo letterario, secoli fa non era considerato tale.
La considerazione della funzione poetica non è un assoluto che vale per sempre - come riteneva Benedetto Croce - ma è qualcosa di immerso nel tempo, è sottoposto alla debolezza della storia e della cultura.
La comunicazione letteraria in quanto tale quindi deve avvalersi di un codice. Questo codice è fatto di segni la cui comprensione deve essere condivisa da tutti. Il segno della comunicazione letteraria è il segno più complesso della comunicazione linguistica, per questo si parla di ipersegni, o segni iconici. Quando Petrarca usa nel sonetto il verbo arsi, egli cerca un verbo che corrisponda al fuoco della passione. Dobbiamo ricordare che Petrarca scrive nell’italiano del ‘300 che è una lingua diversa rispetto alla nostra. Non è solo una questione di tempo, ma anche di specializzazione del codice. Petrarca usa l’italiano letterario e all’interno della gamma linguistica italiano letterario adopera la lingua della lirica. Il verbo “ardere”, per esempio, era un verbo che la lingua della lirica, e ancora più la lingua della lirica amorosa, considerava carico di significati particolari. Si può parlare così di segni petrarcheschi.
La lingua della poesia epica invece è diversa, ed è caratterizzata da un grande utilizzo del verbo “canto”.
La stessa complicazione si ha se consideriamo la combinazione e la disposizione delle parole. Quando Petrarca usa “arsi” in quella posizione lo fa sapendo di aver usato poco prima il termine “esca”. Alla fine del sonetto chiamerà in causa la dea con la sua luce. Quindi il campo semantico del sonetto è la luce.
Il testo letterario ha anche una forma intesa in senso plastico e sensoriale. Si può parlare di letteratura anche in un testo non scritto.
Lo scrittore ha a disposizione una serie di codici, mette in atto la sua scelta e così realizza concretamente il suo stile, che non è mai identico al campionario offerto dal codice.
veniens dominabitur michi”. In quello punto lo spirito animale, lo quale dimora ne l’alta camera ne la quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente a li spiriti del viso, sì disse queste parole: "Apparuit iam beatitudo vestra". In quello punto lo spirito naturale, lo quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, e piangendo disse queste parole: "Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps!". D’allora innanzi dico che Amore segnoreggiò la mia anima, la quale fu sì tosto a lui disponsata, e cominciò a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta signoria per la vertù che li dava la mia imaginazione, che me convenia fare tutti li suoi piaceri compiutamente. Elli mi comandava molte volte che io cercasse per vedere questa angiola giovanissima; onde io ne la mia puerizia molte volte l’andai cercando, e vedeala di sì nobili e laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella parola del poeta Omero: "Ella non parea figliuola d’uomo mortale, ma di deo". E avvegna che la sua imagine, la quale continuatamente meco stava, fosse baldanza d’Amore a segnoreggiare me, tuttavia era di sì nobilissima vertù, che nulla volta sofferse che Amore mi reggesse sanza lo fedele consiglio de la ragione in quelle cose là ove cotale consiglio fosse utile a udire. E però che soprastare a le passioni e atti di tanta gioventudine para alcuno parlare fabuloso, mi partirò da esse; e trapassando molte cose le quali si potrebbero trarre de l’essemplo onde nascono queste, verrò a quelle parole le quali sono scritte ne la mia memoria sotto maggiori paragrafi.
Dante con la Vita nova intende proporre qualcosa di nuovo: una delle caratteristiche di Dante è l’estrema consapevolezza di sé. Dante non solo scrive, ma riflette sulla propria scrittura. Un altro spirito simile in questa direzione è Manzoni. La Vita nova è un’opera che dobbiamo riferire al periodo precedente l’esilio di Dante, prima della commedia. Si parla infatti della Vita nova come opera giovanile.
Della vita di Dante non sappiamo moltissimo, ci sono ampi tratti della sua biografia che ci sono sconosciuti. Chiaro è che Dante fosse estremamente deciso a farsi spazio e a primeggiare tra i contemporanei, anche per questo era convinto di dover scontare le pene del purgatorio per la sua superbia. Il panorama era pieno di testi all’avanguardia, lo stil novo fu la proposta nuova di quegli anni.
I componimenti contenuti all’interno della Vita nova generalmente sono tutti di tematica amorosa. Risalgono a dieci anni prima e vengono raccolti da Dante e ricollocati all’interno di una linea unitaria. Non si tratta di un’antologia sul modello di Petrarca in quanto il genere è quello del prosimetro: ci sono poesie, liriche amorose inframmezzate da parti in prosa. L’aspetto originale è che la prosa spesso e volentieri commenta la poesia, c’è un rapporto di esplicazione delle une rispetto alle altre: gli stessi episodi vengono prima raccontati in versi e poi in prosa.
L’altra novità è la decisione di parlare di sé, di raccontare la propria storia. Per questo si dice che la Vita nova inaugura il romanzo europeo, un romanzo in cui l’autore parla di sé.
L’uomo medievale utilizza numerose strutture simboliche: Dante, per far capire quanto il momento dell’incontro con Beatrice sia stato fondamentale nella sua vita, lo attribuisce al numero nove, simbolo della trinità e della salvezza. Non è importante sapere se il fatto sia vero o no, conta il simbolo.
Domina: Beatrice diventa la padrona del suo servo d’amore, ciò è tipico della poesia feudale. Gloriosa: aggettivo solitamente attribuito alla Madonna. Beatrice: le persone, accecate dalla forza beatificante della donna, la chiamavano così. Siamo qui davanti a un caso di un modo medievale di usare i nomi, per la mentalità medievale il nome era segno della cosa.
Dante dice che i due bambini erano coetanei e egli decide di arricchire tutto questo utilizzando una perifrasi di tipo astronomico (facendo un calcolo si capisce che lei aveva 8 anni e mezzo). Dante sta dicendo che entrambi erano al momento perfetto.
Dante inventa la prosa d’arte della letteratura italiana: egli ha saputo creare una prosa pulita e artistica che viene nobilitata.
segnore di pauroso aspetto a chi la guardasse; e pareami con tanta letizia, quanto a sé, che mirabile cosa era; e ne le sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se non poche; tra le quali intendea queste: «Ego dominus tuus». Ne le sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo sanguigno leggeramente; la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch'era la donna de la salute, la quale m'avea lo giorno dinanzi degnato di salutare. E ne l'una de le mani mi parea che questi tenesse una cosa, la quale ardesse tutta; e pareami che mi dicesse queste parole: «Vide cor tuum». E quando elli era stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto si sforzava per suo ingegno, che la facea mangiare questa cosa che in mano li ardea, la quale ella mangiava dubitosamente. Appresso ciò, poco dimorava che la sua letizia si convertia in amarissimo pianto; e così piangendo, si ricogliea questa donna ne le sue braccia, e con essa mi parea che si ne gisse verso lo cielo; onde io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non poteo sostenere, anzi si ruppe e fui disvegliato. E mantenente cominciai a pensare, e trovai che l'ora ne la quale m'era questa visione apparita, era la quarta de la notte stata; sì che appare manifestamente ch'ella fue la prima ora de le nove ultime ore de la notte. Pensando io a ciò che m'era apparuto, propuosi di farlo sentire a molti, li quali erano famosi trovatori in quello tempo: e con ciò fosse cosa che io avesse già veduto per me medesimo l'arte del dire parole per rima, propuosi di fare uno sonetto, ne lo quale io salutasse tutti li fedeli d'Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi a loro ciò che io avea nel mio sonno veduto. E cominciai allora questo sonetto, lo quale comincia: A ciascun'alma presa.
Il primo saluto avviene nove anni dopo l’incontro. Tanto forte è questa suggestione che la notte il poeta si ritira in solitudine e ha un’apparizione enigmatica e misteriosa in sonno. Beatrice il giorno del saluto è vestita di bianco, colore della pudicizia, è accompagnata da altre due donne, le donne gentili che le fanno da corteo e che erano più vecchie di Beatrice.
Beatrice lo salutò molto virtuosamente tanto che gli parve di provare una beatitudine massima.
Le “e” dopo saluto sono le vocali che l’italiano antico mette in coda alle parole.
Dante ci dice l’ora, sono grossomodo le 3 del pomeriggio: l’ora nona, (perché le ore si contavano dall’alba). Dante, inebriato da questo saluto, si ritira in solitudine e pensa a questa donna. Ha una visione nella quale gli appare una nuvola rossa dentro la quale c’è un uomo: si tratta del dio amore, la personificazione del sentimento. Questo uomo porta in mano un cuore sanguinante infuocato: il cuore di Dante, che viene mangiato da Beatrice.
Questa è la scena del cuore mangiato, una scena frequente e una delle immagini su cui si è sbizzarrita anche la critica antropologica e psicologica. Ma c’è anche il grande messaggio delle virtù trasmesse attraverso il cibarsi del cuore.
Dante si sveglia e si accorge che sono le 9/10 di sera. Questa era la prima delle ultime nove ore della notte, quindi possiamo ancora notare la ricorrenza del numero nove.
Ciò che fosse cosa che = poiché, ha valore causale.
A ciascun'alma presa, e gentil core, nel cui cospetto ven lo dir presente, in ciò che mi rescrivan suo parvente salute in lor segnor, cioè Amore. Già eran quasi che atterzate l’ore del tempo che onne stella n'è lucente, quando m'apparve Amor subitamente cui essenza membrar mi dà orrore. Allegro mi sembrava Amor tenendo meo core in mano, e ne le braccia avea madonna involta in un drappo dormendo. Poi la svegliava, e d'esto core ardendo lei paventosa umilmente pascea: appresso gir lo ne vedea piangendo.
Io porgo i miei saluti ad ogni anima e ad ogni nobile cuore preso [da Amore] in nome del loro signore, cioè Amore, affinché mi scrivano la loro opinione su questo sonetto che è indirizzato a loro. Era ormai trascorsa la terza parte delle ore del tempo
Dico che quando ella apparia da parte alcuna, per la speranza de la mirabile salute nullo nemico mi rimanea, anzi mi giugnea una fiamma di caritade, la quale mi facea perdonare a chiunque m'avesse offeso; e chi allora m'avesse domandato di cosa alcuna, la mia risponsione sarebbe stata solamente 'Amore', con viso vestito d'umilitade. E quando ella fosse alquanto propinqua al salutare, uno spirito d'amore, distruggendo tutti li altri spiriti sensitivi, pingea fuori li deboletti spiriti del viso, e dicea loro: «Andate a onorare la donna vostra»; ed elli si rimanea nel luogo loro. E chi avesse voluto conoscere Amore, fare lo potea, mirando lo tremare de li occhi miei. E quando questa gentilissima salute salutava, non che Amore fosse tal mezzo che potesse obumbrare a me la intollerabile beatitudine, ma elli quasi per soverchio di dolcezza divenia tale, che lo mio corpo, lo quale era tutto allora sotto lo suo reggimento, molte volte si movea come cosa grave inanimata. Sì che appare manifestamente che ne le sue salute abitava la mia beatitudine, la quale molte volte passava e redundava la mia capacitade.
Beatrice decide di negare il saluto a Dante che, per informare i lettori della gravità di questa negazione, ne descrive gli effetti. Dante infatti aveva esagerato nel mostrare apprezzamenti per la donna, andando oltre i termini di una relazione onesta. L’amore è diventato un ostacolo per eccesso di dolcezza.
L’amore si propone in prima sede di lodare la donna, il verso è quindi prima rivolto verso la donna amata e in seguito verso tutti: la lode alla donna deve dare i benefici della beatitudine a tutti.
Dante dice che lui e Guido Cavalcanti si sono allontanati perché uno ha seguito la fede cristiana e l’altro no: Cavalcanti ha avuto a disdegno la fede e la grazia. Si tratta di due amici che in un certo momento della vita prendono strade diverse per un disaccordo su un tema fondamentale: quello della fede.
La situazione è topica, Dante parla con alcune donne gentili, donne sagge e piene di grazia, che, con alcune domande, inducono nell’autore la riflessione in maniera socratica. Egli fa un esame di coscienza e questa riflessione lo porta a cambiare. Dante capisce che l’obiettivo di questo amore non sarà più il saluto e la ricompensa, ma la lode. Così in maniera più forte si introduce il motivo poetico-letterario e questo capitolo ne diverrà manifesto.
Si loda Beatrice perché lei è un angelo: quando Dante scriverà il Paradiso, dopo vent’anni, recupererà coerentemente il discorso iniziato qui. Possiamo dunque parlare di una straordinaria compattezza nelle opere dantesche. 19.10.
Caratteristiche: Carattere militante (Guinizzelli, Cavalcanti, Cino e Dante). Era un movimento aristocratico, non si trattava dell’aristocrazia del sangue ma di quella dell’intelletto e delle rime. Questo gruppo intendeva coscientemente opporsi dal passato e dagli altri contemporanei. Nel Purgatorio Dante esplicita il cuore del discorso, ovvero la sincerità d’ispirazione: quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’ è ditta dentro vo significando (autentica realtà psicologica e affettiva tradotta in forma). Il tema della sincerità d’ispirazione era comune, era un topos letterario ma con questa sottolineatura i poeti dello stil novo, e Dante in particolare, intendono avvicinare il più possibile la forma al contenuto. La forma sarà strettamente connessa al contenuto; questo, sincero e vero, deve essere di natura psicologica e affettiva, un sentimento di amore. Non c’è esercizio letterario. La tematica amorosa ha l’esclusiva, quindi questi poeti, che erano anche figure impegnate, decidono di escludere gli altri argomenti (filosofici, scientifici) all’interno della loro produzione poetica. La tematica amorosa è elevata a un grado molto più ampio e denso di quanto noi moderni intendiamo. Questa si racconta sotto forma di analisi interiore dell’esperienza personale. C’è un tratto autobiografico, l’amore per la donna, che viene considerato nella sua origine (le cause), nelle conseguenze e sopratutto nella fenomenologia (cosa succede all’interiorità quando si è innamorati).
Lo stil novo riprende caratteri che erano già nell’amor cortese: L’origine dell’amore nella contemplazione della bellezza fisica. La superiorità della donna.
La poesia, elevata e aristocratica nei contenuti, deve esserlo anche nella forma: Lingua utilizzata: fiorentino illustre, lessico semplice. Gli altri poeti scrivevano in una lingua molto diversa: i dialetti. Illustre significa filtrato e che lascia da parte tutti i termini estremi. Tonalità dolce. C’è un’eliminazione dei suoni aspri e duri. Armonia sintattica, registro piano. La sintassi è piana e armonica, la frase è costruita con un ordine naturale. Metro semplificato. Il metro dello stil novo è rimasto poi nella lingua italiana.
Caratteristiche proprie di Dante: Dante si sposta e passa dall’autoanalisi alla pura rappresentazione, non vuole mettere in versi quello che succede a lui ma vuole lodare la donna e i suoi effetti sugli altri. Dante ci presenta una donna ancora più eterea a ancora più vicina alla divinità. L’amore non è più amore interessato che aspetta dalla donna il saluto, si passa a un amore disinteressato, gratuito, che si appaga nella lode. La mentalità medievale, che esce dal feudalesimo, fa molta fatica a concepire la gratuità. Dante la riprende dal De amicitia di Cicerone, una virtù classica. Questo è il punto di maggior distacco tra Dante e Cavalcanti che ha una concezione dolorosa che è totalmente opposta. L’amore diventa una forma di conoscenza, si tratta di un’esperienza pienamente intellettuale. La poesia deve essere lode, questo significa premere sul valore in sé della parola, in qualche modo significa valorizzare e nobilitare la poesia. Con Dante, più che con altri, il contenuto diventa un po’ meno determinante e si valorizza la parola poetica, la poesia come strumento di conoscenza. La poesia è così una forma di filosofia. Cambia il destinatario: l’interlocutore non è più la donna ma saranno gli altri, il destinatario si allarga e l’esperienza amorosa ne guadagna perché diventa generosa. L’esperienza amorosa dà salvezza, non è solo un’esperienza morale ma teologica.
Donne ch'avete intelletto d'amore, i' vo' con voi de la mia donna dire, non perch'io creda sua laude finire, ma ragionar per isfogar la mente. Io dico che pensando il suo valore, Amor sì dolce mi si fa sentire, che s'io allora non perdessi ardire, farei parlando innamorar la gente. E io non vo' parlar sì altamente, ch'io divenisse per temenza vile; ma tratterò del suo stato gentile a rispetto di lei leggeramente, donne e donzelle amorose, con vui, ché non è cosa da parlarne altrui.
E’ una canzone di cinque strofe tutte in versi endecasillabi. Dante, utilizzando questo metro, sta dicendo al lettore che quello che scrive è importante. La scelta metrica è infatti molto significativa: ad ogni contenuto corrispondeva una forma. Alla canzone dovevano essere destinati gli argomenti più alti.
Parafrasi: Donne che comprendete cosa sia l’amore, con voi voglio parlare in versi della mia donna, non perché pretenda di esaurire la sua lode, ma per sfogare la mente ragionando. Io dico che, pensando alla sua virtù, Amore si fa sentire così dolcemente in me, che se io allora non perdessi coraggio, farei innamorare di lei la gente con i miei versi. e io non voglio cantarla in stile così alto, da divenire vile per il timore di non riuscirci; ma tratterò della sua nobiltà in modo poco profondo rispetto a lei, o donne e donzelle amorose, con voi, poiché non è argomento da trattare con altri.
là dove c’è uno (Dante) che teme di perderla, o che dirà all’Inferno: oh dannati, io ho visto la speranza dei beati.
Il poeta non trova immagine più adatta per descrivere Beatrice che quella di un angelo. Un angelo del cielo vuole portarla con sé, ma la pietà interviene ed è solo per questa che Beatrice rimane sulla Terra, sotto forma di miracolo vivente. Dante ci sta dicendo che la grazia ci è stata data da Dio come gesto di pietà contro la morte nell’inferno.
“Vostra spene”: perifrasi per indicare Beatrice. “Alcun”: esempio dell’allargamento del pubblico, c’è infatti l’abbondanza degli indefiniti per questo motivo.
Madonna è disiata in sommo cielo: or voi di sua virtù farvi savere. Dico, qual vuol gentil donna parere vada con lei, che quando va per via, gitta nei cor villani Amore un gelo, per che onne lor pensero agghiaccia e pere; e qual soffrisse di starla a vedere diverria nobil cosa, o si morria. E quando trova alcun che degno sia di veder lei, quei prova sua vertute, ché li avvien, ciò che li dona, in salute, e sì l’umilia, ch’ogni offesa oblia. Ancor l’ha Dio per maggior grazia dato che non pò mal finir chi l’ha parlato.
Parafrasi: Beatrice è desiderata nell’Empireo: ora voglio farvi sapere del suo potere. dico che, qualunque donna voglia apparire nobile vada con lei, perché quando cammina per le vie, Amore infonde nei cuori non gentili un gelo, per il quale ogni loro pensiero si paralizza e muore; e chi riuscisse a sostenere il suo sguardo si convertirebbe ad una cosa nobile o morirebbe.
E quando trova qualcuno che sia degno di guardarla, egli sperimenta la sua potenza, poiché ciò che gli dona si trasforma per lui in salvezza, e lo rende così mite, che dimentica ogni offesa. Dio le ha dato inoltre una grazia maggiore: che chi ha parlato con lei non può finire male.
Dice di lei Amor: "Cosa mortale come esser pò sì adorna e sì pura?" Poi la reguarda, e fra se stesso giura che Dio ne ’ntenda di far cosa nova. Color di perle ha quasi, in forma quale convene a donna aver, non for misura: ella è quanto de ben pò far natura; per essemplo di lei bieltà si prova. De li occhi suoi, come ch’ella li mova, escono spirti d’amore inflammati, che feron li occhi a qual che allor la guati, e passan sì che ’l cor ciascun retrova: voi le vedete Amor pinto nel viso, là ’ve non pote alcun mirarla fiso.
Parafrasi: Amore dice di lei: “Come può essere una creatura mortale di tale bellezza e virtù?” Poi la osserva di nuovo, e fra sé afferma con certezza che Dio intende fare di lei una cosa straordinaria. Ha la carnagione bianca quasi come il colore delle perle, come è giusto per una donna, non oltre misura: ella è il massimo del bene che può produrre la natura; prendendo lei come modello e metro di misura ogni [altra bellezza.] Dai suoi occhi, non appena li muove, scaturiscono spiriti infiammati d’amore, che feriscono gli occhi a chi li guardi in quel momento, e penetrano in modo tale che ciascuno giunge al cuore: voi le vedete Amore dipinto nello sguardo, là dove nessuno può guardarla fisso.
solo a donne e uomini cortesi, che ti condurranno là per la via più breve. Tu troverai Amore insieme a lei: raccomandami a lui, come è tuo incarico.
“Assai”: continuamente.
L’innamorato spera che la poesia possa arrivare alla donna amata, Beatrice, per lodarla.
CAPITOLO XXVI Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua deven tremando muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d’umiltà vestuta; e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare. Mostrasi sì piacente a chi la mira, che dà per li occhi una dolcezza al core, che ’ntender no la può chi no la prova: e par che de la sua labbia si mova un spirito soave pien d’amore, che va dicendo a l’anima: Sospira.
Parafrasi: La donna della mia mente appare di tale nobiltà di spirito e di tale purezza dei costumi quando saluta qualcuno, che ogni lingua, tremando d’emozione, diventa muta e gli occhi non osano fissarla. Ella procede, sentendosi lodare, quasi rivestita di benevolenza e di umiltà; e sembra essere una creatura discesa dal cielo sulla terra per mostrare la sua natura miracolosa. Si mostra dotata di tale bellezza a chi l’ammira,
che infonde, attraverso gli occhi, una dolcezza al cuore, comprensibile solo a chi l’ha provata:
e sembra che dal suo volto si muova uno spirito dolcissimo d’amore, che va dicendo all’anima: “Sospira”.
Contini è un critico letterario che ha studiato molte opere di Dante. Questo sonetto è un esempio di componimento linguisticamente limpido: non sembra presentare difficoltà linguistiche e può essere preso come esempio del dolce stil novo. Contini dice che sembra essere scritto in una lingua attuale ma in realtà è un esempio di testo dove ogni parola va considerata nel suo significato, diverso rispetto a quello di oggi.
Ci sono alcuni elementi grammaticali che denunciano l’antichità di questo testo: Il pronome impersonale “altrui”: non significa “gli altri”, ma nella grammatica dell’italiano antico significa solo “quando va salutando”, senza complemento oggetto. “L’ardiscono di guardare”: l’anticipazione del pronome provoca un avvicinamento tra ardire e guardare. “Si va”: se ne va. “A miracol mostrare”: si tratta di un fenomeno simile a “l’ardiscon di guardare”, dà enfasi a questo complemento di fine. “Mostrasi”: questa è la legge Tobler-Mussafia secondo la quale le parcelle atone monosillabiche, nell’italiano antico, non potevano stare in posizione iniziale. L’inflessione normale dell’italiano antico le mette dopo la prima parola. “Labbia": nell’italiano antico significa volto e, in particolare con Dante, significa fisionomia. “Un spirto": Contini afferma che non bisogna valutare questo secondo i nostri canoni metrici.
26.10.