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domande aperte psichiatria di pasquale
Tipologia: Panieri
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Descrivere le aree di criticità (epistemologica, diagnostica, clinica, ecc.) che caratterizzano la psichiatria rispetto alle altre discipline mediche Risulta preliminare ma necessario analizzare il contesto storico in cui la psichiatria si inserisce. Infatti essa è una branca medica relativamente “nuova”, che veniva svolta in luoghi appositi lontano dalla città ovvero i manicomi. Era radicata la convinzione che la psichiatria non fosse una branca “medica” in quanto secondo le convinzioni del tempo non aveva a che fare con delle patologie organiche, in quanto si riteneva che non vi fosse nessun rapporto mente-corpo. I punti di criticità della psichiatria moderna sono ad oggi ancora fonte di dibattito nella comunità scientifica. Epistemologicamente si rischia la perdita di una cornice comune, mentre classificazione e diagnosi sono frutto del lavoro racchiuso all’interno del DSM, il manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali, elemento imprescindibile ma perfettibile e di certo non puramente“oggettivo”. Inoltre essendovi la mancanza di validatori biomedici, esami diagnostici e esami di laboratorio, risulta una soggettività nella diagnosi e nell’approccio terapeutico al paziente. La psichiatria ancora oggi risente negativamente dell’immaginario collettivo che si porta dietro, quasi come se fosse una tara genetica, o uno stigma sociale, si curano i “pazzi” e questi sono diversi da noi, configurando un rapporto clinico medico-paziente difficile Definire cos'è un disturbo mentale Un disturbo mentale, in inglese mental disorder, è un quadro caratterizzato da difÏcoltà cognitive, del comportamento, nella regolazione delle emozioni ed è associato ad una significativa sofferenza e inabilità in alcuni aspetti come l’ambito sociale, lavorativo e più in generale nel funzionamento quotidiano del soggetto. In ambito medico-biologico è dovuto ad una alterazione biochimica nel sistema nervoso centrale che comporta una inabilità per il paziente. Definire cosa si intende per "diagnosi" e per "nosografia" in psichiatria La diagnosi è un processo integrato, che tramite un corretto iter valutativo, ci permette di identificare e comunicare al paziente il disturbo di cui soffre. Essa può essere effettuata grazie a diversi sistemi classificativi, quali il DSM-5 o l’ ICD ( classificazione internazionale delle malattie). La nosografia è lo studio puramente descrittivo e quindi teorico delle malattie. In psichiatria si ha per scopo la descrizione, l'ordinamento e la sistematizzazione complessiva delle malattie. A tale scopo l’Associazione Americana Psichiatri è arrivata a elaborare il DSM e la WHO l’ICD. Descrivere cosa si intende per "psichiatria biologica o organicista" La psichiatria biologica o organicista è una corrente di pensiero in ambito psichiatrico che si affermò soprattutto tra gli anni 1919-1939, anni in cui si iniziarono ad usare terapie biologiche tra cui anche l’elettroshock. Essa considera la struttura organizzata propria degli esseri viventi non interpretabile esclusivamente in base a principi fisico-chimici. Il concetto centrale infatti è che l’organismo sia un’unità non concepibile come semplice somma delle singole parti che lo costituiscono, ma che queste si influenzino le une con le altre. Rifiuta inoltre il dualismo corpo-anima in favore di un’interpretazione di tipo comportamentistico o totale. Tra gli studiosi all’interno della corrente organicista possiamo annoverare Bernard, Bichat e Wernicke.
Descrivere cosa si intende per "corrente neo-krepeliniana in psichiatria" Kraepelin fu uno psichiatra tedesco attivo a fine 1800 a cui dobbiamo l’impostazione della psichiatria e della psicologia clinica nel modo di categorizzare le malattie e fare diagnosi, viene considerato infatti il padre delle moderne classificazioni delle patologie psichiche, in quanto uno dei primi a ricercare le motivazioni neurofisiopatologiche alla base delle malattie. La corrente neokraepeliniana in psichiatria risulta evidente a partire dalla terza edizione del DSM, anni 50 del 900, in cui c’è una impronta biologica stretta in un’ottica più vicina alla medicina organica tradizionale (sintomi/sindromi) che alla psicologia (fenomeni/processi), privilegiando la categorialità e una sorta di iperspecializzazione diagnostica, clinica e terapeutica nell’identificazione delle patologie Descrivere le motivazioni per cui, per uno psicologo clinico, è importante conoscere la psichiatria Lo psicologo clinico deve conoscere la psichiatria, in quanto questa si occupa in modo specifico.della sofferenza mentale del paziente, lavorando all'interno dello stesso ambito di interesse, seppur con approcci differenti. Infatti lo psicologo clinico ha un approccio non biologico- farmacologico cosa che si ritrova invece fortemente nella psichiatria. Lo psicologo passa molto più tempo con il paziente e comunica con lo psichiatra sviluppando lo stesso tipo di linguaggio scientifico nel contesto più ampio gli di un percorso di cura che sia integrato è il miglior possibileper il paziente Inoltre acquisisce in questo modo elementi di psicofarmacologia terapia che gli permettono di essere parte attiva nel confronto con lo psichiatra, per quanto riguarda aderenza alla terapia, effetti collaterali e outcome (risultato) clinico del paziente LEZIONE 2 Descrivere le varie fasi in cui si articola l'anamnesi psichiatrica Parte del colloquio psichiatrico è l’anamnesi il momento della raccolta delle informazioni relative a segni, sintomi e qualsiasi informazione rilevante al fine di indirizzare verso una specifica diagnosi. Tali informazioni possono essere fornite direttamente dal paziente o, nel caso egli non sia collaborante, da familiari o conoscenti. L’anamnesi psicopatologica prossima occupa la fase successiva del colloquio. La parola anamnesi deriva dal greco ἀνάμνησις (anamnesis) e significa “ricordo”. Essa rappresenta il processo attraverso cui, in medicina, si raccolgono le informazioni riguardanti la storia della malattia del paziente. In particolare nell’anamnesi psicopatologica prossima si devono indagare i sintomi di più recente insorgenza, quelli che hanno portato il paziente a chiedere aiuto, come si sono manifestati, che decorso hanno avuto fino a quel momento, quali eventi di vita ne hanno eventualmente determinato l’insorgenza. Talvolta possono essere eventi oggettivamente impattanti come separazioni, lutti, licenziamenti, trasferimenti, gravi malattie. Altre volte l’evento, o gli eventi, scatenanti sono più difficili da individuare perché apparentemente, almeno all’osservatore, meno significativi, altre volte nelle patologie psichiatriche a maggior carico biologico come il disturbo bipolare o la schizofrenia lo scompenso non è necessariamente correlato ad un evento di vita. Anamnesi psicopatologica remota devono essere indagati eventuali episodi di malattia antecedenti quello che ha portato il paziente alla nostra osservazione. In questa fase è buona norma valutare il paziente secondo un ordine cronologico partendo dalla prima infanzia, esaminando lo stile di attaccamento nei confronti dei caregiver o ricercando eventuali segnali di esordio precoce di determinate patologie. È essenziale, in questa fase ricercare nella storia clinica del paziente elementi psicopatologici che possano essere indizio di esordio precoce della patologia per cui ci ha consultati o di altra patologia già in
sé La vigilanza è lo stato di veglia, cioè il grado di attivazione delle funzioni cognitive che rende possibile la consapevolezza di sé e del mondo e che può variare da un estremo costituito dalla condizione di veglia fisiologica usuale del soggetto all’estremo opposto costituito da un abbassamento progressivo fino al coma e alla morte. Essa è la facoltà di rimanere deliberatamente svegli quando altrimenti si potrebbe essere assonnati o addormentati. Viene determinata dai meccanismi dell’arousal e dell’attenzione. È soggetta a variazioni quantitative che determinano il livello di intensità della coscienza. Essa è infatti fluttuante, favorita dall’interesse, influenzata da ansia, paura estrema o anche gioia, può essere ridotta dalla noia o essere influenzata dalla situazione ambientale e dal modo in cui si percepisce tale situazione. Si distingue inoltre una vigilanza tonica e una vigilanza fasica. La prima è il livello di base della vigilanza, la seconda ne rappresenta una modifica transitoria in risposta ad un determinato stimolo. A livello neurofisiologico la vigilanza è regolata principalmente dai sistemi attivanti della sostanza reticolare presenti nella regione centrale troncoencefalica coinvolti nella motivazione e nell’arousal ovvero nello stato generale di attivazione e reattività del sistema nervoso, in risposta a stimoli interni (soggettivi) o esterni (ambientali e sociali). Il più importante di questi sistemi di controllo è rappresentato dalle cellule dei nuclei colinergici della giunzione ponto-mesencefalica, le cellule noradrenergiche del locus coeruleus e i neuroni serotoninergici del nucleo del rafe. Così, l’attività di questi nuclei troncoencefalici modula il grado di coscienza durante il giorno in un continuum che va dalla veglia attenta al sonno profondo. Questi nuclei, a loro volta, sono controllati dagli orologi biologici circadiani posti nel nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo; questi orologi interni sono regolati dai cicli di luce e buio che definiscono il giorno e la notte. Le strutture descritte non determinano di per sé la coscienza ma ne rappresentano il presupposto somatico. Il grado di vigilanza si riflette sull’attività elettrica cerebrale e perciò può essere obiettivata tramite l’elettroencefalogramma (EEG). Descrivere cosa si intende per preconscio Il preconscio si riferisce ad un insieme di contenuti non coscienti ma virtualmente accessibili alla coscienza. Il pensiero cosciente è flessibile e strategico tuttavia è molto difficile portare avanti molteplici compiti cognitivi a livello cosciente mentre a livello preconscio diversi processi automatici possono essere portati avanti in parallelo. Mentre infatti l’attività mentale cosciente richiede un importante sforzo attentivo e dispendio di risorse mentali i processi inconsci sono rappresentati da routine procedurali automatizzate che si svolgono al di sotto della soglia della consapevolezza che richiedono scarse energie mentali, una sorta di attività in background che fa da sfondo all’attività mentale cosciente. Descrivere cosa intende Jaspers per comprendere empatico e comprendere razionale? La psicopatologia non si limita ad osservare il comportamento del paziente. Come si può infatti utilizzare il termine «osservare» per qualcosa che rappresenta l’esperienza interiore di un altro? Il clinico deve essere in grado non solo di descrivere correttamente ciò che è esternamente osservabile nel comportamento del malato ma anche di immedesimarsi nella sua esperienza interiore, ovvero di utilizzare l’empatia. Esiste quindi un comprendere razionale e un comprendere empatico. Jaspers afferma: “Se però comprendiamo i contenuti di pensiero come scaturiti dagli stati d’animo, dai desideri, dai timori di colui che pensa, allora li comprendiamo solo in modo propriamente psicologico o empatico. Se il comprendere razionale conduce sempre solo all’osservazione che il contenuto di una mente è una connessione razionale interamente comprensibile senza la psicologia, il comprendere empatico ci conduce all’interno delle stesse connessioni psichiche. Se il comprendere razionale è solo uno strumento di supporto della psicologia, il comprendere empatico conduce invece alla stessa psicologia”. Altrettanto importante però diviene a tal
proposito il problema della giusta distanza. Il “mettersi nei panni dell’altro” che caratterizza l’empatia fino a che punto può arrivare? Di nuovo Jaspers ci viene in aiuto affermando: “il clinico deve assumere l’atteggiamento di un ascoltatore attento, che non intende esercitare violenza sull’altro e resta fondamentalmente obiettivo, senza farsi influenzare [...] Impassibilità e commozione procedono unite e non possono contrapporsi, mentre la fredda osservazione di per sé non vede nulla di essenziale. Soltanto insieme, mediante un’azione reciproca, possono portare alla conoscenza”. LEZIONE 4 Definire lo stato crepuscolare Lo stato crepuscolare è un restringimento del campo di coscienza con polarizzazione su pochi contenuti ideoaffettivi. È caratterizzato da: 1. Esordio e fine improvvisi 2. Durata variabile da poche ore a diverse settimane 3. Manifestazioni di atti violenti inattesi o scoppi emotivi nel corso di un comportamento altrimenti tranquillo È in genere manifestazione di sofferenza organica cerebrale come nel caso dell’epilessia temporale, traumi cerebrali, alcolismo, ma può verificarsi anche in stati dissociativi isterici o nella reazione ad eventi catastrofici. Le implicazioni legali di tale condizione sono importanti essendo stata portata come difesa a fronte della messa in atto di comportamenti violenti di cui sia stata poi riportata amnesia. Definire il delirium Il delirium o stato confusionale (da non confondere con il delirio che è un’alterazione del contenuto del pensiero) è caratterizzato dalla presenza di disorientamento, distraibilità, disturbi mnestici, incoerenza ideativa ovvero l’incapacità di mantenere un flusso di pensieri coerente, deliri frammentari generalmente a carattere persecutorio e con notevole partecipazione emotiva, instabilità emotiva con paura, ansia, allarme, giocosità fatua, perplessità, disturbi psicomotori come incapacità ad eseguire movimenti finalizzati, inibizione. Possono essere inoltre presenti allucinazioni per lo più visive, turbe vegetative con tachicardia, instabilità pressoria, ipertermia. Tipicamente i sintomi tendono a fluttuare nel corso della giornata con peggioramento nelle ore serali e notturne. Nel delirium si distinguono forme: 1. Ipoattive con prevalente abbassamento della vigilanza, inibizione, scarsa sintomatologia produttiva (deliri o allucinazioni). 2. Iperattivo (delirium in senso stretto) con ricca produttività delirante, irrequietezza, iperattività afinalistica. Le allucinazioni presenti nel delirium sono tipicamente visive (tipica la visione di piccoli animali), vissute con paura e terrore, talora con curiosità. Gli stati confusionali indicano quasi sempre una sofferenza organica di origine cerebrale o extracerebrale (dismetabolica, da intossicazione o astinenza da sostanze). Il decorso è di solito acuto e reversibile. Nel DSM-5 il «Delirium» costituisce inoltre un disturbo specifico. LEZIONE 5 Descrivere in cosa consistono i disturbi dell'attività dell'io Rappresentano disturbi nel senso di agency o agentività ovvero della consapevolezza di essere il motore, l’agente dei miei pensieri, delle mie azioni, dei miei comportamenti. Alterazioni in questo senso sono osservabili ad esempio nelle esperienze di passività presenti nella schizofrenia (vedi oltre), in cui il soggetto si sente come manovrato e controllato dall’esterno. La perdita del senso di agentività può coinvolgere non solo il movimento ma anche il pensiero, la memoria e la volontà. Pazienti depressi possono avvertire l’incapacità di innescare pensieri o ricordi, oppure pazienti schizofrenici possono ritenere che i propri pensieri siano avviati dall’esterno. Descrivere in cosa consistono i disturbi della consapevolezza della propria unicità o
da forze esterne. Nel fenomeno dell’eco del pensiero il paziente sente i propri pensieri ripetuti ad alta voce o come un eco immediatamente seguente al pensiero stesso. Mentre nei fenomeni psicopatologici appena descritti il paziente vive in maniera angosciosa l’alterazione dei propri confini nelle esperienze di estasi il paziente vive uno stato di comunione gioiosa con l’universo, Dio, la natura. Descrivere il concetto psicopatologico di depersonalizzazione Il fatto che lo psichico, sia esso percezione, sensazione del corpo, ricordo, rappresentazione, pensiero, sentimento, acquisti lo speciale tono del “mio”, dell’”Io”, del “personale”, del proprio operare, si chiama Personalizzazione. Se ho la coscienza che questi elementi psichici non siano miei, che mi siano estranei, che siano automatici, che siano indipendenti e provengano da qualche altra parte, questi fenomeni si chiamano fenomeni di depersonalizzazione. Sebbene la depersonalizzazione sia tecnicamente un aspetto dei disturbi dell’identità dell’io viene trattata separatamente da esso per due ordini di motivi: sia perché questa è la consuetudine dei manuali di psicopatologia sia, e soprattutto, perché il termine depersonalizzazione va riservato al sentimento come se piuttosto che all’esperienza di irrealtà tipica della psicosi. Il paziente cioè è consapevole di sentirsi come se percepisse sé stesso in maniera estranea, vi è un’istanza del sé che osserva e una che viene osservata, l’insight viene così mantenuto. Il paziente affetto da depersonalizzazione riferisce che la sua attività mentale, il suo corpo, e ciò che lo circonda sono qualitativamente diversi da sembrare irreali, lontani, o meccanici. Tra i vari fenomeni della depersonalizzazione vengono riferiti perdita di emozioni e sentimenti di estraneità o distacco dai propri pensieri, dal corpo, o dal mondo. Nonostante la drammaticità di questa esperienza, il paziente è consapevole dell’irrealtà di tale cambiamento. Il sensorio è integro e la capacità di esprimere emozioni è intatta. Caratteristiche della depersonalizzazione: 1. Esperienza “come se” 2. Diverso dalla esperienza di certezza di irrealtà che si verifica nella psicosi 3. E’ sempre soggettiva, è un disturbo dell' esperienza 4. Il vissuto è quello di un cambiamento interno o esterno caratterizzato da un senso di stranezza o irrealtà 5. L'esperienza è sgradevole 6. Qualsiasi attività mentale può esserne coinvolta, l'affettività lo è invariabilmente 7. L'insight è mantenuto Descrivere i correlati neurobiologici della depersonalizzazione Per quanto concerne i correlati neurobiologici di questo sintomo Sierra e Berrios ritengono che da un punto di vista evoluzionistico la depersonalizzazione sia un meccanismo vestigiale di risposta ad un pericolo che combina due opposte tendenze da una parte uno stato di aumentata allerta (mediato dall’emisfero cerebrale destro) combinato ad una inibizione (mediato dall’emisfero cerebrale sinistro) dell’arousal emotivo potenzialmente disorganizzante. La depersonalizzazione sarebbe dunque una forma adattattiva di dissociazione che in condizioni di pericolo massimizza le possibilità di sopravvivenza consentendo al soggetto di elaborare una via di fuga senza essere sopraffatto dal panico. Ciò indurrebbe uno stato di torpore emotivo che viene vissuto dal paziente come uno stato di coscienza qualitativamente diverso e che viene riferito come “irreale o distaccato”. Il sintomo depersonalizzazione può essere ritrovato in un ampio spettro di patologie, dai disturbi d’ansia, come nel disturbo di panico, alla depressione, al disturbo ossessivocompulsivo. Risulta essere molto frequente nella popolazione clinica
ambulatoriale (circa il 70%) e nella popolazione generale (30%), potendo essere legata anche a stati fisiologici quali stanchezza, fatica, noia. Descrivere le componenti dell'immagine corporea L’immagine corporea è costituita da diverse componenti: • percettiva (ad esempio, come la persona visualizza la taglia e la forma del proprio corpo) • attitudinale (quello che la persona pensa e conosce del proprio corpo) • affettiva (i sentimenti che la persona nutre verso il proprio corpo) • comportamentale (riguardante ad esempio, l’alimentazione e l’attività fisica) Quindi l’immagine corporea riguarda la persona nella sua globalità, e i suoi effetti possono essere rilevanti e complessi. La distorsione dell’immagine corporea, rappresentata da una mancata corrispondenza tra il corpo reale ed il corpo soggettivamente percepito, risulta essere implicata nei disturbi anoressico e bulimico e nelle altre patologie della condotta alimentare quali: la reverse anorexia tipica soprattutto del genere maschile (che si manifesta con la preoccupazione ossessiva per lo sviluppo muscolare), il disturbo da alimentazione incontrollata, i disturbi dell’alimentazione non altrimenti specificati. LEZIONE 6 Descrivere le varie forme di attenzione fondamentale funzione cognitiva è l’attenzione, definibile come focalizzazione attiva o passiva della coscienza su un’esperienza, quale ad esempio input sensoriali, programmi motori, ricordi o rappresentazioni interne. E’ la capacità di disporsi in maniera attiva verso determinati contenuti di coscienza, esterni o interni che siano e focalizza la stessa su una determinata esperienza limitando l’interferenza di stimoli che potrebbero rivelarsi distraenti. L’attenzione ha una capacità limitata, nel senso che l’attività cognitiva di elaborazione possibile in un particolare momento è limitata. L’attenzione può essere focalizzata, o selettiva, quando riguarda la capacità di far risaltare uno o due soli stimoli sensoriali o ideativi su cui convogliare l’interesse, sostenuta, quando riguarda la capacità di mantenere un impegno attentivo per un periodo di tempo prolungato, ed divisa, quando riguarda l’abilità di spostare rapidamente il focus attentivo da un compito ad un altro. La funzione attentiva si distingue inoltre in volontaria, quando il soggetto focalizza attivamente la propria attenzione; involontaria, quando l’attenzione è distratta da un oggetto esterno; dispersa, tipica della vita normale di relazione nella quale il soggetto è distraibile o concentra l’attenzione su ciò che lo interessa; concentrata, quando il soggetto è concentrato e si sofferma su un particolare contenuto escludendo gli altri stimoli esterni ed aspettante, o stato di allerta, quando il soggetto è in attesa e si concentra sulla possibilità che si verifichi un determinato evento. Una compromissione dell’attenzione attiva si traduce in una incapacità di mantenere a fuoco stimoli significativi per cui l’attenzione è continuamente deviata da stimoli irrilevanti (distraibilità) e vi è la difficoltà di mantenere a lungo l’attenzione su un dato compito (difficoltà di concentrazione). Altre volte l’attenzione è ristretta su determinati contenuti, ad esempio nella depressione. Alterazioni dell’attenzione sono sempre presenti in disturbi della vigilanza e della coscienza, ma si possono trovare sia in numerose patologie psichiatriche sia in soggetti normali in condizioni di stanchezza.Nella mania è tipicamente alterata l’attenzione attiva mentre è accentuata l’attenzione passiva. Un disturbo specifico dell’attenzione si ha come criterio diagnostico dell’ADHD nell’infanzia. Nella sindrome frontale si può avere un grave disturbo dell’attenzione attiva. Secondo alcuni modelli neurofisiologici l’attenzione implica un’azione di filtro (selezione delle informazioni rilevanti) che sarebbe alterato nella schizofrenia. Descrivere il fenomeno psicopatologico dell'illusione
di voci, si parla in questo caso di allucinazioni parafasiche. La presenza di pseudoallucinazioni uditive ovvero allucinazioni la cui provenienza non viene localizzata nello spazio esterno ma nello spazio mentale era considerata da alcuni autori come indice di psicosi cronica. LEZIONE 7 Descrivere le ipotesi biologiche relative alla genesi delle allucinazioni Per quanto concerne le ipotesi biologiche nonostante numerosi studi ad oggi non è possibile definire con chiara evidenza i meccanismi fisiopatologici sottesi all’origine delle allucinazioni. Storicamente le prime formulazioni riguardanti la disfunzione di precisi sistemi neurotrasmettitoriali nella genesi delle allucinazioni ha riguardato lo studio della dopamina e della serotonina a partire dall’osservazione che specifiche sostanze psicotrope sono in grado di indurre allucinazioni. Specifici circuiti neuronali, in particolare la via mesolimbica, utilizzano la dopamina come neurotrasmettitore. Farmaci in grado di potenziare la trasmissione dopaminergica come quelli utilizzati nella terapia della malattia di Parkinson o sostanze d’abuso come la cocaina o le anfetamine possono indurre allucinazionie deliri determinando un’iperattività dopaminergica della via mesolimbica. Il dato che emerge è che il processo neuropatologico che è alla base delle allucinazioni è di origine centrale, riguarda cioè il funzionamento cerebrale e non gli organi di senso. A riprova di ciò è l’osservazione che allucinazioni visive indotte da sostanze sono state registrate anche in persone cieche. Sostanze allucinogene come LSD, la psilocibina, la mescalina hanno effetto psicotomimetico potendo indurre alterazioni percettive che vanno dall’iperestesia alla sinestesia a vere e proprie allucinazioni. Tutte queste sostanze sono biochimicamente affini alla serotonina e possono agire come agonisti dei recettori serotoninergici 5-HT2A modulando in tal modo il rilascio di dopamina. Ulteriori studi circa le possibili aree cerebrali coinvolte nella genesi delle allucinazioni uditive provengono dagli studi elettrofisiologici e di imaging cerebrale. La stimolazione elettrica cerebrale è realizzata mediante impianto diretto di elettrodi sulla corteccia del cervello, durante interventi neurochirurgici, in soggetti completamente coscienti durante l’operazione. Essa è in grado di evocare esperienze di tipo allucinatorio facendo rievocare tracce mnestiche memorizzate dal cervello e tali reminiscenze indotte possono far rivivere nel soggetto le emozioni provate al momento dell'esperienza originaria. È interessante l’osservazione che i pazienti che reagiscono alla stimolazione elettrica della corteccia con allucinazioni mnestiche sono contemporaneamente consapevoli sia della scena vividamente rievocata sia della situazione in cui essi si trovavano, ovvero l’allucinazione sperimentale si inserisce nell’esperienza presente. La stimolazione del lobo occipitale produce allucinazioni visive elementari, comunemente flashes colorati, sprazzi di luci intermittenti e scintillanti. Allucinazioni visive più complesse si registrano quando la stimolazione non si limita all'area calcarina ma quanto più lo stimolo si sposta verso le aree secondarie e le regioni temporo-occipitali, soprattutto destre. La stimolazione elettrica del lobo temporale provoca allucinazioni uditive complesse, visive complesse e gustative. Risultano più "realistiche" le allucinazioni indotte nella corteccia occipitale confronto a quella temporale. L’introduzione di tecniche di imaging cerebrale come la fRMN, la PET, la SPECT, ha consentito altresì di ipotizzare che alla base dei fenomeni dispercettivi vi sia una disfunzione circuitale piuttosto che la presenza di una specifica lesione. Descrivere il fenomeno dell'insight L’insight ovvero la consapevolezza delle allucinazioni in quanto tali può variare da paziente a paziente, così come la partecipazione emotiva ad esse potendo variare dall’ansia al
terrore alla neutralità. Non sono rari i casi in cui le voci hanno tono e contenuto positivo e confortante. In questo caso il soggetto può soffrire della loro mancanza. Alcuni schizofrenici hanno necessità delle voci nei compiti della vita quotidiana (fare il caffè o prendere un autobus) poiché la volontà e l’intenzionalità sono oltremodo deficitarie. Per quanto riguarda la capacità critica ed è quella funzione psichica che integra il concetto di rapporto con la realtà consentendone una corretta valutazione. Rappresenta la capacità con cui l’individuo si rapporta con i propri sentimenti, pensieri e con il proprio funzionamento ed, insieme al rapporto di realtà, è l’elemento essenziale nella differenziazione fra quadri nevrotici e psicotici. Parte integrante della capacità critica è il concetto di giudizio, sia per quanto riguarda il giudizio della realtà, cioè la corrispondenza fra i dati reali e quelli pensati, ed il giudizio di verità, concetto relativamente soggettivo ma comunque basato su norme e riferimenti etici. All’interno di questo concetto il fenomeno di insight riguarda la coscienza, ad esempio, della propria malattia ed il rimandarla a fattori esterni cercando il più possibile di comprenderne le cause. La capacità di insight valuta la consapevolezza del cambiamento, introdotto dalla malattia, da parte del paziente e la sua capacità di adattamento ad esso. L’insight è inteso sia come fenomeno categoriale, identificabile in termini di presenza o assenza, sia come costrutto dimensionale, articolato in differenti aspetti e caratterizzato da una fluttuazione nel tempo nel singolo paziente: può̀ essere messo in relazione a vari parametri psicopatologici e clinici quali l’aderenza al progetto terapeutico, la risposta al trattamento, la presenza e la gravità di alcuni sintomi. Alcuni autori propongono una teoria sull’insight riconoscendo tre possibili dimensioni di questo, distinte ma ampiamente correlate fra loro: 1) La capacità di riconoscere sé stesso come malato 2) La compliance (aderenza) al trattamento 3) La capacità di identificare come patologici fenomeni mentali abnormi, quali – ad esempio – le allucinazioni e i deliri. Una posizione piuttosto originale rispetto alla tematica dell’insight è quella di Arieti che definisce l’insight come «la comprensione da parte del paziente della sua situazione, ivi compresi i fatti principali connessi con la sua malattia, il concetto del proprio stato e le circostanze che lo determinano. Alcuni pazienti non sanno di essere malati. Altri sanno di essere malati ma non sanno in che cosa consista la loro malattia. Altri ancora sanno qualche cosa circa la loro malattia ma non ne accettano la responsabilit à̀ e ne danno la colpa agli altri. Le forme pi ù̀ adeguate di insight includono la comprensione dell’effetto del proprio comportamento sugli altri, e anche un’utilizzazione costruttiva di quanto si sa allo scopo di modificare adeguatamente il comportamento». La presenza di insight nel paziente è indicativa di una condizione di minor gravità clinica sia nel campo delle psicosi (dove comunque l’insight è per definizione deficitario) sia nelle condizioni di carattere non- psicotico (dove la sua assenza indica ad esempio forme particolarmente gravi della patologia ossessivo-compulsiva). La presenza di un buon insight pu ò̀ essere quindi correlata a una migliore prognosi nella misura in cui una maggiore consapevolezza di malattia dovrebbe consentire al paziente di accettare in modo pi ù̀ maturo le terapie, comprese quelle psicofarmacologiche. LEZIONE 8 Descrivere i disturbi quantitativi del pensiero I disturbi quantitativi comprendono tutte quelle condizioni in cui la quantità del discorso è abnormemente alterata. Si riscontrano quindi logorrea nel caso in cui il paziente abbia un irrefrenabile spinta a parlare con difficoltà da parte dell’interlocutore ad inserirsi nella conversazione come negli stati maniacali o ipomaniacali. Pazienti depressi o con disabilità intellettiva possono mostrare il problema opposto mostrando una totale assenza di risposta alle domande (mutismo) o parlano in modo molto stentato con difficoltà a trovare le parole (rallentamento dell’eloquio) o utilizzando frasi ridotte al minimo (povertà dell’eloquio) o
esterne, di essere posseduti, controllati). Tali deliri Deliri di riferimento, in cui gli avvenimenti intorno al soggetto vengono interpretati come riferiti a lui. Deliri persecutori, esprimono la convinzione che l’ambiente sia ostile e che gli altri stiano tramando contro il paziente. Comprendono deliri di veneficio (lo si vuole avvelenare), deliri di nocumento (lo si vuole danneggiare), di rivendicazione (presunti torti subiti). Descrivere le forme del delirio primario Si indica con delirio primario un delirio che non si verifica in risposta ad altre forme psicopatologiche, come un disturbo dell’umore, le circostanze emotive di un soggetto, il suo contesto culturale. In questo secondo caso si parla di delirio secondario. Tipicamente i deliri primari si verificano nella schizofrenia, essi sono inderivabili e incomprensibili. I veri deliri cioè non possono essere spiegati, essi sono psicologicamente irriducibili. Le esperienze deliranti primarie sono per Jaspers esperienze che si situano oltre il limite che separa ciò che è psicopatologicamente comprensibile o derivabile da altri elementi da ciò che è incomprensibile, estraneo. Un tratto distintivo dell’esperienza delirante primaria è il «porre in riferimento senza motivazione» ovvero stabilire dei significati riguardanti il sé o il mondo circostante in maniera arbitraria e non condivisibile. I deliri primari comprendono: 1. Intuizioni deliranti: sono deliri che compaiono all’improvviso, così come può comparire qualsiasi idea. Tipicamente il paziente non sa spiegare come sia comparsa tale l’intuizione. 2. Percezione delirante: a differenza dell'intuizione delirante la percezione delirante avviene in due passaggi. Il paziente percepisce un dato della realtà esterna a cui viene attribuito un significato delirante. Caratteristicamente tale significato è nuovo in discontinuità rispetto ai significati attribuiti a quel dato fino a quel momento. Un esempio può essere che alla vista di una maniglia mancante di una porta un paziente può ritenere che altri vogliano intrappolarlo nella stanza per fargli del male. La percezione delirante rientra nei sintomi di primo rango secondo Schneider, ovvero i sintomi patognomonici della schizofrenia. È importante sottolineare che la percezione delirante non è un disturbo della percezione ma è un disturbo del pensiero, nel senso che non sono percezioni abnormi ma interpretazioni abnormi. Ed è questo secondo elemento, ovvero nell’attribuzione di un significato abnorme che va ricercato l’elemento distintivo della percezione delirante. 3. Atmosfera delirante: Il delirio primario è spesso preceduto da uno stato d’animo o atmosfera delirante (Wahnstimmung), che coincide con una sensazione angosciosa e terribile di una progressiva e indefinibile trasformazione del mondo, di un cambiamento degli atteggiamenti delle altre persone che assumono sinistri, misteriosi e inafferrabili significati. Il soggetto, perplesso, è incapace di esprimere un giudizio su quanto avviene dentro di sé e attorno a sé ed è caratterizzato da una ridotta attività motoria. Per un paziente che esperisce l’atmosfera delirante, il mondo è cambiato in maniera sottile, avverte ogni cosa intorno a sé come portentosa, sconosciuta e peculiare in modo indefinibile. Sa di essere personalmente coinvolto, ma non sa come. Ed è solo quando si innesca il delirio, che interviene a dare un senso al cambiamento in atto, che il paziente prova un certo senso di sollievo rispetto alla precedente tensione intollerabile dell’atmosfera delirante. 4. Ricordi deliranti: così come la percezione delirante è un’interpretazione delirante di un percetto normale il ricordo delirante è l’elaborazione delirante di un ricordo normale. Viene definito anche come delirio retrospettivo. Un esempio può essere un paziente che, affetto da schizofrenia da due anni, riteneva che all’età di dieci anni allorché era stato operato di appendicectomia, evento realmente accaduto e ricordato, gli fosse stato impiantato un dispositivo per controllarlo dall’interno Descrivere la differenza tra delirio lucido e confuso Una distinzione essenziale è quella tra delirio lucido e confuso. Nel delirio lucido (delusion
in inglese) lo stato di coscienza non è alterato, il paziente è vigile, orientato. È il delirio propriamente detto, che presenta un certo grado di sistematizzazione e organizzazione e che si osserva nei disturbi dello spettro della schizofrenia e nel disturbo bipolare psicotico. Nel delirio confuso (delirium) lo stato di coscienza è alterato, sono presenti confusione, disorientamento, il delirio è sempre frammentario, sconnesso, mutevole. Si osserva nel «Delirium», inteso come categoria diagnostica, così come è definito nel DSM e che si presenta nell’anziano, in affezioni cerebrali organiche, nell’abuso o nell’astinenza da sostanze stupefacenti. Descrivere il delirio di gelosia e il delirio erotomanico Deliri di gelosia Riguardano la convinzione che il proprio partner sia infedele, adducendo prove fantasiose e sottoponendo spesso il/la partner a continue verifiche e controlli. Può essere non facilmente distinguibile da una gelosia patologica. Il carattere delirante può essere desunto dall’accanimento su dettagli insignificanti (un capello sulla giacca, una macchia sulla biancheria). L’infedeltà oggettiva del partner non ha molta rilevanza nel giudizio diagnostico. I deliri di gelosia possono condurre ad atti violenti contro di sé o il partner. È più frequente nell’uomo e nell’etilismo cronico. Delirio erotomanico È caratterizzato dalla convinzione che una persona, in genere altolocata o comunque rivestita agli occhi del soggetto di autorità, sia innamorata del paziente. Nella forma classica si tratta più frequentemente di donne che sulla base dell’interpretazione di gesti o parole di personaggi autorevoli (politici, sacerdoti, medici…) si convincono che lui le ami e che si dichiarerà non appena avrà sistemato le cose. A questa fase di attesa, che può durare anni, segue una fase di disillusione in cui il presunto pretendente si nega, infine può verificarsi la fase in cui la paziente, carica di rancore per non essere stata corrisposta, può compiere atti violenti. Descrivere il concetto psicopatologico di delirio sulla base della definizione del DSM-5 mostrando anche i limiti di tale definizione Il delirio è da sempre considerato l’essenza della follia. Il termine delirio deriva dal latino delirium («de-lira» ovvero fuori dal solco) che richiama l’immagine dell’aratro che esce dal solco, quindi la deviazione dalla norma. Non esiste una definizione universalmente accettata del delirio e ciò a indicazione della difficoltà di definire un elemento psicopatologico così complesso e ricco di sfumature. La definizione del DSM-5 recita: «una credenza personale falsa, basata su un’inferenza scorretta sulla realtà esterna e sostenuta fermamente a dispetto di quanto quasi ogni altra persona crede e a dispetto di ovvie prove o evidenze del contrario. La credenza non è fra quelle ordinariamente accettate da altri membri della cultura di appartenenza del soggetto». In realtà questa definizione, pur corretta, rischia di essere eccessivamente semplicistica rispetto alle caratteristiche di un elemento psicopatologico così ricco e pieno di sfumature, ma soprattutto parte dal presupposto, ancora più semplicistico che l’uomo si formi sempre delle credenze razionali e condivisibili, fatto questo che è contrario alla realtà dei fatti e delle opinioni delle persone. Molti studi sono stati effettuati per individuare differenze di ragionamento tra soggetti normali e deliranti, per verificare l’ipotesi del difetto di ragionamento induttivo o deduttivo del delirante tuttavia non sono state trovate differenze in tal senso, pertanto il locus del problema del delirio deve risiedere altrove. L’opinione di considerare una credenza delirante è sempre appannaggio di un osservatore esterno. Chi sostiene un’idea delirante la sostiene con la stessa forza con cui sostiene idee non deliranti. In questo senso il delirio è per l’ideazione ciò che l’allucinazione è per la percezione. Descrivere il concetto psicopatologico di idea prevalente
I veri deliri, nella loro essenza primaria, quasi primitiva, sono indipendenti da qualunque esperienza psichica, si presentano come fenomeni primari inderivabili, psicologicamente indeducibili e quindi incomprensibili. Ma l’incomprensibilità non si riferisce ai contenuti del delirio, bensì è il modo con cui tale convinzione si instaura che ci appare sfuggente, non intuibile, che evade la nostra capacità di immedesimazione e ne evade la comprensione. Vediamo adesso quali sono le condizioni che possono influenzare l’insorgenza del delirio. Abbiamo già indicato come secondari quei deliri che sono conseguenti ad altra condizione patologica. L’alterazione dell’umore in senso depressivo o maniacale può assumere caratteristiche psicotiche e determinare l’insorgenza di elaborazioni deliranti. Tipicamente sono deliri congrui (e quindi derivabili) dall’alterazione dell’umore. Così il depresso avrà deliri melanconici che possono essere caratterizzati da tematiche di autodistruzione o di disfacimento (convinzione di essere morti, che il corpo si stia per distruggere o decomporre) o di autodistruzione attraverso la malattia (deliri ipocondriaci). Altre volte sono preminenti tematiche di colpa e di giusta punizione per il danno causato oppure deliri che riguardano l’autodistruzione mediante rovina economica o impoverimento. All’opposto la mania può accrescere il senso di forza e di potenza, la sicurezza in sé stessi e nelle proprie possibilità determinando tipicamente tematiche deliranti di grandezza ma anche riguardanti il timore di essere espropriati di tale grandezza o di tali doti, da cui possono scaturire tematiche persecutorie. Altre volte l’instaurarsi del delirio può essere condizionato da cambiamenti nelle condizioni di vita del soggetto. Può così accadere che il delirio insorga in relazione all’insicurezza personale o all’isolamento. Un paziente anziano può sentire diminuite le proprie energie e capacità, se a ciò si aggiunge la solitudine può sentirsi ancora più esposto e indifeso. L’ansia conseguente può divenire tale da indurlo alla convinzione di essere perseguitato, danneggiato, derubato. Lo stesso può accadere nel caso di soggetti in stato di deprivazione sensoriale, come ad esempio in caso di sordità che predispone alla diffidenza verso gli altri. Gli emigranti in un paese di lingua diversa possono non comprendere ciò che gli viene detto se a ciò si aggiunge la solitudine e l’abbandono possono sfociare in deliri di persecuzione o di nocumento. Un’altra condizione che può favorire l’insorgenza di deliri è il senso di colpa. Già in soggetti normali il fatto di avere «la coscienza sporca» può indurre un’osservazione ansiosa dell’ambiente circostante alla ricerca di segnali che indichino che l’altro è a conoscenza delle proprie colpe. Il senso di inferiorità morale cioè risveglia la diffidenza e può condurre al delirio per cui gli altri conoscono le mancanze commesse e possono pertanto diffondere voci denigratorie sull’individuo. Talora il paziente può reagire a tali convinzioni e reagire contro i diffamatori presunti arrivando a compiere atti violenti. Alcune persone possono tormentarsi rabbiosamente nella convinzione che i propri diritti siano stati offesi, ciò diventa uno stimolo incessante per battagliare in sede legale per i torti subiti. Il senso di inferiorità sessuale per diminuzione o scomparsa della capacità di avere rapporti (per malattie organiche come il diabete o nell’alcolismo cronico) può condurre ad una condizione di umiliazione costante e all’elaborazione delirante dell’infedeltà del partner (delirio di gelosia). Altre volte un’omosessualità non accettata può condurre ad elaborare tematiche deliranti persecutorie. Come umiliazione permanente possono agire anche la povertà, le umili origini, o desideri cronicamente insoddisfatti ad esempio nelle relazioni sentimentali o in relazione alla maternità. In questi soggetti il delirio, con tematiche di grandezza o erotomanico, può funzionare da liberazione compensatoria a prezzo però di una grave distorsione della realtà. Parimenti le umili origini possono costituire uno stimolo all’instaurarsi di un delirio genealogico. Da un esame del contesto biografico del soggetto delirante può quindi emergere un significato del delirio, il delirio può cioè acquisire un senso alla luce della storia di vita. Alcuni pazienti sono anche in grado di comunicare tale connessione. Tuttavia piuttosto raramente il paziente trova sollievo nel delirio come nel
caso del paziente con un vissuto cronico di inferiorità e umiliazione che esordisce con tematiche deliranti di grandezza. Per la maggior parte dei pazienti non è ravvisabile tale valore «compensatorio» del delirio e ne è angosciata, né nella maggior parte dei casi di deliri schizofrenici, è possibile ravvisare dei presupposti esistenziali o psicopatologici che diano senso all’elaborazione delirante. Descrivere le tipologie di delirio maggiormente presenti nella depressione psicotica La depressione psicotica è un sottotipo di depressione maggiore che include sintomi psicotici come allucinazioni o deliri. I deliri sono credenze false e irrazionali che non possono essere modificate dalla logica o dall'evidenza contraria. Nella depressione psicotica, i deliri sono spesso tematicamente connessi alla depressione e possono includere:
1. Delirio di Colpa o di Peccato Questo tipo di delirio coinvolge credenze irrazionali di essere colpevoli o responsabili di eventi negativi o tragici. Ad esempio, un individuo potrebbe credere di essere responsabile di una catastrofe naturale o di un incidente che non ha alcun legame con lui. 2. Delirio di Povertà In questo caso, l'individuo è convinto, senza alcuna base reale, di essere in rovina finanziaria o di essere destinato alla povertà. 3. Delirio di Malattia o di Deterioramento Fisico Questo tipo di delirio coinvolge credenze irrazionali di essere affetti da una malattia grave o incurabile, o di subire un deterioramento fisico, nonostante non ci siano prove mediche a sostegno di tali credenze. 4. Delirio di Nichilismo o di Catastrofe Imminente L'individuo può credere che il mondo stia per finire, o che la realtà come la conosciamo non esista più. 5. Delirio di Persecuzione Anche se meno comune nella depressione psicotica, l'individuo può credere di essere perseguitato o minacciato da qualcuno o qualcosa, nonostante non ci siano prove a sostegno di tali credenze. È importante notare che queste tipologie di delirio non sono esclusive della depressione psicotica e possono presentarsi in altre condizioni psichiatriche. La presenza di deliri nella depressione è un indicatore di gravità e richiede un trattamento specifico e intensivo. LEZIONE 11 Descrivere il concetto di salienza aberrante Ogni organismo ha il compito di riuscire a selezionare nell’ambiente circostante gli stimoli rilevanti, siano essi attrattivi o avversivi rispetto a quelli neutri, e rispondere adeguatamente ad essi. La salienza può essere definita come «un processo nel quale gli oggetti e gli stimoli, attraverso un meccanismo di integrazione, giungono all’attenzione catturando i pensieri e guidando i comportamenti». Il processo di attribuzione di significato non coinvolge solamente le caratteristiche dello stimolo quali intensità, movimento,
informazioni in forma pure senza specificare tempo e spazio mentre la memoria episodica fa riferimento ad eventi della propria esperienza personale. La memoria a lungo termine è dotata di una capacità molto ampia e può trattenere l’informazione in un tempo che va da pochi minuti a diversi decenni. La memoria subisce anche l’influenza delle emozioni, e ciò è vero sia per le persone “sane”, nelle quali lo stato affettivo influenza i processi di ricordo e dimenticanza, che nelle persone affette da psicosi schizofreniche ed affettive, nevrosi o disturbi dell’umore. Ad esempio la depressione è stata associata a difficoltà di memoria ed una sua generale compromissione. Esistono inoltre evidenze di distorsioni mnemoniche per materiale connotato affettivamente per cui è più probabile che informazioni che hanno una valenza emotiva congruente con il tono dell’umore del soggetto in quel momento, vengano recuperate dalla memoria. Tale fenomeno prende il nome di mood congruent ed è simile, ma distinto, dalla memoria stato-dipendente, la quale riguarda distorsioni di ricordi acquisiti in un particolare stato d’umore le quali vengono recuperate più facilmente quando il soggetto si trova in quello stesso stato. La dimenticanza riguarda una perdita o un ridotto accesso alle informazioni recentemente immagazzinate ed acquisite ed è influenzata dalla pregnanza soggettiva dell’informazione, dallo stile concettuale del soggetto, dal grado di elaborazione dell’informazione e dall’età. Probabilmente la dimenticanza è determinata dal disuso o interferenza di materiale acquisito più recentemente o più vivido, e sostenuto da processi metabolici e fisiologici (Lezak et al. 2004) Descrivere il concetto psicopatologico di affettività e le sue componenti L’affettività è il complesso dei sentimenti, emozioni, umore e riguarda la capacità di rispondere in modo soggettivo ad eventi della realtà interna o esterna, fenomeno caratteristico di ogni persona e strettamente legato alla sua personalità, al suo carattere, al suo temperamento ed alla sua capacità di reagire di fronte agli stimoli. Da un punto di vista fenomenologico comprende emozioni, stati affettivi di breve durata insorgenti a seguito di timoli psicogeni ed esprimibili attraverso manifestazioni somatiche; i sentimenti, componenti affettivi più duraturi e stabili che esprimono modalità con cui l’individuo vive il proprio corpo, la psiche e la socialità, e l’umore, rappresentato dallo stato affettivo di base dell’individuo, il quale influenza stabilmente la sua esistenza Il DSM-5 definisce l’umore come «un’atmosfera emotiva pervasiva e durevole, mentre l’affetto esprime cambiamenti più fluttuanti del clima emozionale», il criterio cioè che distingue l’umore dall’affetto e dall’emozione sarebbe squisitamente relativo alla persistenza e alla durevolezza e quindi temporale. Kurt Schneider applica all’umore i concetti di fondo ovvero «un fondale sotterraneo non vissuto, non motivante, ma agente in maniera causale». L’umore sarebbe quindi la sfera della dimensione affettiva che costituisce il sottofondo della vita psichica dell’individuo e condiziona o prepara il terreno alle emozioni. L’umore è dunque il tono affettivo di base che colora l’intera esperienza del soggetto. L’umore di base è condizionato da fattori biologici, costituzionali, biografici (avvenimenti di vita). L’umore va distinto dalle emozioni che sono stati affettivi più limitati nel tempo e reattivi a determinati eventi e dai sentimenti che sono più stabili e prolungati delle emozioni. L’umore è una funzione psichica complessa che determina la disposizione verso il presente, se stessi, gli altri e il futuro. L’umore viene di norma percepito come stabile nonostante temporalmente sia caratterizzato dal susseguirsi di una vasta gamma di emozioni e stati d’animo che variano in relazione a diversi fattori interni (per esempio i livelli ormonali) ed esterni (ad esempio le ore di luce o eventi relazionali). Sebbene l’umore sia perturbabile, e quindi oscilli fisiologicamente nell’arco del giorno o dell’anno, mantiene un equilibrio attraverso complessi meccanismi di regolazione. Con l’umore variano i livelli di energia mentale (per esempio la velocità dei pensieri o il senso di brillantezza mentale, la qualità e la convinzione dei pensieri) e fisica (per es. minore stancabilità), la reattività agli eventi e alle
provocazioni. In pratica assieme all’umore vengono coinvolte le emozioni, i pensieri, i comportamenti, il modo di prendere le decisioni. Il concetto di umore è strettamente legato a quello di ritmo. Come abbiamo accennato l’umore riconosce delle variazioni fisiologiche sia durante l’arco della giornata (ritmo circadiano) sia in relazione alla stagionalità La cronobiologia è la disciplina che studia i fenomeni biologici a carattere ritmico, non solo le fluttuazione dell’umore ma anche i ritmi sonno veglia, le variazioni di temperatura corporea, dell’appetito, i livelli di energia vitale. LEZIONE 12 Descrivere le tre funzioni che caratterizzano le emozioni primarie Le emozioni primarie e secondarie sono processi neurofisiologici innati e implicano modificazioni cognitive, neurovegetative, motorie. Esse sono processi complessi che possono essere descritti secondo tre componenti: 1. Aspetto valutativo: riguarda il valore informativo in senso stretto, l’emozione cioè comunica all’individuo qualcosa in relazione al sé o al mondo. Ad esempio la paura ci informa della presenza di un pericolo, la tristezza ci comunica la perdita di un o scopo importante. Aspetto espressivo: ogni emozione di base è legata ad espressioni specifiche della mimica facciale, e a modificazioni della postura corporea. Studi di Ekman hanno dimostrato che le emozioni primarie sono espresse da specifiche espressioni del volto, ad esempio nel disgusto il naso è arricciato, il labbro superiore sollevato, quello inferiore può essere sia sollevato che normale, le palpebre inferiori sollevate e le sopracciglia abbassate. Tali espressioni sono comuni nelle popolazioni di qualsiasi latitudine, essendo biologicamente determinate e non influenzate dalla cultura, e sono presenti anche nei primati più vicini all’uomo nella scala evolutiva. Attraverso l’espressività le emozioni vengono comunicate in maniera non verbale agli individui della stessa specie in modo molto rapido, al fine di aumentare le probabilità di sopravvivenza del gruppo. Così un’espressione di disgusto a fronte dell’ingestione di un alimento può comunicare agli altri la possibile natura nociva dello stesso. Attivazione motoria: le emozioni hanno un’essenziale ruolo nella preparazione all’azione motoria. La paura ad esempio oltre a comunicare la presenza di un pericolo (aspetto valutativo) e a determinare una specifica espressione del volto e del corpo (aspetto espressivo), determina un’attivazione fisiologica che include tachicardia, incremento della pressione arteriosa, tensione muscolare, incremento del flusso sanguigno ai muscoli, che ha il significato di preparare il corpo ad affrontare il pericolo attraverso un’azione di attacco o di fuga. Descrivere le due componenti essenziali che caratterizzano l'umore L’umore può essere descritto fondamentalmente secondo due assi: • L’asse del livello energetico vitale basale che rappresenta il prodotto complesso di regolazioni omeostatiche fisiologiche, delle influenze ambientali e della storia delle esperienze individuali. Il livello energetico vitale basale funziona da filtro rispetto alla codifica di eventi interni ed esterni modulandone il significato. Un livello di energia vitale basale buono determina una propensione all’esplorazione e a cogliere le opportunità dell’ambiente estero, facilità nelle relazioni, estroversione, senso di attivazione fisica. Un livello energetico vitale basso determina invece comportamenti più difensivi, di allontanamento o tesi ad una maggiore negatività. L’umore di fondo, determinato dai livelli energetici vitali basali è qualcosa di cui si può acquisire consapevolezza ma è un fenomeno largamente automatico non modulabile volontariamente. • L’asse della valenza piacevole/spiacevole riguarda invece la tonalità positiva o negativa che assume l’esperienza soggettiva dei livelli energetici vitali basali. Il concetto di valenza piacevole/spiacevole non è definibile in maniera univoca. Un umore irritabile associato ad emozioni di rabbia è accompagnato in genere da un vissuto