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Lista di domande e possibili risposte di una simulazione d'esame del corso di Polimeri avanzati tenutasi al Politecnico di Torino nel corso di ingegneria dei materiali
Tipologia: Appunti
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Descrivere la prova di creep e il comportamento dei polimeri: creep -> sforzo costante nel tempo. Il polimero sottoposto alla prova risente di una deformazione elastica correlata dalla legge di Hook al crescere dello sforzo (1). Quando lo sforzo diviene costante, il polimero non si comporta come un metallo (ovvero sforzo costante – deformazione nulla (2)), ma ha un aumento non lineare delle proprie dimensioni (3). Questo è dovuto alla presenza degli entanglements fra le catene. Questi nodi, nel tempo, sotto l’azione dello sforzo vengono “sciolti”, facilitando la mobilità delle catene portando il polimero ad un aumento delle dimensioni. Lo sforzo iniziale, troppo veloce per lo scioglimento dei nodi, porta il polimero ad essere un classico materiale elastico (ovvero che segue la relazione sforzo = E*deformazione), mentre l’applicazione nel tempo porta il polimero a comportarsi da materiale viscoso (descritto dalla legge di Newton). Modello di Voight-Kelvin per la descrizione della prova di creep: la parte elastica e la parte viscosa vengono messe in parallelo, sforzo = E * deformazione sforzo = viscosità * deformazione nel tempo si risolve il differenziale e si ottiene il modello Descrivere la prova di rilassamento degli sforzi e il comportamento dei polimeri: rilassamento degli sforzi -> deformazione costante nel tempo Il polimero posto a deformazione costante risente in un primo tratto un andamento lineare seguendo la legge di Hook, dove lo sforzo aumenta in modo lineare con la deformazione (1). A deformazione costante, sussegue un rilassamento degli sforzi, dove lo sforzo diminuisce nel tempo (2) (mentre nei materiali elastici rimarrebbe costante sino alla fine dell’applicazione della deformazione (3)). Lo sforzo può arrivare ad annullarsi, nel caso di assenza di reticolazione. Questo avviene perché fra le catene sono presenti gli entanglements, che, sottoposti a deformazione nel tempo, si sciolgono, aumentando il moto delle catene, che possono formare una nuova conformazione, andando a diminuire le tensioni interne, annullando lo sforzo. Nel caso di reticolazione, gli entanglements reticolati non riescono a sciogliersi, impedendo il raggiungimento dello sforzo nullo. Si può utilizzare il modello di Maxwell per la descrizione della prova: parte elastica e viscosa sono messi in serie, portando ad avere la seguente relazione fra deformazione e sforzo: Definire la viscosità di un fluido e i materiali newtoniani e non newtoniani: La viscosità di un fluido è la caratteristica del fluido di opporsi ad una deformazione imposta al fluido stesso. Vi sono due tipi di comportamento:
disordine, dando un abbassamento consistente della viscosità. Questo porta che nei materiali cristallini la viscosità decresce più velocemente che nei materiali amorfi, anche se ha valori assoluti maggiori. Questo è applicabile ai polimeri in termini di densità di nodi, peso molecolare, lunghezza delle catene, struttura del polimero tanti nodi, sistema molto rigido, ma appena si sciolgono minore viscosità che un sistema a pochi nodi. Pochi nodi, miglior adattamento alla nuova conformazione senza modifica delle viscosità. Descrivere la tipica curva viscosità in funzione della velocità di deformazione per un polimero: La curva, con assi in logaritmo, è suddivisibile in tre sezioni:
Esistono diversi tipi di vite con diverse proprietà, fra le più comuni: vite universale: rapporti del 50 25 25 delle tre zone vite barriera: presenta due filetti differenti, uno con altezza molto maggiore dell’altro, in grado di bloccare il polimero non ancora fuso. Il filetto ad altezza inferiore avrà la funzione di fluidificare il polimero ancora solido. Vite con pin: una sequenza di pin permette alla vite di applicare in modo più omogeneo gli sforzi al polimero Quali sono le fonti di calore utilizzate per plastificare il polimero in una pressa a iniezione? Il 20-30% del calore è apportato da resistenze elettriche presenti lungo il cilindro. Il restante calore è generato dall’attrito del polimero attraverso lo sfregamento delle superfici interne del cilindro, dei filetti e della vite. Il polimero è un cattivo conduttore, e si avranno dei gradienti termini fra la parte a contatto con le superfici e la parte più a cuore. Descrivere il funzionamento del puntale (con anello) di una vite da stampaggio e cosa si intende per “cuscino di materiale”: il meccanismo permette di creare una zona separata nel cilindro, fra la zona di alimentazione, compressione e dosaggio e la parte di accumulo per il materiale da iniettare nello stampo in un ciclo. Quando il polimero raggiunge la giusta viscosità per essere iniettato, viene spinto nella zona di accumulo del cilindro. Raggiunte le giuste quantità per il completo riempimento dello stampo, la vite traslerà verso lo stampo muovendosi sul proprio asse, aumentando le pressioni nella zona di accumulo. Questo movimento porterà la vite a bloccare il passaggio di materiale fra la zona di dosaggio e quella di accumulo, attraverso l’uso di un anello e del puntale (disegno). Il cuscino di materiale è l’avanzo di materiale (accuratamente calcolato) che rimane nella zona di accumulo, sotto pressione attraverso l’effetto della vite punzonante. Il cuscino serve per evitare vuoto all’interno dello stampo dovuti a ritiro di materiale per la solidificazione. Il cuscino applicherà una pressione al materiale nello stampo, andando a riempire i vuoti che si possono creare. Descrivere le fasi del ciclo della pressa a iniezione: Il polimero viene essiccato nell’estrusore tramite aria secca o vuoto. Viene condotto all’interno della tramoggia evitando il contatto con l’aria. Dalla tramoggia cade per gravità all’interno del cilindro del macchinario. La vite produrrà degli sforzi sul materiale, diminuendone la viscosità. Le resistenze termiche aiutano aumentando la temperatura del polimero. Il polimero passa nella zona di compressione, fondendosi. Una volta raggiunta la giusta viscosità e temperatura, passa nella zona di dosaggio, andando ad accumularsi nella zona di accumulo, accessibile in quanto la vite è in posizione retratta permettendo il materiale di passare. La vite, posizionandosi in posizione avanzata, bloccherà l’accesso del materiale nella zona di accumulo e andrà a spingere il materiale all’interno dello stampo. Il controllo è effettuato solamente dalla velocità di riempimento dello stampo. Quando il volume dello stampo sarà occupato dal polimero, si ha il passaggio di controllo di velocità a quello di pressione, dove la pressione è applicata dalla vite sul cuscino di materiale che tiene in pressione il materiale all’interno dello stampo. Si ha un aumento di pressione in condizioni isoterme, detto pressurizzazione. In seguito si ha un processo isobaro per evitare che il pezzo vada in ritiro dovuto al raffreddamento, detto mantenimento. Si ha un raffreddamento in condizioni isocore, dove si ha apporto di materiale nelle zone di ritiro dal cuscino. Essendo a volume costante e in raffreddamento, si avrà anche una diminuzione della pressione, che alla fine del ciclo sarà pari a quella atmosferica per permettere l’apertura dello stampo. Si ha un raffreddamento isobaro con diminuzione del volume quando il gate è congelato, impedendo l’apporto del cuscino. Infine si avrà l’estrazione del pezzo. Quando il gate sarà congelato, la vite si porta in posizione arretrata, permettendo a nuovo polimero di entrare nella zona di accumulo per un nuovo ciclo. Sintesi: riempimento -> pressurizzazione -> mantenimento -> raffreddamento -> estrazione
Quali sono le differenze tra lo stampaggio di un materiale semicristallino e di uno amorfo? Durante la fase di controllo della pressione, per materiali amorfi, per il quali si ha un ritiro preferenziale vicino al punto di iniezione, si utilizza una pressione minore, che può anche diminuire nel tempo, rispetto ai materiali cristallini, che avranno un ritiro omogeneo su tutto il pezzo, richiedendo pressioni maggiori sino all’avvenuta cristallizzazione del materiale. In entrambi i casi bisogna evitare una pressione troppo elevata, che si trasformerebbe in sovra impacchettamento. Nella decompressione (o risucchio, attraverso un piccolo ritiro della vite) si crea una depressurizzazione in modo tale che non si abbiano perdite dall’ugello. In entrambi i casi la pressione aumenta durante il riempimento dello stampo. Arrivati al completo riempimento, si passa alla fase di mantenimento in pressione, con raffreddamento del materiale e spinta di nuovo materiale per evitare i ritiri volumetrici. Quando il materiale al gate si solidifica, non si può più avere apporto di materiale, e si avrà una diminuzione di pressione tramite diminuzione di temperatura a volume costante. La pressione giungerà sino a temperatura ambiente. Negli amorfi, la pressione è in continua diminuzione una volta raggiunta la fase di mantenimento. Per i cristallini, durante il mantenimento si ha pressione costante per permettere al materiale di raggiungere la cristallizzazione, e successivamente si avrà una diminuzione di materiale. Quali sono le parti principali di uno stampo? Quali sono i parametri per simulare un processo di stampaggio a iniezione? Canali di alimentazione, gate, sistema di raffreddamento, pistoni di chiusura, estrattore piano o a punzone, cavità. I canali di alimentazione, primari o secondari, portano il flusso polimerico dall’ugello del cilindro alla cavità, contenente, determinate la forma. I canali devono essere ben studiati per poter riempire in modo omogeneo il pezzo, uniformando tutti i flussi all’interno della forma. Si definiscono hot runners i canali in grado di evitare la materozza, attraverso il riscaldamento del canale. Il punto di ingresso all’interno della cavità è il gate, il quale, una volta congelato (ovvero materiale solidificato), impedirà il passaggio di polimero fuso. Il condizionamento può essere effettuato tramite acqua, con temperatura massima di 100°C, o olio, con temperatura massima di 180°C. I pistoni di chiusura devono esercitare la giusta pressione per evitare l’apertura dello stampo, che si trova ad elevate pressioni per evitare il ritiro del materiale all’interno della forma. L’estrattore del pezzo avviene tramite estrattori, che spingeranno l’oggetto al di fuori dello stampo. In caso di pezzi piccoli si utilizza un estrattore piano, in grado di spingere l’intero pezzo al di fuori dello stampo. I parametri di controllo sono:
90°. Inoltre sono intervallati da elementi di trasporto per far sì che vi sia una pressione di spinta che porti il materiale che riduce la propria velocità nell’elemento di masticazione a proseguire il cammino lungo l’estrusore. L’elemento di retroflusso farà sì che il materiale in quella zona possa ritornare nell’elemento di masticazione a 90°. Descrivere com’è possibile valutare la distribuzione dei tempi di permanenza in estrusore e come questa vari a seconda del disegno della vite, temperatura e rpm Per valutare il tempo di permanenza si introduce una carica di colorante all’interno della tramoggia e si cronometra il tempo necessario per far sì che dall’estrusore esca del polimero colorato dal colorante. Si fanno diverse prove, di inizio colorazione e fine colorazione del filo estruso, prendendo tutti i tempi. Si procede a fare una spettroscopia di vari spezzoni del filo estruso, in prossimità delle variazioni più significative di colore, portati a forma di piattino attraverso una termoformatura per stampaggio. Dalla spettroscopia si ottiene un andamento a campana di Gauss, non simmetriche, con una coda che si prolunga verso destra. Il picco massimo indica il tempo di permanenza medio di una pellet di polimero all’interno dell’estrusore. A parità di elementi della vite:
attraverso questa tecnica presentano saldature lungo i fianchi, dovute alle interfacce di chiusura dello stampo. I difetti tipici sono l’allungamento verso il basso dovuto al proprio perso del tubo estruso, che creerà spesso più sottili verso la parte più alta, e l’effetto die swell, che provocherà una dimensione differente del diametro di uscita del tubo rispetto a quella prevista dalla testa di filiera. L’injection blow molding è caratterizzato dalla creazione del parison tramite iniezione del polimero all’interno di uno stampo. Questo, una volta raffredatosi e presa la forma, viene trasferito in un secondo stampo, dove verrà riscaldato e soffiato, prendendo la forma definitiva. Infine si avrà il raffreddamento del pezzo e l’estrazione. L’extrusion blow molding è un processo più rapido, ed è utilizzato per oggetti superiori ai 200gr, ma crea degli sfridi nella realizzazione del pezzo. L’injection blow molding, invece, è più adatto a pezzi piccoli e non crea sfridi aumentando inoltre la precisione geometrica del pezzo finale. È inoltre in grado, attraverso la techinca streching injection blow molding, di portare il materiale a non perdere la cristallinità, generando un’alta trasparenza nel pezzo finale. Descrivere i passaggi fondamentali di uno stampaggio rotazionale: Inserimento di vernici distaccanti nello stampo -> Inserimento del materiale nello stampo -> riscaldamento dello stampo all’interno di forni o con sistemi di riscaldamento delle pareti -> rotazione sugli assi di movimento -> pressione interna per mantenere il materiale attaccato alle pareti -> raffreddamento dello stampo nella camera di raffreddamento -> apertura stampo Il materiale si distribuisce sulle pareti per effetto della gravità. I cicli e i movimenti sono molto lenti impedendo che il materiale subisca forza centripeda. Attraverso la velocità si può controllare con grande precisione lo spessore del pezzo. Il raffreddamento è effettuato tramite acqua fredda o aria fredda, che entra in contatto con le pareti dello stampo. Nello stampo è necessaria la presenza di sfiatatoi, in quanto durante il riscaldamento la pressione aumenta, rendendo necessaria la fuoriuscita dell’aria all’interno. Inoltre si può avere formazione di vapore o liberazione di gas intrappolati nel polimero. Ci possono essere diverse tipologie di macchinari per lo stampaggio rotazionale:
Si andranno a cambiare le performance del materiale. Spesso sono fibre, lunghe o corte (mm e um) organiche e inorganiche (polimero o fibre di vetro, di carbonio...). Non confondere con i materiali compositi. Si ha una matrice termoplastica con una fibra discontinua, delle cariche che non hanno delle continuità, anche se tenderanno ad allinearsi facendo degli stampaggi per estrusione. Possono anche essere dei riempitivi per gli oggetti, arrivando anche addirittura all’80% (tipo la sabbia). Possono essere delle polveri di scarto per diminuire il costo sul polimero. Essendo cariche inorganiche hanno densità maggiori del polimero, quindi non si va a ridurre il peso, quindi non posso esagerare troppo con la carica riempitiva inorganica (in applicazioni dove mi concentro sul peso soprattutto). RINFORZANTI E CARICHE: da 10 sino ad 80% in peso all’interno del polimero ADDITIVI: percentuali più basse, intorno all’1% che a 10% e sono lubrificanti, plastificanti, pigmenti, stabilizzanti (servono per evitare il degradarsi quando si va in temperatura, catturando i radicali liberi che si forma, prima che si ossidino), ecc. I plastificanti e i lubrificanti servono per lavorare meglio il polimero nelle macchine, e spesso è già presente nel polimero di partenza. Durante l’estrusione si vuole miscelare in maniera ottimale tutte queste cariche. PLASTIFICANTI: Devono essere dal punto di vista chimico il più miscibili possibile con il polimero, perché non vogliamo che si separino. Gli additivi devono essere poco volatili, o con volatilità nulla, perché nell’estrusore si va su in temperatura, e quindi non vogliamo che le sostanze passino allo stato gassoso. Devono essere anche chimicamente inerti perché se no andremo a cambiare la natura del polimero, modificandone le proprietà finali. RINFORZANTI: possono essere organiche o inorganiche, di scarti volendo. Possono essere caolino, polvere di marmo, scarti del legno (al posto di bruciarlo).
Due tipi di miscelazione, che vanno ben distinti: DISTRIBUTIVA : per avere una buona distribuzione della carica nel polimero, occorre che in ogni porzione del materiale si deve avere la stessa concentrazione di additivo. Si cerca l’omogeneità della distribuzione dell’additivo. Sarà meglio distribuito più quanto sarà più piccolo il volume che si può prendere con densità omogenea di distribuzione.
Nell’estrusore, il polimero avrà una deformazione di taglio (shear) e una deformazione di elongazione. Unendo i due effetti si avrà una deformazione totale del polimero. A seconda degli elementi con cui si costruisce la vita, si ha l’insieme di questi due effetti, che, su particelle (immaginate consecutive) comportano:
portata, velocità rotore, temp impostat, temp del fuso uscente, tipo di vite sono i parametri che possono essere cambiati dall’utente. Temperatura in uscita, coppia motrice, pressione in testa, tempo di residenza, sono gli output dati dal sistema.