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Miracolo Economico Italiano: Cause e Consequenze del Disperdimento Capitale Industriale, Appunti di Economia

La fragilità dell'accumulo di capitale industriale in Italia negli anni '60 e la svolta nel modello di sviluppo economico. la teoria di Lewis sul dualismo industria/agricoltura, l'apertura agli scambi internazionali e la congiuntura economica. Vengono identificati i protagonisti dello sviluppo economico, i fattori alla base del miracolo economico e il problema principale per le imprese. Inoltre, viene discusso il grado di integrazione verticale, la microelettronica e la produzione in distretto.

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 30/05/2022

Martina4ww
Martina4ww 🇮🇹

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DIMENSIONE E ORGANIZZAZIONE DELLE IMPRESE ITALIANE: UN
DRAMMA IN TRE ATTI
1) IL MIRACOLO ECONOMICO
La crescita del PIL è sostenuta, fino al 1958, dall’aumento degli
investimenti (domanda interna) -> una parte importante fu di origine
pubblica, diretta alla costruzione di infrastrutture e di abitazioni al servizio
di un’economia che andava caratterizzandosi per forti migrazioni interne
e che presentava carenze di opere pubbliche nel settore agricolo. Gli
investimenti in costruzioni, soprattutto abitazioni e opere pubbliche,
attivati dai piani di edilizia popolare, dalla Riforma agraria e dalla
costituzione della Cassa del Mezzogiorno nel 1950, crebbero a un tasso
medio del 13.5%. Gli investimenti in impianti e macchinari aumentarono
di meno della metà, ma pur sempre a un ritmo tale da accrescere il loro
peso rispetto al PIL, che risultò costantemente maggiore di quello delle
esportazioni.
Successivamente il ruolo delle esportazioni (domanda estera) è trainante
-> NB. Il Trattato di Roma del 1957 aveva avviato il Mercato Comune
Europeo e innescato l’impennata dell’interscambio commerciale con i
paesi comunitari. Le esportazioni aumentarono a un ritmo che sfiora il
18%, maggiore di quello degli investimenti, che andarono accelerando la
loro crescita fino al picco rispetto al PIL di oltre il 26%. Si tratta, stavolta,
soprattutto di investimenti in impianti e macchinari, che aumentano a un
ritmo più che doppio rispetto agli anni ’50 e sono concentrati nei settori
metallurgico e meccanico.
Al boom degli investimenti segue quello dei consumi privati: spinti da
massici aumenti delle retribuzioni del lavoro, essi raggiungono nel 1963
una crescita di quasi il 10%, con una vera e propria esplosione della spesa
in beni durevoli (soprattutto mezzi di trasporto).
In seguito, la catena di trasmissione disoccupazione frizionale > aumento
delle retribuzioni > inflazione > stretta creditizia > genera una caduta degli
investimenti di oltre il 20%.
Dunque, l’accumulazione di capitale industriale in Italia risultò fragile ->
questa fragilità segnò una svolta nel modello di sviluppo: nella seconda
metà degli anni ’60 la ricchezza prodotta in Italia non andò indirizzandosi
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▪ DIMENSIONE E ORGANIZZAZIONE DELLE IMPRESE ITALIANE: UN

DRAMMA IN TRE ATTI

1) IL MIRACOLO ECONOMICO

La crescita del PIL è sostenuta, fino al 1958, dall’aumento degli investimenti (domanda interna) -> una parte importante fu di origine pubblica, diretta alla costruzione di infrastrutture e di abitazioni al servizio di un’economia che andava caratterizzandosi per forti migrazioni interne e che presentava carenze di opere pubbliche nel settore agricolo. Gli investimenti in costruzioni, soprattutto abitazioni e opere pubbliche, attivati dai piani di edilizia popolare, dalla Riforma agraria e dalla costituzione della Cassa del Mezzogiorno nel 1950, crebbero a un tasso medio del 13.5%. Gli investimenti in impianti e macchinari aumentarono di meno della metà, ma pur sempre a un ritmo tale da accrescere il loro peso rispetto al PIL, che risultò costantemente maggiore di quello delle esportazioni. Successivamente il ruolo delle esportazioni (domanda estera) è trainante -> NB. Il Trattato di Roma del 1957 aveva avviato il Mercato Comune Europeo e innescato l’impennata dell’interscambio commerciale con i paesi comunitari. Le esportazioni aumentarono a un ritmo che sfiora il 18%, maggiore di quello degli investimenti, che andarono accelerando la loro crescita fino al picco rispetto al PIL di oltre il 26%. Si tratta, stavolta, soprattutto di investimenti in impianti e macchinari, che aumentano a un ritmo più che doppio rispetto agli anni ’50 e sono concentrati nei settori metallurgico e meccanico. Al boom degli investimenti segue quello dei consumi privati: spinti da massici aumenti delle retribuzioni del lavoro, essi raggiungono nel 1963 una crescita di quasi il 10%, con una vera e propria esplosione della spesa in beni durevoli (soprattutto mezzi di trasporto). In seguito, la catena di trasmissione disoccupazione frizionale > aumento delle retribuzioni > inflazione > stretta creditizia > genera una caduta degli investimenti di oltre il 20%. Dunque, l’accumulazione di capitale industriale in Italia risultò fragile -> questa fragilità segnò una svolta nel modello di sviluppo: nella seconda metà degli anni ’60 la ricchezza prodotta in Italia non andò indirizzandosi

verso l’industria nazionale, nonostante una robusta ripresa dei profitti, ma finì dispersa, attraverso ingenti esportazioni di capitali, in impieghi finanziari all’estero, soprattutto in Svizzera. Cioè, risorse che avrebbero potuto essere impiegate all’interno furono prestate all’estero con uscite di capitali che portarono in passivo la Bilancia dei Pagamenti. Interpretazione: La svolta fu precoce. Lasciò un’abbondante sottoccupazione agricola e un apparato industriale non sufficientemente robusto, non pronto a misurarsi senza protezionismi. Quindi perché avvenne? ●Alla base dell’interpretazione di ciò che avvenne dal ’64 c’è il modello di Lewis : la sovrabbondanza di manodopera agricola aumenta il dualismo industria/agricoltura -> se i sindacati riescono a ottenere forti aumenti salariali nell’industria, le imprese dirottano gli investimenti verso la sostituzione di lavoro con capitale, alzando in tal modo il rapporto tra capitale e prodotto, deprimendo la crescita e aggravando il dualismo. Secondo questa visione la responsabilità della svolta è della pressione sindacale. ●Un’altra interpretazione riconduce all’orientamento della produzione verso il commercio estero i fenomeni di dualismo e la congiuntura: l’apertura agli scambi internazionali genera un dualismo tra i settori che producevano per l’estero e quelli che lavoravano per il mercato interno -> dalla produzione per l’estero si genera anche una distorsione nei consumi -> la domanda delle famiglie necessita di livelli consoni di reddito (consoni ai modelli di consumo dei paesi più avanzati verso i quali si dirigevano le esportazioni)-> si riducono i prezzi dei beni meno necessari, mentre aumentano quelli dei beni più necessari -> sul mercato del lavoro finiscono dunque per scaricarsi i vari effetti dello sviluppo disordinato indotto dall’orientamento verso le esportazioni. Ricapitolando, è incontestabile che l’abbondante riserva di manodopera favorì uno sviluppo industriale che trasse vantaggio dai bassi salari, ma è anche vero che lo stesso accadde negli altri paesi, e che in ogni caso le imprese si sarebbero dovute misurare (prima o poi) con un mercato del lavoro più teso (da paese progredito). Con la congiuntura questo

dimensionale della golden age -> l’obiettivo era accrescere il controllo diretto dell’impresa sull’arco più ampio possibile di attività funzionalmente legate a quella principale. Anche l’estensione conglomerale (ovvero l’ingresso in campi di attività del tutto indipendenti da quello che costituisce il core business -> cioè la diversificazione delle attività per ridurre il rischio in un contesto caratterizzato da eventi relativamente ripetitivi) accentuava la tendenza verso un aumento delle dimensioni medie di impresa. Questi cambiamenti segnano il passaggio della grande impresa a un’organizzazione di tipo multidivisionale sul piano organizzativo. NB. Nel 1971, grazie a una politica attiva di industrializzazione del mezzogiorno, le GI prima pubbliche e poi private, ottengono degli incentivi a condizione che investissero nel mezzogiorno. Inizialmente gli investimenti furono soprattutto nell’industria di base, a partire dal ’69 la politica incentivò la diversificazione. NB’. Nel 1851 il rapporto S/N era pari a 1, nel 1951 raggiunse il suo minimo storico (0.50), il picco del risollevamento ci fu nel 1971 (circa 0.69) -> grafico slide 6 2) LA CRISI DELLA GRANDE IMPRESA Fattori esogeni :  Shock petroliferi (’73 e ’79) => aumento dei prezzi (esplosione dei prezzi relativi delle produzioni più energy intensive, generalmente a maggiore intensità di scala) => inflazione  Abbandono del sistema di cambi fissi => incertezza, instabilità finanziaria, speculazione, enfatizzate anche dal graduale abbattimento delle restrizioni alla mobilità dei capitali via via adottato dai principali paesi industriali. A livello macroeconomico questo fenomeno implica un considerevole ampliamento della volatilità dei cambi e dei tassi di interesse, la necessità di fronteggiare la quale impone alle imprese un mutamento radicale della loro logica di allocazione degli impieghi: da un lato, infatti, esplode per gli operatori il costo di raccolta delle informazioni «esterne», dal momento che risorse crescenti devono essere dedicate alla gestione delle attività e delle passività (in un’ottica che è sempre

più di breve periodo); dall’altro si riduce enormemente l’orizzonte temporale sul quale essi sono in grado di programmare l’attività di investimento con rischi «calcolabili». Dall’inizio del decennio Ottanta, al deterrente rappresentato dalla crescente incertezza si aggiungono

  • per tutte le imprese – gli effetti del formidabile innalzamento dei tassi di interesse reali innescato dalle politiche di controllo dell’inflazione. La prospettiva di un processo di accumulazione di capitale fisso in impianti di grande scala diventa in questo contesto sempre più insostenibile (più grande l’investimento, maggiori i suoi sunk cost, e dunque il rischio). L’intero quadro macroeconomico tende a diventare per così dire ostile allo sviluppo di una capacità produttiva che ambisca a proiettarsi nel lungo periodo, lungo cioè l’orizzonte temporale necessario alla grande dimensione di impresa per programmare la propria attività. Si può dire che si realizzi in questo caso l’esatto contrario di quanto osservato in precedenza (miracolo economico) in merito alla tendenza delle imprese ad accrescere il loro grado di verticalizzazione in condizioni di domanda particolarmente stabile (ovvero nel caso in cui la rigidità verso il basso dell’impiego degli input non costituisca un problema rilevante).  Introduzione della microelettronica nel processo produttivo => si attenuano i vantaggi del produrre su larga scala perché questa innovazione consente la minimizzazione del CM di produzione anche alle piccole aziende. Fattori endogeni :  Cambiamento della struttura della domanda => la domanda dei consumatori diventa diversificata, il che riduceva i vantaggi differenziali della grande scala produttiva. Ciò si traduce anche in un minore grado di prevedibilità della sua dinamica di medio periodo e quindi in un ridimensionamento della scala degli investimenti programmabili.  Aumento della conflittualità in fabbrica => aumento dei costi di coordinamento interno

diventano motore del processo di sviluppo (si evince dall’espansione della occupazione nelle imprese con meno di 100 addetti), il mercato si sostituisce progressivamente alla gerarchia* + avviene uno spostamento dell’asse della specializzazione produttiva: il modello diventa quello dei distretti industriali che producono il made in Italy. La peculiarità italiana è che questa inversione tende a permanere. *La riduzione del grado di verticalizzazione produttiva del sistema industriale porta con sé il fatto che l’attività di trasformazione si ripartisca su un numero maggiore di produttori. Perché il mercato possa sostituirsi alla gerarchia è necessario cioè che si attivi un processo di creazione di nuove unità produttive (ovvero che una parte dell’economia sottoposta al controllo dei manager «torni» ad essere un’economia di imprenditori). Nella sua fase finale, il XX secolo ha visto il riemergere di un’organizzazione della produzione e degli scambi fondata su un elevato grado di divisione del lavoro tra le imprese (piuttosto che all’interno di esse). Questo fenomeno costituisce una vistosa inversione di tendenza rispetto a quella che solo un trentennio fa appariva ancora come l’unica possibile forma di sviluppo del sistema industriale: il dominio della grande organizzazione produttiva integrata sia sul piano verticale che su quello conglomerale. Parafrasando Simon (1991), si può dire che la market economy sia tornata a reclamare il suo ruolo nei confronti della organizational economy; ovvero che l’organizzazione delle attività produttive abbia sperimentato un riequilibrio tra careful forward planning e price mechanism a vantaggio del secondo. [NB. Per un riassunto delle questioni fin qui trattate leggere le conclusioni del paper di Traù] 19 marzo [Impresa: soggetto giuridico Unità locali: stabilimenti] Nel 1981 le GI impiegavano il 20% degli addetti, nel 2011 circa la metà -> quella variazione di manodopera viene assorbita dalle PMI. In questa fase l’ esternalizzazione (il decentramento produttivo) avviene sul territorio nazionale, dando vita a una serie di piccole imprese che

lavorano per le grandi. Il livello di integrazione verticale, altissimo nel periodo della produzione di massa delle GI, si riduce fino al 30%: cioè solo il 30% del fatturato viene realizzato all’interno dell’impresa. A questo fenomeno si accompagna la redistribuzione territoriale dello sviluppo -> la “ Terza Italia ” identifica le Regioni Nord-Est-Centro. Alfred Marshall coniò il termine distretto industriale nel XX secolo guardando alla realtà inglese, termine che negli anni ’70 verrà esteso alla situazione italiana. Perché i livelli di efficienza dei distretti sono comparabili a quelli della GI (quest’ultimi raggiunti con le economie di scala)? Perché applicano le economie esterne (cioè esterne all’impresa), attraverso le quali, purché ci sia una divisione del lavoro fra le imprese di un distretto, i livelli di efficienza sono i medesimi della GI. Quali sono questi vantaggi della produzione in distretto? Le cd. esternalità marshalliane.  Economie di specializzazione -> ogni impresa si specializza in una particolare fase della produzione e questa divisione del lavoro aumenta la produttività  Economie di informazione -> riferimento alla natura degli scambi e alla fiducia reciproca, fattori che generano un risparmio dei costi di informazione  Economie di accumulazione di competenze -> essendo un distretto specializzato, all’interno esiste una manodopera specializzata da cui attingere Ricapitolando, i vantaggi di efficienza possono essere conseguiti sia attraverso economie di scala (tipiche della GI) sia attraverso le economie esterne all’impresa ma interne al distretto. Questo framework teorico viene dunque utilizzato da un gruppo di economisti (Brusco, Fuà, Bagnasco) negli anni ’70 per far avanzare una diversa interpretazione delle direttrici dello sviluppo economico italiano. Il modello di organizzazione produttiva basato sulla cooperazione e competizione tra piccole imprese si configurava come appunto “Terza Italia”. Livello di integrazione verticale più basso, intenso uso del mercato,

risposta alla crisi del fordismo -> quella risposta venne con il decentramento produttivo, con lo sviluppo della subfornitura Altre caratteristiche:  Cooperazione e competizione tra le imprese  Bassi costi di transazione  Alta proiezione sui mercati esteri -> negli anni ’80 le imprese distrettuali erano in parte esportatrici NB’’. Gli attuali distretti, però, sono differenti da quelli tipici degli anni ’80: oggi, ad esempio, esportano per lo più indirettamente La straordinaria epopea del made in Italy e dei distretti nasconde in realtà il ridimensionamento dello sviluppo industriale di un paese che non è riuscito, come sembrava potesse, a formare un apparato produttivo con imprese stabilmente collocate tra i maggiori competitori mondiali. Infatti, il distretto è per sua natura instabile e non costituisce un’entità economica consolidata che ha in sé un meccanismo sistematico di crescita: non è un caso se i maggiori protagonisti mondiali sono emersi dalla normalità di sviluppo di imprese di altri paesi, nonostante in quegli stessi segmenti di mercato si fossero affermati con eccellenza (e spesso anticipo) anche i distretti italiani. Un altro elemento di debolezza di questo fenomeno è che le risorse all’origine dello sviluppo distrettuale raramente sono state riprodotte, cioè raramente c’è stata la volontà di riprodurre le “materie prime” dei distretti, in primis l’eredità storica del sapere artigianale. Lo sviluppo industriale è infatti fondato sull’accumulazione di risorse riproducibili, il capitale fisso degli impianti e quello umano: la tanto celebrata Terza Via italiana dei distretti ha finito per produrre imprenditori ricchi e un’industria che si impoverisce. Questo è il paradosso dell’originalità italiana. È anche vero, però, che la realtà distrettuale si è distinta per la rapidità ed efficacia con cui è stata in grado di introdurre innovazioni incrementali, o di adattarvisi e che non è affatto evidente che la grande impresa verticalmente integrata sia di per sé meglio attrezzata per compiere in modo rapido e flessibile adattamenti radicali.

Concludendo, i distretti nascono e muoiono, come le imprese, al mutare delle circostanze: in certi casi è verosimile che essi rappresentino una forma di organizzazione transitoria, che caratterizza talune fasi dello sviluppo di un territorio, evolvendosi successivamente in qualcosa di diverso, oppure sparendo. Ma non vi è alcuna evidenza di una tendenza generalizzata alla disgregazione. La forma del loro ancorarsi al territorio quasi certamente cambierà, in direzioni imprevedibili. Identificazione statistica dei distretti: Il censimento del 2001 dell’Istati identifica 156 distretti industriali (il 39% degli occupati dell’industria manifatturiera): 45 specializzati nel tessile e abbigliamento ; 38 nell’ industria meccanica ; 32 nei beni per la casa ; 20 nel cuoio, pelli e calzature ; 7 nel settore alimentare ; 6 nell’ oreficeria e strumenti musicali; 4 nella gomma e plastica ; 4 nella carta e cartotecnica. Localizzazione dei distretti: I distretti sono localizzati prevalentemente nel Centro-Nord (49) nel Nord- Est (42) nel Nord-Ovest (39) e nel Mezzogiorno (26). Le imprese che operano nei distretti mostrano una performance superiore rispetto ad imprese di pari dimensione che operano isolatamente? La Banca d’Italia si è posta il quesito, ponendo le esportazioni come variabile di performance (è uno dei modi di porsi la questione). La tecnica utilizzata è quella contro-fattuale. I distretti industriali oggi : il numero è diminuito, ce ne sono 40 unità in meno. L’occupazione manifatturiera è la stessa di 10 anni fa, cioè oltre un terzo di quella complessiva italiana. I distretti del made in Italy sono 130, ben il 92% dei distretti del Paese. Sono maggiormente presenti nei settori della meccanica, tessile abbigliamento, beni per la casa, pelli cuoio e calzature. Lombardia e Veneto insieme assorbono il 60% dell’occupazione manifatturiera distrettuale, seguono Toscana, Emilia-Romagna e Marche. Queste cinque regioni costituiscono l’88% dell’occupazione manifatturiera distrettuale del Paese (quote analoghe si registrano se si considera