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Miracolo economico, storia contemporanea, Prove d'esame di Storia Contemporanea

periodo storico che caratterizza il miracolo economico

Tipologia: Prove d'esame

2017/2018

Caricato il 03/01/2018

annalisa45
annalisa45 🇮🇹

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LEZIONE 5
ECONOMIA, EMIGRAZIONE, CAMBIAMENTI NELLA
COMPOSIZIONE DI CLASSE
1. Il miracolo economico
I primi timidi segnali di modernizzazione, che ho precedentemente indicato, stanno
all’inizio di quel processo economico, non previsto né programmato, che nel volgere di
pochi anni (dalla metà degli anni ‘50 al ‘63), trasforma completamente la sionomia
del paese, che da agricolo diventa industriale, avviando quel cammino che collocherà
nel tempo l’Italia fra i grandi paesi industrializzati: si tratta, come lo denì un
giornalista inglese, del “miracolo economico”.
La sionomia dell’Italia del dopoguerra, come si è detto, delinea una economia
prettamente agricola, con un’industria concentrata quasi prevalentemente nel
triangolo industriale (Milano, Torino, Genova), un paese in cui il 12% della popolazione
è analfabeta, il 58% privo anche della licenza elementare, caratterizzato da
un’economia duale o bivalente: abbastanza evoluta e diversicata al Nord, arretrata
o addirittura primitiva al Sud,con un’agricoltura povera, arretrata e a basso livello
tecnologico.
E’ una società statica, in cui è dicile intraprendere una nuova professione e gli studi
universitari sono accessibili solo alle classi medie: nel ‘55 i laureati sono 20.000
all’anno.
Osserviamo i consumi tipici di una economia a basso reddito: povera la dieta
alimentare, basata su cereali (161 kg a testa), con poca percentuale di carni (6,6 kg. di
carne bovina, 1,6 di pollame, 4,4 di carne di maiale) all’anno. Prevalente nei redditi è
la parte destinata agli alimenti (54,6%), scarsa quella per sanità, cultura e svaghi
(20%).
A metà degli anni ‘50 le aspettative di vita sono di 65 anni.
Nel 1952 l’inchiesta parlamentare, di cui si è gia parlato, rivela che 11,7% delle
famiglie è in condizioni di assoluta indigenza, e il 65,7% vive in povertà relativa:
230.000 famiglie abitano in cantine o capannoni, 92.000 in grotte («sassi» di Matera)
e in capanne.
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LEZIONE 5

ECONOMIA, EMIGRAZIONE, CAMBIAMENTI NELLA

COMPOSIZIONE DI CLASSE

1. Il miracolo economico

I primi timidi segnali di modernizzazione, che ho precedentemente indicato, stanno all’inizio di quel processo economico, non previsto né programmato, che nel volgere di pochi anni (dalla metà degli anni ‘50 al ‘63), trasforma completamente la fisionomia del paese, che da agricolo diventa industriale, avviando quel cammino che collocherà nel tempo l’Italia fra i grandi paesi industrializzati: si tratta, come lo definì un giornalista inglese, del “miracolo economico”.

La fisionomia dell’Italia del dopoguerra, come si è detto, delinea una economia prettamente agricola, con un’industria concentrata quasi prevalentemente nel triangolo industriale (Milano, Torino, Genova), un paese in cui il 12% della popolazione è analfabeta, il 58% privo anche della licenza elementare, caratterizzato da un’economia duale o bivalente: abbastanza evoluta e diversificata al Nord, arretrata o addirittura primitiva al Sud,con un’agricoltura povera, arretrata e a basso livello tecnologico.

E’ una società statica, in cui è difficile intraprendere una nuova professione e gli studi universitari sono accessibili solo alle classi medie: nel ‘55 i laureati sono 20. all’anno.

Osserviamo i consumi tipici di una economia a basso reddito: povera la dieta alimentare, basata su cereali (161 kg a testa), con poca percentuale di carni (6,6 kg. di carne bovina, 1,6 di pollame, 4,4 di carne di maiale) all’anno. Prevalente nei redditi è la parte destinata agli alimenti (54,6%), scarsa quella per sanità, cultura e svaghi (20%).

A metà degli anni ‘50 le aspettative di vita sono di 65 anni.

Nel 1952 l’inchiesta parlamentare, di cui si è gia parlato, rivela che 11,7% delle famiglie è in condizioni di assoluta indigenza, e il 65,7% vive in povertà relativa: 230.000 famiglie abitano in cantine o capannoni, 92.000 in grotte («sassi» di Matera) e in capanne.

Più della metà delle case è senza acqua corrente e servizi igienici; disoccupati e sottoccupati rappresentano il 20% della forza-lavoro.

Drammatica valvola di sfogo è costituita dall’emigrazione, specie transoceanica o verso l’Europa settentrionale.

Una famiglia negli anni ‘

Queste sono le condizioni di partenza: eppure, in un quindicennio, nonostante queste premesse, l’Italia diventerà una delle nazioni più industrializzate dell’Occidente.

Nel 1961, anno del censimento, gli addetti all’ industria superano gli addetti all’ agricoltura: 38% nell’industria, 32% nel terziario, 30% nell’agricoltura

Nel 1962 la produzione industriale italiana nell’ ambito dell’Europa occidentale (che era dell’8% alla vigilia della guerra e che toccava il 9% nel 1955) sale al 12,3, riducendo il divario con Inghilterra, Francia e Germania, e superando i sistemi economici del Belgio, dell’Olanda, della Svezia. Fra 1958 e 1963 la media del tasso annuo di crescita raggiunge lo straordinario livello del 6,3 %, gli investimenti in macchinari e impianti industriali aumentano del 14% all’ anno (contro il 6% degli anni precedenti), la produzione industriale, con alla testa l’industria metalmeccanica e petrolchimica, risulta piu’ che raddoppiata. L’esportazione, con un incremento medio del 14,5% all’anno, costituisce il settore guida dell’espansione. Le trasformazioni tra metà anni ‘50 e metà anni ‘60 vedono il reddito nazionale netto passare dai 17.000 miliardi del 1954 ai 30.000 miliardi del 1964; il reddito annuo pro capite da 350.000 lire a 571.000 lire. I mutamenti produttivi travolgono i tradizionali assetti del paese e ridisegnano mappe produttive e sociali. L’industrializzazione investe l’intera area padana, in un processo che si allarga a Toscana e Marche, e inaugura, con dubbi risultati, una politica di incentivi dell’industrializzazione del Sud.

Imponenti flussi migratori muovono dalle aree agricole povere sia verso l’estero che, soprattutto, verso le zone industrializzate e i capoluoghi, creando un rimescolamento senza precedenti della popolazione italiana. Crescono, in modo caotico e squilibrato, le nostre città.

2. Sviluppo e squilibri

E’ in questi anni, quindi, che l’Italia conosce la sua vera rivoluzione industriale.

“Un mondo contadino e artigiano”, scrive D. Mack Smith, “stava cedendo il passo ad una società di larghi consumi, caratterizzata da una domanda completamente nuova di prodotti industriali”; e ancora: “Ignis e Indesit erano i nuovi nomi in un’industria di frigoriferi e lavatrici meccaniche splendidamente fiorente, che si lasciava alle spalle il resto del Mercato comune, e l’Olivetti era l’azienda leader europea nel campo delle macchine per ufficio”; per non parlare della produzione automobilistica, che portò la Fiat ad imporsi anche sul mercato estero, superando la tedesca Volksvagen. L’Italia

L’assoluta necessità di soddisfare questa domanda implicò lo sviluppo dei settori interessati (chimica, meccanica, metallurgia) che si rivelarono via via sempre più dinamici.

Nasce così la sfasatura tra una struttura industriale modellata sulle esigenze della domanda estera e una domanda interna che giustificherebbe solo la produzione dei beni più necessari (alimentari, tessili): il primo settore si rivela sempre più dinamico, quello rivolto al mercato interno sempre più statico.

L’industria Candy alle origini

In questo periodo l’aumento di produttività oraria nei settori tessile e alimentare è del 4-5%, in quello chimico, automobilistico e siderurgico varia tra 8,5% e 11%.

Tra il 1953 e il 1962 il margine di profitto nel settore tessile-alimentare aumenta dello 0-10%, nel settore dinamico del 28-55%. Come si vede, l’esistenza di due velocità diverse dimostra che il boom economico portava con sé alcune significative contraddizioni.

Certo è che la velocità del settore dinamico risulterà sorprendente: nel 1947 la Candy produceva una lavatrice al giorno, nel 1967 una ogni quindici secondi. Nel 1951 furono prodotti 18.500 frigoriferi, nel 1957 la cifra era di 370.000 e nel 1967 di ben 3.200.000. L’Italia era diventata il primo produttore europeo di elettrodomestici. La produzione automobilistica costituiva inoltre un grosso fattore propulsivo per l’intera economia e l’industria dell’indotto si sviluppava anche fuori delle grandi città. L’espansione dell’industria manifatturiera cominciava a manifestarsi anche al di fuori del solito triangolo industriale. Ci vorranno parecchi anni e una sensibilità del tutto nuova per prestare maggiore attenzione a un effetto collaterale inevitabile dell’industrializzazione: l’aggressione indiscriminata dell’ambiente e del paesaggio.

Processo spontaneo, gestito di fatto dagli imprenditori privati, ai quali lo Stato ha fornito un aiuto sostanziale (pensiamo alla scelta di potenziare le autostrade, e non le ferrovie, e, più in generale, alla deliberata rinuncia da parte dello Stato a promuovere i mezzi di trasporto pubblico, o alla tacita accettazione della evasione fiscale e del lavoro nero) il boom provoca inevitabilmente scompensi strutturali: Viene rimandata la modernizzazione delle ferrovie Uno degli aspetti più caratteristici del “miracolo economico” fu il suo sviluppo spontaneo e incontrollato.

La politica non fu in grado di indirizzarlo e di correggerne i maggiori squilibri.

La cosiddetta “distorsione dei consumi” è un esempio clamoroso di scompenso strutturale dovuto a questo mancato controllo. La distorsione dei consumi fu il prodotto di una crescita orientata all’esportazione che comportò un’enfasi eccessiva sui beni di consumo privati (e spesso su quelli di lusso) a scapito di un adeguato sviluppo di consumi pubblici quali case, trasporti, scuole, ospedali. Si spiega anche

così il fatto che ancora oggi le infrastrutture di un paese sviluppato come l’Italia risultino spesso arretrate rispetto agli standard europei.

Tale distorsione venne riscontrata anche a livello di consumi individuali, favorita dalla già citata doppia velocità dell’economia: la minor dinamicità del settore tradizionale implicava infatti che i beni primari risultassero proporzionalmente più costosi rispetto a quelli secondari o di lusso. L’emulazione delle società più ricche, e l’assimilazione troppo rapida della struttura dei consumi delle classi borghesi e cittadine da parte di una società ancora provinciale e contadina completavano un quadro paradossale, dipinto forse meglio dai film di Sordi che da molti trattati di sociologia: negli appartamenti comparivano le televisioni ma continuavano a mancare i sevizi igienici; mentre l’auto diventava uno status-symbol le ferrovie venivano abbandonate al proprio destino; al dinamismo della piccola e media impresa faceva da contraltare l’inefficienza della pubblica amministrazione.

Due fenomeni, però, sopra tutti gli altri, segnarono in modo drammatico il periodo del boom economico: l’urbanizzazione e l’immigrazione. L’esodo dalle campagne, fenomeno comune a tutta la penisola, rappresenta uno degli aspetti più drammatici del passaggio da un’economia agricola a una industriale. L’affidabilità delle statistiche in proposito è certamente relativa, ma altrettanto certo è il vero e proprio sommovimento geografico causato dalla fuga dalle campagne.

Dal 1951 al 1971 la distribuzione geografica della popolazione fu sconvolta: più di dieci milioni di italiani furono coinvolti in migrazioni interregionali. Le città si gonfiarono a dismisura: ci furono, è vero, diversi interventi di edilizia popolare, ma globalmente insufficienti (gli investimenti pubblici costituirono solo il 15% del totale). Mancò evidentemente un controllo più stretto dell’industria delle costruzioni al fine di prevenire, cosa che invece fu troppo spesso la norma, scempi culturali e paesaggistici, speculazione e corruzione. I sobborghi delle grandi città, i quartieri dormitorio, diventarono presto terreno di coltura di piccole e grandi ingiustizie sociali, humus in cui cresceva a sua volta la microcriminalità urbana. Le periferie si allargavano disordinatamente, molto spesso al di fuori di ogni piano regolatore: nel 1970 si calcolava che a Roma fosse abusiva una casa su sei e che ben 400.000 persone vivessero in case che ufficialmente non esistevano. La corruzione della pubblica amministrazione non era purtroppo fenomeno nuovo per la storia d’Italia, costellata di piccoli e grandi scandali fin dai tempi dell’Unità. Certo è tuttavia che l’espansione edilizia indiscriminata di quegli anni contribuì non poco a intrecciare più strettamente affari e politica. La pratica della bustarella venne elevata a sistema. Determinante fu anche la mancata costruzione di una adeguata ed efficiente rete di trasporti che, collegando le grandi città al resto della provincia, avrebbe ridotto la scarsità di suoli urbani (e conseguentemente il loro valore di mercato) evitando probabilmente molte “pressioni economiche” sulle amministrazioni locali. Strettamente legato al problema dell’urbanizzazione è quello dell’immigrazione, a sua volta figlio di quello squilibrio tra Nord e Sud che il boom economico, lungi dal risolvere, aveva anzi decisamente acuito. Se a tutto questo aggiungiamo una condizione operaia precaria e dura, un’amministrazione pubblica caotica ed elefantiaca, un sistema fiscale vessatorio da un lato e impotente dall’altro, una università medievale, comprendiamo i limiti profondi dello sviluppo, segno evidente di una “modernità squilibrata”.

Il primo scalo di molti emigranti era rappresentato dai capoluoghi provinciali o da quelli regionali; per un numero più ristretto…, già il primo spostamento era verso un’altra area agricola del Centro o del Settentrione. L’attrattiva del Nord era comunque troppo forte perché vi si potesse resistere a lungo. Le speranze e i progetti degli emigranti meridionali erano concentrati in due direzioni: verso il cuore industriale del nord Europa, in particolare verso la Germania occidentale; e verso le grandi città dell’Italia settentrionale.

Tra il 1958 e il 1965 il saldo migratorio attivo rispetto all’Europa del nord raggiunse le 545.000 unità, di cui il 73,5 per cento provenienti dal meridione. La Germania sostituì rapidamente la Svizzera come destinazione privilegiata degli emigranti italiani. Nel 1963 questi due soli paesi raccoglievano l’86 per cento dell’intera emigrazione italiana nell’Europa settentrionale”.

Il flusso maggiore era comunque verso l’Italia del nord. Nei cinque anni del «miracolo» (1958-63), oltre 900.000 persone trasferirono la loro residenza dal Sud ad altre regioni italiane. Nel 1958 i comuni del triangolo industriale registrarono 69. nuovi residenti provenienti dal Mezzogiorno. Nel 1962, dopo l’abrogazione della legge contro l’urbanizzazione, questo numero balzò a 203.800 e nel 1963 rimase al livello assai alto di 183.000 unità. Dati analoghi sull’ emigrazione meridionale verso le regioni centrali e nord-orientali mostrano 60.000 nuovi residenti nel 1958 con una crescita fino a 104.700 nel 1963. Puglia, Sicilia e Campania furono le regioni meridionali che, in termini assoluti, patirono la più elevata emorragia di popolazione. P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, Einaudi, Torino 1989, pp. 296-97.

L’emigrazione meridionale alla fine degli anni 50 Sui motivi di questo svuotamento delle campagne si è già parlato: ma ai mali tradizionali, quali la scarsa fertilità di molti suoli agricoli, la sottoccupazione cronica, e quindi la miseria, la polverizzazione e frammentazione della proprietà, il quasi totale fallimento della riforma fondiaria del 1950, lo sviluppo della meccanizzazione e nuove tecnologie occorre aggiungere un potente fattore di attrazione: quel nuovo stile di vita, fatto di redditi più alti, salario regolare e orario di lavoro regolare, proprio degli ambienti urbani, che la televisione, nata nel ‘54, e di cui dovremo parlare diffusamente, aveva fatto conoscere e sognare.

I primi a partire, impazienti di misurarsi con il “nuovo mondo”, sono i giovani scapoli. Il Mezzogiorno paga lo scotto più alto dello sradicamento: si sarebbero dovute impiantare nel sud industrie capaci di determinare una svolta nell’economia di quelle regioni; invece i contadini meridionali sono costretti a cercarsi una occupazione nelle grandi città industriali del Nord, sradicandosi dalle loro terre, in una emigrazione che svuoterà il nostro sud. Il flusso migratorio che giunge al nord, cercando lavoro nelle fabbriche e determinando per le industrie una straordinaria possibilità di avere a disposizione manodopera a basso costo, è così intenso che viene addirittura creato un treno speciale, il “treno del sud”, che riversa alla stazione di Torino fiumi di emigranti meridionali con nella valigia il sogno più ardito: lavorare alla FIAT.

Già, la FIAT…Ma la FIAT evita di assumere manodopera meridionale. Così gli emigrati meridionali entrano nel mercato del lavoro per la porta stretta, come operai del settore edile, con minime misure di sicurezza (molti saranno vittime di

incidenti mortali). E la loro vita diviene rapidamente difficile. All’immigrato toccano i rifiuti: il lavoro rifiutato dai locali perché troppo sporco, faticoso, pericoloso; le case pericolanti, le grotte, le cascine rifiutate o abbandonate dai locali perché inabitabili. Ma il meridionale che arriva a Milano, a Torino, a Genova non si lamenta, è deciso a sopportare tutto, deve adattarsi, deve imparare a vivere nel freddo, nella nebbia, sulle impalcature che non ha mai visto, alla catena di montaggio di cui non conosce i ritmi, deve imparare una lingua o un dialetto che non comprende, deve essere disponibile a tutti i lavori, a tutti gli orari, a tutti gli straordinari, per quanto mal pagati. E soprattutto deve risparmiare, per mandare una parte dei soldi al paese, dove ha lasciato la moglie, i figli, i vecchi, e dove spera un giorno di ritornare. La capacità di risparmio di questi immigrati è incredibile. Quelli sposati riescono a mandare a casa fino al 70-80% del proprio salario, e vivono con il resto. Ma questa compressione dei consumi li costringe a vivere «a parte» e diventa un altro, non secondario motivo del loro isolamento. Gli operai del posto, milanesi o torinesi, hanno abitudini diverse, qualche volta vanno al cinema o a fare una gita nei dintorni, qualcuno sta comperando a rate la Seicento, altri hanno già la macchina fotografica. L’emigrante no. Non può permettersi nessuno di questi lussi. «Riesce» dice un ragazzo di diciannove anni «chi fa una vita da bastardi. Lavorare, lavorare, lavorare e il divertimento nemmeno la domenica.» L’emigrante deve vivere al minimo e mandare il resto a casa. Le donne rimaste in paese, le madri o le mogli, le cosiddette «vedove bianche», curano l’economia domestica con disperata parsimonia. Se hanno un orto, qualche gallina, cercano di trarne il massimo per la sopravvivenza: i soldi non vanno spesi, vanno messi da parte, per comperare appena possibile un pezzetto di terra in più o per costruirsi una casa. L’idea della casa è tenace, irremovibile, quasi un’ossessione: la casa come investimento sicuro, simbolo di ciò che l’uomo, lavorando, e la donna, risparmiando, hanno saputo realizzare, e pegno per il futuro. Altro effetto dell’emigrazione massiccia di questi anni, le città del nord cambiano volto: il caso più eclatante è Torino, che passa dai 719.300 abitanti del 1951 a 1.124.714 nel

  1. Alla fine degli anni ‘60 Torino, dopo Napoli e Palermo, è la terza più grande città «meridionale». A seguito di questa immigrazione dalle proporzioni troppo vaste, emergeranno, nelle città del nord, gravissimi problemi sociali nei settori delle abitazioni, delle scuole, dello sviluppo urbano. “Gli emigrati non si ambientavano facilmente nella società settentrionale, e contribuivano a creare nelle città del Nord paurosi fenomeni di violenza” (Mack Smith).

Si pensi al celebre film di Luchino Visconti Rocco e i suoi fratelli, comparso nel 1960, nel quale è affrontato il dramma della emigrazione meridionale. Anche Kogan sottolinea questo fenomeno: “I nuovi arrivati inondano i quartieri poveri dei vecchi centri e i sobborghi delle città, creando gravissimi problemi sociali, di educazione e di trasporti [...]. Le conseguenze a livello umano furono altrettanto sconvolgenti ed alienanti degli effetti iniziali del sistema di fabbrica sui contadini inglesi inurbati agli inizi del XIX secolo”.

produzione che arriva a coprire quasi il 90% delle automobili per uso civile; il fatturato dell'azienda rappresenta il 13,7% delle entrate complessive dello Stato, con una massa di utili pari in media a 13-14 miliardi l'anno. Un successo così imponente va a merito di Valletta, alla guida del colosso torinese dal 1945, dopo la morte del senatore Agnelli. Valletta inaugura una massiccia politica di investimenti - 300 miliardi nel 1953 solo per la catena di montaggio della mitica «600», destinata a diventare una vettura- culto per gli italiani che vivono sognando l'automobile. E il sogno sembra ormai a portata di mano, se si considera che già nei 1957 la FIAT sforna più di 300 mila vetture l'anno e ha già messo in produzione la «500», una utilitaria da un costo accessibile persino ai portafogli più magri. Valletta incoraggia anche la formazione di attività integrate e complementari che stanno nascendo autonomamente intorno alla FIAT, diventata il principale committente di accessori e semilavorati prodotti da una miriade di piccole aziende, cresciute come funghi alla periferia di Torino. E’ stato calcolato che all’inizio degli anni Sessanta più della metà della popolazione torinese vive direttamente o indirettamente del lavoro e delle attività alimentate dalla FIAT; e non stupisce l’aumento vertiginoso degli abitanti nella capitale piemontese – il 42,6% in più rispetto al 1951.

Oltre alla FIAT, industria simbolo del “miracolo”, e per molti versi elemento propulsivo dell’economia, altri settori, a cui si è già fatto riferimento, sono in fortissima espansione: La straordinaria crescita dell'industria elettrodomestica italiana fu una delle espressioni più caratteristiche del «miracolo». Nel dopoguerra, quasi tutte le aziende che più tardi diventeranno famose in Europa erano poco più che stabilimenti artigianali: nel 1947 la Candy produceva una lavatrice al giorno, la Ignis aveva poche dozzine di operai, e la Zanussi solamente 250 dipendenti. Nel 1951 l'Italia produceva appena 18.500 frigoriferi. Nel 1957 il numero era cresciuto fino a 570.000 e con il 1967 esso aveva raggiunto 3.200.000 unità, facendo dell'Italia il terzo produttore mondiale di frigoriferi, dopo gli Stari Uniti e il Giappone. Nello stesso anno l'Italia era anche diventata il maggior produttore europeo di lavatrici e lavastoviglie; la Candy produceva, ormai, una lavatrice ogni quindici secondi …L'industria elettrodomestica costituì l’esempio più convincente del boom industriale italiano e del suo potenziale di esportazione.

Olivetti Lettera 52

…Un'altra delle principali aree dì espansione fu quella delle macchine da scrivere. Con alla testa la Olivetti e la sua fabbrica-modello di Ivrea (uno dei più grandi successi degli anni '50), il numero delle macchine da scrivere prodotte annualmente salì dalle 151.000 del 1957 alle 652.000 del 1961. La produzione di materie plastiche crebbe nel

decennio 1951-61 di quindici volte, mentre il volume della loro esportazione aumentò di almeno cinquantacinque volte. La distribuzione geografica della produzione industriale italiana si allargò ben oltre gli stretti confini del triangolo industriale. Lombardia e Piemonte rappresentarono solo l'epicentro di un moto di sviluppo industriale che si propagò allora verso sud, fino a Bologna, e verso est lungo tutta la Val Padana, fino a raggiungere Porto Marghera e Ravenna sulla sponda adriatica… L’Italia era pronta a entrare nel ristretto gruppo delle nazioni industrialmente avanzate.

P. Ginsborg, Storia d’Italia…cit., pp. 290-91.

5. Le “tre Italie”: la “terza Italia”

Se le industrie del nord marciano a pieno ritmo, rafforzate dalla corrente migratoria che garantisce manodopera a basso costo e dal silenzio a cui è stato ridotto il sindacato, al centro e al nord-est del paese si vive una situazione diversa sia rispetto al sud che al triangolo industriale. Per quanto riguarda la fuga dalle campagne, mentre nel nord est, specie nel Veneto, l’emigrazione verso le aree del triangolo industriale è fortissima, al centro, invece, non ci si sposta molto lontano. Come già accennato, la riforma fondiaria del 1950-51, che di fatto ha aperto la strada alla fine della mezzadria (che sarà poi abolita nel ’64), non ha portato, per i nuovi piccoli proprietari, il sospirato benessere. Ma le famiglie ex-mezzadrili, stanziate nell’Italia centrale, più che abbandonare le loro nuove proprietà, cercano, specie in una seconda fase, di diversificare le fonti di reddito, ed intraprendono nuove attività imprenditoriali. I destini di sviluppo di queste due zone, diverse nelle forme dell’emigrazione, appaiono simili: sia al nord-est che al centro, infatti, si assiste ad una crescita notevole dell'industria. Ma la modalità di sviluppo, differente rispetto al nord, è caratterizzata dalla nascita di piccole fabbriche con meno di 50 addetti (abbigliamento, calzature, mobili, pellame, filati): “Il miracolo italiano è fatto anche dal lavoro, dalla fantasia, dalla voglia di arricchirsi delle decine di migliaia di ‘padroncini’ che si insediano, silenziosamente e tenacemente, in alcune zone d’Italia” (Mafai). Protagonisti, qui, sono uomini e donne che, in risposta alle difficoltà del vivere, in mezzo a mille difficoltà, partendo dal nulla o quasi, si inventano imprenditori. E diventeranno imprenditori di straordinario successo, grazie anche alla determinazione di quanti, pur a dure condizioni, troveranno conveniente lavorare per loro. In queste zone l’industrializzazione non si realizza solo nelle città, ma anche nei piccoli centri e nelle campagne limitrofe (dando origine ai fenomeni di «industrializzazione diffusa» e di «campagna urbanizzata»): tessile a Prato, ceramiche a Sassuolo, calzature ad Ascoli Piceno, filati nel Vicentino). E’ la forma di sviluppo della “terza Italia”, che si manifesterà compiutamente negli anni ’70: sono tante le piccole aziende artigiane, che si trasformeranno negli anni in piccole e medie imprese industriali di rilevanza internazionale. E nel centro-Italia sono, in larga misura, le famiglie ex-mezzadrili, che creano quelle piccole aziende familiari, straordinariamente dinamiche, che sono le reali protagoniste del nuovo corso economico.

Mezzogiorno. I marziani erano atterrati a Brindisi, ma non erano andati molto più in là dei sobborghi della città: un qualsiasi viaggiatore, negli anni '60, poteva passare m un battibaleno da un paesaggio di ciminiere a uno di villaggi semi-abbandonati. Le più grandi città del meridione - Napoli, Palermo, Catania, Bari - conobbero trasformazioni notevoli, ma non della stessa intensità di quelle verificatesi a Roma o nelle maggiori città del Nord. Dal 1951 al 1961 esse avevano costituito una calamita per la gente dei campi; nel decennio successivo, invece, la loro crescita numerica fu assai meno marcata. Napoli si accrebbe di alcuni settori di nuova classe operaia, ma lo sviluppo industriale fu geograficamente disperso su un'area molto vasta. Lo stesso si può dire per la forza-lavoro reclutata nei numerosi comuni dell'hinterland partenopeo. Il nuovo proletariato industriale, formato in prevalenza da lavoratori dei settori metalmeccanico, chimico ed elettrico, ne risultò cosi indebolito come forza politica ed economica. L'aspetto della città rimase perlopiù come prima. Nei primi anni '60, su 1.170.000 abitanti, circa 800.000 non avevano un reddito fisso e 67.000 famiglie (per un totale di 280.000 persone) erano considerate ufficialmente indigenti. Le lunghe e strette stradine del centro erano affollate di bancarelle improvvisate o di banchetti con ogni merce di contrabbando e no: radio, sigarette, dolciumi, chewing gum, lampade, verdura, vestiti ecc. I bassi continuavano ad alloggiare una parte significativa della popolazione cittadina; le loro condizioni non erano migliorate, ma anche qui avevano fatto la loro comparsa gli apparecchi televisivi, l'indispensabile vademecum del «miracolo ». Sia a Napoli che a Palermo le piccole fabbriche dei settori tradizionali, come quelle tessili, alimentari, dei pellami e del legno, andarono in rovina di fronte alla concorrenza dei beni di consumo prodotti al nord. Entrambe le città crebbero verso l'esterno disordinatamente, vittime di una speculazione edilizia incontrollata e della connivenza delle corrotte autorità locali.”

La speculazione edilizia cambia il volto delle città Paul Ginsborg, Storia d’Italia…cit., pp.312-

Su un altro fronte, si assiste alla crisi del mezzogiorno contadino: l’emorragia di forza-lavoro, ben più alta della soglia fisiologica, ha messo in ginocchio l’agricoltura. Né il governo è capace di affrontare il problema dell’abbandono delle campagne e della crisi dell’agricoltura. La sua risposta all’emergenza, i due «piani verdi» varati nel 1961 e nel 1966, riversano i finanziamenti pubblici verso le aziende capitalistiche della pianura, trascurando collina e montagna. Il censimento agrario nazionale del 1970 rivelerà una realtà che non è solo meridionale: tra 1961 e 1970 la superficie complessiva delle coltivazioni e' diminuita di un milione e mezzo di ettari. Inoltre, neppure la politica agraria della CEE aiuta a bloccare l’esodo dalle campagne: con la sola eccezione dell'olio, il Mercato Comune non sostiene i prodotti meridionali (frutta, verdura, vino). La Comunità europea aveva optato per una linea che mirava a sostenere i redditi agricoli attraverso il sostegno dei prezzi. Questa politica, a parte i suoi discussi caratteri di inefficienza, risultava largamente selettiva e carica di favoritismi. Infatti,

mentre interventi basati sulla trasformazione delle strutture avrebbero potuto creare aziende efficienti diffuse in tutto Ìl territorio, il sostegno dei prezzi agiva in misura diseguale: cereali, prodotti lattiero-caseari e altre produzioni tipiche dell'agricoltura padana, inglese e francese ottennero il livello di protezione più elevato, mentre i prodotti tipici del Mezzogiorno, vite, olivo, agrumi, ottennero gradi di protezione assai scarsi. Anche questo, riducendo ulteriormente il reddito agricolo del Mezzogiorno, non poteva che accentuare il flusso di esodo. Nel 1968, l'indirizzo efficientista e favorevole alla formazione di grandi aziende agricole a conduzione capitalistica, che era sempre stato seguito dalla Comunità europea, ricevette la sua consacrazione ufficiale nel famoso Memorandum Mansholt, Questo documento, nel tracciare le linee della politica agraria comunitaria, prevedeva per l'agricoltura europea un avvenire di progressiva concentrazione, meccanizzazione, produttività crescente, mentre alle aziende contadine riservava soltanto un intervento assistenziale che, attraverso forme di pensionamento per i lavoratori rimasti sulla terra, le avviasse alla scomparsa totale.

Augusto Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana, Bollati Boringhieri, Torino, 1998, p.97.

Le carenze del settore agricolo verranno bene alla luce quando aumenteranno e si differenzieranno i consumi alimentari, obbligando l’Italia a ricorrerà addirittura, per alcuni prodotti agricoli, alle importazioni all'estero. Strano destino di un paese identificato per secoli con la sua agricoltura. D'altra parte aumenta la produzione di cereali, ma diminuiscono i consumi, per cui si va a formare un inutile surplus.

7. Nuove mappe produttive e sociali

Può sembrare strano o addirittura paradossale, riferendoci a quanto detto finora, che la forza- lavoro attiva in Italia in questi anni subisca un netto declino, passando dal 42% del 1951 al 40,2% del 1961 e al 35,8% del 1971: questa flessione si spiega con l’ esclusione delle donne, forza-lavoro attiva nell’agricoltura prima dell’esodo dalle campagne, dal mercato del lavoro ufficialmente riconosciuto, e classificate quindi come casalinghe, e con l’analisi della forza-lavoro al Sud, che registra un aumento di disoccupati o occupati in modo precario. Si assiste anche ad una forte trasformazione della classe imprenditoriale, che continua ad essere piuttosto disomogenea nei suoi settori, con l’aumento del numero dei manager e la nascita di una nuova generazione di industriali nelle piccole fabbriche, i cosiddetti nuovi ricchi. Quanto ai ceti professionali, si registra, nel settore privato, l’aumento di alcune categorie professionali (architetti, ingegneri, avvocati, designer), e la nascita di nuove professioni (ricercatori nelle industrie, esperti di pubbliche relazioni, di pubblicità...). Nel settore statale, invece, come ricorda Ginsborg, non ci sono aumenti significativi dei posti di lavoro più professionalizzati, né sul versante dell’istruzione né in quello connesso alle attività di uno stato sociale (assistenti sociali, amministratori dei servizi sanitari etc.) Cresce invece a dismisura il settore impiegatizio: da 1.970.000 del 1951- a 2.650.000 del 1961- a 3.330.000 del ‘71, sia nel settore privato (tecnici operanti nella petrolchimica, nelle industrie di macchine da scrivere, di automobili) che in quello pubblico. L’espansione del pubblico impiego è stato uno dei mezzi di fatto impiegati per alleviare la disoccupazione, specie meridionale, una sorta di attività sostitutiva dell’investimento diretto, che avrebbe consentito di occupare le stesse unità lavorative in loco, ma che, per le ragioni che poi illustreremo, non trovava la via della realizzazione. E cosa nota, anche se su questo punto mancano statistiche precise, che la grande maggioranza dei pubblici funzionari proviene dalle regioni meridionali; se si pensa che i pubblici funzionari in servizio civile superano i 3.500.000, è facile rendersi conto del grande contributo che l’espansione del pubblico impiego ha dato all’assorbimento della disoccupazione delle regioni meridionali. Analoga considerazione si può fare per le amministrazioni locali che, specie nel Mezzogiorno,

Gli immigrati nel milanese abitano nella ex-polveriera di via Novate Paul Ginsborg, Storia d’Italia…cit., p.324.

8. La fine del miracolo

La ripresa delle agitazioni operaie comincia a delinearsi dal 1959, e vede alla testa dei conflitti soprattutto gli operai meridionali, insofferenti delle dure condizioni di lavoro, decisi a richiedere miglioramenti salariali, modifiche per i ritmi di lavoro e maggior controllo sul processo produttivo. Il grande sciopero del 1962 per il rinnovo dei contratti dei metalmeccanici, che vede finalmente partecipare anche gli operai della FIAT, è il segno che la stagione della sudditanza degli operai e del sindacato sta finendo. Ad esso seguiranno i grandi scontri di Piazza Statuto, a Torino, fra dimostranti e polizia, scontri “che aprono la nuova alba delle rivendicazioni operaie”.

Il periodo 1959-1962 fu caratterizzato dai primi cospicui aumenti salariali nel settore industriale. Attorno al 1962 veniva raggiunta in molti settori la piena occupazione e l’aumento conseguente dei salari imponeva alle aziende il ricorso al credito esterno anziché all’autofinanziamento.

L’aumento degli investimenti degli anni precedenti, sommato a quello (notevole) della propensione al consumo diede origine - fenomeno nuovo per l’Italia - a una inflazione per eccesso di domanda, alla quale la Banca d’Italia rispose con una stretta creditizia. Nell’ottobre del 1963 l’espansione economica toccava il culmine per entrare in una fase di depressione. Era la fine della favola. La storia corre veloce, e le trasformazioni sociali sembrano così rapide da risultare spesso indecifrabili. Il Sessantotto, celebrato o criticato che sia, viene giustamente considerato come un momento storico fondamentale della storia repubblicana, ma è forse dieci anni prima, con l’inizio del

"miracolo" economico, che va individuata l’origine della vera rivoluzione che ha stravolto la società di un intero paese. Ad un rapido bilancio conclusivo, l’ingresso dell’Italia nella modernità, dovuto soprattutto all’iniziativa privata, con un ruolo dello stato “permissivo piuttosto che propulsivo” (ricordiamo le scelte economiche che facilitavano i settori dell’industria private, come nel caso delle autostrade, la tassazione al minimo, lo scarso controllo sull’evasione del pagamento di contributi sociali e previdenziali, la negligenza delle disposizioni di legge che riguardavano le attività industriali), ebbe, come già indicato, aspetti sia negativi che positivi. Si è già fatto riferimento agli aspetti più negativi, dal dramma dell’emigrazione alla durezza della condizione operaia, (specie nei primi anni) alla distruzione paesaggistica e ambientale alla speculazione edilizia: ma sarebbe sbagliato non riconoscere anche gli aspetti positivi, sui quali tornerò più diffusamente dopo. La trasformazione degli anni 1958-63 non fu comunque così categoricamente univoca. Per milioni di italiani il cambiamento nelle condizioni materiali di vita apportato dal « miracolo economico» rappresentò innanzitutto un’effettiva liberazione da vecchi vincoli. Per la prima volta la maggior parte della popolazione aveva la possibilità di vivere decentemente, di stare al caldo e ben vestita, di mangiare bene, di allevare i figli senza quasi più il timore di malformazioni o denutrizione. Non fu per caso che Vito di Cavarzere (cfr. pp. 305-6) esaltò il fatto che finalmente lui e la sua famiglia appartenevano alla «nazionalità operaia». Nel muro che aveva separato città e campagna, Sud e Nord, masse indigenti e prospere élites, si era finalmente aperta una breccia, anche se ciò era avvenuto con modalità alquanto diverse da quelle auspicare dai comunisti o dagli stessi cattolici. Gli anni del «miracolo», inoltre, non furono solo contrassegnati dalla tendenza all’atomizzazione o all’integrazione. Dentro le famiglie si stavano rapidamente sgretolando i vecchi modelli autoritari, se non ancora tra uomini e donne almeno tra vecchi e giovani. I giovani delle città, in particolare, godevano di una libertà mai conosciuta, con la possibilità di trovarsi lavoro da soli, di spendere i propri guadagni, di rompere il soffocante circuito della vita familiare. Gran parte di questa nuova generazione si era ritrovata a crescere nelle metropoli del Nord, nei centri più vitali della nazione, non nei villaggi sperduti del Crotonese o della Sicilia interna. Infine, fu soprattutto nelle fabbriche che il modello italiano di modernizzazione rifiutò di seguire ogni facile profezia di una rapida integrazione sociale. Sotto questo aspetto l’esperienza italiana si differenzia da quella, cronologicamente quasi contemporanea, del «miracolo economico» tedesco. L’epoca del «miracolo» in Germania occidentale fu contrassegnata dall’emergere di profonde divisioni all’interno della classe lavorarrice tra la componente tedesca e gli stranieri immigrati in cerca di occupazione, i cosiddetti «gastarbeiter». I meridionali che si spostavano al Nord, al contrario, appartenevano alla stessa nazione degli abitanti del settentrione, e godevano degli stessi diritti di questi ultimi. Sta di fatto che l’ingresso dei meridionali nelle fabbriche del nord non si tradusse – contro le attese di molti – in una minore conflittualità e nella pace sociale. Accadde piuttosto il contrario: quel fenomeno segnò l’inizio di di un ciclo quasi ventennale di lotte collettive. Paul Ginsborg, Storia d’Italia…cit., p.339-