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Contenuti Principali: Informazioni sulle tragedie tebane di Sofocle, che comprendono "Edipo a Colono", "Edipo re" e "Antigone". - Trama di Edipo a Colono: Narrazione degli eventi principali della tragedia, dall'arrivo di Edipo a Colono fino alla sua morte e scomparsa prodigiosa. - Prologo e parodo: Analisi delle prime scene e del canto del coro che introduce il contesto e i personaggi principali. - Primi episodi e stasimi: Descrizione dettagliata dei dialoghi e dei canti del coro, con particolare attenzione ai temi ricorrenti come il contrasto tra passato e presente e la sacralità del luogo. - Secondi episodi e stasimi: Approfondimento delle interazioni tra Edipo, Creonte, Teseo e altri personaggi, nonché delle riflessioni del coro sulla giustizia e la protezione divina. - Terzi episodi e stasimi: Conclusione della tragedia con il ritorno delle figlie di Edipo e la riflessione del coro sulla vita e la morte.
Tipologia: Slide
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CUSIMANO, ISAIA, SOBLAYECK IV L
L’Edipo a Colono, assieme all’Edipo re e all’Antigone, fa parte delle tragedie tebane, ossia relative alla saga dei Labdacidi (ovvero di Laio, Edipo e dei suoi discendenti). Le tragedie tebane furono composte e rappresentate da Sofocle separatamente, a distanza di decenni; la loro successione cronologica non riflette il corso degli avvenimenti del mito. Infatti la più antica è l’Antigone, che rappresenta l’episodio conclusivo della storia; segue poi l’Edipo re e infine l’Edipo a Colono.
PROLOGO (1-116) La tragedia inizia con l'apparizione di Edipo sorretto da una fanciulla, Antigone, sua figlia-sorella. In prossimità di Atene chiedono informazioni su dove si trovino ad un passante: questi li invita ad allontanarsi: il luogo è consacrato alle dee Eumenidi, dee terribili, dal cui nome Edipo è colpito. Apprende dallo stesso di essere a Colono, il cui re è l'ateniese Teseo. Già da qui si nota la stanchezza per la vita di Edipo, la sua voglia di porle fine. Il prologo anticipa il motivo conduttore della tragedia: il contrasto fra il crudo passato del protagonista e la quiete estrema, verso la quale tende e dalla quale finirà per essere assorbito.
PARODO (117-253) Qui troviamo un canto del coro: al sopraggiungere degli abitanti Edipo si era nascosto, quando si fa avanti, il coro prova un sentimento misto di pietà e di orrore. Dopo averlo invitato ad uscire dal sacro recinto, il coro vuol conoscere l'identità dello straniero, quando la scoprono gli intimano di allontanarsi, ma servirà l'intervento di Antigone per farlo restare.
PRIMO STASIMO (668-719) Finalmente Teseo è arrivato sulla scena e ha accolto la supplica di Edipo, che dunque è ora a tutti gli effetti “ospite” di Atene e, in particolare, del santuario di Colono. Il Coro intona il primo stasimo (668-719), aprendolo come caloroso indirizzo di saluto allo straniero appena stabilitosi nella nuova sede. La norma dell’indirizzo di saluto ad un personaggio importante giunto sul posto vorrebbe che il discorso si sviluppasse prima di tutto con l’elogio di lui; invece già il secondo verso sterza in altra direzione: E il canto prosegue nella forma e nel contenuto come appassionato inno religioso di encomio alla terra ospitale e agli dèi che la proteggono: ognuno di loro le ha elargito generosamente i suoi doni, rendendola grande e gloriosa per sempre.
Il primo canto del Coro è composto da due coppie strofiche, delle quali la prima si concentra sulla presentazione del territorio di Colono, mentre la seconda sposta il focus sulla regione dell'Attica, riferendosi ad episodi mitologici della regione. Lo stasimo consiste in un encomio a Colono e ad Atene, come il Coro stesso dichiara con l'utilizzo del termine αἶνον, “lode”, al v. 707. Lo stasimo si sviluppa su un piano descrittivo sincronico del paesaggio, le immagini del quale nel canto sono congrue all'esperienza del Coro, formato da vecchi abitanti di Colono,c onoscitori del luogo e del bosco sacro. Gli elementi che compongono il paesaggio, l'attenzione per i toni cromatici e l'utilizzo di un linguaggio descrittivo sono gli strumenti che concorrono a rappresentare le caratteristiChe del luogo, la sacralità e fertilità.
SECOND O EPISODIO (720-
Si presenta il figlio Creonte, che con una ipocrita proposta cerca di soccorrere il padre interessatamente, egli pensa che è in grado di costringerlo, sia lui che le sue figlie, a venire con sé, nonostante il rifiuto del padre. Gli strappa Antigone dalle braccia, e, nonostante le proteste del coro, usa la violenza anche sul padre. Accorso Teseo, lancia un esercito contro i rapitori. Mentre Edipo e Creonte discutono sull'uccisione del padre da parte del primo, Teseo trascina Creonte per liberare gli altri prigionieri. Prima della pace estrema egli deve ripercorrere con la memoria e le parole il suo cruento passato. Si sente immune da colpa, perché tutto è dipeso dal volere degli dei.
SECOND O STASIMO (1044-
Il Coro si abbandona ad una fantasticheria nella quale immagina la battaglia, e la immagina vittoriosa per gli Ateniesi, che si battono per la causa giusta e sono quindi sotto la protezione divina. Trattandosi di eventi futuri, o forse già presenti, ma fuori del campo visivo, la descrizione non può essere univoca, deve prevedere possibilità alternative di realizzazione (1044-1049+1054-1064): che evoca la lotta che sta per essere consegnata tra gli uomini di Creonte e quelli di Teseo. Le localizzazioni dello scontro oscillano tra le varie ipotesi plausibili sulla via di fuga scelta dai rapitori, ma una cosa è certa al di là di ogni dubbio, la vittoria finale.
Il desiderio di partecipare da parte del Coro è espresso mediante mezzi linguistici significativi, quali l'uso di ottativi desiderativi in prima persona (v. 1044 εἴην, v. 1083 κύρσαιμι), asserzioni personali (v. 1054 οἶμαι, v. 1075 μοι, v. 1080 μάντις εἴμι) e la preghiera finale che chiude il canto (vv. 1085- 95). A questi elementi se ne aggiungono altri che evocano il clima di tensione emotiva, concitazione e allo stesso tempo incertezza: la frequenza di congiunzioni disgiuntive attraverso le quali il Coro immagina possibili scenari (vv. 1048-9 ἢ...ἢ, v. 1059 ἢ που, v. 1074 ἢ), l'uso di verbi al futuro che presentano il racconto del Coro nei termini di una visione, la ricorrenza a breve distanza di esclamative (v. 1074 ὡς, v. 1081 εἴθε, v. 1085 ἰώ), domande retoriche (v. 1074), anafora (v. 1079 τελεῖ τελεῖ). Per mezzo di tali caratteristiche la struttura dello stasimo richiama i canti d'evasione, nei quali il Coro solitamente esprime il desiderio di scappare da una situazione intollerabile. In questo caso invece ci si allontana dalla convenzione, dal momento che il desiderio non è quello di fuggire ma di avvicinarsi al cuore della battaglia.
La seconda antistrofe (vv. 1085-1095), a conclusione dell'intervento del Coro, è dedicata interamente alla preghiera per la vittoria degli ateniesi, indirizzata dapprima a Zeus (v. 1085) e alla figlia Atena (v. 1090), le divinità più legate alla mitologia e al territorio di Atene. Il Coro rivolge poi la preghiera anche ad Apollo (v. 1091), il dio che ha guidato Edipo fino a Colono, e alla sorella Artemide (vv. 1092-3), entrambi appropriati al contesto in quanto legati alla caccia e all'inseguimento: l'epiteto usato per Apollo è τὸν ἀγρευτὰν, “cacciatore” (v. 1091), mentre ὀπαδὸν ὠκυπόδων ἐλάφων, “inseguitrice di cervi dal piede veloce” (v. 1092-3), è riferito ad Artemide. Dunque, la presenza delle divinità assume da una parte un risvolto ideologico, al fine di presentare Atene come una città meritevole della benevolenza degli dei perché giusta e pia, in contrasto con l'immagine negativa di Tebe (come già nello stasimo al precedente). Dall'altra parte, essa giustifica il carattere di sacralità del territorio e l'identità dello spazio scenico progredisce ancora. Tuttavia, anche in questo caso, come nel primo canto, non si tratta di una sacralità derivante solo dalla sfera celeste, ma anche dalla sfera della morte. Infatti, nella descrizione del territorio vengono nominati elementi del paesaggio che evocano il mondo sotterraneo.
TERZO STASIMO (1211-
Il coro racconta che Edipo non è più perseguitato dagli dei e dal destino, è solo un vecchio. Si accorge quindi che lo stesso morire sarebbe un peccato: qui cita una frase di Sileno rivolto al Re Mida: " Meglio di ogni cosa è non essere nati, e dopo di ciò morire subito dopo la nascita".
La strofe e l'antistrofe sono caratterizzate da una struttura simmetrica, composta da tre periodi metrici e da tre movimenti sintattici, con il confine tra il secondo e il terzo movimento in distonia rispetto al confine tra secondo e terzo periodo metrico:
Una seconda massima apre l'antistrofe (vv. 1224-38): “ non essere nati vince ogni guadagno ”, e una volta nati, il rimedio migliore è tornare quanto prima da dove si è venuti. Il contesto in cui la sentenza viene nominata in questo caso è ancora la perdita dei piaceri della vita una volta passata la giovinezza e nell'avvento delle sofferenze dell'uomo, questa volta precisate: φόνοι, στάσεις, ἔρις, μάχαι, φθόνος, dunque “uccisioni, lotte, discordia, battaglie, odio” (vv. 1233-4) e infine τὸ γῆρας, “la vecchiaia” (v. 1237).
Essa, in significativo parallelismo con il concetto della morte nella stanza precedente, occupa l'ultima posizione della climax in cui è strutturata questa stanza, allo scopo di presentarla come il male più grande per l'uomo. Il tricolon di aggettivi ad essa riferiti, composti con prefisso negativo, ἀκρατὲς, “senza forza”, ἀπροσόμιλον “solitaria”, ἄφιλον “senza amici” (vv. 1236-7), insiste sull'idea di inettitudine ed isolamento che la vecchiaia comporta. Viene rielaborato in questo modo un tema tradizionale e caro alla letteratura greca, la riflessione sull'aspra vecchiaia. Essa è presente già nei poemi omerici, dove si trova il sostantivo γῆρας accompagnato dall'aggettivo λυγρόν, “misera” (Il. XIX 336), e χαλεπὸν (Od. XI 196), “gravosa”: Il. XIX 335- [...] ἤ που τυτθὸν ἔτι ζώοντ' ἀκάχησθαι γήραΐ τε στυγερῷ καὶ ἐμὴν ποτιδέγμενον αἰει λυγρὴν ἀγγελίην, ὅ τ' ἀποφθιμένοιο πύθηται. “oppure trascina un resto di vita, afflitto dall'odiosa vecchiaia e dall'attesa continua della fatale notizia mia, che morto mi sappia” Od. XI 195- ἔνθ’ ὅ γε κεῖτ’ ἀχέων, μέγα δὲ φρεσὶ πένθος ἀέξει σὸν νόστον ποθέων· χαλεπὸν δ’ ἐπὶ γῆρας ἱκάνει. “Qui giace afflitto, e nel cuore accresce la sua pena perchè piange il tuo destino luttuoso, e in più gravosa vecchiaia lo ha raggiunto”