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educatore imperfetto, Dispense di Pedagogia

educatore imperfetto, primo anno di scienze dell'educazione

Tipologia: Dispense

2021/2022

Caricato il 09/12/2025

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rzxy7hsk5w 🇮🇹

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EDUCATORE IMPERFETTO
Capitolo 1
La figura dell’educatore professionale è una figura costantemente in via di
definizione possiamo definirla liquida e questa particolarità indica la sua
debolezza strutturale ma allo stesso tempo rappresenta la sua forza
nell’apertura alla continua messa in discussione delle proprie finalità. È poi
liquida anche perché si sviluppa nella società contemporanea che è
caratterizzata dall’incertezza e da una continua trasformazione. L’educatore
professionale possiamo definirlo anche incerto sia per i vari compiti che ha,
quindi riabilitativo, preventivo, promozionale e per tutti i soggetti a cui fa
riferimento infatti tutta la vita di tutte le persone sono interessate dalla azione
dell’educatore professionale. la condizione di incertezza riguardanti questa
figura è iniziata negli anni 60-70: fino all’inizio degli anni 60 gli educatori
facevano parte del personale ce lavoravano nelle istituzione per rieducazione
dei minori (tipo carceri) finalizzati al contenimento e emarginazione e non ad
una logica che favoriva il reinserimento sociale dei minori. Negli anni 60 poi gli
educatori entrano in crisi perché le convinzioni pedagogiche non rispondevano
più ai bisogni e alle domande del tempo perché iniziava ad esserci questa
nuova realtà sociale culturale.
Sono degli anni pieni di importanti cambiamenti legislativi sulla legge sul
divorzio sull’aborto la legge Basaglia (1978) e tutte queste hanno modificato il
contesto di vita. E si passa dalle politiche che sostengono solo chi non è in
grado di soddisfare i propri bisogni vitali a una politica invece che garantisce
diritti sempre più ampi di cittadinanza a tutti. Vengono ridefiniti i bisogni, gli
obiettivi e questi si estendono all’insieme di tutti i cittadini per una promozione
di benessere e per ridurre il malessere gli educatori hanno un nuovo ruolo che
non si esaurisce solo nella protezione della società ma proprio nel
cambiamento di questa. E solo dopo gli anni 70 si inizia ad avere un’idea meno
approssimativa dell’educatore che diventa un punto di riferimento stabile.
L’educatore professionale è un operatore che ha come compito generale quello
di individuare promuovere e sviluppare le potenzialità di soggetti individuali e
collettivi.
Esistono tre differenti piani di azione educativa:
- il primo è il piano promozionale che trasforma le potenzialità in atti quindi
se fa si che i soggetti acquisiscono delle competenze perché siano in
grado di realizzarsi come persone autonome;
- preventivo quando nel normale percorso di vita dei soggetti c’è un rischio
e si fa in modo che questo non diventi un atto
- E il terzo piano è quello riabilitativo che fa in modo di riacquisire il
processo di trasformazione delle potenzialità in atto
Questi diversi piani sono vincolati da un mandato sociale nel quale l’educatore
è esecutore e coautore e l’operatività educativa si esplica in ambiti
organizzativi cioè i servizi e i progetti. L’educatore è un lavoro relazionale non
solo tra educatori, ma con tutte le altre figure professionali. Il disegno neutro
dell’educatore è composto da: potenzialità dei soggetti, differenti piani di
azione educativa, vincolo, rielaborazione del mandato sociale, dimensione del
servizio, relazione e formazione.
C’è una presunzione da parte di molte persone che sono convinto di avere
sufficienti competenze solo perché nella loro vita sono state educate e quindi a
loro volta secondo loro sono in grado di educare ma realtà tutti ovviamente
abbiamo delle esperienze personali educative, però questo non fa di ogni
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EDUCATORE IMPERFETTO

Capitolo 1 La figura dell’educatore professionale è una figura costantemente in via di definizione possiamo definirla liquida e questa particolarità indica la sua debolezza strutturale ma allo stesso tempo rappresenta la sua forza nell’apertura alla continua messa in discussione delle proprie finalità. È poi liquida anche perché si sviluppa nella società contemporanea che è caratterizzata dall’incertezza e da una continua trasformazione. L’educatore professionale possiamo definirlo anche incerto sia per i vari compiti che ha, quindi riabilitativo, preventivo, promozionale e per tutti i soggetti a cui fa riferimento infatti tutta la vita di tutte le persone sono interessate dalla azione dell’educatore professionale. la condizione di incertezza riguardanti questa figura è iniziata negli anni 60-70: fino all’inizio degli anni 60 gli educatori facevano parte del personale ce lavoravano nelle istituzione per rieducazione dei minori (tipo carceri) finalizzati al contenimento e emarginazione e non ad una logica che favoriva il reinserimento sociale dei minori. Negli anni 60 poi gli educatori entrano in crisi perché le convinzioni pedagogiche non rispondevano più ai bisogni e alle domande del tempo perché iniziava ad esserci questa nuova realtà sociale culturale. Sono degli anni pieni di importanti cambiamenti legislativi sulla legge sul divorzio sull’aborto la legge Basaglia (1978) e tutte queste hanno modificato il contesto di vita. E si passa dalle politiche che sostengono solo chi non è in grado di soddisfare i propri bisogni vitali a una politica invece che garantisce diritti sempre più ampi di cittadinanza a tutti. Vengono ridefiniti i bisogni, gli obiettivi e questi si estendono all’insieme di tutti i cittadini per una promozione di benessere e per ridurre il malessere gli educatori hanno un nuovo ruolo che non si esaurisce solo nella protezione della società ma proprio nel cambiamento di questa. E solo dopo gli anni 70 si inizia ad avere un’idea meno approssimativa dell’educatore che diventa un punto di riferimento stabile. L’educatore professionale è un operatore che ha come compito generale quello di individuare promuovere e sviluppare le potenzialità di soggetti individuali e collettivi. Esistono tre differenti piani di azione educativa:

  • il primo è il piano promozionale che trasforma le potenzialità in atti quindi se fa si che i soggetti acquisiscono delle competenze perché siano in grado di realizzarsi come persone autonome;
  • preventivo quando nel normale percorso di vita dei soggetti c’è un rischio e si fa in modo che questo non diventi un atto
  • E il terzo piano è quello riabilitativo che fa in modo di riacquisire il processo di trasformazione delle potenzialità in atto Questi diversi piani sono vincolati da un mandato sociale nel quale l’educatore è esecutore e coautore e l’operatività educativa si esplica in ambiti organizzativi cioè i servizi e i progetti. L’educatore è un lavoro relazionale non solo tra educatori, ma con tutte le altre figure professionali. Il disegno neutro dell’educatore è composto da: potenzialità dei soggetti, differenti piani di azione educativa, vincolo, rielaborazione del mandato sociale, dimensione del servizio, relazione e formazione. C’è una presunzione da parte di molte persone che sono convinto di avere sufficienti competenze solo perché nella loro vita sono state educate e quindi a loro volta secondo loro sono in grado di educare ma realtà tutti ovviamente abbiamo delle esperienze personali educative, però questo non fa di ogni

persona un educatore professionale. Un educatore non dovrebbe essere né caldo né freddo, né emotivamente coinvolto né distaccato e distante, ma un mix di tutto questo. Un educatore non potrà mai essere amico di un educando, ma potrà avere comunque un atteggiamento amichevole quando opportuno. Le componenti di affettività presenti in una comunità per minori, ad esempio, non potranno mai replicare quelle familiari perché, comunque, gli scopi sono diversi (lo scopo della comunità è completamente diverso da quello della famiglia) però questo non significa che la comunità non possa essere un ambiente familiare. Nelle esperienze professionali devono essere presenti: mandato sociale, intenzionalità e progetto; questi fattori devono essere analizzati, prodotti o rimossi e questo deve caratterizzare l’educatore professionale. Non esiste gerarchia fra teoria e pratica professionale, bisogna avere una costante circolarità tra teoria e prassi e gli elementi formativi teorici e quelli pratici devono essere integrati anche attraverso attività di tirocinio. Capitolo 2 Tutti i soggetti nel corso della loro esistenza sono esposti a esperienze educative che presentano diversi gradi di consapevolezza, intenzionalità e formalizzazione. I soggetti vivono esperienze con differenti livelli di consapevolezza E i risultati di queste esperienze sono valutabili dai soggetti destinatari solo quando queste esperienze vengono rievocate e ricostruite. Le esperienze educative possono essere suddivise in base al loro livello di formalizzazione si dividono in:

  • Esperienze formali: sono riconducibili alle esperienze scolastiche, cioè azioni fortemente intenzionali e organizzate. Esperienze regolate dalle leggi che vincolano gli obiettivi, l’organizzazione, i rapporti e sono obbligatorie, infatti, i soggetti educandi non hanno possibilità di scelta (decisioni prese da famiglia e società). L’esito è il rilascio o il conseguimento di un titolo di studio che permette di proseguire gli studi o di trovare un lavoro.
  • Esperienze non formali : sono esterne all’istituzione scolastica non rilasciano titoli di studio ma sono dotate anche loro di intenzionalità, progetto e contratto. Anche in questo caso le distinzioni tra educatore e educando sono chiare ed esplicite. Nell’esperienza non formali funzionalità e progetto ma è caratterizzato da una scelta intenzionale della persona e non sono imposte come quelle formali.
  • Esperienze informali: sono tutte le esperienze che non rientrano nell’area del formale del non formale, non sono caratterizzati da progetti intenzionalità, non c’è una differenza di posizione chiara tra educatore ed educando. Sono sul piano della banalità quotidiana quindi esperienze che cambiano, che fanno maturare i risultati non sono preventivar abili nella vita delle persone. Questa suddivisione tra le varie esperienze educative è importante perché si possono ricostruire tutti gli interventi educativi che soggetti incontrano nella loro vita, si può ridimensionare l’eccesso di peso educativo dell’istituzione scolastica e sottolinea l’importanza degli spazi di azione professionale dell’educatore extra scolastico. Abbiamo un ulteriore divisione delle esperienze educative sull’esistenza o meno di un’intenzionalità educativa sulla volontarietà dei loro progetti e sull’esplicitazione di tale intenzione ai destinatari:

La scuola (microsocietà) ha lo scopo di creare un’alfabetizzazione di base che consenta a una persona una sufficiente conoscenza per vivere nel contesto in cui è inserita, ha lo scopo formare un buon cittadino e di fornire gli strumenti per entrare nel mondo del lavoro. La scuola è l’esperienza extrafamiliare per eccellenza e ha il compito di fornire quella formazione professionale che la famiglia non è in grado di fornire. La scuola è educativa perché consente l’incontro con figure adulte e significative rispetto ai genitori (gli insegnanti). La radio e la TV (anni 80) sono i primi mezzi di comunicazione di massa che permettono l’informazione di giungere in questo momento più persone possibili, propongono modelli di comportamento e hanno contribuito all’unificazione linguistica del paese e all’omologazione culturale. L’avvento di mass-media ha prodotto una rivoluzione pedagogica, infatti, influenzano direttamente la coscienza di ogni individuo. I mass-media portano una serie di rischi: cioè l’omologazione alla quale spinge e in generale l’impoverimento di costumi e usi. Con i nuovi media, ossia il web e social, non è facile prevedere l’effetto educativo che queste tecnologie possono avere sulle persone e cambia il concetto stesso di informazione; questi offrono la possibilità di essere autori oltre che spettatori. Abbiamo il lavoro che è tra le più rilevanti esperienze educative, è importante dal punto di vista educativo perché all’interno di una stessa organizzazione coabitano delle culture diverse. Nel lavoro c’è un cambiamento: prima c’erano educazione ai tempi lunghi (infatti si preparava per avere un lavoro duraturo), da qualche decennio invece sono scomparse le società agricole, si passa alla società postindustriale quindi si ha un’educazione al breve periodo (attività professionale frammentata e a tempo). Esistono le dimensioni collettive che sono dei gruppi, delle organizzazioni, dei contesti sociali nei quali le persone trascorrono molto tempo della propria vita e questo genera nei soggetti coinvolti un senso di appartenenza a una collettività. Ci sono intenti ad esiti educativi finalizzati a farsi che le persone apprendono gli obiettivi, alcuni sono ricercati intenzionalmente e altri non intenzionali. - Ad esempio, la religione è esplicitamente educativa; la politica che è educativa perché prospetta un modo di essere del mondo e dello stare al mondo che implica l’esistenza di intenzione; lo sport che è un intento educativo esplicito e intenzionale rivolto ai propri componenti e poi ha anche aspetti non intenzionali e non formali connessi alla modalità della partecipazione organizzativa e c’è la volontà di esprimere la propria concezione di vita. -Accanto a tutti questi luoghi ci sono anche luoghi di ritrovo nel quale trascorrere il tempo libero -> luoghi a relazione debole (che offrono comunque dei risvolti educativi). In parallelo però, con lo sviluppo del web e dei social, sono emerse nuove possibilità di dimensioni collettive: quelle che si realizzano anche in assenza di vicinanza fisica che hanno modificato i criteri per valutare la vicinanza e la distanza tra le persone e hanno modificato anche i concetti di privacy identità. Piero Bertolini è un pedagogista della seconda metà del 900 e delinea i possibili livelli di definizione di esperienza educativa e afferma che sono moltissimi gli eventi che si possono legittimamente considerare eventi educativi perché sono moltissimi quelli che stimolano direttamente o indirettamente, consapevolmente o inconsapevolmente, delle trasformazioni negli individui, nei gruppi sociali.

Quindi secondo Bartolini tutte le relazioni interpersonali sono di fatto educative, ma anche in presenza di intenzioni educative occorre che il soggetto sia disponibile e ricettivo. Quindi la risposta alla domanda “la vita è educazione?” può essere affermativa e negativa:

  • Affermativa se prendiamo in considerazione tutte le possibili sfumature di intenzionalità e quindi ogni esperienza è considerata potenzialmente educativa
  • Negativa se prendiamo in considerazione solo le esperienze intenzionalmente educative. Capitolo 3 L’educatore è l’operatore che può entrare in gioco quando si verificano situazioni di crisi all’interno delle varie esperienze educative che interessano i soggetti. Le crisi possono essere suddivise in:
  • Crisi da carenza educativa: l’esperienza educativa quando non viene ritenuto in grado di raggiungere gli obiettivi che gli sono stati assegnati o che si è auto assegnato
  • Crisi da accesso educativo: si ha quando l’esperienza si rivela educativa ma verso obiettivi non considerati auspicabili; quindi, evolve verso direzioni ritenute non lecite o non legittime
  • Il conflitto educativo: si ha quando all’interno del sistema di esperienze che interessa i soggetti si assiste a delle diversità che non sono conciliabili (di intenti, di obiettivi e di prassi educative) Si può quindi avere un intervento sostitutivo che si ha quando gli ha quando gli ambiti educativi normali non vengono considerati adeguati a consentire un normale percorso di crescita dei minori, oppure quando non si è in grado di assolvere i necessari compiti educativi che sono richiesti. Ed è il caso, per esempio, delle comunità in cui vengono ospitati i minori vengono allontanati dalle famiglie. Si parla di interventi sostitutivi anche quando si reputano che gli abituali contesti territoriali e relazioni siano dotate di risorse insufficienti per consentire al soggetto di ridurre o eliminare i tratti di disagi o devianza. Poi esistono interventi aggiuntivi che si verificano quando le esperienze educative non sono adeguate a formare il soggetto anche se non ci sono delle patologie tali da rendere necessario degli interventi sostitutivi; ed è il caso di tutti gli interventi di sostegno riguardanti l’ambiente scolastico (soggetti disabili) oppure interventi all’assistenza domiciliare rivolti ai minori, disabili, centri diurni. Poi abbiamo gli interventi compensativi che hanno luogo quando gli ambienti vengono ritenuti educativi verso direzioni non volute e quindi è necessario inserire intenzionalità educative diverse in grado di co-bilanciare i processi educativi che ci sono in atto. È l’esempio del carcere dove le azioni educative intenzionali tendono a bilanciare il clima che produce. Il compito generale dell’educatore è intervenire dove le normali dinamiche educative non consentono un autonomo percorso di crescita verso una condizione adulta auspicata. Il percorso di crescita può essere descritto e interpretato come un percorso di avvicinamento a una condizione adulta che abbia uno stato di benessere fisico, psicologico e sociale; la condizione adulta auspicata è caratterizzata dal

suoi confronti sarebbe eticamente accettata dalla società perché considerate necessarie fini del benessere del ragazzo stesso. Ad esempio, se ci trovassimo davanti un potenziale suicida per natura verrebbe spontaneo tentare di dissuaderlo a parole o addirittura con la forza perché il suicidio viene considerato un atto patologico cui è necessario un trattamento sanitario MA se il potenziale suicida ponesse un razionale un razionale discorso sulle buone motivazioni e sottolineasse la sua mancata richiesta di aiuto, il suo salvatore si ritroverebbe in un dubbio salvarlo o no? Quindi riflettere sulle azioni educative rivolte ai ragazzi selvaggi o all’aspirante suicida, significa usare una lente d’ingrandimento per mettere a fuoco situazioni estreme -> prassi quotidiana per educatori e educandi Ci sono due casi diversi:

  • c’è il caso di Victor del 1800 che è un bambino cresciuto nel bosco, non ha mai avuto rapporti umani e comunica tramite versi come un animale; il medico pedagogista Itard prese in carico il giovane per tentare di intervenire su un caso che veniva ritenuto impossibile. E lo fa tramite delle attività quotidiane in un contesto di vita familiare (cioè casa sua). Victor fece progressi limitati, non imparò mai a parlare (ma non si esclude che potesse soffrire di autismo). E il caso rimane molto interessante per la questione dell’autorizzazione, perché c’è la convinzione riguardante la richiesta implicita di aiuto da parte dei ragazzi selvaggi, dovuta alla necessità di giustificare un’educativa costrittiva (si costringe questo ragazzo a educarlo, lui non l’ha mai chiesto) in nome della futura possibilità del benessere del soggetto.
  • Altro caso è Nell, ragazza nata e cresciuta in una casetta nel bosco con la sorella che ha visto morire e la madre che a causa di una paralisi facciale le ha insegnato un linguaggio incomprensibile per tutti noi, è stata però in grado di trasformare parte dell’ambiente naturale in funzione delle proprie esigenze. Dopo la morte della madre viene trovata dal medico che si occupa della sua reintegrazione nella città. Alla fine, tornerà nella sua casa nel bosco, ma prima avrà imparato a parlare e a relazionarsi con gli altri. Questi due casi sono molto diversi, Victor è un ragazzo selvaggio puro e con lui si fa un tentativo di educazione primaria; quindi, dare una forma socialmente accettabile a chi non ho mai avuto una forma umana. Nell, invece, è una ragazza selvaggia impura perché si attua un tentativo di rieducazione, quindi dare una forma umana diversa da quella già esistente, che è socialmente inaccettabile (ma c’era). L’autorizzazione a educare è infatti data dagli altri attori nel contesto all’interno del quale Victor e Nell si trovano a essere collocati. In tutte e due le storie compaiono persone che partecipano all’azione educativa basandosi su competenze spontanee non apprese da appositi percorsi educativi professionali. Oggi i ragazzi selvaggi sono le persone che stanno i margini solo per alcuni tratti della loro esistenza e non per la totalità e ci stanno perché sono fragili e impossibilità a reggere il confronto con la vita. Spesso nelle azioni educative i soggetti destinati sono coinvolti nei progetti indipendentemente dall’esistenza o meno di una loro domanda. Questo vale per le due principali esperienze educative: la famiglia che tenta di far acquisire al fanciullo dei valori atteggiamenti o comportamenti ritenuti necessari per vivere in società; e la scuola che è obbligatoria.

I non selvaggi decidono che la condizione selvaggia è pericolosa; quindi, si sentono legittimati ad intervenire per fornire ai soggetti strumenti e competenze per consentire loro di affrontare la vita e rendersi autonomi. Una qualsiasi società che si dica democratica, per continuare a riprodursi, non può permettersi troppi ragazzi selvaggi; quindi, l’autorizzazione a educare si poggia su un malessere del soggetto educante, cioè sulla distanza esistente tra ciò che l’altro è ciò che l’altro potrebbe e dovrebbe essere. La parola formazione la parola educazione hanno un senso e una finalità diverse. Secondo Cambi, educare ha un carattere più sociale e istituzionale, e le pratiche educative sono affidati a un educatore e non al soggetto stesso (educatore propone a un soggetto un processo educativo). La formazione, invece, è un processo del soggetto che tende a prendere una forma personale secondo la propria natura attraverso un percorso che vede il soggetto come attore principale (progetto di realizzazione di se). Secondo Demetrio, il concetto di formazione sintetizza due modalità di trasmissione del sapere: quella educativa e quella istruttiva. Quindi nonostante ci siano diverse opinioni riguardo questo argomento, nella recente tradizione pedagogica la tendenza è quella di separare questi due termini. La riflessione riguardante l’esistenza o meno di una natura umana, o l’esistenza o meno di un’essenza verso la quale l’educazione deve tendere, è un dilemma verso il quale non c’è un’unica soluzione ma varie soluzioni alternative. L’educatore deve dotarsi di una propria filosofia dell’educazione attraverso l’intreccio autoriflessivo tra la propria filosofia spontanea e sistemi di pensiero interconnessi con la pedagogia, con la consapevolezza dell’impossibilità di chiusura di tutto ciò in un modello statico. La maieutica e le imposizioni, sono i due poli dell’atto educativo, ed è molto difficile stare al centro. Capitolo 6 Alcuni dei nodi del lavoro educativo sono: la prevenzione, il tema del nesso tra legalità e illegalità, questione dell’accanimento educativo, il burnout, la supervisione come capacità di capirsi meglio, la radicale alterità e diversi fantasmi della figura dell’educatore.  Prevenire è meglio che riabilitare nell’area degli interventi socioeducativi. I punti deboli della prevenzione sono: il presunto primato del cognitivo sull’affettivo e la difficoltà di valutare gli effetti delle azioni preventive. Prevenire significa fare interagire due punti di vista su un argomento, sperando che l’incontro possa far intravedere la possibilità di comportamenti giusti e virtuosi.  Legalità e illegalità: l’educatore professionale è un operatore che assolve funzioni di ponte tra l’area della legalità e quella dell’illegalità, sarà compito dell’educatore capire se davanti a un gesto illegale (come, ad esempio, lo spaccio di un adolescente, se fargli assumere totale responsabilità dei propri atti o creare un’alleanza relazionale).  Accanimento educativo: l’accadimento è insistenza operativa laddove non mostra probabilità di successo né disponibilità da parte del destinatario nell’essere coinvolto in un progetto di cambiamento. Si ha il cambiamento educativo quando cambia l’operatore e il progetto educativo; si ha il ripensamento educativo; oppure il lavoro educativo

quale sono portatrici le diverse figure, il profilo professionale formale così come previsto dalle normative del gruppo, le diverse aree dei problemi e bisogni verso le quali le figure sono state socialmente relegata intervenire. Si stabilisce poi chi fa che cosa e si definiscono i piani e le modalità con cui affrontare la situazione, il soggetto destinatario dell’intervento presenta un insieme di domande e bisogni che coinvolgono contemporaneamente operatori diversi. È impossibile stabilire a priori la definizione delle differenze di sguardi epistemologici e di comportamento imperativi delle diverse figure professionali che sia soddisfacente. La presenza dell’educatore accanto al soggetto colpito dalla patologia della sua famiglia, può costituire un’opportunità per accompagnare i soggetti e affiancarli nei moneti cruciali. La presenza dell’educatore in campo sanitario si registra nelle attività di prevenzione delle dipendenze nei servizi diurni, nelle comunità residenziali per soggetti con patologie psichiatriche. Il rapporto che si stabilisce nei servizi rivolti a pazienti psichiatrici rappresenta il modello del rapporto esistente tra lavoro educativo e lavoro sanitario: in questo caso il lavoro sanitario è lavoro terapeutico, contenitivo o riabilitativo rivolto a soggetti portatori di importanti patologie a carattere psicotico; mentre il lavoro educativo può essere interpretato in due modi:

  • come strumento sanitario affiancato ad altri strumenti -> quindi in questo caso l’educatore è un attuatore di programmi terapeutici, riabilitativi e contenitivi decisi da altre figure professionali, e può collocarsi nell’area dell’intrattenimento del paziente e l’essere una sorta di farmaco il materiale.
  • può anche essere interpretato come processo dotato di una propria autonomia diagnostica di obiettivi e metodologia che si affianca e si integra lavoro sanitario -> in questo caso l’educatore è l’operatore che con altre figure contribuisce alla definizione e alla tua azione di progetti. E qui il lavoro sanitario e il lavoro educativo si connettono in uno spazio comune nel quale il soggetto riacquista la propria centralità nella scena terapeutica-educativa. Il rischio del lavoro educativo è quello di sconfinare nel lavoro assistenziale -> il lavoro educativo produce il cambiamento; quello assistenziale produce la riproduzione delle condizioni esistenti (mantenimento dello status quo vitale e il soddisfacimento dei bisogni primari). Il rapporto tra lavoro educativo e lavoro assistenziale: la centralità dell’utente e lo stretto intreccio che esiste tra due tipi di attività. Entrambe le pratiche hanno componenti l’una dell’altra e si dovrebbe rintracciare in una sintesi rappresentata dal prendersi cura che dovrebbe stimolare il reciproco riconoscimento di importanza. L’essere un’azione educativa o assistenziale è riconducibile alla sua collocazione di un progetto di cura, al senso che viene attribuito e ricostruito dagli operatori impegnati e all’atteggiamento curativo o no ancora attivo dell’individuo e dell’istituzione. Capitolo 8 Non possiamo non dirci educati. Gli educatori arrivano gli appuntamenti formativi e professionali con una storia di cura ed educazione che si è formata con le esperienze di vita che gli hanno coinvolto. Questa cultura a volte viene considerata come un ostacolo da rimuovere per fare spazio alla vera cultura della cura e dell’educazione: possibilmente una cura oggettive tecnica che si costruisce solo tramite l’annullamento dei vissuti. Secondo tale concezione

l’educatore dovrebbe liberarsi dalla propria formazione non professionale per diventare una tavola rasa su coincidere le donne sapere professionale. Altre volte l’educazione non professionale potrebbe essere d’aiuto per saper meglio agire in determinate situazioni pratiche. Nella relazione educativa consapevole e professionale, può rivelarsi funzionale fare o non fare agli altri, qualcosa indipendentemente dalla funzionalità che avuto su noi stessi. La ricostruzione della propria storia non serve identificare le pratiche educative buone da quelle cattive; questo costituirebbe una tra le tante presunzioni che un educatore reale non può permettersi.