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Elaborato presentato all'esame
Tipologia: Prove d'esame
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Corso Filosofie dell’India e dell’Asia Orientale Cosenza Giulia A.A 2024/
Il Samkhya è uno dei principali sistemi filosofici dell’India antica e si riconosce per la sua visione basata su due realtà fondamentali. Tale sistema si distingue dalle antiche dottrine vediche - che basavano il loro ordinamento cosmico e sociale sul sacrificio ( yajna ) - per via del rifiuto di tale pratica, proponendo un’alternativa fondata sulla non-violenza.
Il principale commento della scuola di Samkhya, la Yuktidipika , spiega come la tradizione giustifichi l’astensione dalla ahimsa (dalla violenza) facendo leva su un principio etico di reciprocità: «[Che uno] non faccia a un altro ciò che è sgradito a sè stesso»¹. Tale norma ( dharma) giustifica, in primo luogo, l’astensione da comportamenti che provocano danni agli altri per un vantaggio personale; in secondo luogo, mostra come in colui che compie un atto violento si produca una sofferenza interiore ( paritapa ), causata dalla “compassione” ( karunya ) provata per la vittima, e come tale sofferenza venga qualificata come “impurità”. Ne consegue che, alla violenza che ne è la causa, facendo anche riferimento alla violenza sacrificale ingiunta dal Veda, può essere attribuito il difetto di essere caratterizzata da impurità.
L’autore della Yuktidipika, consapevole che tale affermazione potrebbe risultare problematica per una scuola brahmanica e parrebbe mettere in dubbio l’autorità stessa del Veda, riporta le obiezioni che la scuola Purva-Mimamsa potrebbe sollevare. Tra queste obiezioni quella più significativa è quella che pone come impossibile che la violenza sacrificale, presente nei Veda, sia “impura” e contraria al dharma, perché ciò che è dharma o adhrama può essere stabilito solo dal Veda stesso, che corrisponde all’unico mezzo di conoscenza della norma dharmica. Ciononostante la posizione adottata dall’autore della Yuktidipika è differente: non vuol dimostrare che la violenza sacrificale sia illegittima, ma, al contrario, che sia legittima l’astensione da essa, in quanto sarebbe possibile ottenere un proprio vantaggio senza recare danno agli altri o senza andare contro l’autorità del Veda. Inoltre, in merito alla qualifica di “impurità” attribuita alla violenza sacrificale, la scuola Sankhya non fa riferimento a una possibile contrarietà con i dharma , quanto più all’idea che essa procura a chi la compie una sofferenza interiore - data dalla compassione per la vittima di tale violenza - e che l’impurità di questa sofferenza venga attribuita all’atto violento che ne è la causa.
¹ Mahabharata 13.114.
In conclusione, la filosofia del Samkhya offre un punto di vista diverso rispetto alla tradizione vedica, mettendo al centro il valore della non-violenza. Senza negare apertamente l’importanza dei sacrifici dei Veda, la Yuktidipika propone un’alternativa che si basa sulla sofferenza interiore, dove la vera "impurità" non è qualcosa di stabilito da una regola esterna, ma nasce dal disagio e dal senso di compassione che sorgono dentro chi fa del male agli altri. In questo modo, il Samkhya riesce a rispettare l’autorità del Veda, ma allo stesso tempo invita a riflettere su un’etica più personale, dove la scelta di non nuocere diventa una via valida.
Mahabaratha 13.114. Sferra, F. (a cura di), Filosofie dell'India, Roma: Carocci, 2018