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dottrina della vacuità - saggio Marchignoli, Prove d'esame di Filosofie Orientali

saggio esame filosofie dell'India e Asia meridionale professore Marchignoli

Tipologia: Prove d'esame

2020/2021

Caricato il 11/03/2021

Milli8
Milli8 🇮🇹

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6 documenti

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La dottrina della vacuità di Nagarjuna
Insostanzialità e impermanenza: termini chiave, strettamente legati tra loro che
gettano le basi della filosofia buddhista.
Meglio dire, tutto ciò che esiste e a qualsiasi livello esista, non è dotato di fissità
ontologica; proprio questa mancanza di consistenza ontologica è denominata nel
buddhismo mahayana “vacuità” (sunyata).
Analizziamo dal principio: con lo sviluppo delle scuole del “Grande veicolo”, I secolo
a.C. , in opposizione allo hinayana (piccolo veicolo)
1
, il concetto di sunyata assume il
significato di “natura propria” (svabhava) tanto negli oggetti della realtà, quanto
nelle entità irriducibili che costituiscono il mondo, dharma
2
, poiché si producono in
dipendenza gli uni dagli altri.
Dottrina che fu sviluppata e sistematizzata dal filosofo Nagarjuna, esponente del
Grande veicolo e fondatore della scuola Madhyamaka “Scuola del Cammino di
Mezzo”. Nagarjuna recupera il concetto di vacuità dai testi del Praynaparamita
(Perfezione della Sapienza), sostenendo l’inconsistenza logica di ogni
determinazione positiva e negativa della realtà empirica e dell’io, ovvero sostrato
della coscienza, atman.
Nella sua opera principale, “Strofe fondamentali sul Cammino di Mezzo”
(Mulamadhyamakakarika), propone l’individuazione di un cammino di mezzo, come
riporta il titolo stesso, ponendosi al di là delle coppie di opposti: questa è vacuità.
Dunque ogni tesi proposta sulla realtà, stando alla dottrina nagarjuniana, si rivela
vuota, priva di sé, anatman. Quest’ultimo coincide con il concetto di
Pratityasamutpada, ovvero co-produzione condizionata. Di cosa si tratta? Di una
realtà prodotta da un complesso di cause e condizioni che formano il mondo,
piuttosto che una realtà autarchica. Tutte le realtà sono senza sé, ma ciò non vuol
dire che la realtà non esista, ma che esiste solo e sempre grazie ad una pluralità di
fattori che in ultima analisi coinvolgono tutto il mondo. Le idee correlate di
interdipendenza, vacuità e di non sé, possono essere spiegate attraverso l’esempio
del foglio di carta, che non esiste di per sé in maniera indipendente, ma grazie
all’albero, alla terra in cui è radicato l’albero, il sole, l’acqua… L’essenza del foglio di
carta semplicemente è introvabile, non c’è. Se investighiamo una cosa, notiamo che
rimanda ad un’altra; se mancasse anche solo un fattore particolare che concorre alla
nascita del foglio, questo particolare foglio non esisterebbe: non ha, quindi,
esistenza intrinseca e autonoma.
1
Da “Per un percorso etico tra culture”- “Il Sutra del cuore del cuore della Perfezione di Sapienza”,
a cura di Pier Cesare Bori e Saverio Marchignoli. Carocci editore
2
Da “Il pensiero dell’India”- Raffaele Torella, un’introduzione. Carocci editore
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La dottrina della vacuità di Nagarjuna

Insostanzialità e impermanenza : termini chiave, strettamente legati tra loro che gettano le basi della filosofia buddhista. Meglio dire, tutto ciò che esiste e a qualsiasi livello esista, non è dotato di fissità ontologica ; proprio questa mancanza di consistenza ontologica è denominata nel buddhismo mahayana “vacuità” (sunyata). Analizziamo dal principio: con lo sviluppo delle scuole del “Grande veicolo”, I secolo a.C. , in opposizione allo hinayana (piccolo veicolo)^1 , il concetto di sunyata assume il significato di “natura propria” ( svabhava ) tanto negli oggetti della realtà, quanto nelle entità irriducibili che costituiscono il mondo, dharma^2 , poiché si producono in dipendenza gli uni dagli altri. Dottrina che fu sviluppata e sistematizzata dal filosofo Nagarjuna, esponente del Grande veicolo e fondatore della scuola Madhyamaka “Scuola del Cammino di Mezzo”. Nagarjuna recupera il concetto di vacuità dai testi del Praynaparamita (Perfezione della Sapienza), sostenendo l’inconsistenza logica di ogni determinazione positiva e negativa della realtà empirica e dell’io, ovvero sostrato della coscienza, atman. Nella sua opera principale, “Strofe fondamentali sul Cammino di Mezzo” (Mulamadhyamakakarika), propone l’individuazione di un cammino di mezzo, come riporta il titolo stesso, ponendosi al di là delle coppie di opposti: questa è vacuità. Dunque ogni tesi proposta sulla realtà, stando alla dottrina nagarjuniana, si rivela vuota, priva di sé, anatman. Quest’ultimo coincide con il concetto di Pratityasamutpada, ovvero co-produzione condizionata. Di cosa si tratta? Di una realtà prodotta da un complesso di cause e condizioni che formano il mondo, piuttosto che una realtà autarchica. Tutte le realtà sono senza sé, ma ciò non vuol dire che la realtà non esista, ma che esiste solo e sempre grazie ad una pluralità di fattori che in ultima analisi coinvolgono tutto il mondo. Le idee correlate di interdipendenza, vacuità e di non sé, possono essere spiegate attraverso l’esempio del foglio di carta, che non esiste di per sé in maniera indipendente, ma grazie all’albero, alla terra in cui è radicato l’albero, il sole, l’acqua… L’essenza del foglio di carta semplicemente è introvabile, non c’è. Se investighiamo una cosa, notiamo che rimanda ad un’altra; se mancasse anche solo un fattore particolare che concorre alla nascita del foglio, questo particolare foglio non esisterebbe: non ha, quindi, esistenza intrinseca e autonoma. (^1) Da “Per un percorso etico tra culture”- “Il Sutra del cuore del cuore della Perfezione di Sapienza”, a cura di Pier Cesare Bori e Saverio Marchignoli. Carocci editore (^2) Da “Il pensiero dell’India”- Raffaele Torella, un’introduzione. Carocci editore

E’ così che con Nagarjuna approdiamo ad un abbandono totale delle teorie che, in altri termini, significa abbandono di brama, attaccamento e costruzione dei concetti illusori di io e di mio. Tutto ciò per eliminare totalmente lo schermo tra sé e il mondo, per vederlo al di là di ogni modello descrittivo. La sostanzialità è un concetto che si frappone tra noi e la realtà, trasformandosi in velo che non ci permette di vedere la processualità del reale; la forma, la sostanza la diamo noi. Se alla realtà sovrapponiamo l’idea di sostanzialità le cose ci appaiono dotate di fissità ontologica, e su quest’illusione si fonderà la brama di possederle stabilmente. Da qui deriva l’attaccamento, la paura di perderle, l’angoscia prodotta da questa paura e il malessere derivante dall’inevitabile perdita di ciò che illusoriamente pensavamo di poter trattenere ( duhkha). Ma ciò non vuol dire che la dialettica nagarjuniana smonti le teorie altrui, né al contempo tenta di costruire una dottrina propria, ma piuttosto sfonda ogni genere di ‘’concezione del mondo’’, affinché si veda la realtà per come essa è, senza filtri concettuali, tanto meno quello della vacuità stessa. Quest’ultima produce un vuoto dentro sé stessi che permette di realizzare una limpida visione della realtà nella sua ininterrotta processualità insostanziale. Per questo possiamo affermare con certezza che l’impegno di Nagarjuna risiede nel creare vuoti nei propri interlocutori, riducendo all’assurdo le tesi altrui, mentre la dialettica, che possiede funzione strumentale, catartica e deostruente, smonta le loro teorie. Attraverso questo metodo si può realizzare esperienzialmente la vacuità. In positivo, questa dialettica negativa, conduce alla pura contemplazione che risulta dalla cessazione dell’attività discriminante del pensiero. Chiaramente non vi è un’analisi che risolva i conflitti tra i vari punti di vista, ma piuttosto notiamo il collasso del pensiero discorsivo su sé stesso; è proprio questo crollo che permette di concepire la vacuità, che non si pone come natura delle cose. Se così fosse, per assurdità, la mancanza di natura delle cose sarebbe essa stessa la natura: è questo paradosso ontologico che va superato e a tal fine opera la dottrina nagarjuniana. Anche dal punto di vista etico occorre vivere il mondo in maniera nuova, con uno sguardo rinnovato che si consegue, come anticipato precedentemente, abbandonando tutte le teorie e il conseguente attaccamento ad esse. Lo scopo dell’insegnamento è questo; proviene da un’esperienza contemplativa e a ciò mira a ricondurre. Una volta adempiuto al suo scopo, anche l’insegnamento stesso va abbandonato; parlando in termini concreti, possiamo esemplificare con l’immagine della zattera, una volta che ha trasportato dall’altra parte della sponda, viene abbandonata anch’essa. Dunque l’insegnamento più elevato e paradossale quasi, è quello mostrato dal Buddha silenziosamente. Silenzio accompagnato da un accenno di sorriso, tipico di coloro che guardano le cose dall’alto, da un punto di vista superiore rispetto a