Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


elementi di socilogia, Appunti di Sociologia

basato sulla suddivisone a capitoli.

Tipologia: Appunti

2017/2018

Caricato il 03/11/2018

Utente sconosciuto
Utente sconosciuto 🇮🇹

1 / 52

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
Elementi di sociologia.
1.COS’È LA SOCIOLOGIA?
Il senso comune sociologico.
Ognuno di noi per il semplice fatto di aver vissuto e di vivere, insieme ad altri esseri umani,
possiede un’idea di quella che è, nel linguaggio comune, la SOCIETÀ. Ognuno di noi quindi, in
un certo senso è un SOCIOLOGO e dispone di un sapere indispensabile per poter sopravvivere per
poter vivere insieme ad altri esseri umani e ne verifichiamo l’umiltà anche se non siamo in grado di
attendibilità. Questo sapere ha dei limiti: - Legato all’esperienza diretta (circoscritta), esperienza
F 0
E 0
di altri prima di arrivare a noi quest’esperienza ha subito delle deformazioni; - Se la fonte del
sapere è l’esperienza, allora questa è legata al presente. SOCIETÀ scienza sociale che dispone di
strumenti capaci di superare i limiti della sociologia “ingenua”, in senso comune, ma non può
prescindere da quest’ultima. Mentre il sapere sociologico comune offre le conoscenze minime utili
ad affrontare i problemi di tutti i giorni, la sociologia, come scienza sociale, formula degli
interrogativi sulla base di una riflessione teorica e cerca di trovare delle risposte a questi
interrogativi sulla base di risposte che sono state sistematicamente raccolte.
b. L’oggetto della sociologia
SOCIOLOGIA è studio scientifico della società. Il suo oggetto di studio é la società.
Il termine SOCIETÀ viene utilizzato in contesti diversi ed eterogenei. Di società se ne occupano
anche le diverse scienze sociali che si sono sviluppate prima, o assieme, alla sociologia
come:
- Economia;
- Scienze politiche;
- Antropologia culturale;
- Psicologia sociale;
- Demografia;
- Filosofia;
- Storia.
La sociologia si differenzia dalle altre scienze sociali?
-Soluzione gerarchica: secondo Comte, è destinata a completare il processo evolutivo che ha
condotto la conoscenza umana ad affrontare oggetti sempre più complessi e a produrre sintesi
sempre più ampie.
-Soluzione residuale: rientra nel campo di studio della sociologia tutto ciò che non è, o non è
ancora, oggetto di un’altra scienza specializzata. È una soluzione che appare comunque
insoddisfacente.
-Soluzione analitica/formale: secondo quest’ultima, la sociologia è definibile in base ad una
prospettiva analitica dall’infinita varietà dei fenomeni sociali, oggetto delle singole discipline, isoli
le forme di associazione, dissociandole dal loro particolare contenuto. La sociologia, in un certo
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18
pf19
pf1a
pf1b
pf1c
pf1d
pf1e
pf1f
pf20
pf21
pf22
pf23
pf24
pf25
pf26
pf27
pf28
pf29
pf2a
pf2b
pf2c
pf2d
pf2e
pf2f
pf30
pf31
pf32
pf33
pf34

Anteprima parziale del testo

Scarica elementi di socilogia e più Appunti in PDF di Sociologia solo su Docsity!

Elementi di sociologia.

1.COS’È LA SOCIOLOGIA?

▲ Il senso comune sociologico.

Ognuno di noi per il semplice fatto di aver vissuto e di vivere, insieme ad altri esseri umani, possiede un’idea di quella che è, nel linguaggio comune, la SOCIETÀ. Ognuno di noi quindi, in un certo senso è un SOCIOLOGO e dispone di un sapere indispensabile per poter sopravvivere per poter vivere insieme ad altri esseri umani e ne verifichiamo l’umiltà anche se non siamo in grado di attendibilità. Questo sapere ha dei limiti: - Legato all’esperienza diretta (circoscritta), esperienza F 0 di altri (^) E 0prima di arrivare a noi quest’esperienza ha subito delle deformazioni; - Se la fonte del sapere è l’esperienza, allora questa è legata al presente. SOCIETÀ scienza sociale che dispone di strumenti capaci di superare i limiti della sociologia “ingenua”, in senso comune, ma non può prescindere da quest’ultima. Mentre il sapere sociologico comune offre le conoscenze minime utili ad affrontare i problemi di tutti i giorni, la sociologia, come scienza sociale, formula degli interrogativi sulla base di una riflessione teorica e cerca di trovare delle risposte a questi interrogativi sulla base di risposte che sono state sistematicamente raccolte.

b. L’oggetto della sociologia

SOCIOLOGIA è studio scientifico della società. Il suo oggetto di studio é la società.

Il termine SOCIETÀ viene utilizzato in contesti diversi ed eterogenei. Di società se ne occupano

anche le diverse scienze sociali che si sono sviluppate prima, o assieme, alla sociologia

come:

  • Economia;
  • Scienze politiche;
  • Antropologia culturale;
  • Psicologia sociale;
  • Demografia;
  • Filosofia;
  • Storia.

La sociologia si differenzia dalle altre scienze sociali?

-Soluzione gerarchica: secondo Comte, è destinata a completare il processo evolutivo che ha condotto la conoscenza umana ad affrontare oggetti sempre più complessi e a produrre sintesi sempre più ampie.

-Soluzione residuale: rientra nel campo di studio della sociologia tutto ciò che non è, o non è ancora, oggetto di un’altra scienza specializzata. È una soluzione che appare comunque insoddisfacente.

-Soluzione analitica/formale: secondo quest’ultima, la sociologia è definibile in base ad una prospettiva analitica dall’infinita varietà dei fenomeni sociali, oggetto delle singole discipline, isoli le forme di associazione, dissociandole dal loro particolare contenuto. La sociologia, in un certo

senso, diventerà la grammatica della società ovvero si occuperà nello specifico di studiare le forme pure di relazione.

Una definizione formale e rigorosa di sociologia è difficile da dare e, per tanto, ci si accontenta di una definizione TAUTOLOGICA ovvero l’insieme di ricerche che si riconoscono o sono riconosciute da altri (es. sociologi, istituzioni universitarie.). I confini tra la sociologia e le altre discipline molto spesso sono inevitabili e mutevoli nel tempo. Per questo, la sociologia si trova in una quasi sempre a lavorare in una situazione imbarazzante proprio perché si ha la sensazione di aver oltrepassato i confini della propria disciplina, dato che questi non sono ben definiti.

c.Le origini.

Si cominciò a parlare di sociologia, all’interno della cultura europea, dalla metà del XIX secolo. La sua nascita fa riferimento ad una serie di rivoluzioni:

1.Avvento della scienza moderna la sociologia, come tutte le scienze moderne, a partire dalle scienze naturali, si distacca dal pensiero filosofico acquisendo così la propria autonomia. Solo verso la fine del XVIII secolo, con la rivoluzione scientifica, le scienze cominciano ad adottare il metodo scientifico (fondato sull’osservazione dei “fatti”, ad ambiti di indagine sempre più vasti), che viene applicato allo studio dell’uomo, della società e delle culture.

  1. Rivoluzione industriale le scienze sociali sono il prodotto di tale rivoluzione industriale. In Inghilterra, verso la fine del XVIII secolo, prende avvio una trasformazione radicale dei processi produttivi che comporta profonde innovazioni, a livello sociale, economico e tecnologico, che ridefiniscono la società. La sociologia nasce come necessità di comprendere quelle profonde e ambivalenti trasformazioni, che delineavano quella che sarà la società moderna-
  2. Rivoluzione francese (1789) in Francia, verso la fine del XVIII secolo, si assiste, simbolicamente, alla fine di un’epoca, e di un ordinamento politico, fondato sul principio dinastico e il potere assoluto. Lo scettro passa dalle mani del re a quelle del popolo e si affermano i valori di uguaglianza e libertà. È il simbolo del crollo di un ordine sociale basato sulla combinazione di religione, monarchia, proprietà terriera, legami di parentela, comunità locali, caratterizzato da una divisione esplicita e rigida tra le classi sociali (ceti, ranghi). È la prima grande rivoluzione “ideologica”.

d. Paradigmi e dilemmi teorici

Anche gli scienziati formularono delle teorie differenti tra loro e risolvettero, in modo alternativo, quelle che erano le problematiche che si potevano incontrare nella ricerca. Tra di essi troviamo Kuhn, storico scienziato americano, che propose di chiamare “paradigmi scientifici” tutti quegli assunti di natura teorica o metodologica, sviluppati da una determinata comunità di scienziati, relativi ad un determinato campo di studio. Questo modello, però, nelle scienze sociali risulta difficile da applicare in quanto ci troviamo dinnanzi ad una pluralità di paradigmi in competizione l’uno con l’altro. Vi sono alcuni temi forti che attraversano la storia di questa disciplina e che restano, ancora oggi, al centro della riflessione sociologica. Su questi temi si sono costruite diverse formulazioni che, col tempo, si sono consolidate nei vari paradigmi, tra cui:

▲ Paradigma dell’ordine: si tratta di temi che ruotano attorno ad un’importante interrogativo ovvero: cos’è che unisce e divide, ovvero, cos’è che fonda l’ordine, o il disordine, della società ?.

Alcuni autori affermano:

potendo far altro che battere strade già tracciate. La struttura sociale non è altro che il reticolo di queste strade. Ciò non significa che l’uomo non sia libero di fare le proprie scelte, ma la sua libertà rimane confinata nei limiti ristretti, consentiti dalla struttura sociale.

  • Karl Marx, analizza i rapporti tra le varie classi sociali e parla di sfruttamento dei lavoratori salariati dai capitalisti. La posizione che lavoratori e capitalisti occupano nella struttura sociale impone di comportarsi in modo differente: ai lavoratori di fare tutto il possibile al fine di accrescere i profitti e ai lavoratori di vendere la forza lavoro ad un prezzo che garantisca loro, appena, la sopravvivenza;
  • Emile Durkheim, teorizza invece che la società viene prima degli individui, che i fatti sociali possono essere spiegati solo da altri fatti sociali. Ciò non può quindi partire dai comportamenti umani, dalle loro motivazioni o dalla loro personalità per arrivare alla società. Durkheim in merito agli studi sul suicidio afferma che alla base vi sono cause di tipo sociale. Queste non possono spiegare il singolo caso, ma possono invece spiegare, come in certe condizioni sociali, che possono ridurre il livello di integrazione di un individuo nella rete sociale tanto da portare aumentare le possibilità che l’individuo giunga alla decisione di suicidarsi. Le strutture sociali fanno sempre riferimento a qualche forza che agisce alle spalle dell’individuo e che spesso li spinge a comportarsi in un determinato modo;
  • Teorie funzionalistiche: operano anch’esse con un modello i tipo strutturale, ovvero, le parti sono spiegate in relazione alle funzioni che svolgono per il tutto,il percorso non è dato dalle parti al tutto ma dal tutto alle parti. Sostanzialmente quindi è la società che spiega gli individui e non viceversa. Non sono gli individui a scegliere il proprio ruolo e la propria posizione sociale ma bensì la struttura sociale, che si occupa della selezione e formazione degli individui. Proprio per questo, il paradigma della struttura riflette una concezione olistica del sociale: la società è l’unità prioritaria di analisi, gli individui sono veicoli attraverso i quali la società si esprime;

▲ Paradigma dell’azione: paradigma che nacque in Germania con Weber, che ne pose in fondamenti. Weber sosteneva che per spiegare i fenomeni sociali, di qualsiasi entità, è sempre necessario ricondurli ad atteggiamenti, credenze e comportamenti individuali, di cui è necessario coglierne i significati che rivestono.

I principi legati a questo paradigma sono due:

a. “Fenomeni macroscopici, che devono essere ricondotti alle loro cause

microscopiche ovvero le azioni individuali” in questo paradigma di parla di individualismo metodologico. Il termine individualismo, indica che non si possono imputare azioni a entità astratte o ad attori collettivi di cui si ipotizza l’unità. Nella sociologia contemporanea, si usa spesso sostituire il concetto di “attore collettivo” con il concetto di agency, per indicare il nome di un ente che agisce attraverso gli individui, ma è dotato di una propria volontà e capacità di azione indipendente, dalla volontà e capacità degli individui che la esprimono.

b. “Per spiegare le azioni individuali è necessario tenere in considerazione i motivi degli attori” indica che per poter spiegare un’azione, è necessari tenere in considerazione le motivazioni degli attori, ovvero, mettere in atto un processo di comprensione. Nell’ambito dei vincoli contestuali (strutturali o contingenti), egli persegue mete ed elabora strategie, che possono avere più o meno successo, che comunque danno un senso alle sue azioni.

Vi sono alcuni tipi di azioni le cui ragioni sono evidenti. Secondo Weber infatti, la comprensione raggiunge il massimo grado di evidenza nelle azioni razionali. La razionalità di

cui parlano gli economisti, si riferisce ad una nozione ristretta del concetto che riguarda soltanto:

~ Razionalità rispetto allo scopo o teleologia si riferisce alle forme di comportamento orientate intenzionalmente verso uno scopo (vi è coincidenza tra senso e scopo dell’azione);

~ Razionalità rispetto al valore o assiologia (che Weber distingue dalla precedente) riguarda i comportamenti rigorosamente conformi a scelte valutative che l’attore ha adottato come criteri assoluti di orientamento dell’azione, a prescindere dalle conseguenze che ne potrebbero derivare.

Compatibilità tra paradigmi: Il paradigma dell’azione e della struttura sono compatibili?.

Il paradigma della struttura vede, prevalentemente, nella società, l’elemento della costrizione e gli individui, come esseri che devono, volenti o no, adattarsi alle circostanze che gli vengono imposte. All’attore quindi spetta o nessuno o pochissimo spazio. Il paradigma dell’azione, contrariamente, concede spazio all’attore, non solo nel senso che questo può scegliere diversi corsi di azione, pur all’interno dei vincoli posti dalla struttura, ma con la sua azione pone in essere la struttura stessa. Queste ultime, le strutture sociali, non sono altro che aggregati di azioni che, col tempo, si sono consolidate, ma possono anche, attraverso altre azioni, essere modificate.

e. Teoria e ricerca empirica

Teoria: corpus di concetti generalizzati, logicamente interdipendenti, dotati di un riferimento empirico. Molte teorie sociologiche sono formulate ad un livello talmente astratto che diventa estremamente difficile, se non impossibile, una loro traduzione in proporzioni passibili di essere “trattate” empiricamente. Per far si che ciò accada, è necessario che i concetti siano trasformabili in una serie di indicatori, sulla base dei quali compiere delle operazioni di osservazione e quindi di misurazione. non è possibile sottoporre a prova empirica una teoria, ma soltanto singole proposizioni ricavate da essa.

Una teoria è rilevante sul piano empirico se da essa possiamo ricavare delle congetture passibili di confutazione. Il rapporto tra teoria e ricerca empirica in sociologia si articola come un rapporto di scambio reciproco = la teoria alimenta la ricerca/la ricerca pone nuovi interrogativi alla teoria. La difficoltà (o l’impossibilità) di sottoporre a prova empirica teorie molto generali ha indotto Merton a sostenere che la sociologia debba orientarsi verso la formulazione di teorie a medio raggio.

Non tutte le ricerche empiriche in sociologia rispondono ad una logica di tipo esplicativo. Se da un lato abbiamo teorie prive di rilevanza empirica, dall’altro abbiamo ricerche prive di rilevanza teorica. In questi casi si parla di ricerche che hanno un intento prevalentemente esplorativo o descrittivo. In realtà, nessuna ricerca, per quanto descrittiva, è del tutto priva di presupposti teorici.

Abbiamo quindi ricerche di tipo:

Ricerche esplicative: volte a verificare (o falsificare) un'ipotesi teorica, vale a dire

una proposizione nella quale siano messi in relazione fenomeni da spiegare

(variabili dipendenti) e fenomeni che li spiegano (variabili indipendenti);

Ricerche descrittiva: il cui intento è prevalentemente esplorativo o descrittivo.

La comparsa di queste figure ha favorito una profonda trasformazione nei modi di concepire il

ruolo, la posizione, dell’uomo nel mondo. Soltanto con la nascita della società moderna si ha il riconoscimento della libertà di autorealizzazione che, tra l’altro, raggiunge un valore dominante. Incominciano ad essere apprezzate non soltanto le caratteristiche che rendono l’uomo simile, uguale, agli altri, ma anche le caratteristiche che lo rendono unico ed irripetibile. La posizione che l’uomo occupa nella società (status sociale) era in modo prevalente determinata alla nascita dalla sua origine: lo status ascritto (status acquisito alla nascita), prevaleva sullo status acquisito (status raggiunto in base ai meriti e alle capacità). La Riforma protestante, l’avvento del capitalismo e le trasformazioni rivoluzionarie nella sfera della politica, sono tutti fattori che convergono, pur con diverse accentuazioni, dell’esaltare l’autonomia e l’indipendenza dell’individuo di determinare il suo destino.

I valori di libertà ed uguaglianza sono alla base dell’affermazione del valore dell’individuo:

~ Uguaglianza: tutti gli uomini, sin dalla nascita, hanno uguale dignità e uguali diritti, a prescindere dalla famiglia, dal ceto, dalla classe sociale e dalla religione;

~ Libertà: autonomia e indipendenza nel governare la propria esistenza, avendo come unico vincolo il rispetto delle libertà altrui.

Prima dell’appartenenza alla società, l’uomo viene al mondo come titolare di diritti originari, naturali, attribuiti dalla specie umana. L’idea di diritto naturale e di contratto sociale (= accordo stabilito tra uomini liberi che, consensualmente, limitano la propria libertà al fine di dar vita allo stato), costituiscono le basi filosofico-politiche dell’uomo moderno.

▲ RAZIONALISMO: con l’avvento della società moderna, la ragione (e la razionalità) diventano valori sociali dominanti. L’uomo viene concepito come un essere dotato della facoltà di procedere alla scoperta della verità e di trovare in se stesso il centro di orientamento del suo agire. Alla fede, come fonte della verità, si sostituisce la ragione, alla quale gli esseri umani possono fare affidamento per diventare padroni del proprio destino. La ragione, come afferma Weber, diventa una potenza rivoluzionaria capace di liberare l’uomo dall’errore, dalla superstizione, dalla sottomissione ai poteri tradizionali della chiesa e dell’aristocrazia. La crescente razionalizzazione degli ordinamenti è allo stesso tempo il prodotto della razionalità dell’azione umana e il contesto entro il quale tale razionalità può ulteriormente svilupparsi. Come attributo dell’azione umana, la razionalità postula che l’uomo sia un essere dotato della capacità di agire in modo coerente rispetto ai valori che ha liberamente scelto (razionalità rispetto al valore) e di agire nel modo più efficiente ed efficace al fine di realizzare gli obiettivi che si è prefissato (razionalità rispetto allo scopo). Il postulato della razionalità afferma quindi che l’uomo è capace di agire in modo razionale ovvero di valutare il grado di coerenza tra i diversi valori, tra fini e valori, tra fini diversi e scegliere la combinazione di mezzi più adeguata per realizzare i propri fini. Il comportamento umano può quindi essere più o meno razionale. Tra l’agire razionale e gli ordinamenti razionali non vi è un

puro rapporto di corrispondenze. L’agire razionale è possibile anche in ambito di ordinamenti tradizionali e vi può essere anche l’agire tradizionale in ambito di ordinamenti razionali. La razionalità degli ordinamenti e la razionalità dell’azione si collocano su due livelli differenti:

▲ - Razionalità degli ordinamenti: struttura sociale;

▲ - Razionalità dell’azione: azione sociale.

Il rapporto tra questi due livelli è uno dei problemi sociali della teoria sociologica

  1. LA TRAMA DEL TESSUTO SOCIALE.

a. Forme e proprietà delle relazioni sociali

La società è fatta di individui che si influenzano reciprocamente, agendo l’uno per l’altro, con o contro l’altro. L’azione sociale è uno dei primi concetti di base della sociale. Secondo Weber, per azione sociale si intende “si deve intendere un agire riferito al comportamento di altri individui”.

Per “agire” si deve quindi intendere un fare, ma anche un tralasciare, un subire. Importante è anche un riferimento al “senso”, ovvero, il significato intenzionale che l’attore da al proprio comportamento. In riferimento a quest’ultimo, Weber sviluppa una tipologia dell’azione sociale che possiamo distinguere in:

  • Azioni razionali rispetto allo scopo: se chi agisce valuta razionalmente i mezzi rispetto agli scopi che si propone, considera gli scopi in relazione alle conseguenze, paragona i diversi scopi possibili e i loro rapporti;
  • Azioni rispetto al valore: se chi agisce compie ciò che ritiene gli sia comandato dal dovere, dalla dignità, da un precetto religioso o da una causa che ritiene giusta, senza preoccuparsi delle conseguenze;
  • Azioni determinate affettivamente. manifestazioni di gioia, gratitudine, vendetta o altro. Anche questo tipo di azioni hanno un senso per se stessi, senza riferimento alle conseguenze prevedibili;
  • Azioni tradizionali: se sono semplice espressione di abitudini acquisite, reazioni abitudinarie a stimoli ricorrenti, comportamenti che si ripetono senza interrogarsi su possibilità alternative e sul loro vero valore, o senza porsi il problema se non ci siano altri modi per raggiungere gli stessi risultati.

Le azioni determinate affettivamente e quelle tradizionali, sono al limite fra le vere e proprie azioni sociali, orientate da un senso ad esse dato dagli attori, e i comportamenti puramente reattivi, ovvero risposte automatiche e inconsapevoli a stimoli esterni.

La necessitò di dover tenere in considerazione della definizione della struttura, da parte degli attori, è espressa dal teorema di Thomas: “una situazione definita dagli attori come reale diventa reale nelle sue conseguenze”. Uno sviluppo di tale teorema è legato al concetto di “profezia che si autoadempie” di Merton.

✓ Relazione sociale. si stabilisce nel momento in cui due, o più, individui orientano reciprocamente le loro azioni. Le relazioni sociali possono essere:

  • Divide et impera: quando il terzo fa sorgere o alimenta intenzionalmente una discordia a proprio vantaggio.

I criteri di appartenenza ad un gruppo possono essere più o meno definiti e più o meno chiari. Abbiamo infatti:

▲ Gruppi formali: prevedono regole ben precise, in relazione a requisiti, procedure per l’ammissione al gruppo e comportamenti da tenere per continuare a far parte del gruppo (es. dipendenti di un’impresa);

▲ Gruppi informali: gruppo che si forma spontaneamente, senza la presenza di regole ben precise che ne garantiscano il normale funzionamento (es. gruppo di amici);

▲ Gruppi di riferimento: gruppo al quale il soggetto non partecipa ma ne condivide i fini e sente di poterne facilmente accettare le regole;

Il ruolo è un elemento importante, in quanto, indica l’insieme dei comportamenti che in un gruppo tipicamente ci si aspetta da un suo membro, che può avere diversi ruoli. Sono quindi comportamenti attesi e se ne distinguono di due tipi, formali, molto importanti:

-Ruolo specifico: un insieme di comportamenti limitato e precisato;

-Ruolo diffuso: i comportamenti attesi sono un insieme più ampio e meno definito.

Se si considera il gruppo in reazione a ciò, possiamo distinguerli a seconda del fatto:

-Gruppi totalitari: impegnano tutti, o quasi, i ruoli di un individuo (es. gli internati di una prigione); -Gruppi segmentari: impegnano alcuni, o anche solo uno, dei ruoli dell’individuo (es. classe scolastica).

Altra distinzione fondamentale dei gruppi, è quella tra:

-Gruppi primari: gruppi di piccole dimensioni, a ruoli diffusi, con contenuti affettivi molto personalizzati;

-Gruppi secondari: hanno caratteristiche opposte alla tipologia precedente: le dimensioni sono maggiori, i ruoli sono specifici, le relazioni sono più fredde e spersonalizzate.

c. Norme, valori e istituzioni

La possibilità di un’interazione, sistematica e duratura, all’interno del gruppo, è data dall’esistenza di norme comportamentali delle quali i suoi membri si sentano impegnati. “Norme valori e istituzioni”, sono tre importanti concetti che definiscono il sistema normativo e che vanno a ad individuare i componenti della cultura.

  • NORME SOCIALI: regole di comportamento che ci si aspetta vengano seguite in determinate situazioni. Una norma, in genere, se rispettata, tende a suscitare una reazione positiva, mentre se non viene rispettata suscita una sensazione negativa. La presenza delle sanzioni permette di comprendere la differenza tra: norme sociali e norme tecniche;
  • I VALORI, rispetto alle norme, indicano orientamenti più astratti, dai quali discendono le norme o dei quali sono specificazioni (es. la vita è un valore mentre la morte una norma che ne discende). I valori riguardano il fine ultimo dell’azione, criteri che orientano verso aspetti decisivi della convivenza, relativi a ciò che riteniamo giusto, appropriato, descrivibile: indicano una “tendenza verso”, un “dover essere”. Chiaro che alcuni valori possono essere più condivisibili rispetto ad altri. Valori e norme rappresentano dei vincoli all’azione, ma

definiscono anche il campo delle opzioni tra le quali il soggetto può scegliere. L’assenza di norme priva gli individui di punti di riferimento, scatena comportamenti sregolati e induce a rischi di disgregazione sociale;

  • Per ISTITUZIONI si intendono i modelli di comportamento che, in una determinata società, sono dotati di cogenza (= obbligo, costrizione) normativa.

d. Potere e conflitto

Secondo Weber, è la possibilità di trovare obbedienza ad un comando che abbia un determinato contenuto. Per quanto possa sembrare assurdo, ad ogni rapporto di potere corrisponde anche un interesse all’obbedienza, da parte del soggetto più debole. Inteso nei termini più specifici della definizione precedente, il potere si distingue da una più grande possibilità di condizionare i comportamenti altrui, anche senza azioni dirette o comandi. Si tratta quindi di forme diverse di “energia sociale, che, comprendono, ad esempio, i condizionamenti di chi, controllando una risorsa ne limita l’uso ad altri. In questi casi, Weber utilizzava il termine “potenza”. Un particolare tipo di potere è quello che Weber definiva come “potere legittimo” 0 “autorità”. L’autorità riguarda relazioni nelle quali sono previsti diritti di dare ordini e doveri di ubbidire, considerati legittimi da entrambi gli attori. La legittimazione del potere è un modo per incanalare l’energia per i bisogni del funzionamento della società. Il conflitto riguarda azioni orientate dal proposito di affermare la propria volontà contro la volontà e la resistenza altrui.

Il conflitto contribuisce a stabilire e mantenere i confini dal gruppo, attraverso il conflitto i soggetti di un gruppo acquistano o conservano facilmente la loro consapevolezza della loro identità e particolarità. In assenza di conflitto invece, ciò potrebbe anche non verificarsi o verificarsi debolmente

I gruppi che richiedono un impegno totale della personalità, sono capaci di limitare i confini, ma se questi esplodono, tendono ad essere di particolare intensità e anche distruttivi, delle relazioni del gruppo: relazioni intense come queste, si trovano tipicamente nelle diadi e nei gruppi primari (es. famiglia). Il forte investimento affettivo è tipico di queste relazioni ed è proprio questa forza a controllare le possibilità di conflitto. Se questo però si innesca, mette in gioco forti investimenti della personalità e tocca diversi contenuti, trattandosi di ruoli diffusi.

IL conflitto con altri gruppi normalmente aumenta la coesione interna: il nemico fa dimenticare i conflitti/dissidi interni, e, il richiamo alla lotta induce spirito di collaborazione e sacrificio in nome del gruppo. Se però nel gruppo esisteva inizialmente una scarsa solidarietà sociale, la spinta all’unità può non essere sufficiente e portare alla disgregazione del gruppo.

Il conflitto può generare nuovi tipi di interazione fra gli antagonisti:spesso il conflitto è il modo in cui due gruppi o persone entrano in contatto, conoscendosi e mettendosi alla prova. Le restrizioni che essi si pongono nell’interazione possono essere la prima base per lo sviluppo di regole e rapporti più cooperativi.

e. Il comportamento collettivo

Si distingue dal concetto di gruppo quello di CONCETTO COLLETTIVO, ovvero un insieme di individui sottoposti ad uno stesso stimolo che reagiscono ed interagiscono tra loro in una situazione senza sicuro riferimento a ruoli ben definiti e stabilizzati. Tre fra i più importanti tipi di comportamento collettivo sono:

▲ (^) PANICO: reazione collettiva, spontanea, che si manifesta, in genere con fuga o immobilità, di fronte al rischio di subire gravi danni da un evento in corso o annunciato come immediato. Il pericolo può essere reale, come un incendio o un naufragio, o solo

-Divisione stabile e specializzata di compiti= studiata esclusivamente in vista degli scopi dell’organizzazione e stabilita da regole, che prescrivono come comportarsi a seconda delle situazioni. Ogni problema simile viene trattato allo stesso modo e le soluzioni previste dalle regole non devono essere reinventate ogni volta;

  • Precisa struttura gerarchica = chi occupa una posizione ha i poteri per compiere gli atti che a quella posizione competono, può dare ordini a coloro che dipendono da lui (e controlla che tali ordini vengano eseguiti), riceve ordini, dai suoi superiori, a cui deve obbedire;
  • Competenza specializzata per ogni posizione = preparazione adeguata di chi occupa quella posizione, l’esercizio a tempo pieno e continuativo della professione, l’assegnazione alla posizione per mezzo di un meccanismo di concorso, come garanzia di competenza ed esclusivamente meccanismi di carriera;
  • Remunerazione in denaro per ogni posizione = pagata dall’organizzazione e mai dai clienti di questa. Non vi è nessuna possibilità di appropriarsi del posto definitivamente, di cederlo ad altri o passarlo in eredità. Secondo la burocrazia di Weber, questa si basa su un principio fondamentale: “la prevedibilità dei comportamenti” ottenuta con la standardizzazione di questi ultimi. Per raggiungere un determinato risultato è possibile individuare una serie di operazioni successive, ognuna delle quali è standardizzata, fissata nei dettagli. Questo principio si scontra con due importanti difficoltà:
  1. Gli individui non si comportano come macchine ma interagiscono con l’organizzazione mettendo in gioco i propri fini, anche in concorrenza con quelli dell’organizzazionei soggetti sono imprevedibili;

2.È possibile progettare uno schema dei comportamenti standardizzati se i problemi che l’organizzazione incontra nel realizzare i suoi fini, sono semplici e si prestano senza grandi variazioni da un caso all’altro.

La teoria delle configurazioni organizzative: per ottenere maggiore efficienza, il modo di coordinamento cambia a seconda delle dimensioni dell’organizzazione, del tipo di tecnologia utilizzata nella produzione dei beni o servizi e della prevedibilità. In questo modo si strutturano 5 configurazioni tipiche:

-Struttura semplice: il controllo è esercitato direttamente dal vertice;

-Burocrazia meccanica: è coordinata attraverso la standardizzazione dei compiti e la gerarchia;

-Burocrazia professionale: sono dipendenti coordinati con un lungo tirocinio di formazione, esterno all’organizzazione, che, una volta assunti, hanno un’ampia discrezionalità nello svolgimento del lavoro;

  • Struttura divisionale: il coordinamento si ottiene fissando obiettivi generali e compatibili, tra loro, a settori con diverse funzioni, che sono indipendenti nello loro scelte, sul come raggiungere questi fini;

-Adhocrazia: significa “espressamente per questo”, sta ad indicare gruppi di lavoro con compiti specifici, formati da persone che si conoscono bene e che lavorano insieme, fidandosi delle rispettive competenze.

i. La razionalità organizzativa e i suoi limiti

L’organizzazione moderna, la burocrazia, è razionale. Un’azione è razionale se chi agisce valuta razionalmente i mezzi rispetto agli scopi che di propone, considera gli scopi in relazione alle

conseguenze che potrebbero derivarne, paragona i diversi scopi possibili e i loro rapporti. La burocrazia è razionale, secondo Weber, perché impone agli attori che ne fanno parte di portarsi, in modo razionale, cioè di compiere azioni con quei caratteri. Herbert Simon non contraddice quanto affermato da Weber ma sostiene che sia necessario prendere sul serio l’affermazione che il comportamento reale non lo si raggiunge, praticamente, mai. È impossibile avere una completa conoscenza e una previsione di tutte le conseguenze che discendono da un’eventuale scelta, così come è impossibile concepire tutte le alternative. La razionalità, dunque, è sempre una razionalità limitata, ovvero che mira ad ottenere non i massimi risultati possibili in astratto ma risultati soddisfacenti. Ciò lo fa semplificando la realtà. Comportarsi diversamente non consente di essere razionali: solo selezionando un numero ragionevole di alternative, acquisendo un certo numero di informazioni, e preoccupazioni solo di un certo numero di conseguenze più dirette della scelta, è possibile ad un’organizzazione calcolare con sufficiente precisione i mezzi rispetto agli obiettivi.

La razionalità limitata è la razionalità possibile, concretamente perseguibile in normali situazioni di incertezza. Abbiamo:

▲ Razionalità sinotticarazionalità che ha in mente Weber in astratto che consiste nel poter fare inizialmente delle scelte che tengano in considerazione tutti i dati rilevanti, predisponendo di tutti i mezzi necessari ai fini;

▲ Razionalità incrementale sconta il caso normale dell’incertezza ambientale e si riferisce ad attori che inizialmente non hanno idee assolutamente chiare e coincidenti. Essa riconosce, come definiti, alcuni obiettivi di massima, la necessità di aggiustamenti progressivi, la possibilità di trovare in un momento successivo i mezzi e le occasioni che prima non si vedevano o non erano disponibili, di cambiare quindi anche gli obiettivi cercando accordi e soluzioni soddisfacenti.

La razionalità limitata, la razionalità organizzativa non vede molto lontano. Ha quindi dei vantaggi ma dobbiamo considerare anche gli eventuali svantaggi. In merito a ciò è quindi necessario distinguere:

~ Razionalità funzionale: riguarda la razionalità di chi si adatta agli ordini ricevuti, li esegue senza errori, o si adatta a procedure e obiettivi, senza discuterli;

~ Razionalità sostanziale: razionalità che riguarda chi cerca di comprendere come diversi aspetti di una situazione siano collegati tra loro, interrogandosi sul loro significato e valutandoli in base ai propri criteri di giudizio e ad altre possibilità.

  1. CULTURA, LINGUAGGIO E COMUNICAZIONE.

a. Funzioni e forme del linguaggio

Il linguaggio svolge una funzione:

~Cognitiva pensare il “mondo” verbalmente o mentalmente. Significa quindi stabilire un rapporto tra un significante e un significato. Il linguaggio non serve soltanto a pensare il mondo ma anche ad esprimere ad altri il nostro pensiero e a ricevere dagli altri messaggi nei quali è formulato il loro pensiero;

~Comunicativa per comunicare deve esservi qualcosa da comunicare, idee, sentimenti, informazioni che abbiamo dovuto pensare prima. Tuttavia non possiamo pensare se non con gli strumenti che ci sono forniti dal linguaggio.

Affinché si verifichi un atto comunicativo devono essere presenti alcuni elementi quali:

  • Solo nell’interazione tra pari vige una vera reciprocità e l’interazione non è deformata dalle differenze di status.

Asimmetria tra interlocutoriesprime, nelle regole che governano, chi può dire cosa, a chi, come e quando. Tale asimmetria può essere maggiormente sottolineata, o contrariamente, essere meno esplicita. In situazioni asimmetriche, le regole della cortesia suggeriscono che chi si trova in una posizione dominante abbassi il proprio status e/o innalzi quello dell’interlocutore al fine di farlo sentire maggiormente a proprio agio. Anche la distanza è molto importante nella comunicazione in quanto permette di cogliere i vari fatti, le dinamiche della comunicazione stessa.

Uno degli aspetti della comunicazione interpersonale che è stato maggiormente studiato è il turno di parola, ovvero l’avvicendamento dei due partecipanti alla comunicazione. Di norma, quando una persona sta parlando la cortesia dice di non interromperlo e lasciargli almeno terminare la frase prima di cominciare a parlare ciò però, spesso non avviene.

Analisi conversazionale = analisi dell’interazione verbale all’interno di un gruppo. Essa è in grado di mettere in luce la struttura dei rapporti sociali tra i membri del gruppo, in particolare dei rapporti di potere, l’esistenza di regole più o meno implicite, la loro eventuale violazione e le dinamiche che vengono messe in atto per ristabilirle o modificarle.

  1. CROLLO SOCIALE, devianza">DEVIANZA E CRIMINALITÀ.

a. Socializzazione e controllo sociale CONTROLLO SOCIALE indica i metodi utilizzati per fare in modo che i membri di un gruppo rispettino le norme e le aspettative del gruppo stesso. Il controllo sociale, in ogni società, si realizza attraverso due processi:

▲ SOCIALIZZAZIONE = si intende il processo attraverso il quale ogni società, per assicurare la propria continuità, cerca di trasmettere a coloro che vi entrano per a prima volta, la propria cultura, ovvero l’insieme di valori, norme, atteggiamenti, conoscenze, linguaggi e aspettative di cui essa dispone. Possiamo distinguere:

  • Socializzazione primaria: avviene nei primi anni di vita del bambino. In questa fase si apprendono tutte le competenze base (es. linguaggio). Ad occuparsi di ciò è la famiglia, in quanto agenzia principale della socializzazione primaria;
  • Socializzazione secondaria: avviene nel momento in cui il bambino entra nel mondo della scuola. Qui apprende tutte le conoscenze, specifiche, necessarie per assolvere ai vari ruoli sociali. Se ne occupano appunto la scuola, le organizzazioni formali e i mass media, in quanto agenzie principali della socializzazione secondaria.
  • Punizioni: hanno lo scopo di scoraggiare le violazioni;
  • Ricompense : hanno lo scopo di incoraggiare l 2 01 Fadesione alle aspettative sociali. ▲ PUNIZIONI e RICOMPENSE = sono un processo esterno di controllo sociale che entra in azione nel momento in cui la socializzazione fallisce o non è sufficiente.
  • Punizioni: hanno lo scopo di scoraggiare le violazioni;
  • Ricompense: hanno lo scopo di incoraggiare l’adesione alle aspettative sociali.

b. Il concetto di “devianza”

DEVIANZA: indica ogni atto, o comportamento (anche se solo verbale), di una persona o di un gruppo, che viola le norme di una collettività e che, di conseguenza, va incontro a qualche forma di sanzione.

La devianza non è una proprietà di certi atti o comportamenti, ma una qualità che deriva dalle risposte, dalle definizioni e dai significati attribuiti a questi dai membri di una collettività (o dalla grande maggioranza di questi).

Questa idea è stata espressa bene da Durkheim „non bisogna dire che un atto urta la coscienza comune perché è criminale, ma che è criminale perché urta la coscienza comune. Non lo 2 0 biasimiamo perché è un reato, ma è un reato perché lo biasimiamo (^) 1 F.

Un atto può essere considerato deviante solo in riferimento al contesto socioculturale in cui ha luogo. Un comportamento considerato deviante in un paese, in una determinata società o contesto sociale, può essere, invece, accettato e considerato molto positivamente in un altro. Questa concezione relativistica della devianza è stata sostenuta con forza, negli ultimi decenni, da molti studiosi di scienze sociali.

c. Lo studio della devianza

Secondo alcune statistiche giudiziarie (anche se hanno una bassa attendibilità), i sociologi basano i propri studi. Ad esempio il numero di reati ufficiali registrati dalla polizia sono solo una parte rispetto a quelli realmente commessi. Abbiamo infatti:

-Reati commessi che restano nascosti e non vengono registrati (costituiscono il numero oscuro di delitti);

-Reati senza vittima (es. prostituzione, consumo di stupefacenti ecc.);

  • Reati che colpiscono una persona (es. scippo).

d. Teorie della criminalità

Da tempo ci si interroga sul perché molte persone, ad un certo punto della loro vita, decidano di derubare, uccidere o stuprare qualcuno. I sociologi hanno individuato sei possibili spiegazioni:

  1. Spiegazioni biologiche: sono state elaborate diverse teorie che riconducono i comportamenti devianti alle caratteristiche fisiche e biologiche degli individui. I sostenitori di tale teoria, i criminali vengono definiti come individui diversi dagli altri, come esseri inferiori. Uno dei primi sostenitori di questa teoria fu Cesare Lombroso. Egli sosteneva che i criminali potesser0o essere identificati da alcune caratteristiche anatomiche: il “delinquente nato” ha in genere la testa piccola, la fronte sfuggente, gli zigomi pronunciati, gli occhi mobilissimi ed errabondi, le sopracciglia folte e ravvicinate, il naso torto, il viso pallido o giallo, la barba rada;

  2. La teoria della tensione: Durkheim sosteneva che le forme di devianza fossero in parte dovute 2 0 all (^) 1 Fanomia (= mancanza delle norme sociali che regolano e limitano i comportamenti individuali). Quando ciò avviene, non si sa più ciò che è possibile e cosa non lo è, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Robert Merton, invece, sostenne che la devianza è provocata da situazioni di anomia, nate dal contrasto tra la struttura culturale (che definisce le mete culturali verso le quali tendere e i mezzi istituzionalizzati con i quali raggiungerle) e la struttura sociale (che determina la distribuzione effettiva delle opportunità necessarie per arrivare a tali mete con quei mezzi). Per far fronte alla situazione prodotta dal contrasto tra le mete e i mezzi per raggiungerle, gli individui possono scegliere tra 5 diversi metodi di adattamento:

  • Conformità: accettazione sia delle mete culturali, sia dei mezzi previsti per raggiungerle;

i suoi comportamenti sulla base della conseguenza prodotte dal suo atto. Questa stigmatizzazione lo farà sentire sempre più isolato dal resto della società e ciò lo condurrà a compiere ulteriori infrazioni;

  1. La teoria della scelta razionale: I sostenitori della teoria della scelta razionale considerano i reati come risultato non di influenze esterne, ma di un’azione intenzionale adottata attivamente dagli individui. Secondo questa prospettiva, i soggetti sono esseri razionali che agiscono seguendo i propri interessi, ricercando il piacere e fuggendo dal dolore, e che scelgono liberamente se violare, o meno, le norme. Se l’individuo decide di commettere un investendo, di solito è perché si attende di ricavarne dei benefici maggiori di quelli che otterrebbe investendo il proprio tempo e risorse in attività lecite. I motivi che conducono un soggetto a compiere delle attività illecite, sono gli stessi che lo spingono a compiere attività lecite: la ricerca del guadagno, del potere, del prestigio e del piacere.

Colui che trasgredisce la legge va incontro ad una serie di costi:

-Esterni pubblici: sanzioni legali inflitte dallo Stato e delle conseguenza negative che hanno sulla reputazione sociale;

  • Esterni privati: sono i cosiddetti “costi di attaccamento”, che derivano dalle sanzioni informali degli “altri significativi”, dalle loro critiche, dalla loro condanna;
  • Interni: nascono dalla coscienza (dalle norme interiorizzate), che fa provare al trasgressore sensi di colpa e di vergogna.

e. Forme di criminalità

Molte sono le forme di criminalità e di reato. Le principali sono:

▲ (^) -Attività predatoria comune (o di strada): insieme di azioni illecite, condotte con forza o con l’inganno, per impadronirsi di beni mobili altrui che comportano un contatto fisico fra almeno uno di coloro che compiono l’azione e una persona o un oggetto. Abbiamo diversi tipi di reati, tra cui:

  • Il raggiro: evitando la vittima o facendo in modo che questa non si accorga di quanto sta accadendo;
  • La violenza: avvengono strappando di mano, o di dosso, una cosa, un oggetto ad una persona (scippo) o prendendogliela con la forza o con le minacce (rapina);

▲ (^) Omicid: reati di natura diversa che non vanno assolutamente confusi. Un’importante distinzione la si deve fare tra omicidi:

  • Colposo: omicidio non voluto dall’agente, compiuto per negligenza, imprudenza, inosservanza di leggi. (es. per la strada quando un automobilista distratto investe un passante);
  • Doloso: omicidio compiuto da chi agisce con la volontà di uccidere;

▲ Reati dei colletti bianchi.: reati commessi da una persona rispettabile e di elevata condizione sociale. È necessario che tale violazione avvenga nel corso dell’attività professionale di questo soggetto.

  • Reati d’occupazione: commessi da individui nello svolgimento del loro lavoro al fine di ricavarne un vantaggio personale;
  • Reati di organizzazione: sono compiuti in nome, o per conto, di un’organizzazione, sia pubblica che privata;

▲ Criminalità organizzata: insieme di imprese che forniscono beni e servizi illeciti e che si infiltrano nelle attività economiche lecite.

f. Gli autori dei reati e le loro caratteristiche

I sociologi hanno studiato le caratteristiche socio demografiche di coloro che compiono i reati, inizialmente concentrandosi sulla loro classe sociale e successivamente spostandosi sull’analisi del genere e dell’età.

  • CLASSE SOCIALE in genere, i reati commessi dai colletti bianchi, vengono commessi da soggetti appartenenti ad una classe sociale medio-alta. Gli altri invece, secondo i sociologi, vengono compiuti da soggetti appartenenti alle classi svantaggiate.
  • GENEREin tutti i paesi è molto più probabile che questi reati vengano compiuti da un maschio, piuttosto che una femmina. Infatti, quanto più è grave il reato, e tante più saranno le probabilità che sia stato un uomo a compierlo e, di conseguenza, saranno sempre più le 2 0 differenze di genere. Alcuni studiosi, ritengono che dagli anni (^) 1 F70, la criminalità femminile sia aumentata, rispetto a quella maschile
  • ETÀ la tendenza a compiere dei crimini aumenta con l’avvicinarsi dell’età adulta, fino agli ultimi anni di vita.

g. Devianza e sanzioni

In ogni società, la conformità alle norme viene mantenuta attraverso l’uso, o la minaccia, di sanzioni. Queste sanzioni possono essere:

~ Positive: ricompensano chi rispetta la norma;

~ Negative: puniscono chi non rispetta la norma;

~ Formali: applicate da specifiche autorità ai quali spetta il compito di assicurare il rispetto delle norme;

~ Informali: sanzioni più spontanee e meno organizzate, provenienti da familiari, amici, colleghi di lavoro, vicini, conoscenti;

~ Severe o Lievi: in relazione al livello di gravità dell’infrazione.

La severità delle sanzioni delle sanzioni dipende dalla gravità dell’infrazione commessa. Per i reati invece, è prevista una pena che può limitare la libertà dell’individuo. Nel caso invece, di altri casi illeciti giuridici, la sanzione incide sul patrimonio di chi li ha commessi.