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Tipologia: Appunti
Caricato il 03/11/2018
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Elementi di sociologia.
1.COS’È LA SOCIOLOGIA?
▲ Il senso comune sociologico.
Ognuno di noi per il semplice fatto di aver vissuto e di vivere, insieme ad altri esseri umani, possiede un’idea di quella che è, nel linguaggio comune, la SOCIETÀ. Ognuno di noi quindi, in un certo senso è un SOCIOLOGO e dispone di un sapere indispensabile per poter sopravvivere per poter vivere insieme ad altri esseri umani e ne verifichiamo l’umiltà anche se non siamo in grado di attendibilità. Questo sapere ha dei limiti: - Legato all’esperienza diretta (circoscritta), esperienza F 0 di altri (^) E 0prima di arrivare a noi quest’esperienza ha subito delle deformazioni; - Se la fonte del sapere è l’esperienza, allora questa è legata al presente. SOCIETÀ scienza sociale che dispone di strumenti capaci di superare i limiti della sociologia “ingenua”, in senso comune, ma non può prescindere da quest’ultima. Mentre il sapere sociologico comune offre le conoscenze minime utili ad affrontare i problemi di tutti i giorni, la sociologia, come scienza sociale, formula degli interrogativi sulla base di una riflessione teorica e cerca di trovare delle risposte a questi interrogativi sulla base di risposte che sono state sistematicamente raccolte.
b. L’oggetto della sociologia
SOCIOLOGIA è studio scientifico della società. Il suo oggetto di studio é la società.
Il termine SOCIETÀ viene utilizzato in contesti diversi ed eterogenei. Di società se ne occupano
anche le diverse scienze sociali che si sono sviluppate prima, o assieme, alla sociologia
come:
La sociologia si differenzia dalle altre scienze sociali?
-Soluzione gerarchica: secondo Comte, è destinata a completare il processo evolutivo che ha condotto la conoscenza umana ad affrontare oggetti sempre più complessi e a produrre sintesi sempre più ampie.
-Soluzione residuale: rientra nel campo di studio della sociologia tutto ciò che non è, o non è ancora, oggetto di un’altra scienza specializzata. È una soluzione che appare comunque insoddisfacente.
-Soluzione analitica/formale: secondo quest’ultima, la sociologia è definibile in base ad una prospettiva analitica dall’infinita varietà dei fenomeni sociali, oggetto delle singole discipline, isoli le forme di associazione, dissociandole dal loro particolare contenuto. La sociologia, in un certo
senso, diventerà la grammatica della società ovvero si occuperà nello specifico di studiare le forme pure di relazione.
Una definizione formale e rigorosa di sociologia è difficile da dare e, per tanto, ci si accontenta di una definizione TAUTOLOGICA ovvero l’insieme di ricerche che si riconoscono o sono riconosciute da altri (es. sociologi, istituzioni universitarie.). I confini tra la sociologia e le altre discipline molto spesso sono inevitabili e mutevoli nel tempo. Per questo, la sociologia si trova in una quasi sempre a lavorare in una situazione imbarazzante proprio perché si ha la sensazione di aver oltrepassato i confini della propria disciplina, dato che questi non sono ben definiti.
c.Le origini.
Si cominciò a parlare di sociologia, all’interno della cultura europea, dalla metà del XIX secolo. La sua nascita fa riferimento ad una serie di rivoluzioni:
1.Avvento della scienza moderna la sociologia, come tutte le scienze moderne, a partire dalle scienze naturali, si distacca dal pensiero filosofico acquisendo così la propria autonomia. Solo verso la fine del XVIII secolo, con la rivoluzione scientifica, le scienze cominciano ad adottare il metodo scientifico (fondato sull’osservazione dei “fatti”, ad ambiti di indagine sempre più vasti), che viene applicato allo studio dell’uomo, della società e delle culture.
d. Paradigmi e dilemmi teorici
Anche gli scienziati formularono delle teorie differenti tra loro e risolvettero, in modo alternativo, quelle che erano le problematiche che si potevano incontrare nella ricerca. Tra di essi troviamo Kuhn, storico scienziato americano, che propose di chiamare “paradigmi scientifici” tutti quegli assunti di natura teorica o metodologica, sviluppati da una determinata comunità di scienziati, relativi ad un determinato campo di studio. Questo modello, però, nelle scienze sociali risulta difficile da applicare in quanto ci troviamo dinnanzi ad una pluralità di paradigmi in competizione l’uno con l’altro. Vi sono alcuni temi forti che attraversano la storia di questa disciplina e che restano, ancora oggi, al centro della riflessione sociologica. Su questi temi si sono costruite diverse formulazioni che, col tempo, si sono consolidate nei vari paradigmi, tra cui:
▲ Paradigma dell’ordine: si tratta di temi che ruotano attorno ad un’importante interrogativo ovvero: cos’è che unisce e divide, ovvero, cos’è che fonda l’ordine, o il disordine, della società ?.
Alcuni autori affermano:
potendo far altro che battere strade già tracciate. La struttura sociale non è altro che il reticolo di queste strade. Ciò non significa che l’uomo non sia libero di fare le proprie scelte, ma la sua libertà rimane confinata nei limiti ristretti, consentiti dalla struttura sociale.
▲ Paradigma dell’azione: paradigma che nacque in Germania con Weber, che ne pose in fondamenti. Weber sosteneva che per spiegare i fenomeni sociali, di qualsiasi entità, è sempre necessario ricondurli ad atteggiamenti, credenze e comportamenti individuali, di cui è necessario coglierne i significati che rivestono.
I principi legati a questo paradigma sono due:
a. “Fenomeni macroscopici, che devono essere ricondotti alle loro cause
microscopiche ovvero le azioni individuali” in questo paradigma di parla di individualismo metodologico. Il termine individualismo, indica che non si possono imputare azioni a entità astratte o ad attori collettivi di cui si ipotizza l’unità. Nella sociologia contemporanea, si usa spesso sostituire il concetto di “attore collettivo” con il concetto di agency, per indicare il nome di un ente che agisce attraverso gli individui, ma è dotato di una propria volontà e capacità di azione indipendente, dalla volontà e capacità degli individui che la esprimono.
b. “Per spiegare le azioni individuali è necessario tenere in considerazione i motivi degli attori” indica che per poter spiegare un’azione, è necessari tenere in considerazione le motivazioni degli attori, ovvero, mettere in atto un processo di comprensione. Nell’ambito dei vincoli contestuali (strutturali o contingenti), egli persegue mete ed elabora strategie, che possono avere più o meno successo, che comunque danno un senso alle sue azioni.
Vi sono alcuni tipi di azioni le cui ragioni sono evidenti. Secondo Weber infatti, la comprensione raggiunge il massimo grado di evidenza nelle azioni razionali. La razionalità di
cui parlano gli economisti, si riferisce ad una nozione ristretta del concetto che riguarda soltanto:
~ Razionalità rispetto allo scopo o teleologia si riferisce alle forme di comportamento orientate intenzionalmente verso uno scopo (vi è coincidenza tra senso e scopo dell’azione);
~ Razionalità rispetto al valore o assiologia (che Weber distingue dalla precedente) riguarda i comportamenti rigorosamente conformi a scelte valutative che l’attore ha adottato come criteri assoluti di orientamento dell’azione, a prescindere dalle conseguenze che ne potrebbero derivare.
Compatibilità tra paradigmi: Il paradigma dell’azione e della struttura sono compatibili?.
Il paradigma della struttura vede, prevalentemente, nella società, l’elemento della costrizione e gli individui, come esseri che devono, volenti o no, adattarsi alle circostanze che gli vengono imposte. All’attore quindi spetta o nessuno o pochissimo spazio. Il paradigma dell’azione, contrariamente, concede spazio all’attore, non solo nel senso che questo può scegliere diversi corsi di azione, pur all’interno dei vincoli posti dalla struttura, ma con la sua azione pone in essere la struttura stessa. Queste ultime, le strutture sociali, non sono altro che aggregati di azioni che, col tempo, si sono consolidate, ma possono anche, attraverso altre azioni, essere modificate.
e. Teoria e ricerca empirica
Teoria: corpus di concetti generalizzati, logicamente interdipendenti, dotati di un riferimento empirico. Molte teorie sociologiche sono formulate ad un livello talmente astratto che diventa estremamente difficile, se non impossibile, una loro traduzione in proporzioni passibili di essere “trattate” empiricamente. Per far si che ciò accada, è necessario che i concetti siano trasformabili in una serie di indicatori, sulla base dei quali compiere delle operazioni di osservazione e quindi di misurazione. non è possibile sottoporre a prova empirica una teoria, ma soltanto singole proposizioni ricavate da essa.
Una teoria è rilevante sul piano empirico se da essa possiamo ricavare delle congetture passibili di confutazione. Il rapporto tra teoria e ricerca empirica in sociologia si articola come un rapporto di scambio reciproco = la teoria alimenta la ricerca/la ricerca pone nuovi interrogativi alla teoria. La difficoltà (o l’impossibilità) di sottoporre a prova empirica teorie molto generali ha indotto Merton a sostenere che la sociologia debba orientarsi verso la formulazione di teorie a medio raggio.
Non tutte le ricerche empiriche in sociologia rispondono ad una logica di tipo esplicativo. Se da un lato abbiamo teorie prive di rilevanza empirica, dall’altro abbiamo ricerche prive di rilevanza teorica. In questi casi si parla di ricerche che hanno un intento prevalentemente esplorativo o descrittivo. In realtà, nessuna ricerca, per quanto descrittiva, è del tutto priva di presupposti teorici.
Abbiamo quindi ricerche di tipo:
Ricerche esplicative: volte a verificare (o falsificare) un'ipotesi teorica, vale a dire
una proposizione nella quale siano messi in relazione fenomeni da spiegare
(variabili dipendenti) e fenomeni che li spiegano (variabili indipendenti);
Ricerche descrittiva: il cui intento è prevalentemente esplorativo o descrittivo.
La comparsa di queste figure ha favorito una profonda trasformazione nei modi di concepire il
ruolo, la posizione, dell’uomo nel mondo. Soltanto con la nascita della società moderna si ha il riconoscimento della libertà di autorealizzazione che, tra l’altro, raggiunge un valore dominante. Incominciano ad essere apprezzate non soltanto le caratteristiche che rendono l’uomo simile, uguale, agli altri, ma anche le caratteristiche che lo rendono unico ed irripetibile. La posizione che l’uomo occupa nella società (status sociale) era in modo prevalente determinata alla nascita dalla sua origine: lo status ascritto (status acquisito alla nascita), prevaleva sullo status acquisito (status raggiunto in base ai meriti e alle capacità). La Riforma protestante, l’avvento del capitalismo e le trasformazioni rivoluzionarie nella sfera della politica, sono tutti fattori che convergono, pur con diverse accentuazioni, dell’esaltare l’autonomia e l’indipendenza dell’individuo di determinare il suo destino.
I valori di libertà ed uguaglianza sono alla base dell’affermazione del valore dell’individuo:
~ Uguaglianza: tutti gli uomini, sin dalla nascita, hanno uguale dignità e uguali diritti, a prescindere dalla famiglia, dal ceto, dalla classe sociale e dalla religione;
~ Libertà: autonomia e indipendenza nel governare la propria esistenza, avendo come unico vincolo il rispetto delle libertà altrui.
Prima dell’appartenenza alla società, l’uomo viene al mondo come titolare di diritti originari, naturali, attribuiti dalla specie umana. L’idea di diritto naturale e di contratto sociale (= accordo stabilito tra uomini liberi che, consensualmente, limitano la propria libertà al fine di dar vita allo stato), costituiscono le basi filosofico-politiche dell’uomo moderno.
▲ RAZIONALISMO: con l’avvento della società moderna, la ragione (e la razionalità) diventano valori sociali dominanti. L’uomo viene concepito come un essere dotato della facoltà di procedere alla scoperta della verità e di trovare in se stesso il centro di orientamento del suo agire. Alla fede, come fonte della verità, si sostituisce la ragione, alla quale gli esseri umani possono fare affidamento per diventare padroni del proprio destino. La ragione, come afferma Weber, diventa una potenza rivoluzionaria capace di liberare l’uomo dall’errore, dalla superstizione, dalla sottomissione ai poteri tradizionali della chiesa e dell’aristocrazia. La crescente razionalizzazione degli ordinamenti è allo stesso tempo il prodotto della razionalità dell’azione umana e il contesto entro il quale tale razionalità può ulteriormente svilupparsi. Come attributo dell’azione umana, la razionalità postula che l’uomo sia un essere dotato della capacità di agire in modo coerente rispetto ai valori che ha liberamente scelto (razionalità rispetto al valore) e di agire nel modo più efficiente ed efficace al fine di realizzare gli obiettivi che si è prefissato (razionalità rispetto allo scopo). Il postulato della razionalità afferma quindi che l’uomo è capace di agire in modo razionale ovvero di valutare il grado di coerenza tra i diversi valori, tra fini e valori, tra fini diversi e scegliere la combinazione di mezzi più adeguata per realizzare i propri fini. Il comportamento umano può quindi essere più o meno razionale. Tra l’agire razionale e gli ordinamenti razionali non vi è un
puro rapporto di corrispondenze. L’agire razionale è possibile anche in ambito di ordinamenti tradizionali e vi può essere anche l’agire tradizionale in ambito di ordinamenti razionali. La razionalità degli ordinamenti e la razionalità dell’azione si collocano su due livelli differenti:
▲ - Razionalità degli ordinamenti: struttura sociale;
▲ - Razionalità dell’azione: azione sociale.
Il rapporto tra questi due livelli è uno dei problemi sociali della teoria sociologica
a. Forme e proprietà delle relazioni sociali
La società è fatta di individui che si influenzano reciprocamente, agendo l’uno per l’altro, con o contro l’altro. L’azione sociale è uno dei primi concetti di base della sociale. Secondo Weber, per azione sociale si intende “si deve intendere un agire riferito al comportamento di altri individui”.
Per “agire” si deve quindi intendere un fare, ma anche un tralasciare, un subire. Importante è anche un riferimento al “senso”, ovvero, il significato intenzionale che l’attore da al proprio comportamento. In riferimento a quest’ultimo, Weber sviluppa una tipologia dell’azione sociale che possiamo distinguere in:
Le azioni determinate affettivamente e quelle tradizionali, sono al limite fra le vere e proprie azioni sociali, orientate da un senso ad esse dato dagli attori, e i comportamenti puramente reattivi, ovvero risposte automatiche e inconsapevoli a stimoli esterni.
La necessitò di dover tenere in considerazione della definizione della struttura, da parte degli attori, è espressa dal teorema di Thomas: “una situazione definita dagli attori come reale diventa reale nelle sue conseguenze”. Uno sviluppo di tale teorema è legato al concetto di “profezia che si autoadempie” di Merton.
✓ Relazione sociale. si stabilisce nel momento in cui due, o più, individui orientano reciprocamente le loro azioni. Le relazioni sociali possono essere:
I criteri di appartenenza ad un gruppo possono essere più o meno definiti e più o meno chiari. Abbiamo infatti:
▲ Gruppi formali: prevedono regole ben precise, in relazione a requisiti, procedure per l’ammissione al gruppo e comportamenti da tenere per continuare a far parte del gruppo (es. dipendenti di un’impresa);
▲ Gruppi informali: gruppo che si forma spontaneamente, senza la presenza di regole ben precise che ne garantiscano il normale funzionamento (es. gruppo di amici);
▲ Gruppi di riferimento: gruppo al quale il soggetto non partecipa ma ne condivide i fini e sente di poterne facilmente accettare le regole;
Il ruolo è un elemento importante, in quanto, indica l’insieme dei comportamenti che in un gruppo tipicamente ci si aspetta da un suo membro, che può avere diversi ruoli. Sono quindi comportamenti attesi e se ne distinguono di due tipi, formali, molto importanti:
-Ruolo specifico: un insieme di comportamenti limitato e precisato;
-Ruolo diffuso: i comportamenti attesi sono un insieme più ampio e meno definito.
Se si considera il gruppo in reazione a ciò, possiamo distinguerli a seconda del fatto:
-Gruppi totalitari: impegnano tutti, o quasi, i ruoli di un individuo (es. gli internati di una prigione); -Gruppi segmentari: impegnano alcuni, o anche solo uno, dei ruoli dell’individuo (es. classe scolastica).
Altra distinzione fondamentale dei gruppi, è quella tra:
-Gruppi primari: gruppi di piccole dimensioni, a ruoli diffusi, con contenuti affettivi molto personalizzati;
-Gruppi secondari: hanno caratteristiche opposte alla tipologia precedente: le dimensioni sono maggiori, i ruoli sono specifici, le relazioni sono più fredde e spersonalizzate.
c. Norme, valori e istituzioni
La possibilità di un’interazione, sistematica e duratura, all’interno del gruppo, è data dall’esistenza di norme comportamentali delle quali i suoi membri si sentano impegnati. “Norme valori e istituzioni”, sono tre importanti concetti che definiscono il sistema normativo e che vanno a ad individuare i componenti della cultura.
definiscono anche il campo delle opzioni tra le quali il soggetto può scegliere. L’assenza di norme priva gli individui di punti di riferimento, scatena comportamenti sregolati e induce a rischi di disgregazione sociale;
d. Potere e conflitto
Secondo Weber, è la possibilità di trovare obbedienza ad un comando che abbia un determinato contenuto. Per quanto possa sembrare assurdo, ad ogni rapporto di potere corrisponde anche un interesse all’obbedienza, da parte del soggetto più debole. Inteso nei termini più specifici della definizione precedente, il potere si distingue da una più grande possibilità di condizionare i comportamenti altrui, anche senza azioni dirette o comandi. Si tratta quindi di forme diverse di “energia sociale, che, comprendono, ad esempio, i condizionamenti di chi, controllando una risorsa ne limita l’uso ad altri. In questi casi, Weber utilizzava il termine “potenza”. Un particolare tipo di potere è quello che Weber definiva come “potere legittimo” 0 “autorità”. L’autorità riguarda relazioni nelle quali sono previsti diritti di dare ordini e doveri di ubbidire, considerati legittimi da entrambi gli attori. La legittimazione del potere è un modo per incanalare l’energia per i bisogni del funzionamento della società. Il conflitto riguarda azioni orientate dal proposito di affermare la propria volontà contro la volontà e la resistenza altrui.
Il conflitto contribuisce a stabilire e mantenere i confini dal gruppo, attraverso il conflitto i soggetti di un gruppo acquistano o conservano facilmente la loro consapevolezza della loro identità e particolarità. In assenza di conflitto invece, ciò potrebbe anche non verificarsi o verificarsi debolmente
I gruppi che richiedono un impegno totale della personalità, sono capaci di limitare i confini, ma se questi esplodono, tendono ad essere di particolare intensità e anche distruttivi, delle relazioni del gruppo: relazioni intense come queste, si trovano tipicamente nelle diadi e nei gruppi primari (es. famiglia). Il forte investimento affettivo è tipico di queste relazioni ed è proprio questa forza a controllare le possibilità di conflitto. Se questo però si innesca, mette in gioco forti investimenti della personalità e tocca diversi contenuti, trattandosi di ruoli diffusi.
IL conflitto con altri gruppi normalmente aumenta la coesione interna: il nemico fa dimenticare i conflitti/dissidi interni, e, il richiamo alla lotta induce spirito di collaborazione e sacrificio in nome del gruppo. Se però nel gruppo esisteva inizialmente una scarsa solidarietà sociale, la spinta all’unità può non essere sufficiente e portare alla disgregazione del gruppo.
Il conflitto può generare nuovi tipi di interazione fra gli antagonisti:spesso il conflitto è il modo in cui due gruppi o persone entrano in contatto, conoscendosi e mettendosi alla prova. Le restrizioni che essi si pongono nell’interazione possono essere la prima base per lo sviluppo di regole e rapporti più cooperativi.
e. Il comportamento collettivo
Si distingue dal concetto di gruppo quello di CONCETTO COLLETTIVO, ovvero un insieme di individui sottoposti ad uno stesso stimolo che reagiscono ed interagiscono tra loro in una situazione senza sicuro riferimento a ruoli ben definiti e stabilizzati. Tre fra i più importanti tipi di comportamento collettivo sono:
▲ (^) PANICO: reazione collettiva, spontanea, che si manifesta, in genere con fuga o immobilità, di fronte al rischio di subire gravi danni da un evento in corso o annunciato come immediato. Il pericolo può essere reale, come un incendio o un naufragio, o solo
-Divisione stabile e specializzata di compiti= studiata esclusivamente in vista degli scopi dell’organizzazione e stabilita da regole, che prescrivono come comportarsi a seconda delle situazioni. Ogni problema simile viene trattato allo stesso modo e le soluzioni previste dalle regole non devono essere reinventate ogni volta;
2.È possibile progettare uno schema dei comportamenti standardizzati se i problemi che l’organizzazione incontra nel realizzare i suoi fini, sono semplici e si prestano senza grandi variazioni da un caso all’altro.
La teoria delle configurazioni organizzative: per ottenere maggiore efficienza, il modo di coordinamento cambia a seconda delle dimensioni dell’organizzazione, del tipo di tecnologia utilizzata nella produzione dei beni o servizi e della prevedibilità. In questo modo si strutturano 5 configurazioni tipiche:
-Struttura semplice: il controllo è esercitato direttamente dal vertice;
-Burocrazia meccanica: è coordinata attraverso la standardizzazione dei compiti e la gerarchia;
-Burocrazia professionale: sono dipendenti coordinati con un lungo tirocinio di formazione, esterno all’organizzazione, che, una volta assunti, hanno un’ampia discrezionalità nello svolgimento del lavoro;
-Adhocrazia: significa “espressamente per questo”, sta ad indicare gruppi di lavoro con compiti specifici, formati da persone che si conoscono bene e che lavorano insieme, fidandosi delle rispettive competenze.
i. La razionalità organizzativa e i suoi limiti
L’organizzazione moderna, la burocrazia, è razionale. Un’azione è razionale se chi agisce valuta razionalmente i mezzi rispetto agli scopi che di propone, considera gli scopi in relazione alle
conseguenze che potrebbero derivarne, paragona i diversi scopi possibili e i loro rapporti. La burocrazia è razionale, secondo Weber, perché impone agli attori che ne fanno parte di portarsi, in modo razionale, cioè di compiere azioni con quei caratteri. Herbert Simon non contraddice quanto affermato da Weber ma sostiene che sia necessario prendere sul serio l’affermazione che il comportamento reale non lo si raggiunge, praticamente, mai. È impossibile avere una completa conoscenza e una previsione di tutte le conseguenze che discendono da un’eventuale scelta, così come è impossibile concepire tutte le alternative. La razionalità, dunque, è sempre una razionalità limitata, ovvero che mira ad ottenere non i massimi risultati possibili in astratto ma risultati soddisfacenti. Ciò lo fa semplificando la realtà. Comportarsi diversamente non consente di essere razionali: solo selezionando un numero ragionevole di alternative, acquisendo un certo numero di informazioni, e preoccupazioni solo di un certo numero di conseguenze più dirette della scelta, è possibile ad un’organizzazione calcolare con sufficiente precisione i mezzi rispetto agli obiettivi.
La razionalità limitata è la razionalità possibile, concretamente perseguibile in normali situazioni di incertezza. Abbiamo:
▲ Razionalità sinotticarazionalità che ha in mente Weber in astratto che consiste nel poter fare inizialmente delle scelte che tengano in considerazione tutti i dati rilevanti, predisponendo di tutti i mezzi necessari ai fini;
▲ Razionalità incrementale sconta il caso normale dell’incertezza ambientale e si riferisce ad attori che inizialmente non hanno idee assolutamente chiare e coincidenti. Essa riconosce, come definiti, alcuni obiettivi di massima, la necessità di aggiustamenti progressivi, la possibilità di trovare in un momento successivo i mezzi e le occasioni che prima non si vedevano o non erano disponibili, di cambiare quindi anche gli obiettivi cercando accordi e soluzioni soddisfacenti.
La razionalità limitata, la razionalità organizzativa non vede molto lontano. Ha quindi dei vantaggi ma dobbiamo considerare anche gli eventuali svantaggi. In merito a ciò è quindi necessario distinguere:
~ Razionalità funzionale: riguarda la razionalità di chi si adatta agli ordini ricevuti, li esegue senza errori, o si adatta a procedure e obiettivi, senza discuterli;
~ Razionalità sostanziale: razionalità che riguarda chi cerca di comprendere come diversi aspetti di una situazione siano collegati tra loro, interrogandosi sul loro significato e valutandoli in base ai propri criteri di giudizio e ad altre possibilità.
a. Funzioni e forme del linguaggio
Il linguaggio svolge una funzione:
~Cognitiva pensare il “mondo” verbalmente o mentalmente. Significa quindi stabilire un rapporto tra un significante e un significato. Il linguaggio non serve soltanto a pensare il mondo ma anche ad esprimere ad altri il nostro pensiero e a ricevere dagli altri messaggi nei quali è formulato il loro pensiero;
~Comunicativa per comunicare deve esservi qualcosa da comunicare, idee, sentimenti, informazioni che abbiamo dovuto pensare prima. Tuttavia non possiamo pensare se non con gli strumenti che ci sono forniti dal linguaggio.
Affinché si verifichi un atto comunicativo devono essere presenti alcuni elementi quali:
Asimmetria tra interlocutoriesprime, nelle regole che governano, chi può dire cosa, a chi, come e quando. Tale asimmetria può essere maggiormente sottolineata, o contrariamente, essere meno esplicita. In situazioni asimmetriche, le regole della cortesia suggeriscono che chi si trova in una posizione dominante abbassi il proprio status e/o innalzi quello dell’interlocutore al fine di farlo sentire maggiormente a proprio agio. Anche la distanza è molto importante nella comunicazione in quanto permette di cogliere i vari fatti, le dinamiche della comunicazione stessa.
Uno degli aspetti della comunicazione interpersonale che è stato maggiormente studiato è il turno di parola, ovvero l’avvicendamento dei due partecipanti alla comunicazione. Di norma, quando una persona sta parlando la cortesia dice di non interromperlo e lasciargli almeno terminare la frase prima di cominciare a parlare ciò però, spesso non avviene.
Analisi conversazionale = analisi dell’interazione verbale all’interno di un gruppo. Essa è in grado di mettere in luce la struttura dei rapporti sociali tra i membri del gruppo, in particolare dei rapporti di potere, l’esistenza di regole più o meno implicite, la loro eventuale violazione e le dinamiche che vengono messe in atto per ristabilirle o modificarle.
a. Socializzazione e controllo sociale CONTROLLO SOCIALE indica i metodi utilizzati per fare in modo che i membri di un gruppo rispettino le norme e le aspettative del gruppo stesso. Il controllo sociale, in ogni società, si realizza attraverso due processi:
▲ SOCIALIZZAZIONE = si intende il processo attraverso il quale ogni società, per assicurare la propria continuità, cerca di trasmettere a coloro che vi entrano per a prima volta, la propria cultura, ovvero l’insieme di valori, norme, atteggiamenti, conoscenze, linguaggi e aspettative di cui essa dispone. Possiamo distinguere:
b. Il concetto di “devianza”
DEVIANZA: indica ogni atto, o comportamento (anche se solo verbale), di una persona o di un gruppo, che viola le norme di una collettività e che, di conseguenza, va incontro a qualche forma di sanzione.
La devianza non è una proprietà di certi atti o comportamenti, ma una qualità che deriva dalle risposte, dalle definizioni e dai significati attribuiti a questi dai membri di una collettività (o dalla grande maggioranza di questi).
Questa idea è stata espressa bene da Durkheim „non bisogna dire che un atto urta la coscienza comune perché è criminale, ma che è criminale perché urta la coscienza comune. Non lo 2 0 biasimiamo perché è un reato, ma è un reato perché lo biasimiamo (^) 1 F.
Un atto può essere considerato deviante solo in riferimento al contesto socioculturale in cui ha luogo. Un comportamento considerato deviante in un paese, in una determinata società o contesto sociale, può essere, invece, accettato e considerato molto positivamente in un altro. Questa concezione relativistica della devianza è stata sostenuta con forza, negli ultimi decenni, da molti studiosi di scienze sociali.
c. Lo studio della devianza
Secondo alcune statistiche giudiziarie (anche se hanno una bassa attendibilità), i sociologi basano i propri studi. Ad esempio il numero di reati ufficiali registrati dalla polizia sono solo una parte rispetto a quelli realmente commessi. Abbiamo infatti:
-Reati commessi che restano nascosti e non vengono registrati (costituiscono il numero oscuro di delitti);
-Reati senza vittima (es. prostituzione, consumo di stupefacenti ecc.);
d. Teorie della criminalità
Da tempo ci si interroga sul perché molte persone, ad un certo punto della loro vita, decidano di derubare, uccidere o stuprare qualcuno. I sociologi hanno individuato sei possibili spiegazioni:
Spiegazioni biologiche: sono state elaborate diverse teorie che riconducono i comportamenti devianti alle caratteristiche fisiche e biologiche degli individui. I sostenitori di tale teoria, i criminali vengono definiti come individui diversi dagli altri, come esseri inferiori. Uno dei primi sostenitori di questa teoria fu Cesare Lombroso. Egli sosteneva che i criminali potesser0o essere identificati da alcune caratteristiche anatomiche: il “delinquente nato” ha in genere la testa piccola, la fronte sfuggente, gli zigomi pronunciati, gli occhi mobilissimi ed errabondi, le sopracciglia folte e ravvicinate, il naso torto, il viso pallido o giallo, la barba rada;
La teoria della tensione: Durkheim sosteneva che le forme di devianza fossero in parte dovute 2 0 all (^) 1 Fanomia (= mancanza delle norme sociali che regolano e limitano i comportamenti individuali). Quando ciò avviene, non si sa più ciò che è possibile e cosa non lo è, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Robert Merton, invece, sostenne che la devianza è provocata da situazioni di anomia, nate dal contrasto tra la struttura culturale (che definisce le mete culturali verso le quali tendere e i mezzi istituzionalizzati con i quali raggiungerle) e la struttura sociale (che determina la distribuzione effettiva delle opportunità necessarie per arrivare a tali mete con quei mezzi). Per far fronte alla situazione prodotta dal contrasto tra le mete e i mezzi per raggiungerle, gli individui possono scegliere tra 5 diversi metodi di adattamento:
i suoi comportamenti sulla base della conseguenza prodotte dal suo atto. Questa stigmatizzazione lo farà sentire sempre più isolato dal resto della società e ciò lo condurrà a compiere ulteriori infrazioni;
Colui che trasgredisce la legge va incontro ad una serie di costi:
-Esterni pubblici: sanzioni legali inflitte dallo Stato e delle conseguenza negative che hanno sulla reputazione sociale;
e. Forme di criminalità
Molte sono le forme di criminalità e di reato. Le principali sono:
▲ (^) -Attività predatoria comune (o di strada): insieme di azioni illecite, condotte con forza o con l’inganno, per impadronirsi di beni mobili altrui che comportano un contatto fisico fra almeno uno di coloro che compiono l’azione e una persona o un oggetto. Abbiamo diversi tipi di reati, tra cui:
▲ (^) Omicid: reati di natura diversa che non vanno assolutamente confusi. Un’importante distinzione la si deve fare tra omicidi:
▲ Reati dei colletti bianchi.: reati commessi da una persona rispettabile e di elevata condizione sociale. È necessario che tale violazione avvenga nel corso dell’attività professionale di questo soggetto.
▲ Criminalità organizzata: insieme di imprese che forniscono beni e servizi illeciti e che si infiltrano nelle attività economiche lecite.
f. Gli autori dei reati e le loro caratteristiche
I sociologi hanno studiato le caratteristiche socio demografiche di coloro che compiono i reati, inizialmente concentrandosi sulla loro classe sociale e successivamente spostandosi sull’analisi del genere e dell’età.
g. Devianza e sanzioni
In ogni società, la conformità alle norme viene mantenuta attraverso l’uso, o la minaccia, di sanzioni. Queste sanzioni possono essere:
~ Positive: ricompensano chi rispetta la norma;
~ Negative: puniscono chi non rispetta la norma;
~ Formali: applicate da specifiche autorità ai quali spetta il compito di assicurare il rispetto delle norme;
~ Informali: sanzioni più spontanee e meno organizzate, provenienti da familiari, amici, colleghi di lavoro, vicini, conoscenti;
~ Severe o Lievi: in relazione al livello di gravità dell’infrazione.
La severità delle sanzioni delle sanzioni dipende dalla gravità dell’infrazione commessa. Per i reati invece, è prevista una pena che può limitare la libertà dell’individuo. Nel caso invece, di altri casi illeciti giuridici, la sanzione incide sul patrimonio di chi li ha commessi.