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Riassunto sull'epigramma ellenistico
Tipologia: Sintesi del corso
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L’epigramma di età ellenistica diventa di carattere erotico, ha lo stesso metro dell’elegia, si adegua al gusto della brevitas e, siccome viene letto da un pubblico colto, presenta nella parte finale il fulmen in cauda, ovvero una battuta ad effetto, destinata a suscitare lo stupore e l’ammirazione del lettore per la novità senza trovata e per l’efficacia e per la varietà di linguaggio, adeguato sempre però al genere e alla varietà dei contenuti. Il filologo tedesco Reitzenstein individuò due scuole:
- Dorico-peloponnesiaca , che impiegò l’epigramma mantenendo la sua origine votiva e funeraria (anche se in qualche caso si tratta di composizioni fittizie) - Ionico-alessandrina , che dimostrò una predilezione per i temi erotici e simposiali, spesso con elementi autobiografici. La fioritura dell’epigramma continuò fino al II secolo a.C., quando l’intervento militare di Roma (l’evento più tragico fu la distruzione di Corinto, contemporanea a quella di Cartagine nel 146 a.C. ad opera di L. Mummio) causò un profondo sconvolgimento. A ciò seguì la diaspora degli intellettuali alessandrini, che, nel 145 a.C, furono costretti da Tolemeo VII Physkon ad abbandonare la città. Per questo motivo alle due scuole precedenti se ne aggiunse una terza, detta fenicia , i cui rappresentanti, diversi per scelte stilistiche e di contenuto, erano però accomunati dalla provenienza geografica. In questo periodo assunsero una grande importanza anche le Antologie. La più antica ed interessante si deve al poeta Meleagro di Gadara, massimo esponente della scuola fenicia che la intitolò Stefanos (ghirlanda, corona), perché nel proemio aveva stabilito un’analogia fra ciascun poeta e un fiore o una pianta. Quest’opera conteneva epigrammi dello stesso Meleagro e di altri 48 posti, fu pubblicata intorno al 70 a.C.
Del 40 a.C è un’altra opera dallo stesso titolo, di Filippo di Tessalonica, che includeva suoi epigrammi e quelli di una sessantina di poeti disposti in ordine alfabetico. In età bizantina la raccolta più importante fu quella di Costantino Cefala, arcivescovo di Bisanzio intorno al 900 a.C. Verso il 980 a.C. un autore anonimo ricavò dalla raccolta di Cefala una silloge di epigrammi che ci è giunta in una sola copia, arricchita da un certo numero di scolii. Questo codice pergamenaceo fu conservato ad Heidelberg con il nome di Codice Palatino Greco 23 , motivo per cui la raccolta prende il nome di Anthologia Palatina. L’intera raccolta, che venne divisa in due parti, una conservata ad Heidelberg e una a Parigi, contiene 3700 epigrammi di più di 300 poeti dall’età classica alla tarda epoca bizantina (alcuni di essi sono anonimi e anche le attribuzioni degli epigrammi non sono sempre certe). È divisa in 15 libri. Infine del 1299 è l’Anthologia Planudea, composta dal Monaco bizantino Massimo Planude. Contiene 2400 epigrammi, 288 dei quali non compaiono nella Palatina: essi formano l’Appendix Planudea, aggiunta come XVI libro alla Palatina
Epigrammi epidittici: sono epigrammi in cui il poeta descriveva una situazione che poteva dimostrare la veridicità di un modo di pensare o di un assunto morale, ma poteva anche limitarsi a descrivere un fatto curioso, divertente o paradossale. Epigrammi funerari: sono quelli più antichi. Possono essere enunciativi (il poeta indica il nome del defunto, l’età, le circostanze della morte e accenna allo stato d’animo dei familiari e degli amici), dialogico (il defunto si rivolge ad un passante e parla con lui), in forma di apostrofe agli dei dell’oltretomba. In altri casi è il sepolcro stesso che rileva l’identità del defunto secondo la tecnica del monumento parlante. Sono epigrammi che hanno un’epica solennità per i caduti in guerra, un pathos tenero per i bambini o le giovinette e meditazioni di carattere etico e filosofico sulla morte in altri casi. Sono contenuti nel VII libro dell’Anthologia Palatina.