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Eschilo - I temi etici, Appunti di Lingue e letterature classiche

Una rassegna dei principali temi morali presenti nelle tragedie di Eschilo

Tipologia: Appunti

2023/2024

Caricato il 29/03/2024

cesare-lamanna-1
cesare-lamanna-1 🇮🇹

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# Eschilo: i temi etici
1. Quali cause portano l'uomo ad agire ingiustamente? Buona parte dell'opera di Eschilo nasce
dal tentativo di dare risposte a questa domanda.
2. Nelle sue tragedie Eschilo indaga sulla relazione tra i concetti di colpa, pena, espiazione e
conoscenza. Eschilo sa che ogni azione è rischiosa, perché comporta delle conseguenze non
sempre prevedibili e di cui l’individuo spesso prende coscienza solo quando è ormai troppo
tardi: «chi agisce patisce» (Coefore, v. 312), «non c’è decisione senza sofferenza» (Supplici, v.
442).
3. Consapevole di questo rapporto diretto tra «agire» ( ) e «soffrire» ( ), Eschilo δράν παθεῖν
va a fondo nell’indagine sull’origine dell’umano errore: secondo il tragediografo l'uomo può
diventare vittima di un annebbiamento della ragione, ovvero un «accecamento» ( ). Questoἄτη
termine, che può essere tradotto appunto con “accecamento”, ossia il folle annebbiamento
dell’intelletto prodotto dalla divinità, rappresenta la causa prima delle azioni colpevoli.
L’uomo sopraffatto da è come se fosse in preda a un morbo: secondo il coro delle Coefore άτη
«la lugubre invade il colpevole come una potente malattia» (vv. 68-69).άτη
4. Una volta caduto nella rete di , l’individuo non ha ancora compiuto l’azione ingiusta che άτη
causerà la sua colpa; piuttosto, è predisposto inevitabilmente a commettere l’errore fatale. Gli
dèi, dunque, da cui proviene , mettono l’essere umano in condizione di errare, ma è poi il άτη
singolo che autonomamente compie l’azione ingiusta e diviene colpevole.
5. Il passo successivo di questa catena della colpa consiste nello stimolo a oltrepassare i limiti
della giustizia, spingendosi dove all’uomo non è concesso andare. È che porta all’errore άτη
per un peccato di tracotanza ( ), giustamente punito dagli dèi. Di conseguenza, secondo ὕβρις
il tragediografo, il castigo degli dèi non colpisce gli uomini in modo arbitrario e per pura
ostilità («invidia degli dèi», ), ma è l’esito di una precedente colpa dell’uomo, φθόνος θεών
che nella sua cecità tende a perdere il senso della misura e del limite a lui imposto e si macchia
così della rovinosa colpa di . Ogni azione compiuta per istigazione della ὕβρις ὕβρις
costituisce un atto oltraggioso che, inevitabilmente, reca la sofferenza come punizione.
4. La sofferenza inflitta dagli dèi, giusta in quanto corrisponde a un’azione umana sbagliata, ha
perciò una funzione educativa: porta gli uomini a non ripetere l’atto che si è rivelato rovinoso.
Alla luce di questo, acquista pieno significato la nota espressione eschilea , πάθει μάθος
«apprendimento con sofferenza» (Agamennone, v. 177), secondo la quale la sofferenza
( ) produce la conoscenza ( ): l’uomo, attraverso il dolore, apprende i limiti entroπάθος μάθος
i quali dovrebbe agire e impara a operare le sue scelte con moderazione e saggezza.
5. Le azioni ingiuste compiute dagli uomini provocano sofferenza ( ). Tuttavia, soltanto πάθος
dopo aver sofferto l’uomo eschileo comprende le dinamiche che sono alla base delle proprie
azioni, riesce a vedere il proprio errore e da questa osservazione a trarre la conoscenza
( ). È il principio del (“conoscenza tramite sofferenza”), secondo μάθος πάθει μάθος
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# Eschilo: i temi etici

  1. Quali cause portano l'uomo ad agire ingiustamente? Buona parte dell'opera di Eschilo nasce dal tentativo di dare risposte a questa domanda.
  2. Nelle sue tragedie Eschilo indaga sulla relazione tra i concetti di colpa, pena, espiazione e conoscenza. Eschilo sa che ogni azione è rischiosa, perché comporta delle conseguenze non sempre prevedibili e di cui l’individuo spesso prende coscienza solo quando è ormai troppo tardi: «chi agisce patisce» (Coefore, v. 312), «non c’è decisione senza sofferenza» (Supplici, v. 442).
  3. Consapevole di questo rapporto diretto tra «agire» ( δράν) e «soffrire» ( παθεῖν), Eschilo va a fondo nell’indagine sull’origine dell’umano errore: secondo il tragediografo l'uomo può diventare vittima di un annebbiamento della ragione, ovvero un «accecamento» ( ἄτη). Questo termine, che può essere tradotto appunto con “accecamento”, ossia il folle annebbiamento dell’intelletto prodotto dalla divinità, rappresenta la causa prima delle azioni colpevoli. L’uomo sopraffatto da άτηè come se fosse in preda a un morbo: secondo il coro delle Coefore «la lugubre άτηinvade il colpevole come una potente malattia» (vv. 68-69).
  4. Una volta caduto nella rete di άτη, l’individuo non ha ancora compiuto l’azione ingiusta che causerà la sua colpa; piuttosto, è predisposto inevitabilmente a commettere l’errore fatale. Gli dèi, dunque, da cui proviene άτη, mettono l’essere umano in condizione di errare, ma è poi il singolo che autonomamente compie l’azione ingiusta e diviene colpevole.
  5. Il passo successivo di questa catena della colpa consiste nello stimolo a oltrepassare i limiti della giustizia, spingendosi dove all’uomo non è concesso andare. È άτηche porta all’errore per un peccato di tracotanza ( ὕβρις), giustamente punito dagli dèi. Di conseguenza, secondo il tragediografo, il castigo degli dèi non colpisce gli uomini in modo arbitrario e per pura ostilità («invidia degli dèi», φθόνος θεών), ma è l’esito di una precedente colpa dell’uomo, che nella sua cecità tende a perdere il senso della misura e del limite a lui imposto e si macchia così della rovinosa colpa di ὕβρις. Ogni azione compiuta per istigazione della ὕβρις costituisce un atto oltraggioso che, inevitabilmente, reca la sofferenza come punizione.
  6. La sofferenza inflitta dagli dèi, giusta in quanto corrisponde a un’azione umana sbagliata, ha perciò una funzione educativa: porta gli uomini a non ripetere l’atto che si è rivelato rovinoso. Alla luce di questo, acquista pieno significato la nota espressione eschilea πάθει μάθος, «apprendimento con sofferenza» (Agamennone, v. 177), secondo la quale la sofferenza ( πάθος) produce la conoscenza ( μάθος): l’uomo, attraverso il dolore, apprende i limiti entro i quali dovrebbe agire e impara a operare le sue scelte con moderazione e saggezza.
  7. Le azioni ingiuste compiute dagli uomini provocano sofferenza ( πάθος). Tuttavia, soltanto dopo aver sofferto l’uomo eschileo comprende le dinamiche che sono alla base delle proprie azioni, riesce a vedere il proprio errore e da questa osservazione a trarre la conoscenza ( μάθος). È il principio del πάθει μάθος(“conoscenza tramite sofferenza”), secondo

un’espressione contenuta nell'Agamennone (v. 177), dove questo concetto è fatto derivare direttamente da Zeus. Si tratta di un principio dalla logica ferrea e semplicissima: prima di sperimentare il male provocato da un’azione è impossibile riconoscerla come erronea; oppure, rovesciando l’ordine dei concetti, si può realmente comprendere la causa di un male solo dopo che esso si è verificato.

  1. Le cause che determinano le azioni ingiuste non risiedono soltanto all’interno dell’individuo che le compie ma anche al di fuori. Άτηpuò anche provenire da lontano, sotto forma di una colpa originaria che grava su una famiglia intera e si tramanda attraverso le generazioni. È il caso della colpa originaria che affligge la stirpe degli Atridi nell'Orestea, così come i figli di Edipo nei Sette contro Tebe. I discendenti di un individuo colpevole sono anch'essi destinati a divenire colpevoli di altre azioni ingiuste. Άτηrigenera sé stessa attraverso la stirpe e si manifesta in atti colpevoli diversi da quello originario, ma tutti allo stesso modo causa di dolore. Così Atreo, reo di avere ucciso per gelosia i figli del fratello Tieste, genera Agamennone, costretto dalla necessità a sacrificare la figlia; in seguito questi sarà ucciso dalla moglie Clitemnestra, poi assassinata dal figlio Oreste: una serie di omicidi che compone una catena di delitti scaturiti da una colpa iniziale. Questa colpa è di fatto, anche, una colpa ereditaria.
  2. Sempre presente nelle tragedie di Eschilo è anche la riflessione sul rapporto tra la necessità (ciò che deve accadere e non può non accadere) e la decisione libera e autonoma dell’uomo, vista come l’assunzione di una responsabilità individuale. Da una parte vi è infatti la «necessità» ( ανάγκη), a cui anche gli dei devono piegarsi, dall’altra c'è la volontà dell’uomo il quale, pur non potendo sottrarsi agli eventi riservati a lui dal destino, sceglie sempre consapevolmente di affrontarli. Questo dualismo tra necessità e/o volere divino da un lato e volontà umana dall’altro è ad esempio evidente nel personaggio di Clitemestra dell’Agamennone, che uccide il marito Agamennone sia per una volontaria sete di vendetta sia, come la donna stessa riconosce alla fine della tragedia, perché questo è l’inevitabile compiersi del funesto destino riservato alla casa degli Atridi; ugualmente il giovane Eteocle dei Sette contro Tebe, schierandosi presso la settima porta per combattere contro il fratello Polinice, compie un gesto volontario ma, al tempo stesso, porta avanti fatalmente la maledizione conseguente alle azioni del padre Edipo. Semplificando: all’uomo, sia pure entro limiti circoscritti, è riservato l’esercizio del libero arbitrio attraverso la possibilità della scelta, ma le sue azioni sono sempre determinate dalla necessità (il destino, la volontà degli dèi, la presenza di una colpa originaria che grava sulla famiglia, età.).