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1306 sono gli anni del De vulgari eloquentia e dell’ Inferno. Con l’elezione di Arrigo VII al trono imperiale nel 1308 si creò in Dante la speranza nell'instaurazione di un nuovo ordine universale, nel trionfo della giustizia e della pace con la fine delle lotte di fazione in Italia, con la liberazione di Firenze dal governo dei neri. In questo clima Dante scrisse varie epistole ai principi italiani esortandoli ad assoggettarsi all’imperatore, e quella del 1311, violenta contro i fiorentini che rifiutavano di obbedire all’imperatore. In tutta Italia i Guelfi si opponevano ai progetti di Arrigo VII. Dante si accostò così ai Ghibellini, ma le sue speranze crollarono con la morte dell’imperatore nel 1313. Dal 1312 al 1318 Dante stette a Verona, dove si occupò della stesura del Paradiso e della Monarchia. Dopo la sconfitta subita a Montecatini Firenze confermo i vecchi provvedimenti contro gli esuli non tornati in patria e Nel 1315 venne ribadita la sua condanna a morte e anche quella dei suoi figli. Nel 1318 trovò a Ravenna un gruppo vivace di studiosi ed ebbe dei veri e propri allievi. Dante morì di febbre il 14 settembre 1321. Venne tumulato a Ravenna nella chiesa di San Francesco.
e umile, opposto a quello alto della tragedia, da finale triste e dall'alto livello formale. Nell'epistola a Cangrande, l'unità dello stile è fondata sul fatto che la lingua usata nel poema è il volgare della comunicazione quotidiana. La commedia definisce una nuova idea della letteratura. La sua struttura di fondo è quella del genere del viaggio visione. Si usa chiamare questi poemi didattico allegorici; il primo aggettivo allude al loro insegnamento dottrinale, e secondo al fatto che esso viene presentato non direttamente, ma attraverso una rappresentazione fantastica che apparentemente significa un'altra cosa, anche se poi nell'intimo allude a quel contenuto di verità. Ad esempio nel primo canto dell'inferno Dante rappresenta l'assalto portato gli da la lupa che lo spinge verso le tenebre. Ma non si tratta di un animale e di un assalto reali, bensì di una vicenda interiore: la lupa impersona il peccato della cupidigia, ossia della brama di ricchezza e dominio, nel suo carattere di desiderio sempre in saziato e insaziabile, che spinge l'uomo in direzione opposta a quella della luce di Dio: cioè verso l’inferno. L'allegoria ebbe singolare sviluppo nel medioevo, quando la poesia fu chiamata a esprimere sensibilmente contenuti di dottrina di per sé fuori dall'esperienza terrena dell’uomo. L'opera si scopre nel disegno dell'autore concepita come non opera letteraria fine a se stessa, ma costruzione complessa mirata inviare un messaggio salvifica, di orientamento e di riscatto, all'umanità smarrita e travolta dalle turbolenze del mondo: il mondo del tempo di Dante. Scopo di Dante e ridare all'uomo la consapevolezza di sé, animali e fornito di ragione, raccomandando che questa sia a lui finita nella vita. Nel poema Dante compie anche un ardito tentativo, mai usato prima di lui nella letteratura universale, di indagare e rappresentare i misteri imperscrutabili dell'infinito del divino. Datazione La Divina Commedia è l'opera della piena maturità di Dante che ha impegnato il poeta in modo pressoché esclusivo negli ultimi 15 e vent'anni della sua vita: ultimata proprio alla vigilia della morte, nella notte fra il 13 e il 14 settembre 1321. In realtà poco o nulla sappiamo circa i tempi e i modi della composizione dell’opera. Si ritiene che aveva un'idea che intendeva dedicare a Beatrice l’opera concepita nel 1292 o 93, quando, chiudendo la vita nuova, scriveva che avrebbe parlato di Beatrice. È possibile cogliere negli anni successivi indizi di un impegno mirato alla preparazione della commedia. Negli anni dell'ultimo decennio del secolo, Dante si impegna in politica, dove guadagna prestigio fino a ricoprire la massima magistratura (collegiale) della Repubblica Fiorentina, il priorato; si concentra negli studi, soprattutto di filosofia e si dedica alla progettazione e all'avvio di opere importanti, quali il de vulgari eloquentia e il convivio, attività che si interrompe bruscamente, sotto l'urgenza di un impegno che potrebbe essere la commedia. In base ai dati disponibili è stato così delineato un diagramma cronologico che suppone l'inizio della composizione del poema intorno agli anni 1305 1306. La pubblicazione delle prime due cantiche sarebbe avvenuta intorno al 1313 1314; mentre il paradiso è stato divulgato postumo dei figli. La prima importante citazione dell'inferno e ascrivibile alla fine del 1313 o inizi del 1314, in una grossa autografa di Francesco da Barberino, alla quale ne sono seguite altre, estese al purgatorio. La divulgazione della prima parte dell'opera (inferno il Purgatorio) intorno agli anni 1313 1314, mostra come il poeta abbia percepito il compimento delle prime due cantiche quali è un primo significativo traguardo, meritevole di divulgazione autonoma, mentre il paradiso è stato sentito come un altro e maggiore impegno. La Divina Commedia: titolo e stesura Il titolo originale è semplicemente Commedia riferito soprattutto al carattere composito dell'opera che mischia livelli stilistici diversi sovrappone immagini basse e sublimi. L'aggettivo Divina fu usato per la prima volta da Boccaccio nella sua biografia dantesca ma venne integrata tutti gli effetti nel titolo solo a partire dal 500. Commedia sembra designare un universo che presenta caratteri più diversi della natura umana, mentre il linguaggio deve adeguarsi volta per volta alla varietà degli aspetti che intende rappresentare, piegandosi all'esigenza della rappresentazione. La struttura del poema si basa su rapporti numerici, che prendono le mosse del numero 3: Dante usa la terzina o terza rima, costruita su sistemi di tre strofe di tre endecasillabi che costituiscono una rima incatenata. Un insieme continuato di terzine forma un canto, raccolti in tre cantiche di 33 canti ciascuna, salvo l’Inferno che ne ha 34 perché contiene il prologo iniziale. Il numero totale dei canti è 100, numero perfetto.
Interpretazione- il viaggio di Dante La favola del poema è allegorica e comprende: il viaggio nell'oltretomba verso la piena coscienza di sé e la liberazione morale; l'oltretomba come modello e struttura portante dell'itinerario mano nel mondo; la redenzione del poeta, dell'uomo Dante, che si scopre inscindibile da quella di tutti. L’oltre tomba raffigura la vita terrena dell’uomo. L'allegoria è il costante richiamo alla presenza del giudizio divino, cioè di una superiore giustizia, che giudica ogni atto, ogni vicenda attraverso i quali l'uomo si costruisce, qui in terra e per sempre. Il viaggio di Dante incomincia in un bendi finito momento della storia: nel venerdì Santo del 1300, l'anno in cui Bonifacio ottavo, un papà assai criticato da Dante sul piano politico, aveva indetto un grande giubileo, ossia un rituale di purificazione dell’umanità. Ma la via della salvezza, nell'attuale corruzione del mondo, e divenuta ardua, richiede un intervento straordinario della grazia. Nel giorno della morte di Cristo e cioè della redenzione, il venerdì Santo, Dante si trova smarrito nella selva del peccato; intravede e cerca di imboccare la via di un colle, Manet impedito da tre fiere (la lonza, il leone e la lupa), che rappresentano tre disposizioni peccaminose (superbia, incontinenza, cupidigia, violenza fraudolenta) che lo respingono giù, verso la tenebra. Mentre sta per abbandonarsi alla disperazione, lo soccorre Virgilio, il grande poeta latino confinato nel limbo, inviato da Beatrice e gli rivela che, per la salvezza sua e di tutti, dovrà percorrere i tre regni dell'oltretomba, guidato da lui nell'inferno e nel Purgatorio, fino al paradiso terrestre, e quindi da Beatrice. Virgilio rappresenta la ragione umana, Beatrice la fede o la grazia illuminante o la rivelazione che perfezione completa la ragione naturale dell'uomo, la quale per meritarla, deve giungere prima il proprio pieno sviluppo. La salvazione verrà dalla consapevolezza, che diverrà incentivo di vita morale rinnovata: l'uomo deve riconoscersi figlio di Dio e riconoscere in sé l'immagine offuscata dal peccato. Ancora una volta, allegoria e verità esistenziali coincidono, nel senso che è un destino individuale si presenta inscindibilmente connesso a quello di tutti, la purificazione di Dante a quella degli uomini del suo tempo. Nel secondo canto dell'inferno, il poeta presenta il suo viaggio straordinario come terzo, dopo quello di Enea agli inferì, E quello di San Paolo al terzo cielo. Il primo serviva la fondazione dell'impero romano, il secondo a fondare la fede cristiana, o meglio la chiesa. Dante dovrà ora servire a far ritrovare alle due guide di cadute (chiesa e impero) coscienza di sé, delle loro funzioni. Sistema filosofico, cosmico e teologico La concezione dantesca dell’universo e la suddivisione dei peccati si basa sulla filosofia aristotelica. Dal punto di vista della morale, è determinante l’insegnamento dei classici latini come Cicerone, mentre le cognizioni geografiche e astronomiche sono attinte dalle Dio e pure sapienza pura volontà che contiene in sé tutto l’universo. L'idea che i rapporti dell'universo siano ordinati per via gerarchica riflette la concezione della società umana propria della civiltà feudale comunale. Benché la volontà interna del creatore conosca da sempre il destino di ognuno, all'uomo viene lasciato la responsabilità delle proprie azioni (libero arbitrio). Quando il mondo è la storia avranno fine le anime recupereranno i loro corpi risorti e vivranno in eterno nella beatitudine nella donazione. Giudizio sul mondo storico e politico Dante si attribuisce il compito di presentare al lettore gli effetti del giudizio di Dio e di valutare le esistenze degli uomini del passato e del presente in rapporto al bene e al male. Costretto all’esilio, Dante nella Commedia giunge a una sorta di riscatto simbolico delle ingiustizie subite appellandosi alla volontà divina. Nel mondo antico egli riconosce l’affermazione di supremi valori civili, di un modello di giustizia umana e razionale. A quella giustizia mancava il sostegno della grazia divina, così il poeta guarda coloro che sono destinati a rimanere lontani dalla beatitudine e dalla visione di Dio. Virgilio è appunto uno di questi.
lo sviluppo successivo della lingua italiana sarà determinato sia nella sintassi che nel lessico, dalle geniali soluzioni dantesche. La consueta definizione che indica a Dante come il padre della lingua italiana merita quindi di essere presa alla lettera. I tre regni d’oltretomba Inferno, Purgatorio, paradiso, hanno una precisa struttura geografica e topografica. Sono abitati o percorsi da anime, ma hanno una fisicità che pena l'annullamento della persona umana, della sua concretezza e verità. Questo simulacro di corpo e li sottopone alla pena infernale e purgatoriale o alla gioia paradisiaca. L'inferno è una voragine che si apre in un punto interminato dell'emisfero boreale, unica parte del globo abitata, secondo la cultura del tempo, e giunge al centro esatto della terra, dove sta, conficcato nel ghiaccio, Lucifero, un mostro gigantesco con tre teste e sei ali. Ognuna delle sue bocche lacera un peccatore: bruto e Cassio, traditori di Cesare, e quindi dell'impero, e Giuda, traditore di Cristo. La voragine si aprì quando Lucifero cade dal cielo: la terra che si ritrasse al suo appressarsi formò, nell'emisfero australe, la montagna del Purgatorio, che sta agli antipodi di Gerusalemme. La voragine infernale a forma di imbuto, suddiviso in nove cerchi, digradanti in basso, ognuno dei quali accoglie un tipo di peccatori. Vi è dapprima una sorta di vestibolo, la riva dell'Acheronte, dove si radunano i dannati per essere condotti dalla barca del demonio Caronte al luogo del giudizio, poi nove cerchi. Il primo, il limbo, comprende coloro che non conobbero Cristo, coloro che non hanno ricevuto il battesimo. Dopo il Limbo si trovano gli incontinenti (amore per beni terreni): lussuriosi nel secondo, il terzo i golosi, il quarto gli avari e prodighi, il quinto gli iracondi e accidiosi. Vi sono i rimanenti cerchi infernali, prima quello degli eretici, poi quello dei violenti, e infine i due cerchi dei frodolenti: quello, detto anche Malebolge, della frode contro chi non si fida (lusingatori, ladri, falsari, eccetera), e quello della frode contro chi si fida. Le pene si basano sulla legge del contrappasso, cioè su una corrispondenza o una posizione fra il carattere della pena e quello del peccato. Spesso che si commuove per le pene quei peccatori soggiacciono, per come essi hanno agito, per il loro richiamarsi alla politica contemporanea e al destino stesso del poeta. Me la suddivisione dei peccati Dante segue fonti della sapienza classica (Aristotele) e cristiana. Giunti al fondo dell'inferno, Dante e Virgilio, discendono e poi risalendo lungo il corpo di Lucifero, pervengono la montagna del Purgatorio, situata nell'emisfero australe, occupato per la parte restante, dalle acque. È il giorno di Pasqua, cioè della resurrezione e Dante si trova agli antipodi di Gerusalemme. Ritorna la vita, dopo il regno della tenebra, ritornano il sole, le stelle, l'avvicendarsi del giorno e della notte. La montagna è suddivisa in sette gradini o corone circolari, luogo di espiazione dei peccatori, secondo i sette vizi capitali: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria. Anche qui c'è un vestibolo o antipurgatorio, Dove albergano in una lunga attesa di entrare coloro che furono lenti nel convertire addio la loro vita. Un angelo contro le passaggio da un giro nell'altro angelo rappresenta la virtù opposta peccato punito in giro nel precedente e ne cancella il segno. Anche nel Purgatorio vige la legge del contrappasso è ma le pene sono sopportate con serenità. Nella scansione dei vari elementi rituali che caratterizzano il Purgatorio ha un peso determinante il tempo: i gesti delle anime sono guidati dall'attesa della visione di Dio né tradiscono l’impazienza. Poi all'ingresso del Purgatorio vero e proprio, un angelo incide sette P (una per ogni peccato o vizio capitale) sulla fronte delle anime purganti, che poi spiano nelle successive cornici tutte le loro colpe, compiendo una liturgia di pena del tutto volontaria. Quando avranno ritrovato la totale purezza, si muoveranno verso l'alto, senza attendere ordini: il primo luogo d'arrivo sarà il paradiso terrestre. Dante compie anche lì, con le anime, non cammino di pena e di espiazione e con una di esse, finalmente libera, il poeta latino Stazio, giunge al paradiso terrestre, custodito da Matelda, simbolo della condizione primitiva dell'anima umana. Qui ritrova Beatrice, scesa incontro a lui dal cielo, mentre Virgilio lo lascia, per tornare mestamente nel limbo, dopo aver proclamato la liberazione dell'intelletto e della volontà. Davanti a Beatrice Dante si confessa; della colpa di non aver saputo custodire in sé l'immagine di lei. Nel frattempo sfila davanti al suo sguardo tutto il seguito di rappresentazioni allegoriche che manifesta nel passato, il presente il futuro del mondo, e cioè tutta la storia, incentrata sulla vicenda del rapporto fra chiesa impero. Dante ascendere per i nove cieli, spessori sferici che circondano la terra e fanno piovere su di lei degli influssi che garantiscono la conservazione e lo sviluppo della vita. Il loro movimento è regolato dal intelligenze
motrici, ossia dalle gerarchie angeliche. Oltre alla vita della natura, i cieli regolano la vita fisica dell'uomo, fin dal suo concepimento, e gli conferiscono l'anima creata direttamente da Dio. Nel cielo della luna si presentano le anime che non portarono a compimento i loro voti perché vittime dell'altro di violenza, in quello di mercurio quelle che operano avendo di mira l'onore la fama prima dell'amore per Dio, in quello di Venere le anime che, prima di volgersi all'amore divino, si lasciarono vincere da quello terreno. Dopo il cielo del sole, dove si presentano gli spiriti chiamarono la sapienza, gli altri 3 kg appaiono come una ripresa e uno sviluppo più alto dei primi. Nel cielo di Marte si presentano i martiri della fede; nel cielo di Giove si presentano coloro che operarono per la giustizia nel mondo; in quello di Saturno gli asceti che si dedicarono al puro amore divino. Nel cielo delle stelle fisse assiste al trionfo di Cristo e Maria; nel nono cielo ha una prima visione del rapporto tra Dio e gli angeli. Giunto finalmente all'empireo, vede tutti i beati in forma umana, seduti in un grande anfiteatro. Qui a Beatrice subentra una nuova guida, San Bernardo, che dopo una preghiera per ottenere l'intercessione della Madonna, indirizza Dante alla contemplazione di più alti misteri: quello della creazione o dell'unità del mondo in Dio, essere supremo, quello della trinità, quello dell’incarnazione. Esiste il contrappasso per ANALOGIA: La pena è analoga al tipo di peccato commesso (ex. I lussuriosi sono coloro che hanno sottomesso la ragione e sono stati travolti dalla passione. Perciò sono condannati ad essere trascinati da una violenta bufera che non si arresta mai) E anche il contrappasso per CONTRASTO: La pena ha un valore opposto al peccato commesso (ex. Gli ignari sono coloro che in vita non si sono mai assunti una responsabilità. Sono condannati a inseguire in maniera frenetica un’insegna vuota.) Dante e noi Gli storici della lingua, notano, a partire dalla grande impresa di Dante, nella lingua italiana una maggiore stabilità fonetica, morfologica e sintattica che non trova riscontro nelle altre lingue europee. La Commedia mantiene ancora oggi un livello di comprensibilità molto alto. Ma dal punto di vista delle ideologie, o della letteratura, si può avere l’impressione che la poesia di Dante sia ormai estremamente lontana da noi. Alcuni critici ne hanno evidenziato la distanza dal nostro mondo, sostenendo che una vera comprensione sia possibile solo conscendo il quadro storico medievale. Dante ha una concezione gerarchica della società e dell’universo, che è frutto dei valori di base della civiltà comunale. Nella rete infinita di significati polivalenti, nel poema è sempre in primo piano la figura umana e intellettuale dell’autore, con la sua ricerca di verità e giustizia. L’opera sembra mantenere qualcosa di segreto che sfugge al nostro sguardo. Ma chi avrà la pazienza di superare le difficoltà del testo, potrà riscoprire questa poesia, e la sua capacità di esprimere attraverso i suoi modi di rappresentazione un giudizio onnicomprensivo del mondo. Per quanto la Commedia possa apparirci distante si tornerà a leggerla fin quando la parola umana sarà ancora capace di esprimerla speranza in un mondo diverso e più giusto. INFERNO CANTO V Ingresso nel II Cerchio. Incontro con Minosse. La pena dei lussuriosi; i morti violentemente per amore. Incontro con Paolo e Francesca. È la sera di venerdì 8 aprile (o 25 marzo) del 1300. Il Canto V è il primo dell' Inferno che ci mostra la pena di una categoria di dannati e Francesca è il primo peccatore a dialogare con Dante: troviamo anche una figura demoniaca, Minosse, che qui rappresenta il giudice dei dannati ed è ridotto a una bizzarra parodia della giustizia divina, essendo descritto come un essere mostruoso e animalesco, con una lunga coda che avvolge intorno a sé per indicare ai dannati il luogo infernale cui sono destinati. Non appena vede che Dante è vivo, lo apostrofa con durezza e lo ammonisce a non fidarsi di Virgilio, poiché uscire dall'Inferno non è così facile come entrare. Virgilio lo zittisce ricordandogli che il viaggio di Dante è voluto da Dio. Non sappiamo da dove Dante abbia tratto questa curiosa trasformazione, di cui non c'è traccia nei testi classici cui può essersi ispirato, ma è certo che Minosse qui si limita ad essere esecutore della volontà divina, è probabilmente anche il custode del II Cerchio, anche se nulla autorizza a collegarlo al peccato di lussuria in quanto nel mito classico egli era descritto piuttosto come re
divinità infera demonizzata dal pensiero cristiano. tuttavia è neutralizzato da Virgilio che gli getta nelle tre gole una manciata di terra. Il mostro sembra placarsi, proprio come un cane affamato quando qualcuno gli getta un boccone. Dante e Virgilio proseguono e passano letteralmente sopra le anime, che essendo immateriali non oppongono ostacolo. Tutte giacciono al suolo, ma una di esse si leva improvvisamente a sedere e si rivolge a Dante, chiedendogli se lo riconosce, dal momento che il poeta è nato prima che lui morisse. Dante risponde che il suo aspetto è talmente stravolto da renderlo irriconoscibile, quindi gli domanda il suo nome, affermando che la pena sua e degli altri golosi è certo la più spiacevole dell'Inferno, se non forse la più grave. Il dannato risponde dichiarando anzittutto di essere stato cittadino di Firenze, la città che è piena di invidia. Il suo nome è Ciacco ed è condannato fra i golosi, che affollano in gran numero il Cerchio. Detto ciò, rimane in silenzio. A questo punto Dante ribatte dicendosi pronto a piangere per l'angoscia provocata dalla pena di Ciacco e gli pone tre domande riguardanti la loro comune patria, Firenze: Dante vuol sapere quale sarà l'esito delle lotte politiche, se vi sono cittadini giusti, quali sono le ragioni delle discordie intestine, profittando del fatto che i dannati possono antivedere il futuro sia pure con le limitazioni che verranno precisate in seguito da Farinata. Ciacco risponde alla prima domanda con una oscura profezia, dicendo che dopo una lunga contesa i due partiti (Guelfi Bianchi e Neri) verranno allo scontro fisico e i Bianchi cacceranno i Neri con grave danno. Prima che passino tre anni, però, i Neri avranno il sopravvento grazie all'aiuto di un personaggio che si tiene in bilico tra i due partiti (Bonifacio VIII). I Neri conserveranno il potere per lungo tempo, infliggendo gravi pene alla parte avversa (condanne ed esili). La risposta alla seconda domanda è che i giusti a Firenze sono solo in due, ma nessuno li ascolta. Alla terza domanda Ciacco risponde che superbia, invidia ed avarizia sono le tre scintille che hanno acceso le lotte politiche. Col discorso di Ciacco, Dante intende stigmatizzare le divisioni interne di Firenze, che tante ingiustizie e dolori causeranno e che saranno frutto della avidità di denaro. Dopo che Ciacco ha cessato di parlare lamentosamente, Dante gli domanda ancora se sa quale sia il destino ultraterreno di alcuni celebri fiorentini. Dante ha gran desiderio di sapere se essi sono all'Inferno o in Paradiso e Ciacco risponde prontamente che essi sono tra le anime peggiori e si trovano tutti nel più profondo dell'Inferno, dove Dante stesso potrà vederli se scenderà fin laggiù. Ciacco conclude il suo discorso pregando Dante di ricordarlo ai vivi una volta tornato sulla Terra, quindi non aggiunge un'altra parola. Il dannato strabuzza gli occhi, guarda per qualche istante il poeta e poi china la testa, ricadendo nel fango insieme agli altri golosi. Virgilio prende la parola per spiegare a Dante che Ciacco non si solleverà più fino al giorno del Giudizio Universale, quando udirà il suono della tromba angelica. Allora tutti i trapassati si rivestiranno del corpo mortale, ascoltando la sentenza finale che fisserà in eterno il loro destino ultraterreno. Mentre i due poeti attraversano la fanghiglia tra le anime, Dante chiede a Virgilio se i tormenti dei dannati aumenteranno dopo il Giudizio, oppure saranno attenuati o resteranno uguali. Virgilio risponde a Dante invitandolo a pensare alla Fisica di Aristotele, in base alla quale quanto più una cosa è perfetta, tanto più è in grado di percepire il dolore e il piacere. I dannati non saranno mai perfetti, tuttavia è logico supporre che dopo la sentenza finale raggiungeranno la pienezza del proprio essere (essendosi riappropriati del loro corpo), quindi implicitamente afferma che le loro pene aumenteranno. I due poeti aggirano a tondo il Cerchio, parlando di altri argomenti che Dante non riferisce. Quando giungono al punto in cui si scende dal III al IV Cerchio, trovano il gran nemico Pluto. CANTO X Ancora nella città di Dite, pena degli eresiarchi. Incontro con Farinata Degli Uberti, discorso politico su Firenze. Apparizione di Cavalcante dei Cavalcanti. Profezia di Farinata sull'esilio di Dante. Virgilio conforta Dante promettendogli le spiegazioni di Beatrice. I due poeti arrivano in prossimità del VII Cerchio. È la notte di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300. Virgilio guida Dante fra le tombe della città di Dite, dall’aspetto islamico (moschee, mura immerse nel fuoco), costeggiando il lato interno delle mura. Dante è incuriosito e chiede al maestro se sia
possibile vedere le anime che giacciono nei sepolcri, dal momento che i coperchi sono sollevati e non ci sono demoni a custodire le arche. Virgilio risponde che le tombe saranno chiuse in eterno il giorno del Giudizio Universale, quando le anime risorte si saranno riappropriate del corpo. Spiega inoltre che in questa sorta di cimitero giacciono tutti i seguaci di Epicuro(capo dottrina ellenistica) che hanno proclamato la mortalità dell'anima, e promette a Dante che sarà presto soddisfatto il desiderio che gli ha espresso, ovvero di sapere se lì c'è l'anima di Farinata Degli Uberti. D'improvviso una voce proveniente da una delle tombe apostrofa Dante, identificandolo come toscano e pregandolo di trattenersi poiché il suo accento lo indica come originario della sua stessa città. Dante ne ha timore e si stringe a Virgilio, il quale però lo invita a voltarsi e a guardare Farinata, che si è sollevato in una delle tombe. Dante obbedisce e vede il dannato che si erge con la fronte e il petto alti, come se disprezzasse tutto l'Inferno, quindi Virgilio lo spinge verso di lui e gli raccomanda di parlare dignitosamente. Non appena Dante giunge ai piedi del sepolcro di Farinata, questi gli domanda chi fossero i suoi antenati. Il poeta rivela la sua discendenza e Farinata osserva che gli avi di Dante furono aspri nemici di lui, dei suoi antenati e della sua parte politica (i Ghibellini), tanto che li cacciò per due volte da Firenze. Dante ribatte prontamente che, se essi furono cacciati, seppero rientrare in città entrambe le volte, mentre non si può dire lo stesso degli avi di Farinata. D'improvviso accanto a Farinata emerge un altro dannato, che si sporge fino al mento come se fosse inginocchiato. Lo spirito si guarda intorno con ansia, cercando qualcuno accanto a Dante che però non vede. Alla fine, piangendo, chiede a Dante dove sia suo figlio e perché non accompagni il poeta in questo viaggio, se Dante è lì per l'altezza del suo ingegno. Dante comprende subito che si tratta di Cavalcante dei Cavalcanti, padre del suo amico Guido, e risponde che in realtà lui è lì non solo per i suoi meriti e indica Virgilio come colui destinato a guidarlo a qualcuno che, forse, il figlio di Cavalcante ebbe a disdegno. Cavalcante si alza allarmato e chiede a Dante se davvero suo figlio Guido sia morto: poiché il poeta tarda a rispondere, il dannato precipita nuovamente nella tomba per non tornare più fuori. Farinata, per nulla scomposto dall'accaduto, prosegue il suo discorso con Dante riprendendo esattamente da dove l'avevano interrotto e dice che se i suoi avi non seppero rientrare in Firenze dopo la cacciata, ciò gli provoca più dolore delle pene infernali. Tuttavia non passeranno più di quattro anni fino al momento in cui anche Dante saprà quanto pesa non poter tornare nella propria città. Il dannato chiede poi per quale motivo il Comune di Firenze è così duro in ogni sua legge contro la sua famiglia e Dante risponde che ciò è per il ricordo della battaglia di Montaperti, che arrossò di sangue il fiume Arbia. Farinata osserva sconsolato che a quella battaglia non partecipò lui solo, mentre fu l'unico a opporsi alla distruzione di Firenze in seguito alla vittoria dei Ghibellini. Dante chiede a Farinata di risolvergli un dubbio, relativo alla facoltà che gli sembra abbiano i dannati di prevedere il futuro e che ha causato la sua precedente esitazione nel rispondere a Cavalcante. Farinata spiega che i dannati vedono, sì, il futuro, ma in modo imperfetto, riuscendo a scorgere gli eventi solo quando sono molto lontani; quando si avvicinano nel tempo o stanno avvenendo diventano loro invisibili e non sono in grado di saperne nulla, a meno che altri non portino loro delle notizie. Perciò alla fine dei tempi, dopo il Giudizio Universale, la loro conoscenza del futuro sarà del tutto annullata. Dante comprende l'errore commesso e prega Farinata di informare Cavalcante che suo figlio Guido è in realtà ancora nel mondo dei vivi. Virgilio richiama Dante, che perciò si affretta a domandare al dannato con chi condivida la sua pena nella tomba. Farinata risponde di giacere lì con più di mille anime, tra cui quelle di Federico II di Svevia e del cardinale Ottaviano degli Ubaldini, mentre tace degli altri. A quel punto Farinata rientra nel sepolcro e Dante segue Virgilio, ripensando tristemente alla profezia dell’esilio. Dopo un po' Virgilio chiede a Dante la ragione del suo smarrimento e il discepolo svela le sue preoccupazioni. Virgilio ammonisce Dante a rammentare quello che ha udito contro di sé e gli promette che quando sarà giunto in Paradiso, di fronte a Beatrice, lei gli fornirà ogni spiegazione relativa alla sua vita futura. Poi il poeta latino si volge a sinistra e lascia le mura per imboccare un sentiero che conduce alla parte esterna del Cerchio, da dove si leva un puzzo estremamente spiacevole. Il protagonista assoluto del Canto è Farinata Degli Uberti, il capo di parte ghibellina vissuto a Firenze nel primo Duecento e appartenente a una delle famiglie più nobili e potenti della città. Il colloquio con Farinata avrà argomento prevalentemente politico, relativo alle divisioni interne di Firenze che era patria di entrambi (del resto il dannato riconosce Dante come suo concittadino dalla loquela e lo invita a dialogare con lui per via del suo parlare onesto , cioè dignitoso). Farinata campeggia sulla scena come un gigante, mostrando un fiero disprezzo per tutto l'Inferno, anche se, come spesso accade per i dannati, egli nell'episodio mostra di non comprendere affatto le ragioni della sua perdizione e appare tenacemente legato alle questioni di parte politica, che non
Cassio che tradirono Cesare, anche se i peccatori della Giudecca potrebbero essere i traditori delle due più importanti istituzioni, Chiesa e Impero. Ovviamente è la pena più grave è quella di Giuda, posto al centro e graffiato sulla schiena dal mostro, con le gambe di fuori al contrario degli altri due che hanno il capo di sotto (non è escluso un significato simbolico, anche se forse è solo una simmetria compositiva). Questi sono i soli dannati della Giudecca esplicitamente nominati da Dante, per quanto la loro pena sia diversa dagli altri traditori; la prima parte del Canto si chiude proprio con la descrizione del loro tormento, benché Lucifero sia presente anche nella seconda dedicata al ritorno dei due poeti all'aria aperta.il Canto e la Cantica si chiudono con la visione delle stelle che si intravedono attraverso un buco tondo nella roccia che segna la fine del cammino, usciti dal quale Dante e Virgilio saranno sulla spiaggia del Purgatorio, proprio al sorgere del sole la mattina della domenica di Pasqua (che segna evidentemente la vittoria sul peccato: e il dato più evidente sarà quello visivo, dell'aria serena e del cielo terso che si offrono nuovamente alla vista del poeta, il cui cuore era stato contristato dalla drammatica esperienza della discesa attraverso il primo regno). il Canto e la Cantica si chiudono con la visione delle stelle che si intravedono attraverso un buco tondo nella roccia che segna la fine del cammino, usciti dal quale Dante e Virgilio saranno sulla spiaggia del Purgatorio, proprio al sorgere del sole la mattina della domenica di Pasqua (che segna evidentemente la vittoria sul peccato: e il dato più evidente sarà quello visivo, dell'aria serena e del cielo terso che si offrono nuovamente alla vista del poeta, il cui cuore era stato contristato dalla drammatica esperienza della discesa attraverso il primo regno). Dante invita il lettore a non chiedergli di spiegare come rimase raggelato e ammutolito di terrore alla vista di Lucifero, perché ogni parola sarebbe inadeguata: il poeta non morì e non rimase vivo, restando in una specie di stato sospeso. L'imperatore dell'Inferno esce dal ghiaccio di Cocito dalla cintola in su e c'è maggior proporzione tra Dante e un gigante che non tra un gigante e le braccia del mostro, per cui il lettore può capire quanto smisurato sia quell'essere. Se Lucifero fu tanto bello quanto adesso è brutto, osserva Dante, e nonostante ciò osò ribellarsi al suo Creatore, allora è giusto che da lui derivi ogni male. Il poeta si meraviglia nel vedere che Lucifero ha tre facce in una sola testa: quella al centro è rossa e le altre due si aggiungono a questa a metà di ogni spalla, unendosi nella parte posteriore del capo. La destra è di colore giallastro, la sinistra ha il colore scuro degli abitanti dell'Etiopia. Sotto ogni faccia escono due enormi ali, proporzionate alle dimensioni del mostro e più grandi delle vele di qualunque nave: non sono piumate ma sembrano di pipistrello, e Lucifero le sbatte producendo tre venti gelidi che fanno congelare il lago di Cocito. Il mostro piange con sei occhi e le sue lacrime gocciolano lungo i suoi tre menti, mescolandosi a una bava sanguinolenta. Lucifero maciulla in ognuna delle sue tre bocche un peccatore, provocando loro enorme sofferenza. Il dannato al centro non viene solo dilaniato dai denti del mostro, ma la sua schiena è graffiata dagli artigli e ne viene totalmente spellata. Virgilio spiega che il peccatore al centro è Giuda Iscariota, che ha la testa dentro la bocca e fa pendere le gambe di fuori; degli altri due, che hanno invece il capo rivolto verso il basso, quello che pende dalla faccia nera è Bruto, che si contorce e non dice nulla, mentre l'altro è Cassio, che sembra così robusto. A questo punto il maestro avverte Dante che è quasi notte e i due devono rimettersi in cammino, poiché ormai hanno visto tutto l’Inferno. Virgilio invita il discepolo ad abbracciarlo intorno al collo e il maestro, cogliendo il luogo e il momento opportuno, quando le ali del mostro sono abbastanza aperte, si aggrappa alle costole pelose di Lucifero. Virgilio scende lungo i fianchi del demone, tra questi e la crosta gelata di Cocito, fino al punto in cui la coscia si congiunge al bacino: il poeta latino, col fiato grosso, si gira e si aggrappa al pelo delle gambe, iniziando a salire verso l'alto e inducendo Dante a credere che stanno tornando all'Inferno. Virgilio avverte il discepolo di tenersi ben stretto a lui, poiché i due devono allontanarsi dal male dell'Inferno percorrendo quella strada, quindi esce attraverso la spaccatura di una roccia e pone Dante a sedere sull'orlo dell'apertura, raggiungendolo poi con un balzo. Dante alza lo sguardo e crede di vedere Lucifero come l'ha lasciato, invece lo vede capovolto e con le gambe in alto, restando perplesso come la gente grossolana che non capisce quale punto della Terra ha appena oltrepassato. Virgilio esorta Dante ad alzarsi subito, poiché devono ancora percorrere una via lunga e malagevole e sono già le sette e mezza del mattino; il percorso è in effetti difficoltoso, attraverso un budello nella roccia che ha il suolo impervio e poca luce. Dante prega il maestro di risolvere un dubbio, prima di mettersi in cammino: gli chiede dov'è il ghiaccio di Cocito, com'è possibile che Lucifero sia sottosopra rispetto alla posizione precedente, e infine come può essere già mattina essendo trascorso poco tempo. Virgilio risponde che Dante pensa di essere ancora nell'emisfero boreale, mentre quando i due hanno oltrepassato il centro della Terra, punto verso il quale tendono i pesi, sono passati
nell'emisfero australe, opposto all'altro dove visse e fu crocifisso Gesù. Dante poggia i piedi sull'altra faccia di una piccola sfera che costituisce la Giudecca: in quel punto è mattina quando nell'altro emisfero è sera, mentre Lucifero è sempre confitto nel ghiaccio come Dante l'ha visto. Virgilio spiega ancora che il demone precipitò giù dal cielo da questa parte e la terra si ritrasse per paura del contatto col mostro, raccogliendosi nell'emisfero boreale e formando il vuoto della voragine infernale, mentre in quello australe si formò la montagna del Purgatorio. Dante spiega al lettore che all'estremità della cavità rocciosa (la natural burella), c'è un luogo distante da Lucifero tanto quanto la sua estensione, che non si può vedere ma da cui si sente il suono di un ruscello che cade verso il basso, nella cavità che ha scavato nella roccia con poca pendenza. Dante e Virgilio si mettono in cammino lungo il budello, per tornare alla luce del sole, e proseguono senza riposare un attimo, col maestro che precede il discepolo facendogli da guida: alla fine Dante intravede gli astri del cielo attraverso un pertugio tondo nella crosta terrestre e quindi i due escono, rivedendo finalmente le stelle. PURGATORIO CANTO I Proemio della Cantica; Dante e Virgilio arrivano sulla spiaggia del Purgatorio. Dante vede le quattro stelle. Apparizione di Catone Uticense. Virgilio prega Catone di ammettere Dante al Purgatorio, poi cinge il discepolo col giunco. È la mattina di domenica 10 aprile (o 27 marzo) del 1300, all'alba. La nave dell'ingegno di Dante si appresta a lasciare il mare crudele dell'Inferno e a percorrere acque migliori, poiché il poeta sta per cantare del secondo regno dell'Oltretomba (il Purgatorio) in cui l'anima umana si purifica e diventa degna di salire al cielo. La poesia morta deve quindi risorgere e Dante invoca le Muse, in particolare Calliope, perché lo assistano con lo stesso canto con cui vinsero sulle figlie di Pierio trasformandole in gazze. L'aria, pura fino all'orizzonte, ha un bel colore di zaffiro orientale e restituisce a Dante la gioia di osservarlo, non appena lui e Virgilio sono usciti fuori dall'Inferno che ha rattristato lo sguardo e il cuore del poeta. La stella Venere illumina tutto l'oriente, offuscando con la sua luce la costellazione dei Pesci che la segue. Dante si volta alla sua destra osservando il cielo australe, e vede quattro stelle che nessuno ha mai visto eccetto i primi progenitori. Il cielo sembra gioire della loro luce e l'emisfero settentrionale dovrebbe dolersi dell'esserne privato. Non appena Dante distoglie lo sguardo dalle stelle, rivolgendosi al cielo boreale da cui è ormai tramontato il Carro dell'Orsa Maggiore, vede accanto a sé un vecchio (Catone) dall'aspetto molto autorevole. Ha la barba lunga e brizzolata, come i suoi capelli dei quali due lunghe trecce ricadono sul petto. La luce delle quattro stelle illumina il suo volto, tanto che Dante lo vede come se fosse di fronte al sole. Il vecchio si rivolge subito ai due poeti chiedendo chi essi siano, scambiandoli per due dannati che risalendo il corso del fiume sotterraneo sono fuggiti dall'Inferno. Chiede chi li abbia guidati fin lì, facendoli uscire dalle profondità della Terra, domandandosi se le leggi infernali siano prive di valore o se in Cielo sia stato deciso che i dannati possono accedere al Purgatorio. A questo punto Virgilio afferra Dante e lo induce a inchinarsi di fronte a Catone, abbassando lo sguardo in segno di deferenza. Quindi il poeta latino risponde di non essere venuto lì di sua iniziativa, ma di esserne stato incaricato da una beata (Beatrice) che gli aveva chiesto di soccorrere Dante e fargli da guida. In ogni caso, poiché Catone vuole maggiori spiegazioni, Virgilio sarà ben lieto di dargliele: dichiara che Dante non è ancora morto, anche se per i suoi peccati ha rischiato seriamente la dannazione; Virgilio fu inviato a lui per salvarlo e non c'era altro modo se non percorrere questa strada. Gli ha mostrato tutti i dannati e adesso intende mostrargli le anime dei penitenti che si purificano sotto il controllo di Catone. Sarebbe lungo spiegare tutte le vicissitudini passate all'Inferno: il viaggio dantesco è voluto da Dio e Catone dovrebbe gradire la sua venuta, dal momento che Dante cerca la libertà che è preziosa, come sa chi per essa rinuncia alla vita. Catone, che in nome di essa si suicidò a Utica pur essendo destinato al Paradiso, dovrebbe saperlo bene. Virgilio ribadisce che le leggi di Dio non sono state infrante, poiché Dante non è morto e lui proviene dal Limbo dove si trova la moglie di Catone, Marzia, che è ancora innamorata di lui. Virgilio prega Catone di lasciarli andare in nome dell'amore per la moglie, promettendo di parlare di lui alla donna una volta che sarà tornato nel Limbo. Il vecchio si rivolge subito ai due poeti chiedendo chi essi siano, scambiandoli per due dannati che risalendo il corso del fiume sotterraneo sono fuggiti dall'Inferno.
Dante spiega che quando finisce il gioco della zara, il perdente resta solo e impara a sue spese come comportarsi nella prossima partita, mentre tutti si affollano intorno al vincitore, attirando la sua attenzione; quello non si ferma, ma si difende dalla calca dando retta a tutti e porgendo la mano all'uno e all'altro. Lo stesso fa il poeta attorniato dalle anime dei morti per forza, rivolgendosi ora a questo ora a quello, e si allontana promettendo. Tra le anime c'è quella dell'Aretino che fu ucciso da Ghino di Tacco e Guccio de' Tarlati che morì annegato; ci sono Federico Novello e il pisano che fece sembrare forte il padre Marzucco; ci sono il conte Orso degli Alberti e l'anima di Pierre de la Brosse, che dice di essere stato ucciso per invidia e non per colpa, per cui Maria di Brabante dovrebbe pentirsi per evitare di finire tra i dannati. Non appena Dante riesce a liberarsi dalle anime che lo pressano, si rivolge a Virgilio e gli ricorda come in alcuni suoi versi egli nega alla preghiera il potere di piegare un decreto divino. Queste anime si augurano proprio questo, quindi Dante non sa se la loro speranza è vana, oppure se non ha capito bene ciò che Virgilio ha scritto. Il maestro risponde che i suoi versi sono chiari e la speranza di tali anime è ben riposta, a patto di giudicare con mente sana: infatti il giudizio divino non si piega solo perché l'ardore di carità della preghiera compie in un istante ciò che devono scontare queste anime. Nei versi dell'Eneide in cui Virgilio parlava di questo, inoltre, la colpa non veniva lavata dalla preghiera, poiché questa era disgiunta da Dio. Virgilio esorta Dante a non tenersi il dubbio e ad attendere più profonde spiegazioni da parte di Beatrice, che illuminerà la sua mente e lo aspetta sorridente sulla cima del monte. A questo punto Dante invita il maestro ad affrettare il passo, essendo molto meno stanco di prima e osservando che il monte proietta già la sua ombra (è pomeriggio). Virgilio dice che procederanno sino alla fine del giorno, quanto più potranno, ma le cose stanno diversamente da come lui pensa. Prima di arrivare in cima, infatti, Dante vedrà il sole tramontare e poi risorgere. Virgilio indica a Dante un'anima che se ne sta in disparte e guarda verso di loro, che potrà indicare la via più rapida per salire. Raggiungono quell'anima che, come si saprà, è lombarda, e sta con atteggiamento altero e muove gli occhi in modo assai dignitoso. Lo spirito non dice nulla e lascia che i due poeti si avvicinino, guardandoli come un leone in attesa. Virgilio si avvicina a lui e lo prega di indicargli il cammino migliore, ma quello non risponde alla domanda e gli chiede a sua volta chi essi siano e da dove vengano. Virgilio non fa in tempo a dire «Mantova...» che subito l'anima va ad abbracciarlo e si presenta come Sordello, originario della sua stessa terra. Dante a questo punto prorompe in una violenta invettiva contro l'Italia, definita sede del dolore e nave senza timoniere in una tempesta, non più signora delle province dell'Impero romano ma bordello: l'anima di Sordello è stata prontissima a salutare Virgilio solo perché ha saputo che è della sua stessa terra, mentre i cittadini italiani in vita si fanno guerra, anche quelli che abitano nello stesso Comune. L'Italia dovrebbe guardare bene entro i suoi confini e vedrebbe che non c'è parte di essa che gode la pace. A che è servito che Giustiniano ordinasse le leggi se poi non c'è nessuno a metterle in pratica? Gli Italiani dovrebbero permettere all'imperatore di governarli, invece di lasciare che il paese vada in rovina, affidato a gente incapace. Dante accusa l'imperatore Alberto I d'Asburgo di abbandonare l'Italia, diventata una bestia sfrenata, mentre dovrebbe essere lui a cavalcarla: si augura che il giudizio divino colpisca duramente lui e i discendenti, perché il successore ne abbia timore. Infatti Alberto e il padre (Rodolfo d'Asburgo) hanno lasciato che il giardino dell'Impero sia abbandonato: Alberto dovrebbe venire a vedere le lotte tra famiglie rivali, gli abusi subìti dai suoi feudatari, la rovina della contea di Santa Fiora. Dovrebbe vedere Roma che piange e si lamenta di essere abbandonata dal suo sovrano, la gente che si odia, e se non gli sta a cuore la sorte del paese dovrebbe almeno vergognarsi della sua reputazione. Dante si rivolge poi a Giove (Cristo), crocifisso in Terra per noi, e gli chiede se rivolge altrove lo sguardo oppure se prepara per l'Italia un destino migliore di cui non si sa ancora nulla. Le città d'Italia, infatti, sono piene di tiranni e ogni contadino che sostenga una parte politica viene esaltato come un Marcello. Dante osserva ironicamente che Firenze può essere lieta del fatto di non essere toccata da questa digressione, visto che i suoi cittadini contribuiscono alla sua pace. Molti sono giusti e tuttavia sono restii a emettere giudizi, mentre i fiorentini non hanno alcun timore e si riempiono la bocca di giustizia; molti rifiutano gli uffici pubblici, mentre i fiorentini sono fin troppo solleciti ad assumersi le cariche politiche. Firenze dev'essere lieta, perché è ricca, pacifica e assennata: Atene e Sparta, città ricordate per le prime leggi scritte, diedero un piccolo contributo al vivere civile rispetto a Firenze, che emette deliberazioni così sottili (cioè esili) che quelle di ottobre non arrivano a metà novembre. Quante volte la città, a memoria d'uomo, ha mutato le sue usanze! E se Firenze bada bene e ha ancora capacità di giudizio, ammetterà di essere simile a un'ammalata che non trova riposo nel letto e cerca di lenire le sue sofferenze rigirandosi di continuo.
La scelta di Sordello quale protagonista dei due Canti non è casuale, in quanto il trovatore lombardo aveva scritto un famoso Compianto in morte di Ser Blacatz in cui biasimava i principi suoi contemporanei per la loro codardia e li invitava a cibarsi del cuore del nobile defunto per acquistarne la virtù, per cui non sorprende che sia lui a passare in rassegna le anime confinate nella valletta e, in questo Canto, a consentire a Dante di lanciare la sua violenta invettiva all'Italia (del resto anche i suoi versi avevano il tono di una satira e di un'apostrofe ai potenti del sec. XIII). Anche l'inizio dell'episodio è in linea con la sua conclusione, in quanto la rassegna dei morti per forza che assillano Dante perché li ricordi ai congiunti ci porta nel vivo delle lotte politiche che dilaniavano i Comuni dell'Italia del tempo: tranne Pierre de la Brosse, vittima degli intrighi alla corte di re Filippo III, gli altri sono tutti italiani protagonisti delle lotte tra Guelfi e Ghibellini. La chiosa di Virgilio è importante perché sottolinea una volta di più il valore delle preghiere dei vivi per i penitenti, nel che si avverte la polemica di Dante contro la Chiesa corrotta che lucrava sui suffragi sfruttando il dolore dei congiunti per i loro defunti in Purgatorio; il maestro rimanda il discepolo alle più dettagliate spiegazioni di Beatrice, che in quanto allegoria della teologia arriverà là dove la ragione umana non può giungere (e basta che Dante senta il suo nome perché metta fretta alla sua guida, mentre Virgilio lo avvertirà del fatto che l'ascesa del monte durerà più di quanto pensa). Dante riconduce la causa principale di tali lotte all'assenza di un potere centrale, che nella sua visione universalistica doveva essere garantito dall'Impero: è l'imperatore che dovrebbe regnare a Roma e assicurare pace e giustizia agli Italiani, invece il paese è ridotto a una bestia selvaggia che nessuno cavalca né governa. L'ultima parte dell'invettiva si rivolge a Firenze, che come Dante afferma con amara ironia non è toccata da questa sua apostrofe, essendo i suoi cittadini impegnati ad assicurarle pace e prosperità. I fiorentini si riempiono la bocca della parola «giustizia», mentre Dante stesso è un esempio degli abusi compiuti dai Neri contro i loro nemici; essi sono fin troppo solleciti ad assumersi l'onere di cariche politiche, al fine di arricchirsi e di colpire i nemici. L'ultima immagine è molto efficace, in quanto riassume la triste condizione di tante città italiane piene... di tiranni , come è stato detto prima, e in cui anche i cittadini di più umile condizione diventano capi- fazione e sono pronti a commettere ogni sorta di abuso; è un tema già affrontato varie volte da Dante nel poema e che tornerà soprattutto nei Canti in cui si affronterà ancora la spinosa questione dell'autorità imperiale CANTO XXX Ancora nel Paradiso Terrestre. Apparizione di Beatrice e scomparsa di Virgilio. Aspro rimprovero di Beatrice a Dante. È la tarda mattinata di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300. Quando i sette candelabri che aprono la processione e che sono seguiti da tutti gli altri personaggi si arrestano, i ventiquattro vecchi che precedono il carro rivolgono lo sguardo verso di esso e uno di loro grida tre volte la frase Veni, sponsa, de Libano , imitato dagli altri. Cento angeli si alzano in volo sul carro come in risposta al grido, simili ai beati che il Giorno del Giudizio risorgeranno dalle loro tombe. Essi dicono Benedictus qui venis , gettando fiori sopra e tutt'intorno al carro. Beatrice tace e gli angeli cantano subito il Salmo XXX ( In te, Domine, speravi ), non andando oltre l'ottavo versetto. Dante trattiene le lacrime come la neve sull'Appennino che si ghiaccia al soffiare dei venti freddi, e poi inizia a liquefarsi quando arrivano i venti caldi: così quando gli angeli manifestano la loro compassione per lui e sembrano intercedere presso Beatrice, il gelo che gli si era stretto intorno al cuore si scioglie e il poeta si abbandona a un pianto dirotto, come prima per la scomparsa di Virgilio. Beatrice resta ferma sul fianco sinistro del carro e si rivolge agli angeli, dicendo che essi vedono nella mente di Dio tutto ciò che accade nel mondo e quindi le sue parole saranno rivolte piuttosto a Dante, affinché egli si penta delle sue colpe. Beatrice spiega che il poeta, non solo grazie a benefici influssi celesti ma anche per speciale grazia divina, nella sua gioventù mostrò di avere in potenza ogni virtù e di poter compiere ammirevoli imprese. Tuttavia un terreno, se lasciato incolto o esposto a cattive sementi, diventa tanto selvaggio quanto più è fertile: finché fu in vita Beatrice guidò Dante sulla retta via, ma dopo la sua morte il poeta la abbandonò per dedicarsi ad altre donne. Dante le voltò le spalle dopo che lei aveva accresciuto la sua bellezza diventando beata, seguendo ingannevoli immagini che non mantengono alcuna promessa. La donna tentò di richiamarlo alla virtù apparendogli in sogno, ma a lui non importò nulla: si traviò al punto che, per salvarlo, non c'era altra strada che mostrargli i dannati all'Inferno, per cui Beatrice fece visita a Virgilio nel Limbo, pregandolo di soccorrere il poeta. La suprema volontà divina sarebbe infranta, se Dante bevesse l'acqua del Lete senza prima pentirsi e piangere.
Proemio della Cantica. Dante e Beatrice ascendono al Paradiso. Dubbi di Dante e spiegazione di Beatrice circa l'ordine dell'Universo. È mezzogiorno di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300. Dante dichiara di essere stato nel Cielo del Paradiso (l'Empireo) che riceve maggiormente la luce divina che si diffonde nell'Universo: lì ha visto cose difficili da riferire a parole, poiché l'intelletto umano non riesce a ricordare ciò che vede quando penetra in Dio. Il poeta tenterà di descrivere il regno santo nella III Cantica e per questo invoca l'assistenza di Apollo, in quanto l'aiuto delle Muse non gli è più sufficiente. Il dio pagano dovrà ispirarlo col suo canto, come fece quando vinse il satiro Marsia, tanto da permettergli di affrontare l'alta materia del Paradiso e meritare così l'alloro poetico. Apollo dovrebbe essere lieto che qualcuno desideri esserne incoronato, poiché ciò accade raramente nei tempi moderni; Dante si augura che il suo esempio sia seguito da altri poeti dopo di lui. Il sole sorge sull'orizzonte da diversi punti, ma quello da cui sorge quando è l'equinozio di primavera si trova in congiunzione con la costellazione dell'Ariete, quindi i raggi del sole allora sono più benefici per il mondo. Quel punto dell'orizzonte divide l'emisfero nord, in cui è già notte, da quello sud, in cui è giorno pieno: in questo momento Dante vede Beatrice rivolta a sinistra e intenta a fissare il sole come farebbe un'aquila. L'atto della donna induce Dante a imitarla, proprio come un raggio di sole riflesso si leva con lo stesso angolo del primo raggio, per cui il poeta fissa il sole più di quanto farebbe sulla Terra. Nell'Eden le facoltà umane sono accresciute e Dante può vedere la luce aumentare tutt'intorno, come se fosse spuntato un secondo sole. Dante distoglie lo sguardo dal sole e osserva Beatrice, che a sua volta fissa il Cielo. Il poeta si perde a tal punto nel suo aspetto che subisce una trasformazione simile a quella di Glauco quando divenne una creatura marina: è impossibile descrivere a parole l'andare oltre alla natura umana, perciò il lettore dovrà accontentarsi dell'esempio mitologico e sperare di averne esperienza diretta in Paradiso. Dante non sa dire se, in questo momento, sia ancora in possesso del suo corpo mortale o sia soltanto anima, ma di certo fissa il suo sguardo nei Cieli che ruotano con una melodia armoniosa e gli sembra che la luce del sole abbia acceso in modo straordinario tutto lo spazio circostante. Nel poeta si accende un fortissimo desiderio di conoscere l'origine del suono e della luce, per cui Beatrice, che legge nella sua mente ogni pensiero, si rivolge subito a lui per placare il suo animo. La donna spiega che Dante immagina cose errate, poiché non si trova più in Terra come ancora crede: egli sta salendo in Paradiso e nessuna folgore, cadendo dalla sfera del fuoco in basso, fu tanto rapida quanto lui che torna al luogo che gli è proprio (il Paradiso). Beatrice ha risolto il primo dubbio di Dante, ma ora il poeta è tormentato da un altro e chiede alla donna come sia possibile che lui, dotato di un corpo mortale, stia salendo oltre l'aria e il fuoco. Beatrice trae un profondo sospiro, quindi guarda Dante come farebbe una madre col figlio che dice cose insensate e spiega che tutte le cose dell'Universo sono ordinate tra loro, così da formare un tutto armonico. In questo ordine le creature razionali (uomini e angeli) scorgono l'impronta di Dio, che è il fine cui tendono tutte le cose. Tutte le creature, infatti, sono inclini verso Dio in base alla loro natura e tendono a fini diversi per diverse strade, secondo l'impulso che è dato loro. Questo fa sì che il fuoco salga verso l'alto, che si muova il cuore degli esseri irrazionali, che la Terra stia coesa in se stessa; tale condizione è comune alle creature irrazionali e a quelle dotate di intelletto. Dio risiede nell'Empireo come vuole la Provvidenza, e Dante e Beatrice si dirigono lì in quanto il loro istinto naturale li spinge verso il loro principio, che è Dio. È pur vero, spiega Beatrice, che talvolta la creatura non asseconda questo impulso e devia dal suo corso naturale in virtù del suo libero arbitrio; così l'uomo talvolta si piega verso i beni terreni e non verso il Cielo, come una saetta tende verso il basso e non verso l'alto. Dante, se riflette bene, non deve più stupirsi della sua ascesa proprio come di un fiume che scorre dalla montagna a valle; dovrebbe stupirsi del contrario, se cioè non salisse pur privo di impedimenti, come un fuoco che sulla Terra restasse fermo. Alla fine delle sue parole, Beatrice torna a fissare il Cielo. La maggiore ampiezza e solennità della cantica si spiega con l'accresciuta importanza della materia trattata, dal momento che il poeta si accinge a descrivere il regno santo come mai nessuno prima di lui aveva fatto. Ciò spiega anche perché Dante debba invocare l'assistenza di Apollo oltre che delle Muse, chiedendo al dio pagano (che naturalmente è personificazione dell'ispirazione divina) di aiutarlo nell'ardua impresa e consentirgli di cingere l'agognato alloro poetico: Apollo dovrà ispirarlo con lo stesso canto con cui vinse il satiro Marsia che lo aveva
sfidato. Dante ribadisce anche il fatto che pochi, ormai, desiderano l'alloro, per cui la sua ambizione dovrebbe rallegrare Apollo ed essere di stimolo ad altri poeti dopo di lui perché seguano il suo esempio. Dopo l'ampia e complessa descrizione astronomica che indica la stagione primaverile e l'ora del mezzogiorno (è questa l'interpretazione più ovvia, mentre è improbabile che il poeta intenda l'alba), Dante vede Beatrice fissare il sole e imita il suo gesto, sperimentando l'accresciuto acume dei suoi sensi nell'Eden. I due hanno iniziato a salire verso la sfera del fuoco che divide il mondo terreno dal Cielo della Luna, anche se Dante non se n'è ancora reso conto e ha notato solo l'aumento straordinario della luce: il poeta si sente trasumanar , diventare qualcosa di più che un essere umano e non può descrivere questa sensazione se non con l'esempio ovidiano del pastore Glauco. L'aumento progressivo della luce e il dolce suono con cui ruotano le sfere celesti accendono in Dante il desiderio di capirne la ragione e Beatrice è sollecita a spiegargli che i due stanno salendo verso il Cielo, come un fulmine che cade dall'alto contro la sua natura; ciò naturalmente suscita un nuovo dubbio nel poeta che si chiede come sia possibile per lui, dotato di un corpo in carne e ossa, salire contro la legge di gravità. Beatrice spiega infatti che tutte le creature, razionali e non, fanno parte di un tutto armonico che è stato creato da Dio e ordinato in modo preciso, così che ogni cosa tende al suo fine attraverso strade diverse, come navi che giungono in porto solcando il gran mar de l'essere. Ciò vale per le cose inanimate, come il fuoco che tende a salire verso l'alto per sua natura e la terra che è attratta verso il centro dell'Universo, ma anche per gli esseri intelligenti, la cui anima razionale tende naturalmente a muoversi verso Dio; ovviamente essi sono dotati di libero arbitrio, per cui può avvenire che anziché volgersi in quella direzione siano attratti dai beni terreni, ma questo non è il caso di Dante che ha ormai purificato la sua anima nel viaggio attraverso Inferno e Purgatorio. La luce come elemento visivo domina largamente l'episodio, segnando il passaggio di Dante dalla dimensione terrena a quella celeste. CANTO VI Ancora nel II Cielo di Mercurio. Giustiniano si presenta a Dante. Digressione sulla storia dell'Impero romano. Invettiva contro i Guelfi e i Ghibellini. Condizione degli spiriti operanti per la gloria terrena. Presentazione di Romeo di Villanova. È la sera di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300. risponde alla prima domanda di Dante, spiegando che dopo che Costantino aveva portato l'aquila imperiale (la capitale dell'Impero) a Costantinopoli erano passati più di duecento anni, durante i quali l'uccello sacro era passato di mano in mano giungendo infine nelle sue. Egli si presenta dunque come imperatore romano e dice di chiamarsi Giustiniano, colui che su ispirazione dello Spirito Santo riformò la legislazione romana. Prima di dedicarsi a tale opera egli aveva aderito all'eresia monofisita, credendo che in Cristo vi fosse solo la natura divina, ma poi papa Agapito lo aveva ricondotto alla vera fede e a quella verità che, adesso, egli legge nella mente di Dio. Non appena l'imperatore fu tornato in seno alla Chiesa, Dio gli ispirò l'alta opera legislativa e si dedicò tutto ad essa, affidando le spedizioni militari al generale Belisario che ebbe il favore del Cielo. Fin qui Giustiniano avrebbe risposto alla prima domanda di Dante, ma la sua risposta lo obbliga a far seguire un'aggiunta, affinché il poeta si renda conto quanto sbagliano coloro che si oppongono al simbolo sacro dell'aquila (i Guelfi) e coloro che se ne appropriano per i loro fini (i Ghibellini). Il simbolo imperiale è degno del massimo rispetto, e ciò è iniziato dal primo momento in cui Pallante morì eroicamente per assicurare la vittoria di Enea. Giustiniano ripercorre le vicende storiche dell'aquila imperiale, da quando dimorò per trecento anni in Alba Longa fino al momento in cui Orazi e Curiazi si batterono fra loro. Seguì il ratto delle Sabine, l'oltraggio a Lucrezia che causò la cacciata dei re e le prime vittorie contro i popoli vicini a Roma; in seguito i Romani portarono l'aquila contro i Galli di Brenno, contro Pirro, contro altri popoli italici, guerre che diedero gloria a Torquato, a Quinzio Cincinnato, ai Deci e ai Fabi. L'aquila sbaragliò i Cartaginesi che passarono le Alpi al seguito di Annibale, là dove nasce il fiume Po; sotto le insegne imperiali conobbero i loro primi trionfi Scipione e Pompeo, e l'aquila parve amara al colle di Fiesole, sotto il quale nacque Dante. Nel periodo vicino alla nascita di Cristo, l'aquila venne presa in mano da Cesare, che realizzò straordinarie imprese in Gallia lungo i fiumi Varo, Reno, Isère, Loira, Senna, Rodano. Cesare passò poi il Rubicone e iniziò la guerra civile con Pompeo, portandosi prima in Spagna, poi a Durazzo, vincendo infine la battaglia di Farsàlo e costringendo Pompeo a riparare in Egitto. Dopo una breve deviazione nella Troade, sconfisse Tolomeo in Egitto e Iuba, re della Mauritania, per poi tornare in Occidente dove erano gli ultimi pompeiani. Il suo successore Augusto sconfisse Bruto e Cassio, poi fece guerra a Modena e Perugia, infine sconfisse Cleopatra che si uccise facendosi mordere da un serpente. Augusto portò l'aquila fino al