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1.1 LA FIGURA DI HEIDEGGER E LA RILEVANZA DI ESSERE E TEMPO:
MARTIN HEIDEGGER è uno dei pochi filosofi del 900 che può essere già considerato uno dei classici e della storia del pensiero. La sua riflessione sul problema dell'essere, spicca nel panorama filosofico per l'impostazione decisamente originale e per le possibilità di affrontare in nuovi modi questioni ampiamente dibattute nel passato. Essere e tempo è stato il libro che ha sollecitato più di altri testi percorsi originale della riflessione novecentesca. 1.2. CHE GENERE DI LIBRO È ESSERE E TEMPO? Essere e tempo è un libro incompiuto, infatti la trattazione del tema indicato dal titolo- il legame tra <> e <>, avrebbe dovuto prevedere due parti, ciascuna delle quali sarebbe stata suddivisa in tre sezioni.
- La PRIMA parte, ha il compito di analizzare l'ente che noi stessi siamo, quello che Heidegger chiama Esserci ;
- Nella SECONDA parte, e annunciata l'intenzione di compiere un approfondimento di alcuni momenti della storia del pensiero in cui è stato affrontato il problema dell'essere; L'atteggiamento di Heidegger è volto ad una "distruzione fenomenologica della storia dell'ontologia", cioè a un'indagine critica delle posizioni di alcuni pensatori precedenti e delle loro opzioni teoriche, seguendo il filo conduttore rappresentato dal tema della temporalità dell'essere. 1.3. IL CONTESTO E LA GENESI DI ESSERE E TEMPO: Per comprendere alle questioni affrontate da essere e tempo, è necessario riferirsi ai documenti Heideggeriani precedenti. Dopo aver conseguito nel 1913 il dottorato in filosofia, dopo aver ottenuto nel 1915 la libera docenza, Heidegger insegna in maniera continuativa presso la stessa università di Freiburg in qualità di libero docente e di assistente di Husserl fino al 1923. I corsi universitari tenuti da Hader nel primo periodo friburghese sono dunque particolarmente importanti per comprendere la genesi e la struttura di Essere e tempo→ tre sono i motivi principali che emergono da questi numerosi scritti che ritroveranno, nel opera pubblicata nel 1927, una particolare elaborazione : ✓ Confronto tra NEOKANTISMO e FENOMENOLOGIA di Husserl; ✓ Ricerca che è finalizzata all'elaborazione di una originale FILOSOFIA ERMENEUTICA; ✓ Ripensamento e la riproposizione della QUESTIONE DELL'ESSERE in una prospettiva nuova: quella che mi raccogliere l'essere nella sua intrinseca temporalità e che ritiene, per raggiungere un tale scopo, di dover partire dall'analisi di un ente privilegiato, quello che noi stessi siamo. 1.3.1 IL CONFRONTO CON IL NEOKANTISMO E CON LA FENOMENOLOGIA: Il problema dell'essere non è il tema principale dell'indagine heideggeriana, infatti come mostrano gli scritti giovanili, altri sono invece agli interessi che dominano gli esordi della riflessione di Heidegger punto questi interessi sono influenzati dal pensiero filosofico di quell'epoca: un'epoca contrassegnata da alcune tendenze filosofiche dominanti. Anzitutto
vengono ripresi I motivi della filosofia di Kant (NEOKANTISMO) per fondare non solamente le scienze della natura, ma anche le scienze dello spirito. In parallelo si determinano originali sviluppi sia sul versante della logica formale sia nell'ambito della fenomenologia di Husserl, la cui prospettiva È inaugurata dalla pubblicazione dei due volumi delle Ricerche logiche. Uno degli elementi che accomunano queste diverse tendenze della riflessione filosofica è dato dalla netta opposizione all'approccio del cosiddetto "Psicologismo"= un atteggiamento diffuso, caratterizzato dalla convinzione che le leggi logiche possono essere fondate a riportandole alle modalità di funzionamento della psiche dell'uomo. Husserl proprio nella prima parte pubblicata dalle ricerche logiche è propone una critica nei confronti delle posizioni dello psicologismo, sostenendo la necessità di sviluppare una dottrina dell'intenzionalità, in grado di cogliere quelle leggi pure del tutto irriducibili alle modalità psicologiche del loro attingimento, che sono alla base di ogni pensare punto sollecitato da questi problemi, Heidegger si contraddistingue per una posizione originale, infatti, al progetto di una logica pura elaborato da Husserl, egli contrappone quello di una logica in pura che partendo dalla vita intende cogliere, nella vita, la vita stessa. La VITA, quindi, si configura propriamente come quel fenomeno privilegiato che richiede lo sviluppo di una scienza dell'origine→ questa scienza viene identificata con la FENOMENOLOGIA, chiamata a descrivere le modalità in cui si articola la vita ''in sé e per sé stessa", nella sua "fatticità" →compito della fenomenologia è quello di considerare soprattutto il come qualcosa è. 1.3.2. L'ERMENEUTICA DELLA VITA CRISTIANA : Se dunque non è possibile pretendere di cogliere i fenomeni originari nella loro datità immediata, bisogna allora identificare un'altra modalità di ricerca che consenta di cogliere indirettamente, ciò che non può essere fissato in termini oggettuali. L'ERMENEUTICA, cioè la dottrina dell'interpretazione, sviluppata nel contesto religioso ebraico-cristiano a partire dall'esigenza di delucidare situazioni e testi in cui significato non risultava immediatamente accessibile o chiaro, viene incontro o, appunto, a tale esigenza. L'indagine filosofica di Heidegger si indirizza sempre più decisamente all'approfondimento del senso, l'orizzonte che consente di comprendere le esserci dell'uomo. il compito di elaborare una logica ermeneutica, si impone in tal modo nell'orizzonte dell'indagine e i Heideggeriana. Non è un caso, dunque, che all'inizio degli anni venti è il girl si dedichi per questo scopo all'interpretazione di alcuni momenti della vita cristiana; vabbè detto però che una tale attenzione per particolari tematiche del pensiero Cristiano non risulta ha fatto qualcosa di nuovo nel quadro dello sviluppo del pensiero di Heidegger. Da un punto di vista più biografico, era figlio di un sacrestano, e aveva potuto studiare grazie al sostegno finanziario di alcune istituzioni religiose, pensando di farsi gesuita. Solo all'inizio del 1919, Heidegger prese definitivamente le distanze dagli effetti dogmatici del cattolicesimo e dai loro presupposti teorici. Ritenendo problematico è inaccettabile il sistema del cattolicesimo, Egli decise allora di dedicare il suo impegno alla ricerca e all'insegnamento della filosofia: una filosofia che non accoglie alcuna opzione di fede e che dunque si configura come "atea per principio". 1.4.1. IL CARATTERE "PERFORMATIVO" DELL'INDAGINE DI ESSERE E TEMPO :
Quando noi abbiamo a che fare, nel nostro agire pratico, con le cose che ci circondano, lo possiamo fare perché il loro senso ci è già dischiuso come quello di enti che sono suscettibili di essere utilizzati, dal momento che essi risultano a portata di mano; Quando intendiamo l'ente come qualcosa che semplicemente sussiste è che dato come oggetto di un'attenzione volta unicamente a conoscerlo, la considerazione tematica è possibile perché la cosa è concepita nella sua oggettività a, come qualcosa che è sottomano; Quando il rapporto è con gli animali la comprensione e guidata dall' assunzione dell'essere come vitalità, vita; Quando è in gioco la relazione dell'esserci a se stesso diventa centrale la comprensione del proprioessere, in termini di esistenza. L'indagine di Heidegger non si limita un'analisi della comprensione degli enti, egli vuole comprendere l'essere in quanto tale perché solo così la sua filosofia può configurarsi davvero con un "ontologia". A questo scopo, il modello a tre termini nelle sue quattro determinazioni è destinato ad articolarsi ulteriormente. Sulla struttura a triangolo che rende possibile comprendere gli enti si innesta, dunque, una struttura, anch'essa a tre termini. In questo nuovo contesto l'orizzonte della comprensione è offerto dal TEMPO→ senso dell'essere assolutamente intenso, non è qualcosa di differente ed è separato dall'essere, ma lo costituisce. L'essere infatti atemporale è caratterizzato da una dinamicità. 1.4.3. IL "DIVENIRE" DELL'ESSERE: Heidegger segnalava il carattere dinamico che è proprio di ogni fenomeno in quanto tale punto se fenomeno, È un termine che indica ciò che appare, ciò che si manifesta da sé stesso, e se ha l'indagine filosofica interessa considerare non solo il risultato della manifestazione, ma anche il processo stesso di un tale manifestarsi e, allora bisogna elaborare un metodo è un linguaggio che siano adeguati a cogliere a questa dinamica. la necessità di pensare ed esprimere il movimento, è dunque uno dei compiti che la fenomenologia Heideggeriana deve assumersi. Questo compito può essere assolto traducendo in forma verbale tutte quelle nozioni che solitamente vengono espresse e concepite mediante un sostantivo. In Essere e tempo , quindi, il termine "essere" viene considerato secondo un'accezione verbale. In questo modo si comprende il legame stretto tra l'essere e il tempo. Se il movimento è connesso con il tempo è evidente che un'indagine che vuole cogliere l'essere nel suo carattere di dinamicità, non può prescindere dalla approfondimento di quella temporalità in base alla quale si struttura e può essere compreso il movimento dell'essere, inteso come fenomeno. 1.4.4. REALTÀ E POSSIBILITÀ: La storia della filosofia mostra le difficoltà alle quali va incontro il tentativo di considerare movimento in quanto tale due punti nella riflessione aristotelica per gola ciò che dinamico viene inevitabilmente ricondotta qualcosa di immobile. Questa interpretazione del
movimento e di ciò che si muove deve essere compresa alla luce di un altro assunto fondamentale del pensiero di Aristotele, che è lo stesso filosofo enuncia nel libro IX della Metafisica. "L'atto é anteriore alla potenza" → se la potenzialità di' una cosa e intesa come principio del suo movimento, alla base di essa ci deve essere qualcosa di compiuto, di non affetto da ulteriori dinamiche. Heidegger Mira a rovesciare questo assunto è questo emerge nelle pagine di Essere e tempo. Verso la fine del paragrafo 7, Heidegger afferma: "Più in alto della realtà sta la possibilità"; è indubbio quindi che l'introduzione del tema del possibile, intesa nel senso della potenzialità e del poter essere, sono dei presupposti decisivi nel contesto dell'argomentazione di Essere e tempo. Attuando questo rovesciamento della posizione aristotelica l'essere può essere pensato nel suo carattere di movimento senza concepirlo all'interno di un orizzonte di stasi. In Essere e tempo , viene introdotto il concetto di POTER-ESSERE, attraverso il quale Heidegger mira ad articolare quella irriducibile dinamicità dell'esserci, che non ha mai modo di realizzarsi definitivamente. In questo quadro, resta da capire come sia possibile parlare di un tale movimento senza determinarlo e fissarlo attraverso le parole. L'esigenza sentita da Heidegger di prendere le distanze da un linguaggio incapace di cogliere il movimento, lo porta a intraprendere un tentativo di decostruzione sistematica della storia dell'ontologia. Questo spiega il distorcimento del linguaggio filosofico che Heidegger compie in Essere e tempo→ es. TRATTINI BREVI: ciò che viene espresso a parola deve essere in realtà inteso come un fenomeno unitario_._ 1.5. ESSERE E TEMPO IN TRADUZIONE ITALIANA: L'ultimo aspetto che bisogna considerare riguarda la traduzione in italiano del lessico di essere e tempo. In Italia è stata importante la traduzione di essere tempo curata da Pietro chiodi; questa versione è stata davvero di grande significato o, non solamente perché ha contribuito in maniera decisiva alla diffusione del pensiero di Heidegger nel nostro paese è, ma soprattutto perché ha reso possibile il formarsi, all'interno del dibattito filosofico italiano, di un lessico heideggeriano.
- CAPITOLO PRIMO : Necessità, struttura e primato del problema dell'essere 1.NECESSITA' DI UNA RIPETIZIONE ESPLICITA DEL PROBLEMA DELL'ESSERE. Il problema dell'essere oggi è caduto nella dimenticanza ed è stato reso banale, a causa di determinati pregiudizi che hanno dominato alcuni momenti della storia del pensiero. Essi sono: ➡ L'<> È IL CONCETTO PIÙ GENERALE→ significa sottolineare il fatto che è, ogni qualvolta abbiamo a che fare con un ente, ogni volta che diciamo di qualcosa che, mostriamo di avere una qualche comprensione preliminare. Sostenere che essere è il concetto più generale non significa sostenere che esso è chiaramente compreso: infatti risulta il concetto più oscuro di tutti; ➡ IL CONCETTO DI ESSERE È INDEFINIBILE→ non lo si può determinare né partendo da concetti superiori ne movendo da nozioni inferiori; ➡ QUELLO DI <> È UN CONCETTO OVVIO→ ognuno comprende in qualche modo a cosa significhi essere, è solo per questo motivo è possibile il suo rapporto con gli enti. Hegel afferma che è il noto non è conosciuto: ovvero ciò che appare più vicino è limpido risolta
ORIENTATIVA che è data da una comprensione vaga dell'essere e ciò che si vuole guadagnare è una determinazione filosofica di questo tema. 3.IL PRIMATO ONTOLOGICO DEL PROBLEMA DELL'ESSERE: L'essere è sempre l'essere di un ente. La totalità degli enti può diventare il campo in cui scoprire particolari ambiti di cose (natura, linguaggio, spazio, vita), i quali possono divenire oggetti di specifiche indagini scientifiche. L'indagine scientifica compie la demarcazione la prima fissazione degli ambiti di cose in modo ingenuo e grezzo, perché guardando i particolari, si dimentica dell'insieme del sapere. La conseguenza è l'insicurezza da parte delle scienze circa l'oggetto di cui devono occuparsi e i concetti fondamentali su cui poggiare le basi. Il sospetto è che la crisi non riguardi le singole scienze ma l'essere umano stesso e, cioè, lente che per eccellenza si interessa del mondo e lo sottopone ad analisi. A ben vedere, non è la singola scienza che determina quali sono gli oggetti di sua competenza, ma è l'esistente umano (l'esserci) che ritaglia il mondo in scompartimenti a seconda del modo in cui lo vede; questo "matematico", questo "fisico", questo "biologico" e così via. Cioè l'uomo possiede già un'idea del mondo ancor prima di studiarlo. Ne consegue che, se tutta la scienza è in crisi, è perché l'uomo non sa più riflettere sul suo stesso fondamento, e l'indagine che sola può istituire i concetti fondamentali e null'altro che l'interpretazione dell'esserci rispetto alla costituzione fondamentale del suo essere. La spiegazione delle varie scienze deve partire dall'esserci; se per esempio sostenessimo di comprenderci attraverso la natura morta (le scienze naturali ci dicono ciò che siamo). Heidegger replicherebbe che non è così perché il nostro essere spiega le scienze naturali. Pertanto devono essere prima l'esserci e la ricerca ontologica che prende in esame il senso dell'essere
- IL PRIMATO ONTICO DEL PROBLEMA DELL'ESSERE: ONTICO indica tutto ciò che riguarda le singole cose in quando sono; ONTOLOGICO è ogni discorso inerente all'essere, al tutto. Quindi: ● PRIMATO ONTOLOGICO del problema dell'essere è il fatto che questa questione precede ogni altra questione che l'uomo si pone; ● PRIMATO ONTICO é invece il fatto che l'esistente umano, per comprendere l'essere, deve comprendere innanzi tutto se stesso, in quanto ente privilegiato capace di interrogarsi sull'essere. Se la caratteristica è esistenziale dell'esistente umano (esserci) è quella di rivolgersi a se stesso o, al proprio essere, questo modo di comportarsi possiamo definirlo ESISTENZA. Heidegger prosegue delineando due concetti:
- COMPRENSIONE ONTICA→ riguarda l'esistenza concreta di ognuno;
- COMPRENSIONE ONTOLOGICA→ propone di indagare teoreticamente le strutture fondamentali dell'esistenza. - CAPITOLO SECONDO: IL DUPLICE COMPITO NELL'ELABORAZIONE DEL PROBLEMA DELL'ESSERE. IL METODO DELLA RICERCA E IL SUO PIANO.
5. L'ANALITICA ONTOLOGICA DELL'ESSERCI COME OSTENSIONE DELL'ORIZZONTE PER
L'INTERPRETAZIONE DEL SENSO DELL'ESSERE IN GENERALE:
I due compiti fondamentali che sono proprie dell'indagine sull'essere, sono L'ANALITICA ONTOLOGICA DELL'ESSERCI e la DISTRUZIONE DELLA STORIA DELL'ONTOLOGIA. L'ente tende a comprendere il proprio essere a partire da quell'ente con il quale è in un rapporto quotidiano→ MONDO. Come afferma Heidegger ciò che risulta anticamente più vicino è in realtà, da un punto di vista ontologico, quanto di più lontano vi possa essere. Bisogna quindi essere capaci di prendere le distanze da esso o, in modo tale che le sue strutture ontologiche di fondo o possono venire messa in luce e chiarificate. L'esserci può disporre di un ricco patrimonio di interpretazione. La psicologia filosofica, l'antropologia, l'epica hanno indagato per vie diverse, le facoltà, le forze e, la possibilità è i destini dell’esserci. Resta da vedere se queste interpretazioni furono condotte sul piano esistenziale con quella originarietà che magari posseggono sul piano esistentivo. Ciò che è stato finora raggiunto in fatto di interpretazione dell’esserci potrà ottenere la sua giustificazione esistenziale solo quando le strutture fondamentali dell’esserci saranno state sufficientemente analizzate. Il senso dell'essere dell'ente che chiamiamo esserci è la TEMPORALITÀ. Il tempo va esplicitato come orizzonte della comprensione dell'essere. Si distinguono: ⚡ENTE TEMPORALE→ i processi della natura e gli eventi della storia; ⚡ENTE NON TEMPORALE→ le relazioni spaziali e numeriche. La risposta al problema dell'essere risulterà data in modo adeguato solo se in base a essa si capirà che il MODO DI ESSERE specifico dell'ontologia del passato, sia qualcosa di necessariamente connesso al modo di essere dell'ESSERCI.
- IL COMPITO DI UNA DISTRUZIONE DELLA STORIA DELL'ONTOLOGIA: L'esserci risulta, nel suo essere, costitutivamente temporale, in questo ente deve essere rinvenuta anche la condizione di possibilità di ogni considerazione di tipo storico. La storia però, non è da intendersi come quel luogo all'interno del quale anche un ente come l'esserci può venire situato. Heidegger afferma che l'esserci propriamente non è, bensì accadde. La storicità, quindi, è il modo in cui il esserci concretamente accade, sulla base della temporalità che costituisce questo ente, e solo a partire da questa modalità è possibile comprendere e giustificare la sua caratteristica nel rapportarsi alla propria storia, nonché le varie ricerche storiografiche che possono di volta in volta essere compiute. Fra di esse vi sono, anche quelle che riguardano l'indagine filosofica e le sue diverse fasi punto lo stesso problema dell'essere, ha il carattere della storicità, e dunque l'indagine che la intende affrontare non può evitare di porre domande sulla propria storia perché solo approcciandosi positivamente del suo passato, la filosofia può attivare sempre nuove possibilità di ricerca. Questo, appunto, significa assumersi il compito di una distruzione della storia dell'ontologia: non annullare il passato, criticarlo allo scopo di metterlo semplicemente da parte, bensì cogliere gli effetti presupposti che hanno guidato una particolare indagine filosofica, allo scopo di individuarne i limiti. L'intento di questa distruzione non è affatto distruttivo, non mira a negare ciò che discute, ma piuttosto è positivo: intende cioè cogliere i motivi di fondo
7.B. IL CONCETTO DI LOGOS:
Heidegger riconduce diversi significati di questo termine che ha nella lingua greca (parola, discorso, ragione, rapporto, calcolo) a un senso unitario e più profondo. LOGOS significa << rendere manifesto>> ciò di cui si parla. Dunque, sei un fenomeno, è il manifestarsi di qualche cosa così come essa stessa è virgola il compito del logos sarà quello di accogliere una tale manifestazione, di sollecitarla e custodirla. Da questo punto di vista, il logos è inteso come discorso dichiarativo degno di un'indagine filosofica, in quanto capace di essere detto "vero" oppure "falso", viene da Heidegger interpretato come una modalità particolare di quell'atteggiamento più generale che è dato da lasciar essere qualcosa nella sua fenomenicita'. In questo modo possono essere recuperate all'indagine filosofica altre modalità espressive, che hanno anch'esse una loro capacità di rendere manifesto qualcosa. Questa estensione della valenza e della produttività filosofiche ben oltre il ristretto ambito del discorso dichiarativo, comporta tuttavia un ripensamento della nozione di verità: Heidegger contesta <<quel concetto artificiale per cui verità significa "adeguazione">>, e afferma che il termine indica piuttosto uno svelare l'ente: "un tirarlo fuori" dal suo nascondimento per farlo vedere nella sua manifestatività. La verità si costituisce solo all'interno di un particolare rapporto: e sa non è qualcosa che si può fissare e possedere, ma é esperienza. 7.C. IL CONCETTO PRELIMINARE DI FENOMENOLOGIA: Heidegger esplicita il termine <> affermando che esso vuol dire "lasciar/far vedere ciò che si mostra, a partire da come esso stesso si mostra>>. In questo modo, si comprendono ancor più in profondità i caratteri che contraddistinguono la trasformazione Heideggeriana della fenomenologia di Husserl→ per Heidegger La fenomenologia è un particolare modo di cogliere ciò che si manifesta, è un particolare stile dell'indagine. Si comprende soprattutto il perché della decisa connotazione ontologica di ciò che è divenuto il metodo dell'indagine filosofica. L'essere è il fenomeno primario, ciò che si manifesta in quanto tale è che, deve essere fatto vedere. Perciò Heidegger afferma, che <<l'ontologia è possibile solo come fenomenologia>> e che <<La fenomenologia e scienza dell'essere dell'ente>>. Dal momento che l'essere, proprio per il suo carattere fenomenico, non si dà immediatamente, ma si manifesta solo lungo il cammino di una ricerca che analizza il primo luogo l'ente che in grado di comprenderlo (l'esserci), è necessario che lo specifico logos dell'indagine fenomenologica sia sottoposto a un'ulteriore determinazione. La mediazione che richiesta dalla fenomenologia stessa, ha piuttosto il carattere dell'interpretazione. Il logos dell'indagine fenomenologica, assume il carattere dello HERMENEUEIN. Questo vocabolo indica tre cose: ✓ La "faccenda" dell'interpretazione, cioè l'attività interpretativa compiuta dall' esserci; ✓ Il fatto che la filosofia risulta ermeneutica proprio in virtù del suo impegno ontologico e per la possibilità, da qui è caratterizzata, di mettere in luce l'orizzonte di ogni ulteriore indagine ontologica; ✓ La particolare indagine che viene svolta in Essere e tempo : l'interpretazione dell'essere del esserci, l'analitica dell'esistenzialità dell'esistenza.
- PRIMA SEZIONE.
• CAPITOLO PRIMO: ESPOSIZIONE DEL COMPITO DELL'ANALISI DELL'ESSERCI NEL SUO
MOMENTO PREPARATORIO:
9. IL TEMA DELL'ANALITICA DELL'ESSERCI:
Per cercare il senso dell'Essere bisogna esaminare l'Esserci (l'ente che noi stessi siamo). Nell' esserci, l'essere c'è, e l'esserci si rapporta all'essere. Distinguiamo alcuni punti fondamentali seguendo ciò che viene detto nel primo capoverso: ❕ <> → la prima persona plurale intende coinvolgere autore lettore in un percorso comune; ❕ <> → indica la struttura dell'istante, come occasione emergente e irripetibile in cui è davvero possibile rapportarmi a me stesso; ❕ <> di volta in volta al esserci, l'essere di questo ente è "di volta in volta mio" → nell'essere di questo ente è, le esserci, e data appunto la possibilità per lui di rapportarsi al proprio essere. L'essere a cui l'esserci è, risulta tuttavia sempre in gioco in questo stesso rapporto: sia che si tratti del essere assolutamente intenso, sia che si configuri come il mio proprio essere. Emerge dunque qui il decisivo aspetto dinamico. L'esserci non è (stabilmente), ma ha da essere, potendosi rapportare al proprio essere, e all'essere generalmente intenso, è trovandosi di volta in gioco in questo rapporto. Da ciò derivano ulteriormente due ordini di considerazioni: ● L'ESSENZA dell'esserci sta nel suo "da essere" → non si può affatto dire ciò che l'esserci è, una sua definizione non è possibile. L'essenza non può essere considerata come un contenuto stabile in grado di permettere la definizione di che cosa qualcosa eh, ma indica il dinamismo che contraddistingue l'essere di questo ente privilegiato. Allo stesso modo l'<> non indica il semplice fatto che qualcosa è, ma esprime invece il poter essere dell'esserci. Nella misura in cui "più in alto della realtà sta la possibilità", bisogna appunto affermare, nel caso dell'esserci, il <<PRIMATO DELL'EXISTENTIA SULL'ESSENTIA>> ● L'ESSERCI É LA SUA POSSIBILITÀ→ non la possiede→ questo ente particolare può, nel suo essere, ''scegliere'' o no se stesso, conquistarsi o perdersi in ciò che propriamente è. Due sono allora, le possibilità essenziali che lo contrassegnano:
- COGLIERSI IN MANIERA PROPRIA (AUTENTICA);
- Secondo MODALITÀ IMPROPRIE (INAUTENTICHE)= esprimono il modo in cui il esserci, all'ente che io sono, si può rapportare a quell'essere che di volta in volta è mio. Esiste una netta differenza, fra L'ESSERE DELL'ESSERCI e L'ESSERE DELL'ENTE; il primo permette di studiare le strutture di fondo dell'ente (chiamate ESISTENZIALI→ permettono
dell'esserci). Questa differenza tra "in-essere" come esistenziale e l’esser dentro" come categoria, trovano espressione grazie ad altri due concetti, tra loro contrapposti:
- FATTUALITÀ (indica qualcosa che concretamente è)
- FATTICITÀ (esprime datità di fondo che è propria di ciò che si vuole indagare→ esserci). L'indagine sull'essere nel mondo che viene proposta mantiene un andamento sostanzialmente <>, negativo; infatti essa ha finora sottolineato soprattutto ciò che l'essere nel mondo propriamente non è. Questa impostazione è giustificata dal fatto che non è possibile oggettivare questa struttura: l'essere nel mondo è un presupposto familiare che costituisce quello che questo ente è, e proprio per questo deve essere reso conosciuto e deve essere salvaguardato da ogni possibile fraintendimento. Il fraintendimento più pericoloso, è l'interpretazione del essere-nel-mondo nei termini di una relazione di conoscenza fra un "soggetto" e un "oggetto". Ma soggetto e oggetto non coincidono con Esserci e Mondo.
- ESEMPLIFAZIONE DELL'IN-ESSERE ATTRAVERSO UN MODO IN ESSO FONDATO. LA CONOSCENZA DEL MONDO: Secondo Heidegger il modello conoscitivo della relazione tra soggetto e oggetto- che concepisce questi ambiti come due sfere reciprocamente separate- risulta assolutamente insoddisfacente, in quanto non spiega affatto in che modo il soggetto conoscente è capace di cogliere quell'ambito di oggetti che risulta separato e al di là di esso. Invece, considerando il conoscere come una modalità dell'essere nel mondo, questa difficoltà svanisce, dal momento che essere-nel-mondo significa sempre <> qualcosa, indica cioè quell'essere già fuori di sé dell’esserci. La conoscenza si radica nella comprensione e si configura come una particolare modalità dell'interpretazione. •CAPITOLO TERZO. LA MONDITA ' DEL MONDO :
- L'IDEA DELLA MONDITÀ DEL MONDO IN GENERALE: Heidegger intende prendere in esame il fenomeno del mondo attraverso un'analisi in cui Esso risulti considerato assolutamente. L’idea di ciò che il mondo propriamente eh non può essere ricavata da una semplice descrizione delle cose che sono nel mondo. Infatti il mondo non è, ad esempio, la somma di case, alberi, uomini, montagne, né i particolari aspetti o le modificazioni che sono propri di questo ente. MONDO, invece, è un fenomeno in senso autentico: esso si colloca su un piano ontologico, vale a dire si mostra in quanto essere struttura ad essere. Ciò detto, sono necessarie ulteriori cautele: il modo d'essere del mondo non è quello della natura ma è primariamente un carattere dello stesso esserci. Il termine mondo è in grado di esprimere quattro diverse nozioni:
- Esso è un CONCETTO ONTICO, indicando il complesso di ciò che è semplicemente presente all'interno di esso→ questi enti dovranno essere detti appartenenti al mondo, ovvero intramondani;
- Esso significa un CONCETTO ONTOLOGICO di tipo particolare, per me te di esprimere l'essere di questi enti intramondani;
- Può assumere un SENSO <> → indica il contesto in cui l'esserci si trova a vivere: il mondo comune, pubblico, oppure il mondo proprio, l'ambiente più familiare;
- Può esprimere il CONCETTO ONTOLOGICO-ESISTENZIALE DELLA MONDANITÀ → Mondano= modo di essere dell’esserci. A. ANALISI DELLA MONDITÀ AMBIENTALE E DELLA MONDITÀ IN GENERALE.
- L'ESSERE DELL'ENTE CHE SI INCONTRA NEL MONDO-AMBIENTE: Le cose con cui di solito abbiamo a che fare non sono gli oggetti di una conoscenza che si determina secondo una forma teorico-percettiva, ma si tratta di quegli enti intramondani dei quali ci <>, che ci <<pro-curiamo>> e con cui abbiamo a che fare nel nostro quotidiano commercium. I greci, A proposito di questo, parlavano di PRAGMATA→ indica ciò che si incontra nell'atteggiamento della PRAXIS: quella pratica nella quale, ci si cura di esse. Noi chiamiamo lente che viene incontro nel prendersi cura: il MEZZO→ mai isolato → sempre inserito in un particolare contesto. Questo è dovuto alla specifica struttura del MEZZO → QUALCOSA PER. Esso è tale solo a partire dalla appartenenza a un altro mezzo. Ad esempio, l'occorrente per scrivere, la penna, l'inchiostro, la carta, i mobili, non sono oggetti isolati, ma risultano connessi null'altro per la loro specifica funzionalità che li collega. Il MODO D'ESSERE del mezzo è L'UTILIZZABILITÀ→ essere a portata di mano (es. io non mi rapporto al martello se mi domanda che cosa sia, ma lo comprendo usandolo→ solo nella dinamica del martellare il martello si mostra in quanto tale). La pratica dell'uso dei mezzi e, non è cieca, ma risulta orientata da:
- una comprensione dei rimandi che sono propri dei mezzi;
- da una sorta di anticipazione dei possibili collegamenti attraverso cui essi dinamicamente si rilevano; - dalla percezione preliminare di ciò che avviene nel mondo circostante. Questa visione è chiamata da Heidegger AVVEDUTEZZA.
- LA CONFORMITÀ AL MONDO PROPRIA DEL MONDO-AMBIENTE QUALE SI ANNUNCIA NEL ENTE INTRAMONDANO: Il mondo non può essere identificato con qualche ente: esso è quell'ambito in cui rapporti d'uso e la capacità di osservazione di volta in volta si attuano. Heidegger vuole mostrare il modo in cui la mondanità si rivela a noi. Nella vita quotidiana la presenza efficace di qualche cosa a, a cui siamo abituati, s'annuncia proprio quando essa viene meno, e dunque questa cosa viene a manifestarsi proprio allorché, paradossalmente, se ne avverte l'assenza, se ne
mezzi, appartiene a un complesso di rimandi. Il segno rimanda non solo ad altri mezzi e al loro contesto, ma rivela più in generale l'ambiente stesso in cui l'esserci si muove con avvedutezza. Il segno, da questo punto di vista, consente quindi di manifestare la struttura ontologica dell’utilizzabilità, della totalità di rimandi e della mondità del mondo.
- APPAGATIVITÁ E SIGNIFICATIVITÀ. LA MONDITÀ DEL MONDO: Heidegger introduce la nozione di APPAGATIVITÁ allo scopo di elaborare una logica diversa in grado di far comprendere il processo del rimando. Il senso del rimandare è dato dal suo trovare a pagamento in qualcosa. L'essere stesso del utilizzabile, può essere compreso nei termini di questo a pagamento.vi è tuttavia un punto in cui la catena dei rimandi, motivata dalla pagamento, finisce per interrompersi. Il martello trova il suo appagamento nel martellare. Il martellare del martello trova il suo appagamento nel costruire una casa. La costruzione di una casa ha il suo appagamento nel riparare delle intemperie. Questo processo si realizza in vista del rimando all'esserci→ è il fine ultimo di questa totalità di appagamento e non rimanda ad altro ma risulta riferito a sé. Il carattere di rapporto di questi rimandi consiste nella SIGNIFICATIVITÀ→ indica quel sistema di relazioni che costituisce la struttura del mondo, consente al esserci di muoversi all'interno del proprio ambiente e anche di rapportarsi a sé come essere-nel- mondo. B. CONTRAPPOSIZIONE DELL'ANALISI DELLA MONDITÀ ALL'INTERPRETAZIONE DEL MONDO IN CARTESIO: Nella sezione b del terzo capitolo Heidegger introduce un primo esempio di quella <<distruzione della storia dell'ontologia>> a cui avrebbe dovuto essere dedicata l'intera seconda parte, mai pubblicata, di Essere e tempo. Lo scopo di Heidegger è quello di mettere in luce i presupposti della riflessione cartesiana: il mondo viene pensato nei termini di una res extensa, è l'estensione stessa è considerata come la struttura di un ente concepito al mondo di una sostanza.
- LA DETERMINAZIONE DEL "MONDO" COME RES EXTENSA: CARTESIO distingue l' ego cogito dalla res corporea. Da allora in poi la distinzione determinerà l'opposizione di natura e spirito. Il termine per indicare l'essere di un ente che è in sé stesso è SUBSTANTIA che può significare:
- L'essere di un ente che è in quanto sostanza→ sostanzialità;
- Ente stesso e quindi una determinata sostanza. La determinazione ontologica della res corporea richiede l'esplicazione della sostanzialità di questo ente in quanto è un sostanza. Le sostanze sono:
- ACCESSIBILI attraverso i loro attributi;
- Ciascuno ha una proprietà nella quale è rintracciabile l'essente della sostanzialità;
- L'ESTENSIONE in lunghezza, larghezza e profondità costituisce l'essere autentico della sostanza corporea che noi chiamiamo MONDO. L'estensione è molto importante perché è la costituzione dell'ente in questione la quale deve "esser" prima di tutte le altre determinazioni d'essere affinché possono essere ciò che sono. L'estensione deve essere attribuita per prima alle cose corporee pertanto, una cosa corporea, tenuta ferma la sua estensione complessiva, può mutare in vari modi la distribuzione della stessa e presentarsi in diverse figure, pur restando la stessa cosa.
- I FONDAMENTI DELLA DETERMINAZIONE ONTOLOGICA DEL MONDO: Per sostanza bisogna intendere un ente il quale è tale che è, per essere, non abbisogna di alcun altro ente. L'essere di una sostanza è caratterizzato dall' autosufficienza→ solo se l'essere è autosufficiente è conforme in senso autentico all'idea della sostanza. Dio è inteso come un ENS PERFECTISSIMUM è a niente che non sia Dio è ENS CREATUM→ ha bisogno della conservazione di Dio punto l'essere di Dio helens creatum sono infinitamente diversi. Nel mondo esistono due enti, oltre addio, che non hanno bisogno di altri enti per essere:
- RES COGITANS;
- RES EXTENSA. Poiché si afferma che sia Dio che il creato corrispondono all'essere e non è facile fare una distinzione tra i due esseri, è necessario affermare che l'essere in quanto tale non può essere appreso e non è accessibile in quanto ente. Dunque per esprimere la diversità dell'essere bisogna utilizzare gli attributi ad esso più conformi.
- DISCUSSIONE ERMENEUTICA DELL'ONTOLOGIA CARTESIANA DEL MONDO: L'ente definito da Cartesio come extensio può essere recepito solo grazie a un ente considerato in quanto utilizzabile nel mondo. Ma questo ente cartesiano risulta difettoso in quanto non considera il fenomeno del mondo e l'essere dell'ente stesso. Appare che l'unico modo per conoscere lente si è il conoscere matematico→ l'unico che assicura il senso autentico dell'essere. Dunque l'essere autentico dell'ente e il carattere di permanenza costante. Cartesio critica l'altra possibile via di accesso all'ente: LA SENSATIO→ contrapponendola all'intellectio. Ogni dato sensibile non ha importanza ontologica. I sensi non fanno conoscere l'ente nel suo essere, ma annunciano semplicemente l'utilità o la dannosità delle cose presenti per l'essere umano. Heidegger critica Cartesio poiché non riconosce il fatto che gli enti hanno un proprio significato e riduce gli enti a cose. Secondo Cartesio bisogna e si possono pensare le cose in sé, non in base alla loro utilizzabilità. Dunque esistono tanti enti che non sono collegati da
sensi del lontano perché le esserci e, in quanto dis-allontanante, si mantiene prevalentemente in essi→ es. la strada viene calpestata in ogni passo ed è apparentemente utilizzabile più vicino a nostra disposizione; in realtà è di gran lunga più lontana al conoscente che ci vieni incontro per strada→ perché? → è il prendersi cura che è della visione ambientale che decide sulla lontananza o sulla vicinanza dell'utilizzabile.
- La seconda caratteristica della spazialità dell'esserci e l'orientamento direttivo → descrive la direzionalità dis-allontanante del prendersi cura, ovvero, ogni dis- allontanamento dell'esserci rispetto agli enti utilizzabili che definiscono la spazialità del mondo, si sviluppa in una determinata direzione e pertanto necessita di segni di orientamento. L'orientamento direttivo definisce il verso delle variazioni del esserci, sono guidate dalla visione ambientale preveggente→ caratteristica del prendersi cura. Dall'orientamento direttivo derivano le direzione fisse distinte in "destra" e "sinistra" in base alle quali si definisce la spazializzazione dell'esserci nella sua corporeità.
- LA SPAZIALITÀ DELL'ESSERCI E LO SPAZIO: L'esercizio è compatibile con la spazialità nel mondo, ed è quindi egli stesso spaziale grazie alle modalità sue proprie del dis-allontanamento e dell'orientamento direttivo attraverso le quali può incontrare l'ente intramondano nella sua spazialità di natura utilizzabile. Lo spazio può essere scoperto nel rapporto tra la utilizzabile ed esserci, nel senso che lo spazio è scoperto nel dare spazio agli utilizzabili, renderli spazialmente fruibili. Si può definire come un lasciar essere gli utilizzabili. Lo spazio in quanto tale non ha nulla a che fare con le tre dimensioni ma è quel dov'è nel quale gli utilizzabili si manifestano in base al concetto di prossimità. Pertanto nel commercio quotidiano del prendersi cura noi non ci accorgiamo dello spazio, non lo cogliamo coscientemente. Esso può divenire tematico quando c'è un problema o una cosa fuori posto o nel caso specifico della costruzione di una casa→ quando lo spazio è il tema della progettazione di un edificio. - CAPITOLO QUARTO L'ESSERE-NEL-MONDO COME CON-ESSERE ED ESSER-SE-STESSO:
- IMPOSTAZIONE DEL PROBLEMA ESISTENZIALE DEL CHI DELL'ESSERCI: Chi è quel esserci che abbiamo visto caratterizzarsi come essere-nel-mondo? Dalle precedenti indagini questo ente si è configurato come l'ente che, di volta in volta, io sono. Questo io però risulta essere quasi assorbito dal mondo. In che modo si può pensare, allora, questo io? Due sono stati i modelli che si sono imposti nella storia del pensiero, entrambi espressi dalla nozione di <>: ● Da un lato, il soggetto è ciò che accompagna le rappresentazioni che lo interessano, senza cambiare esso stesso→ risulta avere una propria identità. Questa concezione sostanziale dell'io presuppone che il modo d'essere di questo ente sia pensato negli stessi termini della semplice presenza;
● Dall'altro lato il soggetto appare capace di auto fondarsi e di legittimarsi attraverso una riflessione. Ma poiché la esserci può manifestarsi come qualcosa che non è, l'autoriflessione non è una forma di autolegittimazione ma risulta un rafforzamento della propria perdita. Il termine "io", per questo, deve essere inteso al modo di un'indicazione formale. Non si può pensare l'essere dell'esserci, a partire dal modo in cui le cose appaiono o prendono in considerazione un io isolato dal quale capire la sua relazione col mondo e con gli altri io punto bisogna piuttosto inserire sin dall'inizio l'esercizio nell'ambito dei rapporti che lo coinvolgono. Se il compito che Hegel assegnava alla propria indagine filosofica era quello di intendere ed esprimere il vero come soggetto, Heidegger vuole invece cogliere la "sostanza dell'uomo" non nei termini di uno spirito come sintesi di anima e di corpo, bensì come esistenza.
- IL CON-ESSERCI DEGLI ALTRI E IL CON-ESSERE QUOTIDIANO: L'esserci nelle sue attività non si trova in uno stato di isolamento rispetto ai suoi simili ma, il mondo in cui il esserci è, risulta un mondo condiviso: abitato insieme con lui da altri enti che, come l'esercizio, anch'essi "ci sono", e "ci sono con altri". "Gli altri" non sono affatto quegli enti che si sommano a me, o che rimangono dopo che io me ne sono andato. La relazione in questo ente con altri è qualcosa di strutturale al punto che la sua stessa solitudine, risulta uno stato in cui "gli altri" "ci sono con" me nella forma dell'estraneità→ quindi come per i mezzi anche nel caso dell’esserci un ente isolato non c'è. Tuttavia, diverso è il modo in cui l'esserci si rapporta agli enti intramondani rispetto a quello con cui si relaziona agli altri esserci. Se nel primo caso, infatti, l'esercizio procura determinate cose che li possono essere utili, e si prende cura dei mezzi utilizzabili, nell'altro caso, riguardo i suoi simili, l'esserci ha cura di essi, cura i suoi rapporti con loro, li cura. L'AVER-CURA si realizza, nelle sue modalità positive, secondo due possibilità estreme: 🔸 La PRIMA consiste in un <> la vita di un altro, in un intromettersi nei suoi affari fino a sostituirsi a lui; 🔸 La SECONDA è data dall'INTERAZIONE DI PROMUOVERE LA VITA ALTRUI, restituendo l’altro alle proprie cure. Per Heidegger la possibilità, da me posseduta, di comprendere gli altri non deriva affatto dalla capacità, che un soggetto avrebbe, di immedesimarsi nella vita psichica di un altro soggetto. Invece, proprio perché il mondo apre la dimensione del con esserci degli altri, Heidegger può affermare che l'esserci costitutivamente è in relazione con essi, ed è in grado di comprenderli. Di conseguenza, anche un'autocomprensione autentica di quell'ente che siamo noi stessi non è possibile se esso viene concepito anzitutto nel suo isolamento. Bisogna muovere dai rapporti che intratteniamo con gli altri, poiché solo in tal modo è possibile conoscere sé stessi.
- ESSERE SE-STESSO QUOTIDIANO E IL SI: L'esserci si rapporta se non per trovarsi ma per perdersi. Ciò deriva dal fatto che la sua autocomprensione si attua solamente attraverso una comprensione di altro (i mezzi