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L’età imperiale è il periodo della storia romana che va dal 14 d.C. al 529 d.C. Gli
imperatori del I secolo d.C. possono essere divisi in due periodi: l’ età giulio-claudia ,
dal 14 al 68/69 d.C., e l’ età dei Flavi , dal 69 al 96.
Età
Giulio-
claudia
Tiberio 14-37 d.C.
Valoroso comandante militare, il suo impero fu
caratterizzato da numerosi “intrighi di palazzo”.
Dopo il suo allontanamento da Roma viene
sostituito dal prefetto del pretorio (Seiano).
Caligola 37-41 d.C.
“Pazzo”, senatore il
suo cavallo e
battaglia contro il
mare.
Durante questo periodo
inizia la decadenza del
senato.
Claudio 41-54 d.C.
Buona
amministrazione delle
finanze e legislazione.
Odiato dai senatori, ne
fece uccidere alcuni.
Nerone 54-68 d.C.
Sale al potere quando ha solo 17 anni, viene
affiancato dalla madre e, fino al 59, anche da
Seneca.
Incendio di Roma: imputato a lui ma
probabilmente naturale.
Vocazione poetica: interesse verso la letteratura
ed egli stesso si credeva un bravo poeta.
Si suicida nel 68, comprendendo di aver ottenuto
l’odio tutta la popolazione.
In questo periodo l’esercito ha un ruolo fondamentale nel rappresentare il valore di
un imperatore. Il primo periodo dell’età giulio-claudia fu caratterizzato da un
abbandono della letteratura. I generi più diffusi erano di argomento astronomico o
trattatistica tecnica, generi disimpegnati e minori. Soltanto con Nerone si avrà una
nuova fioritura della letteratura con la promozione di spettacoli teatrali,
recitationes, epica, satira, poesia e romanzi. Gli intellettuali in questo periodo possono
essere divisi in tre gruppi: gli adulatori : che cercavano l’appoggio e la simpatia
dell’imperatore; i critici , solitamente appartenenti alle famiglie di senatori, spesso
andavano contro le posizioni dell’imperatore rischiando l’esilio e la morte; i
disimpegnati i quali nonostante si ritenesse l’impegno politico una delle virtù
migliori, non si impegnano politicamente e non trattano di temi civili.
Nasce nel 4 a.C. a Cordova ma giunge presto a Roma per compiere studi retorici e
filosofici. Intraprende la vita politica e per questo si guadagna l’antipatia degli
imperatori Caligola prima e Claudio poi. Per volere di Claudio nel 41 subisce la
relegatio in Corsica , accusato di adulterio nei confronti della sorella di Caligola.
Trascorre in Corsica, terra arida ed inospitale, otto anni finché nel 49 viene richiamato
a Roma dalla seconda moglie di Claudio per provvedere all’insegnamento del figlio
Nerone. Quando Nerone appena 17enne salì al trono fu guidato nelle decisioni
politiche sia dalla madre che da Seneca, questo periodo di politica equilibrata e giusta
è infatti ricordato come “ quinquennio felice ”. La situazione precipita quando nel 59
Nerone fa uccidere la madre perché in opposizione con le sue idee. Nel 62 Seneca
ormai anziano e malato abbandona la corte neroniana, spaventato e deluso dal
comportamento neroniano, per ritirarsi a vita privata. Nel 65 viene accusato di aver
preso parte alla congiura antineroniana organizzata da Pisone , a cui non si sa se
realmente prese parte, e costretto al suicidio da Nerone stesso. In pieno rispetto della
filosofia stoica Seneca si suicida.
Seneca rappresenta uno degli autori filosofici più importanti della cultura latina. La
filosofia senecana è, in linea con la tendenza latina, prettamente pragmatica (ovvero
strettamente connessa ad un risultato concreto e reale). Seneca non incentra la sua
ricerca su obiettivi ontologici e/o astratti ma su obiettivi e problematiche concrete
come l’etica. La ricerca di una morale perfetta e assoluta che possa fare da guida alle
azioni umane diventa una delle priorità di Seneca. Le sue opere e teorie non erano
dedicate ad un pubblico specializzato ma all’ élite di dirigenti del tempo, per questo
motivo evita l’eccessivo rigorismo e preferisce la struttura del dialogo tra amici e
dell’epistola, di più facile comprensione e più persuasivi, al semplice trattato filosofico.
Il fine era quello di proporre alla classe dirigente una saggezza concreta e facilmente
applicabile alla vita quotidiana che permettesse di superare la varietà dei casi della
vita. L’individuazione della salvezza spirituale non può che coincidere con la
conoscenza e la cura di sé. Perciò una delle virtù dell’uomo deve sicuramente essere
quella di esercitare le proprie virtù , attraverso il controllo razionale delle
passioni e l’ autosufficienza morale ( autàrkeia ). Lo stesso Seneca non si propone
come il detentore della verità ma come un uomo alla ricerca di essa. Il suo sogno era
anche quello di veder finalmente realizzata l’ utopia platoniana della filosofia come
guida del potere politico, egli avrebbe voluto che a detenere il potere politico a Roma
fosse un filosofo e per questo mentre si trova al fianco di Nerone cerca di indirizzarlo
verso la via della giustizia e dell’uguaglianza, rimanendo però profondamente deluso.
Negli ultimi anni della sua vita il poeta trova anche una sintesi tra il negotium politico
e l’ otium filosofico. Era infatti concezione comune che questi non potessero coincidere.
Al contrario dice Seneca che soltanto dall’ otium e della riflessione del sovrano può
discendere un negotium giusto e sapiente che giovi a tutti gli uomini, schiavi inclusi.
La filosofia senecana è tuttavia una filosofia asistematica e non rigorosa, con anche
delle contraddizioni. In generale essa è una filosofia eclettica ovvero derivante
dall’unione di numerose filosofie diverse tra cui la principale era lo stoicismo ma
anche il platonismo , il neopitagorismo e l’epicureismo.
Consolatio ad Polybium :
Discorso consolatorio per Polibio , in questa opera l’autore rivolge una vera e propria
supplica al potente liberto dell’imperatore Claudio in favore del proprio rientro a
Roma.
Dialogi non legati a circostanze contingenti.
De ira :
Quest’opera, pubblicata dopo la morte di Caligola nel 41, affronta e descrive gli effetti
funesti della più pericolosa tra le passioni umane, l’ ira. Nei tre libri l’ira viene descritta
come un pericoloso furor controllabile solo con la razionalità e la saggezza, tipici del
sapiens.
De brevitate vitae ():*
Quest’opera redatta probabilmente nel 49, dopo il ritorno dalla Corsica, ha un
obbiettivo protrettico ovvero vuole esortare il destinatario. L’opera è infatti
dedicata a Pompeo Paolino , prefetto dell’annona e futuro suocero dell’autore. Le
tematiche principali sono quella del tempo e il suo utilizzo. In particolare si evidenzia
la contrapposizione tra occupati e sapiens. I primi sono soliti sprecare il loro tempo in
occupazioni futili mentre i secondi, saggi e sapienti, impiegano il loro tempo in
meditazione prendendosi cura di sé.
Nell’introduzione dell’opera (capp. 1-3) Seneca polemizza riguardo la concezione
comune secondo la quale la vita è breve, in realtà egli afferma che “ la vita, se la sai
usare, è lunga ” perciò l’uomo più che preoccuparsi della durata oggettiva della vita
dovrebbe pensare al modo in cui trascorre la sua vita e dell’uso che ne fa del
tempo che gli è concesso di vivere. Perciò il valore attribuito alla vita è una
responsabilità individuale di ogni uomo.
Nei capp. 4-6, Seneca riporta una serie di exempla di personaggi storici famosi
che nonostante le loro azioni virtuose hanno impiegato tutta la loro vita in
occupazioni inutili senza trovare del tempo da dedicare alla riflessione, alla
meditazione ed in generale alla cura di sé stessi.
Nei capp.7-13, Seneca analizza la figura degli occupati , ovvero la maggior parte delle
persone che non coglie il presente, non vive la vita quotidiana ma sperperano il loro
tempo in attesa di un tempo migliore. Per questo questi uomini hanno paura della
morte , siccome non arrivano alla fine dei loro giorni preparati interiormente e
psicologicamente per affrontarla. Essi infatti vivono in una condizione di costante
irrequietudine e frenesia. In questa descrizione degli occupati prende forma anche
la figura del semivivus , una persona che risulta talmente affaccendata da faccende
futili che perde non solo la consapevolezza di vivere ma addirittura quella di stare in
piedi o seduto.
Nei capp.14-15, viene invece opposta agli occupati la figura del sapiens , il quale
attraverso l’otium filosofico è in grado di padroneggiare il tempo , di sfruttare la
propria vita dedicandosi alla cura di sé stesso. In questo modo il saggio riesce a
dominare sul passato e anche sul futuro unificandoli, vivendo quindi quasi in una
condizione di immortalità.
Nei capp.16-17, Seneca torna a contrapporre gli occupati e i saggi, i primi infatti non
saranno mai felici e sempre insoddisfatti non riuscendo così a godersi neanche i
momenti di riposo.
Negli ultimi capitoli (18-20), vi è una vera e propria esortazione a Paolino , il quale
viene invitato ad abbandonare l’attività pubblica/politica e viene esortato a dedicarsi
allo studio e alla meditazione.
De vita beata:
Qui viene affrontato il problema della felicità , che viene identificata con la virtù. Nella
seconda parte Seneca intende anche difendere i filosofi dall’ accusa di incoerenza ,
infatti essi spesso predicavano il rifiuto dei beni materiali vivendo in realtà in
condizioni di grande ricchezza e potere (Seneca aveva uno stretto legame con
Nerone). Per l’autore nulla impediva al saggio di possedere ricchezze e potere purché
questi beni materiali non guidino la sua vita; personalmente poi egli non si ritiene
ancora del tutto saggio.
Questa trilogia rivolta all’amico Anneo Sereno rappresenta una sorta di itinerario
verso il raggiungimento della piena saggezza stoica. In essa viene anche affrontato il
problema della superiorità del negotium o dell’otium.
De constantia sapientis:
La fermezza del saggio , viene esaltata l’imperturbabilità del saggio difronte agli
accidenti ed imprevisti della sorte.
De tranquillitate animi:
La tranquillità dell’animo , sotto forma di dialogo diretto con l’amico Anneo, appare
come una sorta di crisi spirituale riguardo all’incertezza sulla via da intraprendere per
uscire dalla propria insoddisfazione esistenziale. Quest’opera risale infatti agli
ultimi anni trascorsi al fianco di Nerone (61). La soluzione viene individuata in un
compromesso tra otium contemplativo e negotium , privilegiando comunque il
negotium rivolto al bene comune.
De otio:
L’ozio , scritto dopo il definitivo ritiro a vita privata, Seneca esalta l’ importanza degli
studi e della filosofia e del dedicarsi ad essi. Prevale quindi l’otium sul negotium. In
una situazione politica particolare, come quella del tempo, era impossibile per il
saggio prendere parte alla vita politica.
De providentia:
La provvidenza , risalente a gli ultimi anni di vita e rivolta all’amico Lucilio affronta il
problema tra giustizia divina e male. Le disgrazie non sono altro che prove della
provvidenza divina che spronano il saggio alla riflessione.
Queste opere, giunte a noi separate dai Dialogi , hanno in realtà una struttura e
argomenti molto simili ad essi se non per la loro maggiore estensione. Nel De
abbandonata la vita politica si rende conto dell’importanza dell’otium e della
riflessione personale. Il dedicarsi all’otium infatti non darà giovamento solo al singolo
ma all’intera umanità e addirittura alle generazioni future.
Per la stesura delle sue opere Seneca ricorre ad uno stile e ad un linguaggio semplici
e immediati. Questo lo fa con l’obiettivo di rendere chiari e semplici i concetti da lui
espressi. Nonostante il tentativo di riportare i dialogi (es: De brevitate vitae o
Epistulae ad Lucilium ) in modo naturale come se si trattasse di reali conversazioni
tra uomini ( diatriba tra amici ), Seneca non rinuncia all’utilizzo di artifici retorici
tipici dell’ asianesimo (stile oratorio caratterizzato da enfatica magniloquenza,
concettosità, artifici retorici). Infatti Seneca non voleva soltanto dimostrare la validità
delle proprie tesi ma anche e soprattutto coinvolgere emotivamente il lettore. La
forma espressiva di Seneca è basata su asimmetria e irregolarità ed è
caratterizzata dalla brevitas concettosa. La sintassi perciò è breve , spesso singole
frasi, e paratattica (prevalentemente coordinanti). La brevitas è evidenziata dall’uso
enorme di sententiae ovvero delle frasi d’effetto basate su giochi di parole, paradossi
e/o antitesi, di facile comprensione e facilmente ricordabili dal lettore (“per tutta la
vita si deve imparare a vivere” o “smetterai di temere quando avrai smesso di
sperare”). Ricorrente è anche l’uso dell’asindeto , ovvero del collegare proposizioni
coordinanti tra loro senza usare esplicitamente congiunzioni. Il legame logico tra le
proposizioni è spesso evidenziato da anafore (ripetere parole a inizio a fine delle
frasi) o poliptoti (parola ripetuta ma usata con casi diversi). Molto utilizzate sono
anche le figure retoriche in particolare: metafore (soprattutto quella del
tempo=denaro), espressioni tecniche e specifiche (quelle riguardanti l’ambito
giuridico), antitesi (soprattutto per confutare credenze comuni), parallelismi ,
chiasmi , paronomasie (parole con suoni uguali o simili ma con significati diversi).
Nel complesso perciò nonostante il linguaggio e la forma siano semplici e
comprensibili, le opere di Seneca sono sottoposte ad un’attenta rivisitazione
stilistica.
Sotto il nome di Seneca ci sono giunte 10 tragedie. 9 sono cothurnatae , ovvero di
argomento greco inspirate soprattutto a Sofocle ed Euripide, mentre Octavia è l’unica
praetexta , ovvero di argomento romano ma anche di dubbia autenticità. Molto
dubbie sono anche la datazione e la modalità di fruizione dei testi, infatti la struttura è
molto statica e i testi sembrano prestarsi più che altro alla lettura pubblica. Chiaro
invece è l’ intento pedagogico nei confronti del giovane Nerone e più in generale del
pubblico, riguardo gli insegnamenti della dottrina stoica. La maggior parte delle
tragedie insiste sulla contrapposizione tra bona mens (controllo razionale di sé) e
furor (furia passionale). In particolare si mostrano le estreme e drammatiche
conseguenze dell’ abbandono a sentimenti irrazionali come il passone amorosa,
l’odio, la gelosia o la brama di potere. Il finale tragico è una sorta di antiexempla dei
comportamenti da evitare. Ricorrente è anche la figura del tiranno sanguinario e
assetato di potere, che rappresenta il pericolo della degenerazione del principato in
dispotismo. Anche questo è un chiaro invito alla moderazione rivolto a Nerone. Le
tragedie hanno una struttura prevalentemente statica in cui prevalgono digressioni e
monologhi; i dialoghi sono molto frammentati e brevi, spesso riducendosi ad un solo
verso per personaggio. Molti sono anche i particolari macabri e tragici. Frequenti sono
esclamative apostrofi e interrogative retoriche che rendono l’enfasi patetica.
Il nome dell’opera è un neologismo che dal greco significa “trasformazione in zucca” o
“deificazione di uno zuccone”, l’opera è anche conosciuta con il nome di Ludus de
morte Claudii. L’operetta non è altro che la parodia della divinizzazione post
mortem dell’imperatore Claudio , tanto odiato da Seneca. Dopo la sua morte
Claudio si presenta davanti agli dei e a Giove i quali però non lo riconoscono, siccome
invecchiato e malato. A questo punto Augusto pronuncia un duro attacco nei confronti
del successore ricordando i suoi numerosi crimini. Per questo motivo Claudio
sprofonda all’Inferno dove è costretto, come per una pena per contrappasso, a giocare
per tutta la vita a dadi su di bossolo sfondato e verrà poi venduto come schiavo (egli
aveva infatti promulgato una legge che dai grandi poteri a coloro che possedevano
schiavi). Quest’opera è un chiaro esempio di satira menippea , dal suo inventore
Menippo di Gàdara. La forma è prosimetrica , ovvero l’unione di prosa e versi e anche
serio e scherzoso. Il testo è finalizzato alla polemica diretta ad personam nei confronti
di Claudio, non manca comunque un elogio a Nerone, di cui da poco era divenuto il
precettore. Lo stile è caratterizzato da registri stilistici e linguistici diversi.
Nella prima Epistula ad Lucilium , Seneca mostra lo stretto legame che esiste tra la
conquista della consapevolezza di sé e l’uso corretto del tempo. Infatti mentre
i beni materiali sono effimeri e caduchi il tempo è l’unico possesso proprio del singolo
ed è anche l’unico che non dipende da fattori esterni. Perciò è compito dell’uomo di
comprenderne il valore e sfruttarlo appieno. Consapevole di questo il sapiens
evita di sperperare il proprio tempo e lo sfrutta per un miglioramento personale.
Perciò il sapiens accetterà più serenamente anche la morte , che non sarà altro che la
naturale conclusione della vita. Seneca torna quindi a sottolineare che non conta
tanto la durata oggettiva del tempo ma il modo in cui esso viene impiegato, che è una
responsabilità del singolo. Da ciò ne consegue anche un’esortazione a vivere il
presente , a vivere la vita giorno per giorno senza proiettarsi in un futuro incerto.
Bisogna perciò evitare il comportamento dei più, degli occupati, e preferire invece
l’atteggiamento tipico dei sapiens, che dedicandosi all’otium filosofico, non solo
giovano a sé stessi grazie alla riflessione e alla meditazione ma attraverso la
pubblicazione delle loro opere e dei loro insegnamenti giovano anche agli altri ,
dando loro insegnamenti morali. I sapienti diventano così padroni del tempo,
conquistando una sorta di immortalità laica.