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ETA' IMPERIALE, FEDRO E SENECA, Appunti di Latino

Appunti sull'età imperiale, Fedro e Seneca. Discorsivo ed efficace al tempo stesso

Tipologia: Appunti

2021/2022

In vendita dal 15/06/2022

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PRIMA ETA’ IMPERIALE
Da Tiberio a Nerone (14-68 d.C.)
TIBERIO
Augusto morì nel 14 d.C. e Tiberio divenne suo successore. Il principato si era dunque consolidato al
punto che la carica di princeps era diventata ereditaria senza trovare seri contrasti da parte di
nessuno. Da quel momento fino all'anno 68 (morte di Nerone) Roma fu governata da esponenti della
dinastia Giulio-Claudia che univa due antiche famiglie patrizie romane all'interno delle quali, spesso,
si scatenarono delle vere e proprie faide per il controllo del potere.
Tiberio governò per molti anni dal 14 al 37 d.C., anno della sua morte. In un primo tempo portò
avanti una politica moderata e di conciliazione con il senato sulla linea di Augusto; rafforzò i confini
dell'impero, curò molto l'amministrazione di Roma e delle province assicurando allo stato grande
solidità economica. Egli fu un buon governante dal punto di vista amministrativo ma d'altra parte
non ebbe mai un buon consenso popolare e nemmeno se lo cercò con elargizioni o riduzioni di
tasse. Ben presto il clima intorno a lui divenne difficile, anche i familiari più stretti e i suoi più intimi
lavoratori iniziarono a tendergli delle insidie: nel 23, infatti, era morto il fratello Druso e si riaccesero
le mire per la successione al trono; Tiberio dunque iniziò a sospettare delle congiure contro di lui,
sospetti che furono alimentati ad arte dal potente prefetto del pretorio Seiano che più di tutti
aspirava alla successione. Tiberio, allora, per liberarsi di quel clima avvelenato lasciò Roma e nel 27 si
ritirò a Capri in una splendida villa e da lì continuò a governare l'impero. Le manovre di Seiano
furono però scoperte e il potente prefetto del pretorio fu condannato a morte, ma Tiberio era
diventato sempre più sospettoso e dispotico. Questo atteggiamento culminò in repressioni violente
di oppositori e presunti tali. Quando morì nel 37 a.C. Tiberio non fu rimpianto da nessuno ma è un
dato di fatto che alla sua morte lasciò un impero florido e rafforzato dal punto di vista militare e
amministrativo.
CALIGOLA
I soldati pretoriani proposero come successore di Tiberio, il figlio di germanico chiamato Caligola.
Tiberio era nipote di Augusto e fu adottato da lui nel 4 d.C.. Nello stesso giorno Augusto disse a
Tiberio di adottare Germanico come figlio (era un valido generale molto caro ad Augusto). I
pretoriani proposero subito come successore Gaio Cesare (figlio di Germanico).
Gaio Cesare aveva come cognomen (soprannome) Caligola per le calzature militari (caligae) che era
solito portare fin da bambino. Il giovane principe inaugurò il suo regno cercando subito la
collaborazione del senato e ingraziandosi la plebe attraverso elargizioni e riduzioni delle tasse.
Presto però la sua politica subì una svolta dispotica, secondo gli storici infatti iniziò a dare segni di
megalomane pazzia. Tutti gli intellettuali del tempo provarono avversione nei confronti di Caligola
soprattutto perché costui volle imprimere al principato il carattere di una monarchia assoluta e
divina di stampo orientale sul modello di quella creata da Alessandro Magno. Questo modello era
troppo lontano dalla tradizione romana per essere accettato; inoltre in alcune province romane
scoppiarono dei veri e propri tumulti contro il culto imperiale (per esempio tra i giudei). Inoltre
l'imperatore sperperava il matrimonio dello stato in spese folli. C'era ormai un malcontento diffuso,
acuito dalle feroci repressioni che il principe attuò, spesso anche per futili motivi. Tutto ciò condusse
presto al suo omicidio avvenuto nel 41 per mano di un soldato pretoriano. Roma non aveva
assolutamente accettato un'immagine di principato così lontana dalla sua storia. I pretoriani vollero
quale successore di Caligola, Claudio, fratello di Germanico e nipote di Tiberio.
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PRIMA ETA’ IMPERIALE

Da Tiberio a Nerone (14-68 d.C.)

TIBERIO

Augusto morì nel 14 d.C. e Tiberio divenne suo successore. Il principato si era dunque consolidato al punto che la carica di princeps era diventata ereditaria senza trovare seri contrasti da parte di nessuno. Da quel momento fino all'anno 68 (morte di Nerone) Roma fu governata da esponenti della dinastia Giulio-Claudia che univa due antiche famiglie patrizie romane all'interno delle quali, spesso, si scatenarono delle vere e proprie faide per il controllo del potere. Tiberio governò per molti anni dal 14 al 37 d.C., anno della sua morte. In un primo tempo portò avanti una politica moderata e di conciliazione con il senato sulla linea di Augusto; rafforzò i confini dell'impero, curò molto l'amministrazione di Roma e delle province assicurando allo stato grande solidità economica. Egli fu un buon governante dal punto di vista amministrativo ma d'altra parte non ebbe mai un buon consenso popolare e nemmeno se lo cercò con elargizioni o riduzioni di tasse. Ben presto il clima intorno a lui divenne difficile, anche i familiari più stretti e i suoi più intimi lavoratori iniziarono a tendergli delle insidie: nel 23, infatti, era morto il fratello Druso e si riaccesero le mire per la successione al trono; Tiberio dunque iniziò a sospettare delle congiure contro di lui, sospetti che furono alimentati ad arte dal potente prefetto del pretorio Seiano che più di tutti aspirava alla successione. Tiberio, allora, per liberarsi di quel clima avvelenato lasciò Roma e nel 27 si ritirò a Capri in una splendida villa e da lì continuò a governare l'impero. Le manovre di Seiano furono però scoperte e il potente prefetto del pretorio fu condannato a morte, ma Tiberio era diventato sempre più sospettoso e dispotico. Questo atteggiamento culminò in repressioni violente di oppositori e presunti tali. Quando morì nel 37 a.C. Tiberio non fu rimpianto da nessuno ma è un dato di fatto che alla sua morte lasciò un impero florido e rafforzato dal punto di vista militare e amministrativo.

CALIGOLA

I soldati pretoriani proposero come successore di Tiberio, il figlio di germanico chiamato Caligola. Tiberio era nipote di Augusto e fu adottato da lui nel 4 d.C.. Nello stesso giorno Augusto disse a Tiberio di adottare Germanico come figlio (era un valido generale molto caro ad Augusto). I pretoriani proposero subito come successore Gaio Cesare (figlio di Germanico). Gaio Cesare aveva come cognomen (soprannome) Caligola per le calzature militari (caligae) che era solito portare fin da bambino. Il giovane principe inaugurò il suo regno cercando subito la collaborazione del senato e ingraziandosi la plebe attraverso elargizioni e riduzioni delle tasse. Presto però la sua politica subì una svolta dispotica , secondo gli storici infatti iniziò a dare segni di megalomane pazzia. Tutti gli intellettuali del tempo provarono avversione nei confronti di Caligola soprattutto perché costui volle imprimere al principato il carattere di una monarchia assoluta e divina di stampo orientale sul modello di quella creata da Alessandro Magno. Questo modello era troppo lontano dalla tradizione romana per essere accettato; inoltre in alcune province romane scoppiarono dei veri e propri tumulti contro il culto imperiale (per esempio tra i giudei). Inoltre l'imperatore sperperava il matrimonio dello stato in spese folli. C'era ormai un malcontento diffuso, acuito dalle feroci repressioni che il principe attuò, spesso anche per futili motivi. Tutto ciò condusse presto al suo omicidio avvenuto nel 41 per mano di un soldato pretoriano. Roma non aveva assolutamente accettato un'immagine di principato così lontana dalla sua storia. I pretoriani vollero quale successore di Caligola, Claudio , fratello di Germanico e nipote di Tiberio.

CLAUDIO

Il nuovo principe, governò dal 41 al 54, e pur appartenendo alla famiglia imperiale si era sempre tenuto lontano dalla politica e la vita di corte e aveva preferito la vita ritirata dello studio e dell'erudizione. Una volta al potere, però, dimostrò di essere all'altezza del suo ruolo, organizzò infatti un efficiente apparato burocratico centrale affidato a liberti di sua fiducia; ciò destò malumori tra le classi equestri e senatorie. Inoltre Claudio si mostrò molto aperto nei confronti delle richieste dei provinciali e concesse ai ceti più elevati della Gallia transalpina di accedere alla magistratura e al senato. In politica estera riprese l'espansione dell'impero conquistando la Britannia meridionale e consolidando le conquiste di territori come la Tracia e la Mauritania che divennero province romane (provincia quando viene completamente assoggettata). Claudio stesso non riuscì a sfuggire a una congiura: morì, infatti, improvvisamente nel 54, molto probabilmente avvelenato dalla sua quarta moglie Agrippina che voleva assicurare la successione imperiale al figlio Nerone nato da un precedente matrimonio e adottato da Claudio.

NERONE

Nerone quando sale al trono non ha ancora 17 anni. Il primo periodo del suo governo è equilibrato perché su di lui esercitavano la loro potenza il filosofo stoico Seneca e il prefetto del pretorio Afranio Burro, uomo moderato ed equilibrato. Questa fase però durò solo quattro o cinque anni. (quinquennium felix: periodo equilibrato). A partire dal 58 (quinto anno), il principe cominciò a mostrarsi sempre più dispotico e somigliante negli atteggiamenti a Caligola. Molto probabilmente cambiò in seguito al contrasto a corte tra Seneca e la madre Agrippina (entrambi, infatti, pretendevano di controllare il principe). Nel 59, quindi, Nerone fece uccidere la madre e allontanò da sé i vecchi consiglieri; l'astuto Tigellino, capace di assecondare gli umori e follie comportamentali del principe, prese il posto di Afranio Burro come prefetto del pretorio. A partire da questo momento, Nerone tentò di trasformare il suo principato in una monarchia assoluta di stampo ellenistico. La sua politica diventò molto dispendiosa e cercò di attrarre a sé il favore della plebe finanziando con denaro pubblico giochi e spettacoli teatrali. Nerone, comunque, raggiunse alcuni risultati: in politica estera fu domata una rivolta in Britannia e fu ristabilito il controllo dell'Armenia; inoltre attuò anche un'efficace riforma monetaria, avvantaggiando la moneta d'argento su quella d'oro (in questo modo agevolò i ceti medi e i commercianti). L'opposizione senatoria iniziò a muoversi e nel 65 organizzò una congiura detta “ dei Pisoni ” perché guidata dal nobile Lucio Calpurnio Pisone per abbattere il principe. Nerone, però, scoprì la trama, e la repressione fu durissima. Molti illustri personaggi furono condannati a morte o costretti a togliersi la vita: tra essi Seneca, il poeta Lucano (nipote di Seneca) e lo scrittore Petronio perché sospettati di far parte della congiura. Pochi giorni prima della congiura dei Pisoni si era verificato un altro episodio che avrebbe segnato il principato di Nerone. A Roma nell'anno 64 un incendio distrusse per quattro giorni interi quartieri e provocò migliaia di morti. Nerone intervenne subito in favore della popolazione, procurò asilo ai senza tetto e fece giungere derrate alimentari nella città. Successivamente, però, decise di requisire una larga parte dell'area devastata dall'incendio per edificare una nuova splendida residenza imperiale, la Domus Aurea (in realtà le case si chiamavano insulae , sorta di condomini fatti in larga parte di legno e materiali che facilmente prendevano fuoco). Infatti ad arte fu messa la voce che fosse stato Nerone a provocare l'incendio. Per difendersi dalle accuse disse che fossero stati i cristiani e li fece incarcerare, torturare e ammazzare (PRIMA GRANDE

potente, che credette di vedervi delle allusioni a sé o alle proprie azioni. Non sappiamo se Fedro avesse veramente avuto l'intenzione di bersagliare qualche potente, mettendo in evidenza la sua malvagità. Fatto sta che, sempre nel già citato prologo, l'autore si rammarica d'aver scelto alcuni soggetti pericolosi che gli hanno procurato problemi tali da sfociare in un processo intentatogli da Seiano, il potente e crudele prefetto del pretorio. Non sappiamo a quali favole alludesse Fedro; forse alcune di quelle furono eliminate dalla raccolta per non incorrere in alcuni guai. Le persecuzioni contro Fedro cessarono quando Seiano morì nel 31 d.C.. Da questo momento in poi il poeta si pose sotto la protezione di un certo Eutico, un personaggio influente che forse era liberto di Caligola. A lui dedicò il terzo libro della sua raccolta, il cui epilogo lamentava di essere ormai vicino alla vecchiaia. Sulla base di questa affermazione sono state ricostruite le probabili date di nascita e morte. Fedro muore poi attorno al 50 d.C. in età neroniana. I codici che abbiamo a disposizione ci hanno trasmesso 93 favole suddivise in 5 libri ciascuno dei quali è preceduto da un prologo: ai libri II, III e IV segue anche un epilogo. La produzione di Fedro doveva essere sicuramente più ampia. C’è un rapporto asimmetrico rispetto agli altri libri; inoltre nel prologo del libro di Fedro fa riferimento ad una favola con alberi parlanti, ma di questa favola nella raccolta non c’è traccia alcuna. A Fedro appartengono anche una trentina di favole che fanno parte dell’Appendix perottina, dal nome dell’umanista Niccolò Perotti che organizzò nel 1400 la raccolta attingendo da un codice che è a noi ignoto. Il metro di tutte le favole di Fedro è il senario giambico. I 5 libri vennero pubblicati da Fedro separatamente tra il 20 e il 50 d.C. circa. Caratteristiche delle favole Sia nella tradizione greca sia in quella latina le favole presentano delle caratteristiche in comune: esse sono dei racconti brevi espressi in un linguaggio semplice ed essenziale dai quali l’autore trae un messaggio etico che deve essere di valore universale e di senso comune. La morale può essere premessa o posposta al racconto; generalmente i protagonisti della favola sono animali parlanti a cui vengono prestati vizi e virtù degli uomini e che parlano e dialogano tra loro proprio come fossero uomini. Il processo di umanizzazione è molto elementare: l’animale incarna un tipo fisso proprio come le maschere della commedia di Plauto, dunque la volpe è furba, il lupo è ingordo e malvagio, il leone è forte e prepotente, l’agnello è mite e ingenuo e l’asino è sempre sottomesso. Non mancano a volte favole che hanno come protagonisti anche esseri umani. Come abbiamo già detto Fedro si collocò sulla scia della tradizione greca e assunse il genere Esopico come modello. Nel prologo al primo libro Fedro mostra di essere consapevole del valore del suo personale apporto alla tradizione Esopica e indica i caratteri generali della propria opera: segue la consuetudine di usare gli animali come protagonisti dei racconti, rende sistematico lo schema compositivo della fava Esopica (che consisteva in un esordio, narrazione dei fatti e morale), ma sceglie come forma espositiva canonica quella poetica anziché quella in prosa (da questo punto di vista egli si adegua alla tradizione latina della narrazione in versi di storielle e leggende). Le favole di Fedro rispetto a quelle di Esopo hanno comunque un panorama di argomenti più ampio: Fedro infatti inaugurò anche il racconto di aneddoti a sfondo storico (si veda per esempio la storiella "Tiberio, Cesare al portinaio") e recuperò la tradizione della fabula milesia attraverso la vicenda della

vedova e del soldato (la stessa favola poi verrà ripresa e narrata da Petronio nel Satiricon). *Trovata non nella racconta canonica, ma nella Appendix perottina. Cos'è la favola milesia? Questo genere era chiamato così dal nome di Aristide di Mileto che inaugurò questo genere di racconti. Si trattava di racconti e novelle a sfondo erotico (donna che aveva perso il marito e sembrava inconsolabile. Un giorno un soldato che stava facendo la guardia a un delinquente, andò a consolarla davanti alla tomba del marito). I racconti originali in greco sono andati perduti. La morale di ognuna delle favole di Fedro ha tratti di originalità e diventa espressione della protesta contro i soprusi e contro le umiliazioni subite dai più deboli. Nel mondo descritto da Fedro non c'è speranza di cambiamento: il debole resterà sempre debole e subirà le prepotenze di chi sta sopra di lui. Fedro dunque è un pessimista rassegnato e mostra una sorta di malinconica accettazione della legge ineluttabile del più forte che sembra accomunare la realtà degli uomini e quella degli animali. Tuttavia, talvolta, i deboli grazie all'intelligenza e all'astuzia riescono a far emergere il proprio punto di vista, i propri bisogni e la propria ansia di riscatto nei confronti dei più potenti. In questo caso il tono si fa aspro e polemico. Lo stile La caratteristica fondamentale delle favole di Fedro è la brevitas. Gli argomenti sono trattati poi con un linguaggio semplice e colloquiale, ma abbastanza elegante. Siccome l'impianto della favola è moraleggiante, molto spesso Fedro usa termini astratti. Il tono è spesso distaccato e lo stile è chiaro e di facile comprensione; tutto mira ad un' elegante leggerezza.

SENECA

Lucio Anneo Seneca, figlio d’arte, il padre fu Seneca il vecchio. Nacque in Spagna a Cordoba, il 4 a.C. in una ricca famiglia equestre di origine italica. Uno dei fratelli, Anneo Mela, era il padre del poeta Lucano. L’altro fratello Giunio Gallione fu proconsole in Acaia e di fronte a lui fu processato Paolo di Tarso. Seneca si trasferì molto giovane a Roma dove studiò retorica e filosofia frequentando i filosofi eclettici, i cinici e gli stoici, nonché Papirio Fabiano della scuola ascetica neo-pitagorica. Durante un viaggio in Egitto effettuato nel 26 d.C. (forse per motivi di salute) fu ospitato ad Alessandria presso la zia, moglie del prefetto. Al ritorno a Roma iniziò la sua carriera politica e la professione forense: nel 31 divenne questore. Godette molto presto di una notevole fama come oratore tanto che Caligola divenne invidioso di lui e della sua bravura e nel 39 voleva toglierlo di mezzo, soprattutto per la concezione politica espressa da Seneca rispettosa delle libertà civili in un discorso tenuto in Senato. Seneca riuscì a salvarsi solo per l’intercessione di un’amante del principe, la quale lo convinse dicendo che comunque Seneca avrebbe avuto poco da vivere, data la sua salute molto cagionevole.

  • sottolineò che il saggio doveva dedicarsi all'impegno sociale e politico, quando ci fossero state le condizioni storiche per poterlo fare. Il saggio, infatti, secondo Seneca deve sempre cercare un equilibrio tra la vita pubblica e la dimensione individuale, cercando di realizzare il bene comune che egli sa distinguere bene, proprio perché è padrone della filosofia (platonico). Se, tuttavia, le condizioni politiche non consentono l'impegno del saggio- filosofo, non rimane che il retirum, nel quale, attraverso l'otium letterario potrà comunque influire in modo positivo sulla società.
  • la riflessione filosofica di Seneca non segue una sola corrente di pensiero, ma si comporta in modo eclettico. Egli è orientato per la maggior parte verso il pensiero stoico ma talvolta ha accolto delle riflessioni epicuree (per esempio nelle Naturales Quaestiones), quella platonica, quella neopitagorica.
  • nell'esposizione delle sue opere Seneca si orienta verso la tecnica dialogica; non sceglie però come modello il dialogo platonico o quello aristotelico, ma sceglie la diatriba cinico-stoica che rivolgeva la conversazione ad un pubblico non colto. Le opere in prosa Dialugorum Libri / Dialogi (dialoghi) Ci sono giunti sotto questo titolo dieci trattati filosofici di argomento morale contenenti in tutto dodici libri (uno di questi trattati ha un libro in più): ogni opera è costituita da un solo libro, tranne una, il De Ira che contiene tre libri. Qui la forma dialogica è limitata ad occasionali domande al dedicatario dell'opera o un interlocutore fittizio che, a sua volta, interrompe l'esposizione con domande o obiezioni; non si tratta infatti di dialoghi veri e propri, con ricostruzione di ambienti, e presenza reale di interlocutori (solo nel De tranquillitate animi compare l'amico Anneo Sereno); queste opere risentono invece della tecnica letteraria della diatriba cinico-stoica, caratterizzata da uno stile colloquiale, dalla presenza di apostrofi, di proverbi, sentenze, exempla, paragoni, e anche di finte obiezioni da parte di presunti ascoltatori. Il risultato è quello di un discorso molto vivace vicino alla matrice del pensiero cinico- stoico. È molto discussa la cronologia di queste opere: noi presenteremo prima le tre Consolationes e poi procederemo secondo quello che è l'ordine cronologico più probabile. le tre Consolationes (fanno parte dei dialogi). La consolatio è un genere particolare di prosa (a metà tra la prosa filosofica e quella epidittica, che ha avuto la sua origine in Grecia). La prosa epidittica è quella che doveva mostrare le qualità di qualcuno o qualcosa, da epideknumi, una prosa elogiativa nei confronti di qualcuno (vincite e morti). In periodo alessandrino diventò un'esercitazione letteraria, qualcuno tanto più era bravo tanto più sapeva dimostrare qualità anche quando dove non c'erano (valore della mosca, valore della zanzara). La consolatio è a metà tra prosa epidittica e quella filosofica. Le consolationes venivano scritte dopo qualcuno che era morto per consolare il dolore di qualcuno, o una persona che soffriva per un’altra in esilio. La consolatio nasce dalle orazioni funebri che si facevano soprattutto in ambiente aristocratico e che erano finalizzate a esaltare la figura del defunto e a consolare dal lutto parenti ed amici. Questa tradizione oratoria si incrociò successivamente con la riflessione filosofica (soprattutto in epoca ellenistica), che intendeva alleggerire nell'uomo la paura della morte. Da questi antecedenti deriva il

genere della consolatio, breve prosa filosofica, in cui si propone una riflessione sulla morte e su ciò che rappresenta il vero bene e il vero male per l'uomo. In una prosa del genere si tende a unire forti effetti patetici e periodi dal rigoroso acume razionale e filosofico. In alcune consolationes, però, il patetico risultava essere ridondante, enfatico, falso. Bisogna tener conto di ciò se vogliamo giudicare con obiettività le tre consolationes senecane che sono anche le prime tre della letteratura latina che ci siano giunte. (l'unica sincera alla madre).

La consolatio ad Marciam

È del 40 ed è dedicata alla figlia dello storico Cremuzio Cordo (condannato da Tiberio per le sue posizioni repubblicane) per confortarla della dolorosa circostanza della morte del giovane figlio Metilio. Lo stile di questa consolatio è molto convenzionale, piuttosto freddo: Seneca argomenta presentando la classica rassegna dei dolori altrui, accompagnandola alla riflessione che la morte è un destino che nessuno può evitare, ma che tutti però abbiamo la speranza di una vita futura. Molto solenne è la parte finale della consolatio che presenta la visione dell'anima di Metilio accolto nei campi Elisi dell'illustre nonno, qui ben visibile è l'influenza del Somnium Scipionis ciceroniano.

La consolatio ad Helviam matrem

È stata composta nel 42 ed è la più personale e più partecipata fra le tre consolationes. È dedicata alla madre Elvia per placarne il dolore causato dalla condanna all'esilio del figlio in Corsica. Dice Seneca nell'opera che la morte non è un male, a maggior ragione, dunque, non può essere considerato un male l'esilio, che è solo un cambiamento di luogo: l'uomo saggio, infatti, nell'universo si sente sempre a casa sua, perché il suo spirito abita il mondo. Il tono dell'opera è molto affettuoso e l'atteggiamento di Seneca è improntato al coraggio e alla coerenza che almeno, apparentemente, non si lasciano abbattere dalle sventure. (il significato è quello di bastare a se stesso, perché il suo spirito abita il mondo e non ha bisogno delle sicurezze altrui per essere felice).

La consolatio ad Polybium

(vuole ottenere il ritorno a Roma) (alte cariche amministrative concesse ai liberti da Claudio) Da questa lettura del 43, emerge qualche dubbio sula serenità interiore di Seneca esule. Infatti il tono di Seneca è smaccatamente adulatorio nei confronti del princeps e del dedicatario Polibio, un potente liberto e funzionario di Claudio che aveva appena perso l'amato fratello. Indubbiamente il tono particolare è dovuto dal desiderio di Seneca di ottenere al più presto il ritorno dall'esilio, per poter ritornare nella sua amata Roma; l'opera si trasforma così in una vera e propria supplica.

I dialoghi:

il De ira

Nel dialogo Seneca sostiene la tesi secondo cui il saggio non può soffrire offesa, perché il suo unico bene è la virtù, un bene che non può subire danni e che nessuno potrà mai sottrarre. Persino gli oltraggi e lo scherno dell'opinione pubblica non possono turbare il suo animo nobile e forte che si distacca dalla contingenza quotidiana e ricerca solo l'imperturbabilità interiore (autarcheia).

il De vita beata

Nel De vita beata del 58-59 ritorna uno dei temi fondamentali del pensiero senecano, quello della felicità. L'opera è dedicata a Gallione, nome che venne assunto dal fratello Anneo Novato dopo essere stato adottato dal retore Giunio Gallione. Nella prima parte dell'opera Seneca presenta la dottrina stoica secondo la quale felicità e virtù coincidono e si contrappone con ferma decisione alla dottrina epicurea secondo la quale la felicità consiste nel piacere. (voluptas) Seneca dice, però, che conseguire la virtù (e quindi la felicità) è molto impegnativo e solo pochissimi uomini possono vantarsi di aver raggiunto questo obiettivo; Seneca, tuttavia, dice che non bisogna demordere perché l'importante è mettersi nella prospettiva della ricerca. Nella seconda parte Seneca difenderà i filosofi e quindi implicitamente se stesso dalle accuse che una parte dell'opinione pubblica gli rivolgeva riguardo alle sue ricchezze, vita lussuosa, quindi alle sue incoerenze rispetto a quello che predicava. Secondo Seneca, il sapiente può anche accettare i beni terreni purché sia pronto a staccarsene senza rimpianti in qualunque momento quando la sorte che glieli ha concessi deciderà di prenderseli.

il De tranquillitate animi (61 a.c.)

Presenta ad Ennio sereno che è il dedicatario dell'opera, in "crisi spirituale" affetto dal taedium vitae , annoiato dall'esistenza e in preda ad un dubbio incalzante: non sa infatti se dedicarsi agli affari (negotia) o all'otium contemplativo. Seneca suggerisce al suo amico di scegliere una via di mezzo tra questi opposti modelli di vita. Non deve farsi travolgere dal turbine della vita attiva ma non deve nemmeno isolarsi totalmente dalla comunità civile (una sorta di interazione tra il ritiro contemplativo e l'impegno alla vita pubblica). Anneo deve raggiungere l'indipendenza del sapiens attraverso la conoscenza e il dominio delle reazioni emotive grazie all'esercizio della ragione. Questo stato egli lo dovrà raggiungere non una volta per tutte ma ogni volta vincendo se stesso e le proprie passioni; deve mostrare saggezza tanto dall'otium privato quanto nella vita pubblica impegnandosi per il bene comune senza scoraggiarsi di fronte alle difficoltà, stringendo amicizia con gli altri saggi e trovando il modo, anche nelle situazioni più sfavorevoli di agire sempre per il bene comune. L'ideale supremo del saggio è la serenità dell'animo, ottenuta anche attraverso l'esempio positivo dato di sé agli altri.

il De otio

L’opera è del 62 a.C. ed è basata sempre su un dialogo fittizio con l’amico Anneo sereno. Seneca, quando compose questo dialogo, si era già ritirato dalla vita politica e voleva giustificare la sua scelta: se le circostanze esteriori impediscono di dedicarsi ai problemi dello stato chiedendo compromessi insostenibili, allora è opportuno salvare la coerenza e dedicarsi alla vita contemplativa, cercando di migliorare il proprio spirito. In questo dialogo, egli appare più pessimista riguardo alla possibilità che il saggio ha di incidere sulla vita pratica e tutta la sua attenzione è spostata alla vita contemplativa: l'unico mezzo che rimane al

filosofo per giovare agli altri uomini è l'esempio della propria vita spesa alla ricerca del bene e della verità.

il De providentia

Di quest'opera non si conosce la data di composizione ma molto probabilmente è da ascrivere agli ultimi anni di produzione. È dedicata all'amico Lucilio, lo stesso al quale Seneca indirizzò anche le Naturales quaestiones e le Epistulae morales (Epistulae morales ad Lucilium: titolo originale). L'opera affronta il tema problematico della provvidenza divina. Come mai, obietta Lucilio, nell'opera gli onesti vengono colpiti dalle sventure mentre i malvagi vengono sempre risparmiati? Il filosofo replica che le difficoltà e le sofferenze imposte alle persone buone e oneste non sono da considerare dei veri mali, ma sono degli strumenti che servono a metterli alla prova, valorizzandone le virtù e i meriti. Chi sa accettare il proprio dolore e la propria sofferenza, dimostra il coraggio morale e la grandezza eroica di colui che utilizza la sventura per rendere più forte il proprio animo (collegamento con la provvidenza di Manzoni). Oltre ai Dialogi, Seneca scrisse dei trattati: due di argomento filosofico morale, De clementia e De beneficiis , e uno di argomento scientifico, Naturales quaestiones. Molto probabilmente la tradizione li ha trasmessi a parte e non li ha inseriti tra i dialoghi per via della loro estensione; nel modo di affrontare gli argomenti, infatti, non si discostano dai dialoghi; anche l'impostazione diatribica e il tono dialogante con l'ascoltatore fittizio sono gli stessi.

il De clementia (55-56)

È un trattato politico e tratta questioni di filosofia politica. È dedicato a Nerone che era diventato princeps da poco. Dei tre libri originali ci sono pervenuti il primo e l'inizio del secondo. Attraverso quest'opera Seneca voleva proporre a Nerone un modello ideale di buon governo che fosse ispirato a principi di moderazione conformi alla filosofia stoica. La clemenza è una virtù naturale dell'uomo, tipica soprattutto di chi ha grandi responsabilità e detiene un forte potere: essa quando c'è rivela un animo nobile, ma si rivela anche utile dal punto di vista della "ragion di stato". Infatti la mitezza di un governante rende più facilmente fedeli i suoi sudditi, e un re si differenza da un tiranno proprio perché il primo punisce mal volentieri e solo se è costretto dalla necessità, mentre il secondo lo fa per una sorta di sadico piacere. Seneca raccomanda a Nerone di essere moderato nel punire i reati di lesa maestà e delitti privati, proprio perché voleva smorzare la tendenza alla violenza e alla crudeltà che il giovane princeps già mostrava di avere. Sottolineava tra l'altro che quando un governante puniva in modo eccessivo e reiterato, quel suo provvedimento perdeva in molti casi di efficacia. In quest'opera Seneca riconosce la necessità stoica del principato assoluto e presenta la monarchia come il miglior regime politico. La stessa filosofia stoica individuava nella monarchia la migliore forma di governo: il principe all'interno dello stato ha la medesima funzione che riveste il logos all'interno dell'universo; così come il logos unifica e governa l'universo, altrettanto il principe fa con lo stato. Poiché il princeps-logos è il principio unificatore del corpo sociale e politico di uno stato, è fondamentale che egli sia moderato, giusto, equilibrato, in una parola saggio (come diceva Kant), poiché il princeps è vincolato da ogni controllo superiore e gestisce un potere illimitato è indispensabile che si formi dentro di lui una salda legge morale che lo conduca a governare in modo equilibrato e giusto. Proprio a questa legge morale fa appello Seneca quando propone a Nerone la

Il modello di Seneca in questo lavoro non è assolutamente l’epistolario di Cicerone, che anzi viene criticato per più di un aspetto. Usa come modello le lettere del filosofo greco Epicuro che esponeva il suo pensiero in forma piana e dialogante attraverso epistulae indirizzate agli amici. Non a caso molte lettere contengono massime epicuree, ulteriore testimonianza dell’apertura filosofica di Seneca che spesso allarga i suoi orizzonti per accogliere altri insegnamenti sulla via della saggezza e della felicità. Egli, come Epicuro, vuole attraverso le lettere insegnare la verità al suo amico discepolo. Quest’opera di Seneca è una vera e propria introduzione alla filosofia, intesa come strumento per raggiungere la saggezza, e quindi la virtù e la felicità. Solo l'uomo saggio può essere virtuoso e solo l'uomo virtuoso può essere felice, l'uomo è saggio solo se conosce la filosofia. Il percorso però proposto da Seneca nelle Epistulae morales non è “sistematico”, ma “esistenziale”. Seneca assume nei confronti di Lucilio l’atteggiamento di un amico un po’ più esperto di lui nel possesso della conoscenza; come tale può fare pacate e profonde meditazioni sui temi morali che testimoniano una pratica quotidiana della filosofia. Sono frequenti gli esempi storici, i fatti di attualità, gli spunti attinti dalla vita privata, anche quelli apparentemente insignificanti (viaggi, visite alle terme, brevi malattie, incontri con amici): essi permettono all’autore di affrontare in modo non sistematico e piacevolmente discorsivo i nodi della vita morale. I temi più importanti dell’opera sono:

  • il rapporto con il tempo e la riflessione sulla morte (che non deve essere mai temuta e per la quale ci si deve preparare);
  • la centralità della anima e la superiorità della vita ritirata nell’otium (ricordiamo che ormai Seneca è escluso dalla vita politica attiva);
  • la compagnia di pochi e scelti amici e delle opere degli antichi maestri di filosofia ;
  • la meditazione sulla comune natura degli uomini , che lo porta ad esprimere parole di comprensione nei confronti di tutti, anche degli schiavi (che chiama contubernales ; a tal proposito ricordiamo l’epistula 47);
  • la ricerca dell’ αυτάρχεια e della serenità interiore sono altrettanti temi già affrontati nelle opere precedenti e qui ripresi con profondità e con maggior calore in un dialogo con l'amico che è anche, e soprattutto, esperienza di vita. Molto compatti appaiono i primi tre libri dell'opera, che risultano essere quasi una sorta di iniziazione alla filosofia; in seguito il discorso di Seneca si articola sempre di più e tocca temi più complessi come logica e dialettica , anche l'estensione delle lettere non è uniforme: alcune sono piuttosto brevi, altre sono talmente lunghe da sembrare quasi brevi trattati: così è per esempio per l'epistola 74 che parla della virtù come unico bene e per l'epistola 81 che parla dei benefici e del valore della conoscenza. Nelle lettere a Lucilio sicuramente c'è un Seneca ormai solo, amareggiato e deluso per il fallimento del suo compito politico al fianco di Nerone; eppure non demorde dal suo ruolo di consigliere morale: egli infatti fornisce dei suggerimenti etici e morali di alto profilo, anche se aveva sperimentato spesso il fallimento dei suoi insegnamenti. Le sue idee non sono originali e, come sappiamo, ricalcano quelle dello stoicismo , non trascura però alcuni precetti del platonismo antico e perfino dell' epicureismo. Sicuramente di impianto stoico è la convinzione di Seneca sulla necessità della saggezza e sul valore fondamentale della virtus per ottenere felicità nella vita. Stoica è anche la

concezione secondo la quale l'anima umana deriva dall'essere supremo e presenta una componente razionale accanto ad una irrazionale. Dopo la morte, essa (sopravvissuta fino al momento della conflagrazione universale), si ricongiungerà con l'assoluto; sempre di impianto stoico è la concezione di un principio divino esistente nella natura (panteismo immanentista). La moralità, però, con cui Seneca tratta la sua visione della vita e della morale rivelano una sensibilità del tutto nuova, che in seguito sarà colta dagli autori successivi specialmente quelli cristiani protagonisti dell'ultima fase della letteratura latina (San Francesco). Le opere poetiche: Le tragedie di Seneca sono di impatto visivo molto forte. Attraverso la tradizione manoscritta, sotto il nome di Seneca ci sono giunte dieci tragedie di importanza straordinaria, perché sono le uniche opere tragiche della letteratura latina che ci siano giunte per intero. Esse divennero quindi un paradigma del tragico latino, sia dal punto di vista contenutistico, sia da quello strutturale: Seneca, per esempio, insegnò a usare sistematicamente la divisione della tragedia in cinque atti intervallati dai cori. Sono nove di argomento mitologico e si rifanno ai modelli greci. La decima dal titolo Octavia è una praetexta (dal nome della toga che indossavano i magistrati che avevano una carica alta a Roma). Essa narra la fine tragica della morte di Nerone: Ottavia fu infatti fatta uccidere da Nerone a diciott'anni quando costui decise di sposare Poppea. Tutti i filologi ritengono spuria questa tragedia, sia perché Seneca compare come personaggio, sia perché in essa si profetizza con precisi particolari la morte di Nerone, avvenuta nel 68, mentre Seneca fu da lui costretto al suicidio, come sappiamo, tre anni prima (65). Quest'opera rappresenta un dramma molto interessante, perché è l’unica di argomento romano che possiamo leggere per intero; stilisticamente è molto vicina alle altre autentiche di Seneca, per cui si pensa sia stata composta da qualche ammiratore in anni abbastanza vicini alla sua morte. Forti dubbi vi sono anche sull’autenticità dell’Hercules oetaeus (Ercole sull'Eta) perché è molto più ampia delle altre e ha un finale dal tenore completamente differente: dopo la morte Ercole viene divinizzato (storia presa dalle Trachinie di Sofocle). Per quanto riguarda le altre tragedie, non abbiamo elementi per indicare una datazione precisa delle opere; qualche filosofo ha ipotizzato che esse siano state scritte tra il 43 e il 49 d.C., un periodo in cui Seneca non scrisse altre opere. Questi drammi sono densi di atrocità, intrisi di cupo pessimismo; e allora quale rapporto possono avere con le opere filosofiche senecane? Possiamo considerarli dei "drammi didattici"; essi ci mostrano infatti gli effetti in negativo del crollo della razionalità e del trionfo delle passioni. In esse viene rivelato cosa accade nell'animo umano quando il logos è sconfitto e la passione irrazionale travolge tutto. Al contempo vi è sicuramente in queste tragedie un fine "politico"; molto spesso, infatti, è protagonista di queste opere un tiranno sanguinario, assetato di potere, crudele fino alla bestialità (per esempio Atreo per vendicarsi e affermare il proprio dominio bandisce al fratello le carni dei nipoti). La tragedia di Seneca rappresenta, allora, un paradigma in negativo e un'esaltazione rivolta al princeps (Nerone) per mostrargli quanto può essere devastante un potere assoluto non controllato dalla ragione. I titoli delle tragedie sono: Hercules Furens, Troades, Phoenissae, Medea, Phadera, Oedipus, Agamennon, Thyestes e Hercules oetaeus.