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Eutanasia: etica e morale, Guide, Progetti e Ricerche di Religione

Riflessione etica e morale eutanasia

Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche

2019/2020

Caricato il 29/04/2020

lisa-agostoni
lisa-agostoni 🇮🇹

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Io prima di te: eutanasia
l Definizioni
EUTANASIA: L'eutanasia (dal greco euthanasìa, “buona morte”) può essere definita come
qualsiasi atto volto ad accelerare o a causare la morte di una persona per finalità umanitarie.
L'eutanasia si propone di porre fine a una situazione di sofferenza tanto fisica quanto psichica non
più tollerabile da parte del malato; ovviamente questo presuppone che non esista trattamento
terapeutico che possa, anche temporaneamente, offrire sollievo. Bisogna anzitutto fare una
differenza tra eutanasia attiva e passiva, e suicidio assistito: L'eutanasia attiva consiste nel
determinare o accelerare la morte mediante il diretto intervento del medico, utilizzando farmaci
letali.
SUICIDIO ASSISTITO: indica invece l'atto mediante il quale un malato si procura una rapida
morte grazie all'assistenza del medico: questi prescrive i farmaci necessari al suicidio su esplicita
richiesta del paziente, e lo consiglia riguardo alle modalità di assunzione. In tal caso viene a
mancare l'atto diretto del medico che somministra in vena i farmaci al malato.
EUTANASIA PASSIVA: viene utilizzato per indicare la morte del malato determinata dalla
sospensione dei farmaci, o dall'astensione del medico dal compiere degli interventi che potrebbero
prolungare la vita stessa. Un esempio potrebbe essere rappresentato da un neonato gravemente
deforme, con breve aspettativa di vita, colpito da polmonite; il medico allora potrebbe non praticare
alcuna terapia al neonato aspettando l'evoluzione della patologia. In quest'ultimo caso riteniamo sia
più corretto parlare di astensione terapeutica che di eutanasia Attualmente in Italia, per il Codice
Penale l'eutanasia attiva è paragonabile all'omicidio volontario o, nel caso in cui sia stato il malato a
chiedere la propria morte, all'omicidio consenziente (artt. 575 e 579). In alcuni Paesi (come l'Olanda
e il Belgio) è stata recentemente legalizzata.
Come Cristiani, sappiamo che lo stesso Dio che ci ha donato la vita ha stabilito per noi un giorno in
cui dovremo lasciare questo mondo, e che nelle Sue mani c'è la vita e la morte di ciascuno di noi.
L'eutanasia non rientra nella volontà di Dio; l'uomo che non conosce Dio si ritiene libero di
decidere per la sua vita, ma noi abbiamo affidato a Lui la nostra vita e quindi anche la nostra morte.
Se Egli permette la sofferenza ci darà anche la forza di sopportarla, e inoltre noi crediamo ancora
nei miracoli e sappiamo che anche quando tutto sembra finito Dio è potente da trasformare le cose.
Infine, un discorso a parte va fatto per quanto riguarda l'eutanasia passiva, o meglio, l'astensione
terapeutica, che come abbiamo detto consiste nel rifiutare il cosiddetto “accanimento terapeutico”;
questo discorso ovviamente riguarda le patologie irreversibili al 100%. In questi casi crediamo sia
giusto anche per un Cristiano poter rifiutare che macchine per la respirazione e sonde gastriche
prolunghino i suoi giorni. Anzi, chi ha fatto un incontro con Cristo a maggior ragione può
aggrapparsi a Lui nei momenti drammatici della propria esistenza e accrescere così la propria fede
sapendo che Dio è più potente di un farmaco o di una macchina.
in base alle modalità di azione
eutanasia attiva (azione deliberata)
eutanasia omissiva (o, impropriamente, passiva)
non vi è alcuna differenza etica tra le due
in base all’intenzione
eutanasia diretta (ricercata volontariamente)
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Io prima di te: eutanasia

l Definizioni EUTANASIA: L'eutanasia (dal greco euthanasìa , “buona morte”) può essere definita come qualsiasi atto volto ad accelerare o a causare la morte di una persona per finalità umanitarie. L'eutanasia si propone di porre fine a una situazione di sofferenza tanto fisica quanto psichica non più tollerabile da parte del malato; ovviamente questo presuppone che non esista trattamento terapeutico che possa, anche temporaneamente, offrire sollievo. Bisogna anzitutto fare una differenza tra eutanasia attiva e passiva, e suicidio assistito: L' eutanasia attiva consiste nel determinare o accelerare la morte mediante il diretto intervento del medico, utilizzando farmaci letali. SUICIDIO ASSISTITO: indica invece l'atto mediante il quale un malato si procura una rapida morte grazie all'assistenza del medico: questi prescrive i farmaci necessari al suicidio su esplicita richiesta del paziente, e lo consiglia riguardo alle modalità di assunzione. In tal caso viene a mancare l'atto diretto del medico che somministra in vena i farmaci al malato. EUTANASIA PASSIVA: viene utilizzato per indicare la morte del malato determinata dalla sospensione dei farmaci, o dall'astensione del medico dal compiere degli interventi che potrebbero prolungare la vita stessa. Un esempio potrebbe essere rappresentato da un neonato gravemente deforme, con breve aspettativa di vita, colpito da polmonite; il medico allora potrebbe non praticare alcuna terapia al neonato aspettando l'evoluzione della patologia. In quest'ultimo caso riteniamo sia più corretto parlare di astensione terapeutica che di eutanasia Attualmente in Italia, per il Codice Penale l'eutanasia attiva è paragonabile all'omicidio volontario o, nel caso in cui sia stato il malato a chiedere la propria morte, all'omicidio consenziente (artt. 575 e 579). In alcuni Paesi (come l'Olanda e il Belgio) è stata recentemente legalizzata. Come Cristiani, sappiamo che lo stesso Dio che ci ha donato la vita ha stabilito per noi un giorno in cui dovremo lasciare questo mondo, e che nelle Sue mani c'è la vita e la morte di ciascuno di noi. L'eutanasia non rientra nella volontà di Dio; l'uomo che non conosce Dio si ritiene libero di decidere per la sua vita, ma noi abbiamo affidato a Lui la nostra vita e quindi anche la nostra morte. Se Egli permette la sofferenza ci darà anche la forza di sopportarla, e inoltre noi crediamo ancora nei miracoli e sappiamo che anche quando tutto sembra finito Dio è potente da trasformare le cose. Infine, un discorso a parte va fatto per quanto riguarda l'eutanasia passiva, o meglio, l'astensione terapeutica, che come abbiamo detto consiste nel rifiutare il cosiddetto “accanimento terapeutico”; questo discorso ovviamente riguarda le patologie irreversibili al 100%. In questi casi crediamo sia giusto anche per un Cristiano poter rifiutare che macchine per la respirazione e sonde gastriche prolunghino i suoi giorni. Anzi, chi ha fatto un incontro con Cristo a maggior ragione può aggrapparsi a Lui nei momenti drammatici della propria esistenza e accrescere così la propria fede sapendo che Dio è più potente di un farmaco o di una macchina. in base alle modalità di azione  eutanasia attiva ( azione deliberata )  eutanasia omissiva (o, impropriamente, passiva )  non vi è alcuna differenza etica tra le due in base all’ intenzione  eutanasia diretta ( ricercata volontariamente )

 eutanasia indiretta ( conseguenza non voluta di un’altra azione terapeutica ) Comitato Nazionale per la Bioetica esamina le argomentazioni a sostegno della possibilità per il Cosa pensa il comitato nazionale per la Bioetica? Comitato Nazionale per la Bioetica esamina le argomentazioni a sostegno della possibilità per il paziente di redigere dichiarazioni sul fine vita. Si schierano a favore coloro i quali sottolineano l’ineluttabilità della volontà del malato e riconoscono nell’atto di firma del soggetto coinvolto sul documento riguardo le disposizioni sul fine vita il fondamento del vincolo giuridico affinché questo abbia luogo. Il documento ha validità anche in tempi lontani dalla sua redazione, in quanto, all’atto della sua sottoscrizione, il paziente era consapevole delle sue conseguenze a lungo termine. “La volontà nota e implicitamente o esplicitamente confermata va assunta come ultima volontà valida del paziente, non essendo a nessuno dato di congetturare se e quali altri cambiamenti possano essere intervenuti nel soggetto nel tempo successivo alla perdita della coscienza” (Comitato Nazionale per la Bioetica, Dichiarazioni anticipate di trattamento, “FondazioneLanza.it”, 18 dicembre 2003). Il requisito dell’attualità, ossia ritenere valide le dichiarazioni del paziente soltanto nel momento in cui vengono sottoscritte, implicherebbe il rispetto delle scelte del paziente soltanto finché considerato cosciente. Le parole di Papa Francesco Papa Francesco incontra 350 membri della Federazione Italiana degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri e ribadisce che eutanasia e suicidio assistito non sono “scelte legate alla libertà del malato”, ma per “scartare” chi soffre o per “falsa compassione” di fronte a chi chiede di poter “anticipare la morte”. “Si può e si deve respingere la tentazione di usare la medicina per assecondare” la volontà di morte di un malato, “fornendo assistenza al suicidio o causandone la morte con l’eutanasia”. Non si tratta infatti scelte legate alla libertà del malato, ma dettate dalla possibilità di “scartare” chi soffre, o dalla “falsa compassione di fronte alla richiesta di essere aiutati ad anticipare la morte”. Papa Francesco ribadisce così a 350 chirurghi e odontoiatri italiani, ricevuti in udienza in Sala Clementina, la posizione della Chiesa contraria all’eutanasia e al suicidio assistito, citando anche la Nuova Carta per gli operatori sanitari, pubblicata nel febbraio 2017 dal Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, quando sottolinea che “non esiste un diritto a disporre arbitrariamente della propria vita, per cui nessun medico può farsi tutore esecutivo di un diritto inesistente”. Evangelium Vitae Minacce non meno gravi incombono pure sui malati inguaribili e sui morenti, in un contesto sociale e culturale che, rendendo più difficile affrontare e sopportare la sofferenza, acuisce la tentazione di risolvere il problema del soffrire eliminandolo alla radice con l'anticipare la morte al momento ritenuto più opportuno. In tale scelta confluiscono spesso elementi di diverso segno, purtroppo convergenti a questo terribile esito. Può essere decisivo, nel soggetto malato, il senso di angoscia, di esasperazione, persino di disperazione, provocato da un'esperienza di dolore intenso e prolungato. Ciò mette a dura prova gli equilibri a volte già instabili della vita personale e familiare, sicché, da una parte, il

  1. Dalla sacralità della vita scaturisce la sua inviolabilità, inscritta fin dalle origini nel cuore dell'uomo, nella sua coscienza. La domanda «Che hai fatto?» ( Gn 4, 10), con cui Dio si rivolge a Caino dopo che questi ha ucciso il fratello Abele, traduce l'esperienza di ogni uomo: nel profondo della sua coscienza, egli viene sempre richiamato alla inviolabilità della vita — della sua vita e di quella degli altri —, come realtà che non gli appartiene, perché proprietà e dono di Dio Creatore e Padre. Il comandamento relativo all'inviolabilità della vita umana risuona al centro delle «dieci parole» nell'Alleanza del Sinai (cf. Es 34, 28). Esso proibisce, anzitutto, l'omicidio: «Non uccidere» ( Es 20, 13); «Non far morire l'innocente e il giusto» ( Es 23, 7); ma proibisce anche — come viene esplicitato nell'ulteriore legislazione di Israele — ogni lesione inflitta all'altro (cf. Es 21, 12-27). Certo, bisogna riconoscere che nell'Antico Testamento questa sensibilità per il valore della vita, pur già così marcata, non raggiunge ancora la finezza del Discorso della Montagna, come emerge da alcuni aspetti della legislazione allora vigente, che prevedeva pene corporali non lievi e persino la pena di morte. Ma il messaggio complessivo, che spetterà al Nuovo Testamento di portare alla perfezione, è un forte appello al rispetto dell'inviolabilità della vita fisica e dell'integrità personale, ed ha il suo vertice nel comandamento positivo che obbliga a farsi carico del prossimo come di se stessi: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» ( Lv 19, 18).
  2. Il comandamento del «non uccidere», incluso e approfondito in quello positivo dell'amore del prossimo, viene ribadito in tutta la sua validità dal Signore Gesù. Al giovane ricco che gli chiede: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?», risponde: «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» ( Mt 19, 16.17). E cita, come primo, il «non uccidere» (v. 18). Nel Discorso della Montagna, Gesù esige dai discepoli una giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei anche nel campo del rispetto della vita: «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio» ( Mt 5, 21-22). L'estraneo non è più tale per chi deve farsi prossimo di chiunque è nel bisogno fino ad assumersi la responsabilità della sua vita, come insegna in modo eloquente e incisivo la parabola del buon samaritano (cf. Lc 10, 25-37). «Sono io che do la morte e faccio vivere» ( Dt 32, 39): il dramma dell'eutanasia
  3. All'altro capo dell'esistenza, l'uomo si trova posto di fronte al mistero della morte. Oggi, in seguito ai progressi della medicina e in un contesto culturale spesso chiuso alla trascendenza, l'esperienza del morire si presenta con alcune caratteristiche nuove. Infatti, quando prevale la tendenza ad apprezzare la vita solo nella misura in cui porta piacere e benessere, la sofferenza appare come uno scacco insopportabile, di cui occorre liberarsi ad ogni costo. La morte, considerata «assurda» se interrompe improvvisamente una vita ancora aperta a un futuro ricco di possibili esperienze interessanti, diventa invece una «liberazione rivendicata» quando l'esistenza è ritenuta ormai priva di senso perché immersa nel dolore e inesorabilmente votata ad un'ulteriore più acuta sofferenza. Inoltre, rifiutando o dimenticando il suo fondamentale rapporto con Dio, l'uomo pensa di essere criterio e norma a se stesso e ritiene di avere il diritto di chiedere anche alla società di garantirgli possibilità e modi di decidere della propria vita in piena e totale autonomia. È, in particolare, l'uomo che vive nei Paesi sviluppati a comportarsi così: egli si sente spinto a ciò anche dai continui progressi della medicina e dalle sue tecniche sempre più avanzate. Mediante sistemi e apparecchiature estremamente sofisticati, la scienza e la pratica medica sono oggi in grado non solo di risolvere casi precedentemente insolubili e di lenire o eliminare il dolore, ma anche di sostenere e

protrarre la vita perfino in situazioni di debolezza estrema, di rianimare artificialmente persone le cui funzioni biologiche elementari hanno subito tracolli improvvisi, di intervenire per rendere disponibili organi da trapiantare. In un tale contesto si fa sempre più forte la tentazione dell' eutanasia, cioè di impadronirsi della morte, procurandola in anticipo e ponendo così fine «dolcemente» alla vita propria o altrui. In realtà, ciò che potrebbe sembrare logico e umano, visto in profondità si presenta assurdo e disumano. Siamo qui di fronte a uno dei sintomi più allarmanti della «cultura di morte», che avanza soprattutto nelle società del benessere, caratterizzate da una mentalità efficientistica che fa apparire troppo oneroso e insopportabile il numero crescente delle persone anziane e debilitate. Esse vengono molto spesso isolate dalla famiglia e dalla società, organizzate quasi esclusivamente sulla base di criteri di efficienza produttiva, secondo i quali una vita irrimediabilmente inabile non ha più alcun valore.

  1. Per un corretto giudizio morale sull'eutanasia, occorre innanzitutto chiaramente definirla. Per eutanasia in senso vero e proprio si deve intendere un'azione o un'omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. «L'eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati».^76 Da essa va distinta la decisione di rinunciare al cosiddetto « accanimento terapeutico », ossia a certi interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza «rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all'ammalato in simili casi».^77 Si dà certamente l'obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all'eutanasia; esprime piuttosto l'accettazione della condizione umana di fronte alla morte.^78 Nella medicina moderna vanno acquistando rilievo particolare le cosiddette « cure palliative », destinate a rendere più sopportabile la sofferenza nella fase finale della malattia e ad assicurare al tempo stesso al paziente un adeguato accompagnamento umano. In questo contesto sorge, tra gli altri, il problema della liceità del ricorso ai diversi tipi di analgesici e sedativi per sollevare il malato dal dolore, quando ciò comporta il rischio di abbreviargli la vita. Se, infatti, può essere considerato degno di lode chi accetta volontariamente di soffrire rinunciando a interventi antidolorifici per conservare la piena lucidità e partecipare, se credente, in maniera consapevole alla passione del Signore, tale comportamento «eroico» non può essere ritenuto doveroso per tutti. Già Pio XII aveva affermato che è lecito sopprimere il dolore per mezzo di narcotici, pur con la conseguenza di limitare la coscienza e di abbreviare la vita, «se non esistono altri mezzi e se, nelle date circostanze, ciò non impedisce l'adempimento di altri doveri religiosi e morali».^79 In questo caso, infatti, la morte non è voluta o ricercata, nonostante che per motivi ragionevoli se ne corra il rischio: semplicemente si vuole lenire il dolore in maniera efficace, ricorrendo agli analgesici messi a disposizione dalla medicina. Tuttavia, «non si deve privare il moribondo della coscienza di sé senza grave motivo»: 80 avvicinandosi alla morte, gli uomini devono essere in grado di poter soddisfare ai loro obblighi morali e familiari e soprattutto devono potersi preparare con piena coscienza all'incontro definitivo con Dio. Fatte queste distinzioni, in conformità con il Magistero dei miei Predecessori 81 e in comunione con i Vescovi della Chiesa cattolica, confermo che l'eutanasia è una grave violazione della Legge di

sperare, quando tutte le speranze umane vengono meno. Come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II, «in faccia alla morte l'enigma della condizione umana diventa sommo» per l'uomo; e tuttavia «l'istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l'idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona. Il germe dell'eternità che porta in sé, irriducibile com'è alla sola materia, insorge contro la morte».^86 Questa naturale ripugnanza per la morte e questa germinale speranza di immortalità sono illuminate e portate a compimento dalla fede cristiana, che promette e offre la partecipazione alla vittoria del Cristo Risorto: è la vittoria di Colui che, mediante la sua morte redentrice, ha liberato l'uomo dalla morte, «salario del peccato» ( Rm 6, 23), e gli ha donato lo Spirito, pegno di risurrezione e di vita (cf. Rm 8, 11). La certezza dell'immortalità futura e la speranza nella risurrezione promessa proiettano una luce nuova sul mistero del soffrire e del morire e infondono nel credente una forza straordinaria per affidarsi al disegno di Dio. L'apostolo Paolo ha espresso questa novità nei termini di un'appartenenza totale al Signore che abbraccia qualsiasi condizione umana: «Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore» ( Rm 14, 7-8). Morire per il Signore significa vivere la propria morte come atto supremo di obbedienza al Padre (cf. Fil 2, 8), accettando di incontrarla nell'«ora» voluta e scelta da lui (cf. Gv 13, 1), che solo può dire quando il cammino terreno è compiuto. Vivere per il Signore significa anche riconoscere che la sofferenza, pur restando in se stessa un male e una prova, può sempre diventare sorgente di bene. Lo diventa se viene vissuta per amore e con amore, nella partecipazione, per dono gratuito di Dio e per libera scelta personale, alla sofferenza stessa di Cristo crocifisso. In tal modo, chi vive la sua sofferenza nel Signore viene più pienamente conformato a lui (cf. Fil 3, 10; 1 Pt 2, 21) e intimamente associato alla sua opera redentrice a favore della Chiesa e dell'umanità.^87 È questa l'esperienza dell'Apostolo, che anche ogni persona che soffre è chiamata a rivivere: «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca alle tribolazioni di Cristo nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» ( Col 1, 24). Gentilmente… togli il disturbo! SGA 3 maggio 2002 Parabola del buon Samaritano (Luca 10,29-37) Gesù raccontò una parabola…“un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.” …Gesù gli disse: “Và e anche tu fà lo stesso”. Da ieri l’eutanasia legale è in Olanda una realtà….da ieri qualsiasi paziente affetto da male incurabile, cosciente e su base esclusivamente volontaria, potrà chiedere al medico di morire, con

quello che i tecnici definiscono “eutanasia attiva”, non dunque il semplice spegnimento di una macchina salvavita… La nuova legge, la prima del genere nel mondo, è il punto di arrivo di una tendenza in atto da tempo in Olanda. Da trent’anni i tribunali si dimostrano particolarmente indulgenti verso quanti “aiutano” i malati a suicidarsi. Già nel 1973 vi fu un primo caso di clemenza della corte per un uomo che aveva iniettato a sua madre inferma una dose letale di morfina. Il colmo raggiunse nel 1998, quando un tribunale condannò a lieve pena non detentiva un medico che aveva aiutato a morire un vecchio ex-senatore, perfettamente sano ma semplicemente “stanco di vivere”. Sul fronte legislativo, una prima svolta si ebbe nel 1993, quando il cosiddetto suicidio assistito fu depenalizzato…Per i fautori della legge, a partire dal premier Wim Kok, la legge fa definitivamente chiarezza, sancendo il diritto a morire con dignità per persone che non hanno più speranze. Molti medici sostengono che per i pazienti senza speranza è già un sollievo sapere di poter decidere da sé il momento e il modo della propria morte… inoltre è applicabile ai maggiorenni di 12 anni purché vi sia l’assenso dei genitori. La Chiesa Cattolica guarda il rischio che i malati possano trovarsi sotto forti pressioni psicologiche che li forzino all’estrema decisione per “togliere il disturbo”. Peter Zoest, segretario dei vescovi olandesi, afferma: c’è il rischio che i malati si considerino dei pesi per le famiglie e finiscano per optare loro malgrado per l’eutanasia. (DEL RE G., Eutanasia lo strappo dell’Olanda, in Avvenire, 2 aprile 2002,6) Intervista a Antonio Tellung (saggista, scrittore professionista e intellettuale, è impegnato da anni nel sostegno ai malati senza speranza), finché se ne parla in teoria, è difficile capire chi ha torto e chi ragione. E’ nella pratica, nell’assistere da vicino il malato terminale, che appare la condizione umana presso la morte. Tante esperienze, terribili, drammatiche, ma mai una volta mi è giunta dal malato una richiesta di eutanasia. Eppure, la legge olandese fa leva sul consenso o la richiesta del malato: Il consenso è una cosa terribilmente ambigua, in ospedale. Quante volte ho visto chiedere il consenso informato a cure di cui il paziente non capisce nulla semplicemente con un “firmi qui”… Scarico di coscienza? La medicina è capace con le sue macchine di prolungare la vita…bisogna avere il coraggio di non prolungare artificialmente la vita. Ciò che manca è una cultura dell’accompagnamento del malato alla fine. Vede nell’eutanasia il malato si sente solo. Abbandonato. E’ da lì che nasce la richiesta a farla finita? Se sente condivisa la sua sofferenza, se sente in essa una dignità e uno scopo, non chiede mai di farla finita. Una dignità nella sofferenza? Difficile pensarlo… a volte è bastato dire a un malato che si sente inutile, di peso ai suoi: inutile tu? Proprio ora? Dal modo con cui affronti i tuoi ultimi giorni, tu puoi insegnare ai tuoi figli a chi ti è accanto cose molto più essenziali di quando eri sano e forte. Quando capiscono di avere uno scopo, affrontano qualunque sofferenza, non sono per le sofferenze inutili: oggi esistono cure palliative che possono ridurle. Non è un ingannarli? Al contrario una donna mi disse “Sono arrabbiata con Dio”. Conclusione: è bene essere arrabbiati con Dio. Un genitore desidera che suo figlio si arrabbi, che sia vivo il loro rapporto, conflittuale. Devo mettere in chiaro alcune cose con Dio? Bene, facciamolo. Ecco la conclusione a cui giunse quella donna e lo fece con grande umorismo… A un mio amico (accompagnatore di malati terminali, colpito da tumore all’intestino) dissi: hai le ore contate. Anch’io ho le ore contate. Se vuoi prepariamoci insieme a morire. L’abbiamo fatto per quattro mesi: un corso di preparazione a cui partecipò anche la moglie. Qualcosa che ha arricchito tutti. Già, le mogli, le famiglie. Non sono loro a chiedere l’eutanasia? La famiglia è semplicemente smarrita. Non sa cosa fare, appunto perché manca quella cultura, i medici stessi non sanno insegnare come “accompagnare”…eppure ho visto donne divorziate da anni tornate a curare il marito terminale; un alcolizzato che durante l’agonia della moglie è diventato sobrio, affidabile e responsabile per assisterla. Strana la vita. Può diventare piena di senso

In merito alle cure palliative : Tra le cure da somministrare al malato terminale vanno annoverate quelle analgesiche. Queste concorrono all’umanizzazione e all’accettazione del morire….Non si può imporre a tutti un comportamento eroico. E poi molte volte il dolore diminuisce la forza morale della persona: le sofferenze aggravano lo stato di debolezza e di esaurimento fisico, ostacolano lo slancio dell’anima e logorano le forze morali invece di sostenerle. Invece la soppressione del dolore procura una distensione organica e psichica, facilita la preghiera e rende possibile un più generoso dono di sé>>. PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA PASTORALE PER GLI OPERATORI SANITARI, Carta degli operatori sanitari , Città del Vaticano 1995, 95-96. le disposizioni sul fine vita il fondamento del vincolo giuridico affinché questo abbia luogo. Il documento ha validità anche in tempi lontani dalla sua redazione, in quanto, all’atto della sua sottoscrizione, il paziente era consapevole delle sue conseguenze a lungo termine. “La volontà nota e implicitamente o esplicitamente confermata va assunta come ultima volontà valida del paziente, non essendo a nessuno dato di congetturare se e quali altri cambiamenti possano essere intervenuti nel soggetto nel tempo successivo alla perdita della coscienza ” (Comitato Nazionale per la Bioetica, Dichiarazioni anticipate di trattamento, “FondazioneLanza.it”, 18 dicembre 2003). Il requisito dell’attualità, ossia ritenere valide le dichiarazioni del paziente soltanto nel momento in cui vengono sottoscritte, implicherebbe il rispetto delle scelte del paziente soltanto finché considerato cosciente.