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Sintesi del testo "Medioevo: istruzioni per l'uso" di Francesco Senatore, per esame di Storia Medievale I con la Prof.ssa Plebani.
Tipologia: Sintesi del corso
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Francesco Senatore - Medioevo: istruzioni per l’uso
Capitolo 1 - Il soggetto studente e le insidie del nostro linguaggio 1.1 Luoghi e popoli Se apriamo un atlante storico e osserviamo la posizione e l'estensione degli stati europei dal V fino al XV secolo o fino ai giorni nostri vediamo che cambiano i confini ma l'impressione della continuità resta. Ognuno di quegli stati sembra agire come un organismo autonomo, impegnato a difendersi o ad accrescersi nel corso di una serie di guerre o passaggi di dinastia. →L’ idea di continuità è del tutto sbagliata: ● Nomi di stati e popoli che restano apparentemente identici nascondono realtà profondamente differenti, infatti la forza delle parole è irresistibile e dobbiamo fare attenzione nel riferirci a stati e popoli che hanno mantenuto lo stesso nome facendo analogie tra queste realtà differenti. Stati e popoli vivono nella nostra immaginazione come enti dotati di una propria individualità e dunque ci appaiono il prodotto della complessa interazione tra patrimonio genetico e condizionamenti dell'ambiente e delle esperienze, questo atteggiamento è un ostacolo alla conoscenza del passato che è conoscenza di qualcosa che è diverso da noi e dal nostro tempo. Studiare la storia di un determinato stato con il solo scopo di rintracciare le lontane origini di un'identità è assai pericoloso. ● Nel Medioevo sono esistiti molti stati e popoli e molte aggregazione di questi che non sembrano avere corrispondenza nel nostro presente. Il nostro sguardo tende a trascurarli anche se talvolta qualcuno spinto ma da motivi politici riesuma i fantasmi del passato per rivendicare la propria identità, ed ecco che si ricade nell'errore dell'analogia tra passato e presente. La storia è molto più complessa, popoli e stati ne sono il prodotto ma anche i loro nomi sono un prodotto della storia e ancora più vari sono i rapporti tra i popoli e territori in cui essi vivevano, cui hanno dato o da cui hanno ricevuto il nome, studiare la storia significa comprendere tutte queste vicende evitando le equivalenze meccaniche. 1.2 Stati e stato Passando ad analizzare le definizioni di “stato” o di “regno” la situazione peggiora: gli storici insistono sulla totale diversità degli stati del passato rispetto a quelli attuali, tanto che alcuni negano l'esistenza stessa di qualcosa che si possa chiamare “stato” non soltanto nell'età medievale, ma anche nel corso di lettera età moderna. Gli stati medievali non possono essere paragonati allo Stato ottocentesco, è dunque un errore cercare nel passato i segni anticipatori dello Stato liberale. →Lo Stato carolingio, ad esempio, era amministrato da funzionari locali, i comites (conti), rappresentanti diretti dell'imperatore nelle circoscrizioni territoriali loro affidate, i comitatus (contee). I poteri del conte possono essere riassunti con una formula: esercito, strada e assemblea giudiziaria. Dovendo sintetizzare, queste funzioni nei libri di testo sono definite come pubbliche e dunque presentano il conte come un funzionario pubblico cui era affidata l'amministrazione di una circoscrizione territoriale. Ciò è giusto ma l'uso di queste parole ha lo stesso effetto dell'uso dei nomi geografici ed etnici: il conte sembra agire in alcuni ambiti tipici del potere statale attuale. Tuttavia, egli non è paragonabile a un funzionario statale di oggi e neppure a uno del XV secolo. Il conte carolingio, era semplicemente un guerriero e le sue competenze si riassumevano nella capacità di dare ordine e farli rispettare, lo stato era per lui la fedeltà giurata al suo imperatore che lo ricambiava con fiducia e benefici, uno stato fatto dunque di persone e di forza militare.
1.3 Psicologia dei personaggi Molto spesso alcuni fatti del passato vengono spiegati con le motivazioni psicologiche del protagonista, ciò avviene poiché vi sono radicati dentro di noi due presupposti impliciti: ● L'uomo è rimasto uguale a se stesso nel corso dei millenni; ● chi intraprende una guerra senza un giusto motivo è giudicato malvagio, dunque i suoi comportamenti non hanno altra giustificazione che la sua malvagità alla quale si contrappone eventualmente la bontà della avversario. Sappiamo in realtà che le guerre e in generale gli eventi storici hanno ragioni, condizionamenti, sviluppi assai diversi. Succede, tuttavia che alle informazioni memorizzate si sovrapponga il nostro immaginario narrativo, ma in realtà lo studio della storia mostra la complessità dell'agire umano. Infatti, l'uomo non è rimasto uguale a se stesso nel corso dei millenni: la sua psicologia e la sua mentalità cambiano nel corso della storia e cambiano i contesti materiali e culturali in cui egli opera, la stessa azione assume forme e significati assolutamente diversi. Non ha senso, leggere il passato sulla base dei nostri giudizi di valore, assumendo come negative e condannabili tutte le varie manifestazioni dell'aggressività umana, la guerra e la violenza non erano in passato dei disvalori in sé. 1.4 L’anacronismo, compagno della ricerca storica In tutti i casi descritti si cade nel peggiore errori che possa esistere per chi studia la storia: l'anacronismo. Anacronismo significa attribuire al passato caratteri del presente, allora inesistenti. Per evitare semplificazioni derivanti da questi errori gli storici hanno aggiunto, ad esempio, alla parola “stato”, molte aggettivazioni e specificazioni descrittive e interpretative, al fine di sottolineare le radicali differenze tra le organizzazioni politiche che si sono succedute nel tempo, ma la storia può scegliere anche soluzioni alternative usando direttamente i termini del passato o sostituendo le parole più fraintese. Siamo inevitabilmente prigionieri del nostro linguaggio imperfetto e, in rapporto al passato, anacronistico, ma non possiamo farne a meno. Talvolta l'anacronismo può aiutarci a comprendere il passato secondo due modalità principali: ● l’analogia ● il contrasto Per comprendere la storia dunque è inevitabile muoversi continuamente tra passato e presente, ma non dobbiamo intendere che il passato spiega il presente, anzi è il presente che necessariamente spiega il passato, inteso come il presente della nostra cultura, della nostra esperienza e del nostro linguaggio. 1.5 Per concludere: fatti e questioni Tutto può dunque essere ed è costantemente frainteso e riportato alla nostra esperienza. E’ presente, nel nostro immaginario, un Medioevo derivante dall'immagine che ne viene diffusa, questo potrebbe essere un ottimo punto di partenza per una conoscenza più approfondita. Ciò che uno studente deve fare sono due cose: memorizzare i fatti e comprendere le questioni.
Capitolo 2 - L’oggetto Medioevo e la disciplina “storia medievale” 2.1 Che cos’è il Medioevo Il Medioevo, è un periodo della storia europea che comincia nel 476 e termina nel 1492. Medioevo vuol dire età di mezzo, cioè periodo intermedio tra l'età antica e l'età moderna. Si tratta di una definizione che fin dal principio ha avuto una connotazione negativa, legata all'idea della barbarie e della decadenza. I primi ad usare il termine di “media tempestas” furono gli umanisti, essi coniarono questa definizione perché volevano isolare il periodo di
(dall'imperatore Diocleziano a Giustiniano). Il dibattito sulla crisi di questo sistema economico e commerciale è ancora aperto. Pirenne riteneva che la sua fine fosse da datare al VII secolo e che fosse da imputare all'espansione islamica che ruppe l'unità economica del Mediterraneo, per lui dunque il medioevo sarebbe cominciato soltanto nell'VIII secolo. Sebbene questa tesi sia stata rifiutata è rimasta comunque aperta la questione del trapasso dall'età antica a quella medievale dal punto di vista della storia sociale ed economica. Così come l'inizio, anche la fine del medioevo è incerta dal punto di vista socio-economico, la particolare struttura giuridica ed economica delle campagne europee dei secoli bassomedievali e moderni fu giudicata da alcuni osservatori settecenteschi come arretrata e assolutamente da riformare o abolire. 2.4 Geografia della storia medievale L'eterogeneità e dunque la difficoltà della disciplina storia medievale si manifesta anche in un altro modo: se non è esistita una civiltà medievale perfettamente coincidente con quel periodo detto medievale qual è il soggetto del Medioevo? Si può facilmente notare come al centro della trattazione vi siano aree geografiche e soggetti politici diversi, studiati con un diverso grado di attenzione a seconda del punto del manuale in cui essi sono trattati. La tradizione dell'insegnamento ha selezionato una serie di contenuti che non possono mancare mai, di essi alcuni riguardano la storia politica e religiosa di tutta l'area latino-germanica, altri si limitano ad alcuni passaggi fondamentali della Storia d'Italia. Ci sono argomenti che non mancano mai ma che appaiono allo studente come scollegati da altri e dunque difficili da ricordare. Lo studente dovrebbe sforzarsi allora di collegare tra loro paragrafi diversi del manuale e soprattutto comprendere perché un certo argomento è posto in un dato punto dell'esposizione, perché a un altro si dedica molto poco spazio rispetto alla trattazione principale. La disciplina studiata nelle nostre scuole e università si occupa in sostanza della storia dell'Europa occidentale, con un occhio di riguardo della penisola italiana, l'Europa occidentale va intesa come un concetto culturale. Molti manuali dedicano molto spazio ad argomenti che sono ormai ex fatti , nel senso che sono venuti a cadere i presupposti culturali che, molto tempo fa, avevano portato alla loro selezione tra gli altri. 2.5 La disciplina: problemi di focalizzazione Il manuale si muove continuamente tra storie diverse, dunque la storia medievale è un contenitore di diverse discipline, ognuna con i suoi termini tecnici, i suoi metodi, le sue fonti. A partire dalla seconda metà del ‘900, lo studio del Medioevo ha vissuto una costante dilatazione di prospettive, tale dilatazione ha intasato i manuali che hanno assorbito tutte le sollecitazioni della ricerca storica, mentre è stata abbandonata definitivamente la prospettiva nazionalistica. Le nuove acquisizioni e le nuove interpretazioni, anche quando sono accettate da tutti gli studiosi, non scacciano mai del tutto le vecchie, ma si aggiungono ad esse per accumulazione o per contrapposizione. Ne consegue che lo studente trova difficile individuare le informazioni e le questioni più importanti, ciò che egli deve fare è in primo luogo dedicarsi all'individuazione di ciò che è veramente importante, e alla sua comprensione e memorizzazione. La selezione stessa facilita la comprensione e la memorizzazione di un argomento. 2.6 L’idolo delle origini Un'affermazione molto comune è quella del passato che spiega il presente, la ragione principale per la quale si studia la storia sarebbe appunto quella di conoscere le origini delle nostre istituzioni, della nostra cultura, dei nostri problemi: in una parola le origini del nostro presente. A ciò si collega un'altra considerazione, che riguarda il rapporto di causa-effetto tra gli eventi storici. Marc Bloch ha definito “Idolo delle origini” l'ossessione che porta a ricercare a tutti i costi le origini dei fenomeni storici. Al contrario, un fenomeno del presente o del
passato andrebbe innanzitutto analizzato e compreso nel tempo in cui si manifesta appieno, e solo in un secondo momento ne andrebbero rintracciate le origini. Bloch non negava la possibilità di rintracciare le origini, si opponeva semplicemente all'identificazione delle origini con le cause. E’ difficile che di un fenomeno storico si possano individuare con certezza incontrovertibile le cause, è fallace anche la convinzione che la storia sia maestra di vita, se con questa affermazione si intende che una volta conosciuto il passato, sia possibile ricavarne infallibili istruzione pratiche per il presente. Queste affermazioni corrispondono a una visione meccanicistica dei fatti umani, i quali invece sono sempre complessi, ambigui e imprevedibili. Lo studente dovrebbe liberarsi dall'idolo delle origini e la schiavitù della cronologia e chiedersi subito prima di imparare in ordine tutti i fatti, che cos'è il fenomeno che gli viene presentato in una parte del libro di testo. Dunque, la narrazione continua del manuale va disarticolata rompendone l'ordine, estrapolando le definizioni cercando di rispondere alle domande essenziali. 2.7 Il Medioevo come paradigma dell’antimoderno La parola Medioevo, nata come definizione sbrigativa nel XV secolo conserva oggi una valenza negativa. Nel linguaggio comune medievale definisce ciò che è oscuro, arretrato, irrazionale, e che magari è suggestivo e attraente proprio per queste sue caratteristiche. Le ragioni di questo significato di medievale, ma anche quelle di moderno, sono storiche, legate cioè alla storia del concetto di Medioevo. Come giudizi di valore, medievale e moderno, sono speculari: sono categorie del nostro linguaggio indipendentemente dal loro significato cronologico convenzionale e dai caratteri peculiari che quelle due epoche avrebbero avuto. Alcuni rappresentano il collasso dell'attuale civiltà come un ritorno al medioevo. Molti fenomeni bollati come medievali non sono affatto da attribuire a quel periodo, altri si possono tranquillamente estendere a molte altre epoche e addirittura al presente. Chi studia la disciplina non deve confondere il medioevo paradigma dell’antimoderno, il medioevo immaginario con i tanti diversi medioevi che ricostruisce la ricerca storica occupandosi dei secoli dal V al XV. 2.8 Il feudalesimo, mostro inafferrabile? Vicende analoghe alle parole ''Medioevo'' e ''medievale'' hanno vissuto, in verità , anche altri termini: ● feudale: e tutti i termini ad esso apparentati, sono anch'essi usati come giudizi di valore, ancor più negativi di ''medievale''; ● feudalesimo: è nel nostro linguaggio, sinonimo di 'anti-Stato, di esercizio abusivo del potere in un territorio sottratto all'autorità pubblica, di uso improprio, illegale dell'autorità che proviene dalla propria funzione pubblica. Lo storico Giovanni Tabacco ha definito il feudalesimo come un ''monstrum'' divenuto quasi inafferrabile. L'accezione negativa del termine risale al XVIII secolo, quando fu definito ''feudale'' l'intero sistema di rapporti politico-sociali del Medioevo e dell'età moderna, caratterizzato da: una certa frammentazione del potere pubblico, detenuto da funzionari statali e feudatari, dall'esistenza nelle campagne di contribuzioni varie nei confronti si un signore locale; si trattava di censi, di prestazioni lavorative gratuite (''corvées''). Questo complesso di regole vennero chiamate ''diritti feudali'' e vennero abolite l' agosto 1789 in quanto inconciliabili con la concezione romanistica della sovranità del diritto pubblico e della proprietà privata del diritto privato. Carl Marx periodizzare la storia umana in base al tipo di organizzazione economica, e in particolare in base al modo di produzione: ● quello primitivo
L'occupazione dell'Italia da parte dei longobardi, racconta Paolo Diacono, fu caratterizzata da assassinii e depredazioni; le città furono distrutte, le popolazioni decimate, i romani sottomessi. Dopo dieci anni senza un re, i capi longobardi (duchi, ''duces'') elessero re Autari, restauratore della monarchia, il quale si costituì un patrimonio di beni come base del suo potere grazie alla cessione, da parte dei duchi, di metà dei loro averi. La semplicità interpretativa di queste opere è solo apparente, infatti i brani sono oggetto di discussione da oltre due secoli. Quando si parla dello sfruttamento della parte restante dei nobili romani, e della popolazione in generale si definiscono i longobardi con il termine di ''hospites'' ovvero ''ospiti''. Ci si riferisce all'istituto della tarda antichità, quello della ''hospitalitas'', secondo il quale ai nuclei di barbari insediati all'interno dei confini dell'impero romano veniva assegnato un terzo delle terre, confiscate a proprietari terrieri romani; tuttavia secondo Paolo Diacono si riferisce ad una sorta di requisizione organizzata, un tributo in natura che forse potrebbe essere stato esteso in un secondo momento a tutta la popolazione. La notizia dell'assoggettamento e il vocabolo stesso di ''hospites'' risalgono al testo di Secondo di Non; un chierico di origine italica, che narrò le fasi più difficili della conquista di cui ebbe esperienza diretta (in un'opera che non ci è mai pervenuta). Da Secondo Paolo ricavò anche un'altra informazione; parlando della ''restauratio regni'' Diacono fa affermazioni abbastanza interessanti: i longobardi mostrano di aver compreso la necessità di una più stabile organizzazione territoriale, estranea alle proprie tradizioni e solo allora fu deciso di chiamare il proprio re ''Flavio'', termine usato come un titolo regale, del tutto impropriamente. Paolo usò una parola della sua lingua di cultura che aveva appreso leggendo e imitando le sacre scritture: ''nobili Romanorum'', che però era utilizzata anche per definire i guerrieri longobardi o franchi che controllavano l'organizzazione pubblica e possedevano grandi quantità di terre e contadini; noi oggi leggiamo dietro ad essa la realtà della classe italo-senatoria che al tempo dell'invasione era caratterizzata da un buon livello culturale ed era al vertice della società, benché non controllasse più la forza militare. Concludiamo quindi che il ceto senatoriale fu senz'altro decimato o comunque privato del suo ruolo politico. Per ognuna delle espressioni latine usate da Paolo Diacono è indispensabile conoscere meglio il testimone Paolo Diacono. Per molte cronache e storie scritte nel Medioevo la maggior parte delle notizie biografiche sull'autore sono ricavabili dalle sue opere; ciò vale anche per Paolo Diacono. Egli ci racconta la storia della sua famiglia e ci da qualche notizia della sua vita; tali informazioni sono ''intenzionali''. Al tempo stesso, dalle parole di Paolo sono ricavabili informazioni che egli non ci voleva dare, o che ci ha dato senza rendersene conto, cioè informazioni ''preterintenzionali'; per esempio Paolo non racconta di un'origine mitica dei longbardi, come avviene nelle storie dei franchi, presentati come discendenti dei troiani. Inoltre non è diffusa nella tradizione storiografica antica e medievale la consuetudine che l'autore narri la storia della propria famiglia come fa Paolo che ci narra del suo antenato Leupchis, venuto in Italia insieme ad Alboino. Entrambi questi elementi sono stati interpretati come la prova che la cultura tradizionale longobarda era ancora vitale in Paolo e nel suo popolo. L'appartenenza etnica era ancora, al tempo di Paolo, un elemento decisivo nell'identità e nella cultura dei ceti egemoni del regno di Pavia, cui apparteneva Paolo. Ogni longobardo si sentiva parte di una stirpe e parte di una famiglia specifica. Questo ci permette di capire come la distinzione tra fonti ''intenzionali'' e fonti ''preterintenzionali'' non è tuttavia precisa, perchè molte fonti possono rientrare in entrambe le categorie. Tuttavia vi è da precisare che il quadretto idilliaco che Paolo traccia a fine testo non
può esser di certo attribuito a Secondo; evidentemente si tratta di un'affermazione di Paolo stesso che non vuole lasciare un giudizio negativo della storia del suo popolo. In quanto monaco cattolico non poteva che giudicare negativamente l'arianesimo dei primi longobardi, gli eccidi e il saccheggio durante l'invasione, ma in quanto longobardo, egli era però fiero della storia del suo popolo e riteneva opportuno tramandarla ai posteri. Per quanto riguarda cosa successe veramente ai romani in occasione dell'invasione longobarda c'è da dire che per Manzoni quest'ultima aveva provocato il totale asservimento dei romani; questa conclusione, supportata dallo stesso testo di Paolo, aveva importanti conseguenze politiche nell'epoca in cui Manzoni viveva. Tuttavia, oggi la letteratura manzoniana è giudicata scorretta: ● perchè, pur essendo evidente che l'invasione causò la decimazione dell'aristocrazia senatoria, nessuno dei passaggi scritti da Paolo Diacono afferma esplicitamente che l'intera popolazione romana fosse ridotta in schiavitù; ● perchè Manzoni compiva un'identificazione che oggi è rifiutata: i romani del 568- non sono gli italiani del 1822. ● inoltre i longobardi non possono aver sterminato e schiavizzato l'intera popolazione per ragione di numeri. Oggi si ritiene che i longobardi trasformarono una violenta dominazione tribale e militare in un potere territoriale dotato di un apparato di uffici pubblici e diretto da una monarchia cattolica abbastanza stabile. Tali conclusioni, non capovolgono però le affermazioni di Diacono: l'invasione fu comunque violenta. 3.3 Un coccio e la fine dell’età antica (la fonte materiale) Il coccio analizzato è un frammento di un piatto di ceramica prodotto nel VII secolo da officine africane, si tratta di una terracotta fabbricata modellando un impasto di argilla e acqua e cuocendolo in un forno, questo tipo di ceramica è detto “sigillata” perché la decorazione era ottenuta con matrici o punzoni usati a mo' di sigillo sull'impasto ancora morbido. La ceramica da mensa africana era un prodotto di grande successo commerciale: si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo tra la fine del I e il VII secolo d.C. I frammenti sono stati rinvenuti sul pavimento dell'esedra della Crypta Balbi. L'esedra è stata portata alla luce dopo numerose campagne di scavo. Gli archeologi l'hanno studiata senza privilegiare nessuna epoca storica, ma raccogliendo tutte le informazioni possibili via via che scavano, la tecnica utilizzata per datare i reperti rinvenuti è la stratigrafia. La vita dell'esedra è stata divisa in fasi, sei delle dieci cadono nei secoli medievali, queste fasi sembra siano la prova di un’inequivocabile decadenza economica e culturale. Tuttavia, la presenza di sigillata africana prova che i centri di produzione erano attivi e che esisteva un commercio a lunghe distanze di oggetti e di prodotti alimentari, e che Roma era inserita in queste reti commerciali. L'impressione di decadenza ricavata dal degrado del monumento antico si attenua. Le fonti materiali preterintenzionali sono utilizzate per lo studio dell'economia e della società, sulla base di questo deposito e di altri ritrovamenti si può concludere che fino a tutto il VII secolo il commercio del Mediterraneo funzionava come all'epoca tardoantica. Il t calo demografico, il decadimento urbanistico, le invasioni barbariche danneggiarono, ma forse non distrussero la struttura economica del Mediterraneo. Così riteneva Pirenne, secondo lui la vera cesura economica e sociale sarebbe avvenuta nel VIII secolo e sarebbe da attribuire all’espansione dell'islam nel Mediterraneo, cui sarebbero conseguiti la rottura degli scambi internazionali, la crisi definitiva delle città, la ruralizzazione dell'Europa, l'inizio del Medioevo come epoca assolutamente diversa da quella antica. Il testo di Pirenne è intitolato Maometto e Carlomagno a significare che la predicazione di Maometto fu all'origine del mondo carolingio, dunque della nascita dell'Europa.
insieme a tanti altri della stessa zona dello stesso tempo, può illuminare la società, l'economia, la mentalità Amalfitana del XI secolo. Tramite questa documentazione possiamo conoscere il “diritto privato” dell'epoca, il diritto non era prodotto dallo stato, ma dalla società stessa che lo trasmetteva ai posteri e che lo trasformava nel corso dei secoli. Come si può notare, non esistevano ancora i cognomi, ma solo i patronimici. La documentazione, è stata ritrovata in un monastero, poiché quando un bene passava un altro proprietario, questi riceveva di norma tutta la documentazione legata al bene, come se le scritture fossero parte inscindibile di esso. 3.6 Federico II e la distinzione tra regnum e sacerdotium (la fonte legislativa) Federico II di Svevia, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Sicilia, è una delle figure più suggestive di tutti i tempi. Una delle sue iniziative più significative fu la promulgazione del Liber augustalis , nel 1231, si tratta di una raccolta delle leggi del Regno di Sicilia. Nel proemio Federico II riflette sul senso ultimo dell'esistenza umana al fine di giustificare la propria azione legislativa. Il motivo è il seguente: i re di Sicilia, come qualsiasi altro princeps , ha il potere di legiferare perché ha ricevuto da Dio il compito di tenere a freno la malvagità degli uomini. Il testo del proemio si può dividere in tre nuclei principali: ● Il primo è il racconto biblico della Genesi ● il secondo enuncia la giustificazione del potere Imperiale ● nel terzo si spiega perché si promulgano le leggi destinate al Regno di Sicilia I tre nuclei sono inseriti nella struttura tradizionale di ogni documento pubblico, come nel diploma di Ottone abbiamo l'intitolazione, l’arenga, la narratio, e infine la dispositio. Il proemio presenta dunque una precisa concezione del potere temporale, della sua origine e legittimazione, del suo compito. Per comprenderla va inquadrata in una questione più ampia: quella del rapporto tra regnum e sacerdotium. Il punto di partenza ineludibile sono le Sacre Scritture, il proemio contiene alcune citazioni letterali della Bibbia. A proposito del compito del re vengono richiamate due importanti parabole evangeliche. Federico è presentato come un uomo che conforma il suo operato alla parola di Dio, svolgendo uno specifico compito che gli è stato affidato e rispondendo alla propria vocazione. La funzione politica e quella religiosa sono separate, ma al tempo stesso, connesse. Quando il cristianesimo divenne la religione dell'impero, la connessione si rese molto più stretta, perché impero e religione erano chiamati a collaborare. Nel 962, Ottone si diceva Imperatore per volontà della Divina Provvidenza, sono evidenti dunque la continuità della concezione Imperiale e la derivazione della comune tradizione Cristiana ma al tempo stesso vi sono forti differenze. Al tempo di Ottone regnum e s acerdotium si sovrapponeva e si confondevano, il problema del conflitto con il papato non si poneva in termini drammatici: Il papa era a capo di una delle chiese che Ottone proteggeva. Al tempo di Federico il papa romano era diventato il vertice assoluto dell'organizzazione ecclesiastica e aspirava a indirizzare le azioni dell'imperatore. La reazione all'egemonia papale non poteva essere la laicizzazione del potere temporale, ma al contrario la sua accentuata sacralizzazione. Il potere temporale non esiste solo per decisione divina, ma per necessità. Federico esegue la volontà Divina e mette a frutto i suoi talenti osservando la giustizia e fondando le leggi. Si manifesta in quest'opera una chiara concezione romanistica del potere pubblico: il princeps è il fondatore delle leggi. La promulgazione di un unico corpo legislativo, che ingloba le leggi dei precedenti re di Sicilia e dello stesso Federico è un'imitazione di Giustiniano. 3.7 Dante in una riunione del Comune di Firenze (la fonte amministrativa) Il Liber fabarum n. 5 è un registro dei verbali del Comune di Firenze. In esso si trova traccia della partecipazione di Dante a una riunione del 19 giugno 1301. Dante faceva parte del Consiglio dei Cento uomini, chiamato a deliberare su due argomenti:
● La proroga di un sussidio militare di Cento Cavalieri inviati in servizio del papa, Bonifacio VIII ● il pagamento di un contingente di Fanteria, per la difesa di Colle Valdelsa La verbalizzazione della riunione avviene secondo criteri che sono rimasti sostanzialmente immutati: Esiste un ordine del giorno ed è previsto un voto, in questo caso si votò a scrutinio segreto. Il verbale fu redatto da un notaio che durante la seduta del Consiglio dei Cento prese appunti e che poi mise tutto in bella forma nel Liber fabarum , un registro chiamato così perché le pallottole con cui si votava erano anche dette fave. Il testo è molto sintetico e formalizzato. i comuni si autogovernavano mediante consigli come quello dei Cento, un organo collegiale è tale perché le sue decisioni, anche se prese a maggioranza, valgono per tutti. Dunque un organo collegiale, i cui membri cambiano continuamente, ha un potere che prescinde dai singoli individui nel corso del tempo, esso assume decisioni che impegnano i futuri consiglieri e futuri cittadini. In un organo collegiale una decisione è considerata valida e legittima perché, all'interno di competenze prestabilite, è stata seguita una corretta procedura. Perciò era indispensabile che fossero elaborate regole di funzionamento. Un atto amministrativo, ha la funzione di mantenere memoria dell'attività svolta da un ufficio, una magistratura, un collegio. Il consiglio dei Cento era presieduto dal Capitano del Popolo, un ufficiale comunale che era stato introdotto nel 1250. Si dice che le istituzioni dei comuni italiani attraversano tre fasi: ● quella consolare, dalle origini a tutto il XII secolo ● quella podestarile, dagli inizi del XIII secolo ● quella di popolo, seconda metà del XIII secolo Tuttavia, tale periodizzazione è una semplificazione, perché ogni comune ebbe la sua storia individuale e perché la fase podestarile e quella di popolo si sovrapposero. Al tempo di Dante, esisteva sempre il Podestà, che divideva il potere con il Capitano del Popolo, entrambi avevano le proprie competenze giudiziarie e amministrative. Nella stessa giornata i due punti furono discussi anche nella riunione congiunta del Consiglio dei Cento, del Consiglio Generale, Speciale e delle Capitudini delle Arti. Alle riunioni erano presenti anche i Priori delle Arti e il Gonfaloniere di Giustizia, che costituivano un unico organo comunale. Il Priorato, deteneva in sostanza il massimo potere nella città, anche se doveva tener conto di tutti i consigli. Nei Priori e nel Gonfaloniere di Giustizia si identificava il governo di Firenze, o “Signoria”. Nel 1301 il Priorato era controllato dalla fazione cittadina detta dei Bianchi, guidata dalla famiglia Cerchi. Nel 1301 non era in corso nessun conflitto tra papato e impero, da oltre 30 anni, nessuno dei re di G0ermania era venuto in Italia per prendere la corona imperiale e occuparsi della penisola. Il maggior pericolo per l'indipendenza del Comune di Firenze era costituito proprio da Bonifacio VIII, che sostenuto dalla fazione dei Neri, intendeva trasformare il coordinamento Guelfo in una egemonia effettiva del papato sulla Toscana. Tutti sapevano che stava per arrivare in Italia Carlo di Valois, fratello del re di Francia, assoldato dal papà e destinato a una spedizione in Toscana, con tutta probabilità contro Firenze. Il potere dei Cerchi, era insidiato dai neri, dal papa e dai comuni Guelfi che erano più vicini al papà. L'invio dei fanti a Colle Valdelsa, significava portare almeno quel piccolo comune dalla parte dei Bianchi. Grazie al comune di popolo, anche Dante, che non condivideva in realtà gli interessi di nessuna delle fazioni in lotta né apparteneva alle vere élite dirigenti del comune, poté accedere alle cariche più alte e mettere alla prova le sue capacità. Dunque, il comune medievale può essere considerato una democrazia.