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Riassunto de "Medioevo. Istruzioni per l'uso" di Francesco Senatore
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Il nostro linguaggio è inadatto a descrivere fatti e questioni di epoche così lontane come il Medioevo. Non abbiamo però alternative: dobbiamo usarlo con cautela o ricorrere a definizioni molto tecniche. Le stesse parole definiscono oggetti e concetti molto di-versi. Gli inglesi del XII secolo non sono gli stessi di oggi. Lo stato medievale non è affatto paragonabile allo Stato che noi conosciamo. Anche la mentalità e i sentimenti sono cambiati nel corso del tempo. Le guerre del Medioevo non possono essere giudicate sulla base dei nostri valori. Proiettare l’esperienza del presente sul passato è un errore che è definito anacronismo. Tuttavia, il paragone tra passato e presente può servire a comprendere le differenze. 1.1 Luoghi e Popoli Osservando la posizione e l’estensione degli stati europei dal v fino ai giorni nostri (dal regno dei franchi alla Francia di oggi, dai regni anglo-sassoni al Regno Unito, dal regno degli ostrogoti alla Repubblica italiana) è ovvio che cambiano i confini : si riducono, si ampliano, si frammentano, ma l’impressione della continuità resta: ognuno di quegli stati sembra agire come un organismo vivente autonomo, impegnato a difendersi o ad accrescersi nel corso di una infinità di guerre o di passaggi di dinastia. L’impressione della continuità è del tutto sbagliata per vari motivi:
1.2 Stati e Stato Purtroppo, le insidie dell’atlante, e del nostro linguaggio, non sono finite qui. Se passiamo dai nomi geografici ed etnici (Inghilterra e inglesi, Napoli e napoletani) alla definizione di “stato” o a quella apparentemente più corretta di “regno”, la situazione peggiora. Viene giustamente argomentato che l’unico vero stato sia quello esistito nel mondo occidentale nel corso dell’ Ottocento e della prima parte del Novecento. Questo stato è dotato di caratteristiche precise:
stato rinascimentale, stato per ceti, stato composito, stato amministrativo, stato moderno, stato di diritto.Tuttavia, parole come “stato” hanno una forza tale da evocare continuamente lo Stato che oggi pervade ogni aspetto della nostra esistenza. Da questo punto di vista, la storia si differenzia dalle scienze definite “ dure ”, come la fisica o la biologia. Esse si giovano di un linguaggio assai tecnico , fatto di definizioni rigorose o addirittura di simboli, numeri, formule. Lo storico è costretto a servirsi di metafore, paragoni, perifrasi del linguaggio corrente, con tutte le loro ambiguità. Per evitare le insidie del nostro linguaggio, lo storico sceglie alcune soluzioni alternative:
- (^) Usa direttamente il termine del passato, senza tradurlo. - (^) Sostituisce le parole più fraintese, preferendo comitatus a contea, vincolo vassallatico-beneficiario a feudalesimo. In sostanza, siamo inevitabilmente prigionieri del nostro linguaggio , uno strumento imperfetto e, in rapporto al passato, anacronistico. Tuttavia, non possiamo farne a meno. In ciò sta tutta la difficoltà della storia: il passato, anche il più lontano, è compreso e narrato con le parole e i concetti del presente. È una difficoltà del mestiere di storico, e del mestiere di studente di storia. Bisogna esserne consapevoli, e assumersi tutti i rischi del caso. L’anacronismo, del resto, non è solo e sempre un nemico per chi studia la storia. Talvolta, esso può aiutarci molto a comprendere il passato, e ciò avviene secondo due modalità principali: quella dell’ analogia e quella del contrasto. Come si vede, per comprendere la storia è inevitabile muoversi continuamente tra passato e presente. Con questo non intendiamo dire, banalmente, che il passato spiega il presente. Anzi: abbiamo insistito sul rischio che corre chi intende lo studio della storia soltanto come una ricerca delle origini del presente. Al contrario: è il presente che necessariamente spiega il passato, inteso come il presente della nostra cultura, della nostra esperienza, del nostro linguaggio. 1.5 Per concludere: lo studente deve memorizzare i dati forniti e comprendere le questioni con le loro motivazioni. CAPITOLO 2: L’OGGETTO MEDIOEVO E LA DISCIPLINA “STORIA MEDIEVALE” 2.1 Che cos’è il Medioevo - È il periodo che va dal 476 al 1492 : comincia nel 476, data della deposizione dell’ultimo imperatore romano d’Occidente, e termina nel 1492, anno in cui, il 12 ottobre, Cristoforo Colombo sbarcò nell’isola di Guanahanì, da lui ribattezzata San Salvador (Bahamas): è la “scoperta dell’America”, che molti non vorrebbero più definire così. - Vuol dire “età di mezzo” : Medioevo vuol dire età (evo) di mezzo (medio), cioè periodo intermedio tra l’età antica, terminata appunto con la fine dell’impero romano d’Occidente, e l’età moderna, cominciata con le grandi scoperte geografiche. Si tratta di una definizione all’apparenza neutra (tutti i periodi sono di mezzo...), ma che fin dal principio ha avuto una connotazione negativa, legata all’idea della barbarie e della decadenza. I primi a usare il termine di media tempèstas, cioè “tempo di mezzo”, furono uomini del xv secolo, in particolare umanisti, cioè filologi, e artisti italiani. La letteratura e l’arte dell’età di mezzo erano da rifiutare in blocco. - Il Medioevo nasce come partizione a uso didattico nel Seicento : L’identificazione del Medioevo come una precisa partizione della storia europea si ebbe nel corso del xvi, xvii e xviii secolo, via via che quel periodo era effettivamente studiato da vari punti di vista. La definizione “Medioevo” si cristallizzò a fine Seicento, in particolare grazie a un fortunato manuale del professore tedesco Christof Keller, pubblicato nel 1688: Historia medii evi. La scansione storia antica / storia medievale / storia moderna si diffuse così nell’insegnamento e nella ricerca, restando in uso fino a oggi, nonostante la sua genericità. La scelta di Keller, che aveva una funzione meramente pratica, definì per sempre il nome di quel periodo. - Non fu un’epoca unitaria. 2.2 La periodizzazione Dividere in periodi (o periodizzare) vuol dire in realtà interpretare. A livello generale, gli storici italiani preferiscono dividere il Medioevo in due periodi: l’alto Medioevo (secoli v-xi) e il basso Medioevo (secoli xi-xv), dove il primo periodo sarebbe quello della stagnazione demografica ed economica e della travagliata sperimentazione di nuove organizzazioni istituzionali dopo la fine dell’impero romano d’Occidente, mentre il basso Medioevo sarebbe all’opposto il periodo della crescita demografica ed
economica e della nascita di regni e altre formazioni territoriali stabili destinate spesso a una lunga durata. Storici di altre tradizioni culturali preferiscono la tripartizione in alto o primo Medioevo (v-x sec.), pieno o alto Medioevo (x-xiii), basso o tardo Medioevo (xiii-xv). Le fonti: opere in latino, resti materiali, atti legislativi dell’imperatore e atti notarili, documenti giuridici solo nel basso Medioevo. Questa diversità di fonti ha conseguenze rilevanti sulla disciplina Medioevo. Chi si occupa di alto Medioevo è costretto a limitare gli argomenti da studiare, ma è anche stimolato ad ampliare il ventaglio delle sue competenze e l’area geografica di interesse, raffinando la sua interpretazione. Per esempio, per accrescere le nostre conoscenze sull’impatto dell’invasione longobarda in Italia, non ci si limita certo alle pochissime testimonianze scritte disponibili, ma si ricorre abitualmente a fonti e metodi di altre discipline: i prodotti artistici e gli oggetti di uso quotidiano, le analisi biometriche e strutturali dei resti ossei, i residui alimentari contenuti nel vasellame ecc. L’interdisciplinarità e la comparazione sono praticate anche dagli storici del basso Medioevo, ma essi, avendo una maggiore disponibilità di fonti, possono approfondire molto di più la conoscenza di un singolo territorio, di un singolo periodo, di una singola questione, e più spesso si dedicano allo studio di fonti inedite. 2.3 Periodi diversi per storie diverse Le periodizzazioni tradizionali sono state elaborate dal punto di vista della storia politica e istituzionale. Tuttavia, si può fare storia anche di altro, per esempio dell’economia. I fenomeni economici hanno tempi assai diversi rispetto a quelli politici e istituzionali. Una battaglia può esaurirsi in una giornata, una guerra può durare diversi decenni e anche cento anni, un’organizzazione istituzionale può resistere per qualche secolo, mentre le strutture economiche hanno una durata molto più prolungata perché, prima della rivoluzione tecnologica dovuta all’industrializzazione, i cambiamenti in ambito produttivo erano molto più modesti e di molto più lenta diffusione. Dunque possono esistere periodizzazioni diverse, a seconda della prospettiva adottata (gli eventi politici, le istituzioni, l’economia, la cultura ecc.) e delle aree geografiche considerate. L’impero romano, per fare un esempio, termina a metà del iii secolo in Dacia (attuale Romania), intorno al 410 in Britannia, cioè quando l’esercito romano abbandonò quelle province, nel 568 in Italia, con l’invasione dei longobardi, nel 1453 a Costantinopoli, con la conquista turca9. Tutte date alternative al 476, anno che è considerato, per convenzione scolastica, l’inizio del Medioevo, perché allora fu deposto l’ultimo imperatore della parte occidentale dell’impero. Tardoantico o altomedievale? È diffusa la convinzione che si debba introdurre, anche nell’ambito didattico, una nuova epoca tra Antichità e Medioevo, un’epoca di transizione (naturalmente) con caratteristiche sue specifiche: il Tardoantico, che va dal iii al vi sec., dall’imperatore Diocleziano a Giustiniano10. Lo studente incontra nei manuali sia l’aggettivo tardoantico che quello altomedievale, magari in riferimento allo stesso secolo. Non si tratta di definizioni neutre, ma di interpretazioni, o almeno punti di vista differenti: nel primo caso si insiste sulla continuità , nel secondo sul cambiamento. Basso Medioevo o antico regime? Come l’inizio, così anche la fine del Medioevo scolastico e universitario è incerta. Anch’esso è un termine periodizzante, sicché, nelle sezioni del manuale dedicate al basso o tardo Medioevo, si parla talvolta di antico regime, in riferimento alla lunga durata delle strutture politiche e sociali che si formarono nel xiv e xv secolo.
imperiale, fu contesa tra due o tre famiglie di grandi signori territoriali, detentori di cariche pubbliche. La successione dei re , gli schieramenti degli altri signori locali e del papato romano per l’uno o l’altro contendente sono raccontati da molti manuali con grande approfondimento. Tale trattazione particolareggiata risulta difficile da memorizzare , sia perché le vicende sono effettivamente complicate, sia perché per comodità espositiva esse sono trattate separatamente da altre questioni, di cui la storiografia si è molto occupata nel Novecento: mi riferisco alla allodialità del potere , un fenomeno definito dallo storico Giovanni Tabacco che uno studente di storia medievale non può non conoscere, e che è fondamentale per comprendere la storia del regno italico in età post- carolingia, al pari delle incursioni di saraceni e ungari e del cosiddetto incastellamento. La riflessione a parte su tali questioni difficili (perché assolutamente lontane alla nostra esperienza), ha talvolta un effetto collaterale paradossale, riducendo la trattazione delle vicende politiche del regno a una mera elencazione, che resta tale nonostante i rinvii ai fenomeni suddetti. Secondo esempio: il comune , argomento tra i più rilevanti della storia italiana, per l’unicità e importanza di quell’esperienza politica, sociale, culturale vissuta da numerose città del centro e del nord della penisola. Lo studente attento si accorgerà che non può ricordare tutti gli esempi cui accenna il manuale, ma che conviene soffermarsi su quelli di Milano e di Firenze , la prima soprattutto per la questione delle origini del comune e della composizione sociale delle sue élite dirigenti (tra xi e xii secolo), la seconda per il comune di popolo e il fenomeno delle leggi anti- magnatizie; entrambi i comuni sono una sorta di modello. Con maggiore difficoltà lo studente individuerà un’altra questione fondamentale: l’espansione del contado. Come individuare le proprietà : La difficoltà dello studio della storia medievale dipende, per concludere, non solo dalla complessità della materia, ma anche dalle contraddizioni della tradizione didattica. Uno studio fruttuoso deve dedicarsi in primo luogo all’individuazione di ciò che è veramente importante, e naturalmente alla sua comprensione e memorizzazione. Per capire quali sono le priorità della disciplina storia medievale, cioè le cose importanti che non si possono non sapere, 2.6 L’idolo delle origini: come limitarne i danni e studiare con profitto. Alla dipendenza del passato dal presente si collega un’altra considerazione, che riguarda il rapporto di causa-effetto tra gli eventi storici. Essa si può sintetizzare nell’espressione latina post hoc, propter hoc : ciò che viene dopo è causato da ciò che viene prima. Di conseguenza, per capire il dopo bisogna risalire al prima. Marc Bloch , che abbiamo già citato, ha parlato di «idolo delle origini» a proposito dell’ossessione che porta a ricercare a tutti i costi le origini dei fenomeni storici. Bloch non negava la possibilità di rintracciare le origini, si opponeva semplicemente all’identificazione delle origini con le cause. Le origini – scrive Bloch – sono nel vocabolario corrente «un cominciamento che spiega. Peggio ancora: che è sufficiente a spiegare. Qui sta l’ambiguità; qui sta il pericolo». È difficile che di un fenomeno storico si possano individuare con certezza incontrovertibile le cause : perché esse possono essere diverse e concomitanti, perché potremmo non avere sufficienti informazioni al riguardo, ma soprattutto perché i fatti umani non si possono spiegare come delle reazioni chimiche. Due sostanze, messe a contatto in condizioni determinate, reagiranno tra loro sempre nello stesso modo. In storia, invece, non esistono leggi necessarie: come le stesse origini non danno inizio a evoluzioni uguali, così le stesse cause non hanno gli stessi effetti; è fallace anche la convinzione che la storia sia maestra di vita, con questa affermazione si intende che, una volta conosciuto il passato, sia possibile ricavarne infallibili istruzioni pratiche che per il presente. Nei manuali, l’allineamento bene ordinato, sull’asse della cronologia, di tanti fatti, ormai immutabili (tutti quelli che la tradizione ha selezionato come fatti storici importanti) favorisce inevitabilmente, contro la volontà dello stesso autore, l’impressione che essi non potevano che andare così, che l’uno è causa dell’altro, che bisogna imparare tutto in successione per poter capire, in una catena che non si spezza mai fino al presente. Nell’organizzare il suo apprendimento, e anche nell’esposizione in sede di esame, lo studente compie errori che dipendono da questa concezione meccanicistica della storia, intesa come una sequela di fatti legati tra loro da un vincolo di necessità, come se si trattasse di un congegno automatico. Egli invece dovrebbe liberarsi dall’idolo delle origini e dalla schiavitù della cronologia (post hoc, propter hoc) e chiedersi subito, prima di imparare in bell’ordine tutti i fatti, che cos’è il fenomeno che gli viene presentato. Studiando la prima crociata, per esempio, lo studente dovrebbe sforzarsi di ricavare subito dal manuale una definizione breve ed efficace della stessa, e solo in un secondo momento riflettere sulle sue cause e origini. Dunque, la narrazione continua del manuale va disarticolata, rompendo l’ordine degli argomenti, estrapolando le definizioni da ricordare, cercando di
classificare tutte le informazioni in una griglia basata sull’aurea regola che prescrive, quando si parla di qualcosa, di definirla subito rispondendo a cinque domande essenziali: chi, dove, quando, che cosa, perché. Ogni argomento, classificato secondo questi parametri, andrebbe delimitato, sganciandolo da quelli precedenti. Fare il riassunto di ciascun paragrafo è un errore , perché lo studente tenderà a leggere soltanto il riassunto, senza tornare più al testo originale, su cui invece è opportuno esercitare in tempi differenti la propria intelligenza. In più, il riassunto accentua ulteriormente quell’impressione di meccanica consequenzialità delle trasformazioni storiche. Rileggendo i propri riassunti lo studente finirà per fissare nella sua mente formulazioni imprecise, da lui elaborate quando aveva letto per la prima volta il testo, cioè nel momento in cui sapeva meno dell’argomento in esso trattato. 2.7 Il Medioevo come paradigma dell’antimoderno Nata come definizione sbrigativa nel xv secolo, la parola Medioevo e l’aggettivo medievale conservano una valenza negativa. Nel linguaggio comune medievale, lo abbiamo già detto, definisce ciò che è oscuro, arretrato, irrazionale, e che magari è suggestivo e attraente proprio per queste sue caratteristiche. Antico ha invece una più precisa connotazione temporale: l’età antica oppure semplicemente ciò che è finito per sempre, benché possa suscitare ammirazione. Medievale è il passato che non passa, il negativo che rispunta, contro il positivo del moderno. Medievale è, in breve, ciò che non è moderno. C’è però qualcosa di buono : i valori dell’eroismo, della lealtà, dell’amicizia, della devozione alla persona amata, che poco spazio sembrano avere nella nostra società, in una parola i valori della cavalleria, che già nel Medioevo erano esaltati, ben oltre la loro forza effettiva, nella letteratura (poesie, chansons de geste, romanzi cavallereschi). 2.8 Il Feudalesimo, un mostro inafferabile? Vicende analoghe alle parole Medioevo e medievale hanno vissuto, in verità, anche altri termini: boccaccesco è sinonimo di salace, dissoluto, ma Boccaccio non scrisse soltanto novelle boccaccesche. Fascista è un insulto che qualifica qualsiasi comportamento violento, qualsiasi forma di sopraffazione. Chi lo usa in questo senso non lo riferisce, se non vagamente, a un movimento politico particolare o a un preciso periodo storico: nel linguaggio corrente, fascismo e nazismo sono divenuti categorie eterne dell’esistenza umana, e si accompagnano talvolta a medievale e feudale. Feudale e tutti i termini ad esso apparentati (feudo, feudatario, feudalità, feudalesimo, vassallo, vassallatico, barone) sono anch’essi usati come giudizi di valore, ancor più negativi di medievale. Un quartiere viene definito il feudo della famiglia mafiosa che lo controlla. Il primario ospedaliero che fa vincere il concorso pubblico al figlio è un barone. Baroni sono detti quei professori universitari che saltano la lezione senza avvertire o che non rispettano l’orario di ricevimento. Il partito politico che non è autonomo dal partito maggiore della propria coalizione è qualificato come suo vassallo. In tutti questi esempi le parole del lessico feudale potrebbero essere sostituite senza problemi da altre, le quali però non avrebbero la sfumatura odiosa dell’aggettivo feudale. Feudalesimo è, nel nostro linguaggio, sinonimo di anti-Stato, di esercizio abusivo del potere in un territorio sottratto all’autorità pubblica (la mafia); di uso improprio della propria funzione pubblica; di subordinazione eccessiva all’altro; infine, genericamente, di irrazionalità. Una concezione feudale viene rimproverata a chi utilizza le risorse e le prerogative del proprio ruolo nell’amministrazione statale o in un’azienda per fini personali e senza rispettare alcuna regola. Allo stesso modo, chi impone ai collaboratori e dipendenti un ruolo assolutamente subalterno, o richiede loro incondizionata fedeltà in ogni occasione, ha una concezione feudale – si dice – delle relazioni umane e professionali. Anche feudale, dunque, si oppone spesso a moderno, sovrapponendosi a medievale. A quest’uso generico di feudalesimo va collegata anche una rappresentazione che torna spesso in bocca agli studenti, benché essa non compaia in nessun manuale universitario, quella del sistema feudale come una piramide di obbligazioni personali ( la piramide feudale ). Carlo Magno , si dice, divise il suo territorio in feudi assegnati ai suoi vassalli , i quali a loro volta assegnarono feudi a propri vassalli ( valvassori ). I valvassori fecero lo stesso con i valvassini , sotto i quali si raccoglieva poi l’intera popolazione, fatta prevalentemente di contadini. Sarebbe interessante fare la storia di questa rappresentazione, ma qui basti avvertire che essa è completamente falsa , oltre che illogica. Se il governo di un territorio viene diviso secondo un sistema di dipendenze gerarchiche (la piramide), perché mai non dovrebbe funzionare, e per di più già al tempo di Carlo Magno, non appena era stato creato? Soltanto per la malvagità dei vassalli, valvassori e valvassini, cioè proprio quelli che erano stati scelti per la loro fedeltà? Lo storico Giovanni Tabacco (1914-2002) ha definito il feudalesimo come una «sorta di monstruum, divenuto concettualmente quasi inafferrabile». In effetti si tratta di
parlare di crescita dei poteri signorili, di allodizzazione del potere, di incastellamento. Nello stesso periodo, anche i grandi signori territoriali, come conti, duchi e marchesi (la cui carica era ormai ereditaria) esercitavano un potere a carattere patrimoniale, per quanto su una scala geografica e politica di maggior respiro rispetto a un signore locale.
Un monaco e l’invasione dei longobardi “1 In Italia intanto [anno 573] i longobardi tutti di comune accordo elessero re in Ticino Clefi, uomo nobilissimo della loro nazione. 2 Questi uccise o cacciò dall’Italia molti potenti romani. 3 Dopo aver tenuto il regno insieme alla moglie Masane per un anno e sei mesi, fu sgozzato con la spada da un giovane del suo seguito.4 Dopo la sua morte [anno 574] i longobardi rimasero per dieci anni senza re e stettero sotto il comando dei duchi. 5 Ogni duca aveva la sua città: Zaban Ticino, Wallari Bergamo, Alichis Brescia, Euin Trento, Gisulfo Cividale. 6 Ma ci furono anche altri trenta duchi, oltre questi, ognuno nella sua città. 7 In questi giorni molti nobili romani furono uccisi per cupidigia. 8 Gli altri poi, divisi tra i longobardi secondo il sistema dell’ospitalità, vengono resi tributari con l’obbligo di versare la terza parte dei loro raccolti ai longobardi. 9 Per opera di questi duchi, nel settimo anno dall’arrivo di Alboìno e di tutta la sua gente, l’Italia fu per la massima parte (eccettuate le regioni che aveva conquistato Alboìno) presa e soggiogata dai longobardi, dopo che questi ebbero spogliato le chiese, ucciso i sacerdoti, rovinato le città e sterminato le popolazioni che erano cresciute come messi sui campi [...].10 Intanto i longobardi, dopo che per dieci anni erano stati sotto il potere dei duchi, alla fine [anno 584], per decisione comune, elessero come proprio re Autàri, figlio del già ricordato principe Clefi, 11 e per qualificare la sua dignità gli attribuirono anche l’appellativo di Flavio: 12 prenome che fu poi usato felicemente da tutti i successivi re longobardi. 13 Ai suoi giorni, al fine di restaurare il regno, ogni duca cedette per gli usi regi la metà di tutti i propri beni, 14 per costituire un patrimonio con cui il re, il suo seguito e coloro che si dedicavano al suo servizio nelle diverse funzioni potessero mantenersi. 15 Invece le popolazioni sottomesse furono suddivise tra gli ospiti longobardi. 16 C’era però questo di meraviglioso nel regno dei longobardi: non c’erano violenze, non si tramavano insidie; 17 nessuno opprimeva gli altri ingiustamente, nessuno depredava; 18 non c’erano furti, non c’erano rapine; 19 ognuno andava dove voleva, sicuro e senza alcun timore.”
comunque la tua genitrice, o figlio Guglielmo, e in tale qualità indirizzo a te il mio discorso in forma di manuale. 6 Il gioco delle tavolette, fra tutti gli altri giochi mondani di abilità, è particolarmente adatto ai giovani e risponde al loro tempo. Alcune donne – non c’è dubbio – osservano abitualmente il proprio volto riflesso negli specchi per detergersi dalle impurità, per mostrarsi belle e piacere al marito nel mondo. Io vorrei che tu, benché oppresso nella massa di impegni mondani e secolari, non trascurassi di leggere spesso questo libretto indirizzato da me a te, per ricordarti di me, così come quando ci si guarda nello specchio o si gioca a tavolette. 7 Tu possiedi molti libri, il cui numero aumenta continuamente. Ciononostante, vorrei che tu leggessi spesso con piacere questo libretto e che tu, con l’aiuto di Dio onnipotente, fossi in grado di comprenderlo a tuo vantaggio. 8 Troverai in esso tutto quello che desideri imparare in poco tempo. Vi troverai anche uno specchio nel quale – senza alcun dubbio – potrai ravvisare la salvezza della tua anima, affinché tu possa risultare gradito in tutto non soltanto al mondo, ma anche a Colui che ti «formò dal fango»15: 9 per questo è assolutamente necessario che tu, o figlio Guglielmo, ti presenti nell’una e nell’altra attività in modo tale da risultare utile al mondo e sempre gradito a Dio in ogni cosa. 10 Mi preoccupo molto perché, o figlio Guglielmo, ti giungano da me parole di salvezza. Una delle preoccupazioni che infiamma il mio animo appassionato e attento è questa: che tu possa trovare scritta in questo codicetto, secondo il mio desiderio e con l’aiuto di Dio, la storia della tua nascita. Ecco, essa è premessa al resto nel passo che segue, per tua utilità. 11 Nell’undicesimo anno in cui, con il felice favore di Cristo, il fu nostro signore Ludovico rifulgeva nel suo governo imperiale, nell’anno del quinto giorno, nel terzo giorno prima delle calende di luglio, mi unii come moglie legittima, nel palazzo di Aquisgrana, al mio signore e tuo genitore Bernardo; 12 ed ancora, nel tredicesimo anno del suo regno, nel terzo giorno prima delle calende di dicembre, con l’aiuto di Dio (di cui sono convinta), sei nato tu, o desideratissimo figlio primogenito, generato e introdotto da me nel mondo. 13 Mentre si svolgeva e cresceva rovinosamente la miseria di questo mondo, in mezzo a molti turbamenti e molte discordie del regno, il suddetto imperatore non si sottrasse al destino di tutti, perché nel ventottesimo anno del suo regno, che però non completò, chiuse la sua vita terrena, come stabilito. 14 Dopo la sua morte, l’anno successivo, ci fu la nascita di tuo fratello nell’undicesimo giorno prima delle calende di aprile: è uscito dal mio ventre, con la misericordia di Dio, secondo dopo di te, nella città di Uzès. 15 Era ancora piccolino, prima che avesse ricevuto la grazia del battesimo, quando Bernardo, signore e padre di voi due, lo fece condurre alla sua presenza in Aquitania, insieme con Elefanto, vescovo della suddetta città, e con tutti gli altri suoi fedeli. 16 Ma, vivendo da tanto tempo nella suddetta città per ordine del mio signore, pur pienamente contenta dell’esito delle sue imprese, per l’assenza della vostra presenza, spinta dal desiderio di voi due, mi sono preoccupata di far trascrivere e spedire a te questo libretto, che è conforme alla modestia della mia intelligenza. 17 Inoltre, per quanto sia tormentata da molte angosce, tuttavia la maggiore è questa soltanto: poterti vedere un giorno di persona, se Dio vuole, secondo la sua volontà. 18 Certo che lo vorrei, se Dio mi concedesse la perfezione morale16; ma poiché la salvezza è lontana da me che sono una peccatrice, lo voglio ora, e in questo desiderio il mio animo marcisce17. 19 Ho saputo, infatti, che il tuo genitore Bernardo ti ha affidato nelle mani del signore re Carlo: ti esorto a sforzarti con tutta la tua volontà in modo adeguato al prestigio di questo compito fino alla sua realizzazione; tuttavia, come dice la Scrittura, «cerca in primo luogo fra tutte le cose il regno di Dio e tutto il resto allora ti sarà dato in aggiunta»18, ovvero ciò che è necessario all’anima e che dà soddisfazione al tuo corpo. [Libro III, 2] 20 Per quanto all’interno della specie umana l’aspetto esteriore e la potenza dei re e dell’imperatore sono al primo posto in questo mondo 21, tanto che di solito le azioni e i nomi di queste persone sono rispettati e quasi venerati, e la loro potenza è sostenuta dall’altezza del loro incarico, come testimoniano le parole di quello che disse: «Come al re, che viene innanzi a tutti, così ai capi»19, ecc. 22, tuttavia la mia volontà, o figlio, secondo quanto mi dice la mia modesta intelligenza, secondo Dio, è questa: finché vivi, non trascurare di offrire la tua obbedienza adeguata, devota e sicura in primo luogo a colui che ti generò [...]. 23 Dunque io ti esorto, Guglielmo, desideratissimo figlio mio, ad amare in primo luogo Dio, come già hai trovato scritto. In secondo luogo, ama, temi e onora il padre tuo, dal quale (tienilo bene a mente) deriva la tua condizione nel mondo. [Libro VIII, 14-15] 24 Prega per i genitori di tuo padre, che a lui lasciarono in legittima eredità i loro beni. Chi sono stati e quali sono i loro nomi, lo troverai scritto negli ultimi capitoli di questo libretto. 25 E benché la Scrittura dica «Un altro gode dei beni di un altro»20, tuttavia, come ho già detto, Bernardo, tuo 26 Non devi trascurare di pregare, figlio mio, per colui che, ricevendoti dalle mie braccia, ti adottò come figlio in Cristo, per mezzo del battesimo che rigenera. Finché visse egli fu chiamato con il nome di signor Teodorico, ma ora è morto. Se gli fosse stato concesso, ti avrebbe educato ed amato, in ogni occasione.”
nona, ma con un custode e solo nella parte di prato ad essi destinato; quanto ai buoi del dominico, possono pascolare dappertutto e incustoditi. 7 Chiediamo giustizia contro Enrico Rufo, Pietro Amalrico, il fratello di costui e i figli di Manasse: in tempo di tregua, essi penetrarono con violenza e a mano armata nella chiesa e nel chiostro e salirono alla sala superiore minacciando di uccidere il sacerdote. 8 Rivendichiamo le decime della chiesa di S. Pietro, detenute da loro; la terra che Pietro Amalrico vendette a nostra insaputa, facendola passare come allodiale; le terre nostre che comprarono da terzi, nonostante che spettasse a noi la facoltà di venderle e che, comunque, avremmo dovuto prima essere avvisati; i canoni che ci hanno sottratto; le albergarie e la legna che Manasse e Ottone Rufo non ci forniscono da diciotto anni; i debiti che Pietro Amalrico non ci paga da sette anni; il fieno che Ottone Rosso lasciò marcire sul prato; il cane del nostro villico che ammazzarono quando entrarono con la violenza nelle terre immunitarie della chiesa. 9 Asseriamo che Ottone Rosso non ha più alcun diritto sui beni che deteneva dalla nostra chiesa, dal momento che compì in nostro favore un atto di definitiva rinunzia. 10 Chiediamo giustizia contro Enrico Rosso, perché quando rivendicavamo da lui la fedeltà, che si rifiutava di prestare, pur essendovi tenuto, violò il pignoramento di beni al quale eravamo ricorsi per la circostanza. Esigiamo un risarcimento, quale è d’obbligo per ogni uomo nei confronti del suo signore. 11 E come ulteriore prova di questa giurisdizione che rivendichiamo sugli Amalrici e su tutti gli uomini di Quarto, ricordiamo come spetti a noi senza contestazione, quando in una famiglia vengano a mancare i maschi, il diritto di succedere ai defunti e di concedere in matrimonio le donne: diritto che esercitiamo sia sui proprietari di allodi che sui detentori di mansi. 12 E ogni volta che vengono venduti prati della Garsia i compratori sono tenuti a rivolgersi a noi per concordare il prezzo.”
- Cosa? Dichiarazione presentata ad un processo da dei canonici in seguito ad una sentenza emanata l’11 settembre 1185 da tre consoli di giustizia del comune di Asti. Fu emanata in favore dei canonici della locale chiesa cattedrale, contro due abitanti del piccolo centro di Quarto. La sentenza stabilisce che i due fratelli “ siano ora in avanti uomini della chiesa e appartengano alla sua potestà e al suo districtus (capacità di comandare) per tutto ciò che detengono e possiedono nel territorio di Quarto ”. I canonici rivendicano i loro diritti nel territorio di Quarto, su tutti gli abitanti del luogo. Piccola pergamena di forma irregolare, dalla scrittura ordinata: uno dei tanti atti che i tribunali prendevano in esame per emettere una sentenza. - Perché importante? Non ci sono pervenuti molte fonti giudiziarie del genere, risalenti a questo periodo.
L’antigiudaismo cristiano: il Concilo Lateranense IV, 1215 Riguardano gli ebrei le ultime cinque costituzioni. Qui presentiamo le n. 67 e 68.
67. L’usura degli ebrei “1 Quanto più la religione cristiana limita l’esercizio dell’usura, tanto più pesantemente vi si dedicano i perfidi ebrei, così che in breve tempo le ricchezze dei cristiani saranno esaurite. 2 Volendo, pertanto, soccorrere i cristiani a questo riguardo, perché non siano oppressi oltre misura dagli ebrei, stabiliamo con questo decreto sinodale che agli ebrei, qualora in futuro, sotto qualsiasi pretesto, estorcessero ai cristiani interessi pesanti ed esagerati, sia proibita ogni relazione con i cristiani, fino a che non abbiano convenientemente riparato alle loro richieste eccessive. 3 Così pure i cristiani, se fosse necessario, siano obbligati, senza possibilità di appello, con minaccia di censura ecclesiastica, ad astenersi dalle relazioni con loro. 4 Ordiniamo poi ai prìncipi di non molestare i cristiani per questo motivo, ma che piuttosto si sforzino di impedire che gli ebrei commettano azioni tanto gravi. 5 Sotto minaccia della stessa pena, stabiliamo che gli ebrei siano costretti a corrispondere le decime e le offerte dovute alle chiese che erano solite riceverle dai cristiani per case e per altri possessi, prima che questi ultimi passassero a qualsiasi titolo agli ebrei, in modo che le chiese non ne abbiano alcun danno.” 68. Gli ebrei devono distinguersi dai cristiani per il modo di vestire “6 In alcune province gli ebrei e i saraceni si distinguono dai cristiani per il diverso modo di vestire; ma in altre ha preso piede una tale confusione per cui nulla li distingue. 7 Perciò succede talvolta che per errore i cristiani si uniscano a donne ebree o saracene, o che ebrei e saraceni si uniscano con donne cristiane. 8 Perché unioni miste tanto riprovevoli non possano invocare la scusa dell’errore, a causa dell’abito, stabiliamo che queste persone dell’uno e dell’altro sesso in tutte le province cristiane e per sempre debbano distinguersi in pubblico per il loro modo di vestire dal resto della popolazione [...]. 9 Nei giorni delle lamentazioni e nella domenica di Passione essi non osino comparire in pubblico, dato che alcuni di loro, come ci viene riferito, non si vergognano di girare in questi giorni più ornati del solito e non temono di prendersi gioco dei cristiani, che a ricordo della passione santissima del Signore mostrano i segni del loro lutto. 10 Proibiamo inoltre severissimamente che essi osino danzare di gioia in oltraggio al Redentore. 11 E poiché non dobbiamo tacere di fronte all’insulto verso chi ha cancellato i nostri peccati, comandiamo che questi temerari siano repressi dai principi secolari con una giusta punizione, perché non credano di poter bestemmiare colui che è stato crocifisso per noi.” Il concilio si tenne a Roma, nella basilica del Laterano, dall’11 al 30 novembre 1215. Sono assemblee di tutti i vescovi italiani: sin dal primo a Nicea (325), ebbe il compito di definire la dottrina cristiana ortodossa, da quella eterodossa, eretica… Fu convocato da papa Innocenzo III (ormai non semplicemente vescovo di Roma, ma “vicario di Cristo”) > TEOCRAZIA PAPALE: riteneva di avere il diritto di indicare la giusta via all’imperatore e di indicare quale fosse il miglior candidato alla carica imperiale. Papa al vertice della chiesa cattolica.