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Riassunto "Medioevo. Istruzioni per l'uso" - Senatore, Schemi e mappe concettuali di Storia Medievale

Riassunto de "Medioevo. Istruzioni per l'uso" di Francesco Senatore

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2024/2025

Caricato il 28/03/2026

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thomas-anzalone 🇮🇹

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MEDIOEVO: ISTRUZIONI PER L’USO – FRANCESCO SENATORE
CAPITOLO 1: IL SOGGETTO STUDENTE E LE INSIDIE DEL NOSTRO LINGUAGGIO
Il nostro linguaggio è inadatto a descrivere fatti e questioni di epoche così lontane come il
Medioevo. Non abbiamo però alternative: dobbiamo usarlo con cautela o ricorrere a definizioni molto
tecniche. Le stesse parole definiscono oggetti e concetti molto di-versi. Gli inglesi del XII secolo non
sono gli stessi di oggi. Lo stato medievale non è aatto paragonabile allo Stato che noi conosciamo.
Anche la mentalità e i sentimenti sono cambiati nel corso del tempo. Le guerre del Medioevo non
possono essere giudicate sulla base dei nostri valori. Proiettare l’esperienza del presente sul passato
è un errore che è definito anacronismo. Tuttavia, il paragone tra passato e presente può servire a
comprendere le dierenze."
1.1 Luoghi e Popoli
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Osservando la posizione e l’estensione degli stati europei dal v fino ai giorni nostri (dal regno dei
franchi alla Francia di oggi, dai regni anglo-sassoni al Regno Unito, dal regno degli ostrogoti alla
Repubblica italiana) è ovvio che cambiano i confini: si riducono, si ampliano, si frammentano, ma
l’impressione della continuità resta: ognuno di quegli stati sembra agire come un organismo vivente
autonomo, impegnato a difendersi o ad accrescersi nel corso di una infinità di guerre o di passaggi di
dinastia. L’impressione della continuità è del tutto sbagliata per vari motivi:
1. I nomi di stati e di popoli (Inghilterra e inglesi, Napoli e napoletani, per fare due esempi), che
restano apparentemente identici nel corso di molti secoli, nascondono realtà profondamente
dierenti. Sarebbe dicile dimostrare che l’Inghilterra normanna del XII sec era totalmente
diversa da quella attuale e che, più in generale, uno stato non è un individuo, tutto sommato
facciamo molta fatica a pronunciare la parla napoletano, riferendoci al ducato bizantino del IX
sec senza che nella nostra mente apparsa l’immagine di Napoli di oggi. Questo
atteggiamento mentale, del tutto naturale, è un ostacolo assai grave alla conoscenza del
passato, che è sempre, prima di ogni cosa, conoscenza di qualcosa che è diverso da noi e
dal nostro tempo. Impariamo, o tentiamo di imparare, interminabili successioni di fatti,
ognuno con la sua data, senza interrogarci sui protagonisti (stati e popoli) di quei fatti, e
dando per scontato che essi siano sempre, o in gran parte, uguali a sé stessi. anche quando
apriamo un atlante e, leggendo la scritta “regni anglosassoni” posizionata in corrispondenza
dell’attuale Inghilterra, operiamo l’immediata equivalenza anglo-sassoni = inglesi. Ora, non
c’è dubbio che qualcosa accomuni, oggi, gli inglesi, non solo nella lingua e nella comune
appartenenza alla medesima comunità nazionale, ma anche nei comportamenti, nei modi di
vita, nella cultura, in una parola: è il prodotto della storia. "
2. Sono esistiti molti stati e popoli, e molte aggregazioni di stati e popoli che non sembrano $
avere corrispondenze nel nostro presente. l nostro sguardo tende a trascurarli, per un
meccanismo del tutto ovvio, perché è facile dimenticare che la storia poteva andare anche in
un modo del tutto diverso, che poteva anche non esistere oggi uno stato chiamato Regno
Unito o che poteva avere confini o struttura diversi. Vero è che talvolta qualcuno, spinto da
motivi politici, riesuma i fantasmi del passato, per rivendicare la propria identità” oggi, per
chiedere maggiore autonomia amministrativa a livello locale, o magari sol-tanto per
organizzare un corteo in costume durante una sagra paesana. Ecco che si ricade nel primo
errore: gli abitanti del Galles o della Scozia di oggi sono considerati identici ai celti del v
secolo, quei celti che non furono sottomessi dagli angli e dai sassoni dopo il dissolversi della
dominazione romana. La scoperta delle proprie “radici” locali si fonda su presunzione dei
patrioti risorgimentali, i quali sostenevano che l’italiano, nonostante la mancante unità
politica, fosse sempre esistito, almeno a partire dal Medioevo. Gli attuali fautori del
localismo, in maniera analoga, assumono, per esempio, che gli abitanti della pianura padana
siano i diretti discendenti, in sostanza identici, dei longobardi. "
Ne risulta una storia che non cambia mai nulla, perché i popoli restano sempre gli stessi, sia quando
riescono a riunirsi in uno stato (l’Italia), sia quando non ci riescono (il Galles, la Padania); quando in
realtà è assai più complessa. Popoli e stati sono il prodotto della storia, ma anche i nomi dei popoli
e degli stati sono un prodotto della storia: non sempre un popolo ha mantenuto lo stesso nome, e
viceversa. Ancora più vari sono i rapporti tra i popoli e i territori in cui essi vivevano, cui hanno dato o
da cui hanno ricevuto il nome. "
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MEDIOEVO: ISTRUZIONI PER L’USO – FRANCESCO SENATORE

CAPITOLO 1: IL SOGGETTO STUDENTE E LE INSIDIE DEL NOSTRO LINGUAGGIO

Il nostro linguaggio è inadatto a descrivere fatti e questioni di epoche così lontane come il Medioevo. Non abbiamo però alternative: dobbiamo usarlo con cautela o ricorrere a definizioni molto tecniche. Le stesse parole definiscono oggetti e concetti molto di-versi. Gli inglesi del XII secolo non sono gli stessi di oggi. Lo stato medievale non è affatto paragonabile allo Stato che noi conosciamo. Anche la mentalità e i sentimenti sono cambiati nel corso del tempo. Le guerre del Medioevo non possono essere giudicate sulla base dei nostri valori. Proiettare l’esperienza del presente sul passato è un errore che è definito anacronismo. Tuttavia, il paragone tra passato e presente può servire a comprendere le differenze. 1.1 Luoghi e Popoli Osservando la posizione e l’estensione degli stati europei dal v fino ai giorni nostri (dal regno dei franchi alla Francia di oggi, dai regni anglo-sassoni al Regno Unito, dal regno degli ostrogoti alla Repubblica italiana) è ovvio che cambiano i confini : si riducono, si ampliano, si frammentano, ma l’impressione della continuità resta: ognuno di quegli stati sembra agire come un organismo vivente autonomo, impegnato a difendersi o ad accrescersi nel corso di una infinità di guerre o di passaggi di dinastia. L’impressione della continuità è del tutto sbagliata per vari motivi:

  1. I nomi di stati e di popoli (Inghilterra e inglesi, Napoli e napoletani, per fare due esempi), che restano apparentemente identici nel corso di molti secoli, nascondono realtà profondamente differenti. Sarebbe difficile dimostrare che l’Inghilterra normanna del XII sec era totalmente diversa da quella attuale e che, più in generale, uno stato non è un individuo, tutto sommato facciamo molta fatica a pronunciare la parla napoletano, riferendoci al ducato bizantino del IX sec senza che nella nostra mente apparsa l’immagine di Napoli di oggi. Questo atteggiamento mentale, del tutto naturale, è un ostacolo assai grave alla conoscenza del passato , che è sempre, prima di ogni cosa, conoscenza di qualcosa che è diverso da noi e dal nostro tempo. Impariamo, o tentiamo di imparare, interminabili successioni di fatti, ognuno con la sua data, senza interrogarci sui protagonisti (stati e popoli) di quei fatti, e dando per scontato che essi siano sempre, o in gran parte, uguali a sé stessi. anche quando apriamo un atlante e, leggendo la scritta “regni anglosassoni” posizionata in corrispondenza dell’attuale Inghilterra, operiamo l’immediata equivalenza anglo-sassoni = inglesi. Ora, non c’è dubbio che qualcosa accomuni, oggi, gli inglesi, non solo nella lingua e nella comune appartenenza alla medesima comunità nazionale, ma anche nei comportamenti, nei modi di vita, nella cultura, in una parola: è il prodotto della storia.
  2. Sono esistiti molti stati e popoli, e molte aggregazioni di stati e popoli che non sembrano avere corrispondenze nel nostro presente. l nostro sguardo tende a trascurarli, per un meccanismo del tutto ovvio, perché è facile dimenticare che la storia poteva andare anche in un modo del tutto diverso, che poteva anche non esistere oggi uno stato chiamato Regno Unito o che poteva avere confini o struttura diversi. Vero è che talvolta qualcuno, spinto da motivi politici, riesuma i fantasmi del passato, per rivendicare la propria “ identità ” oggi, per chiedere maggiore autonomia amministrativa a livello locale, o magari sol-tanto per organizzare un corteo in costume durante una sagra paesana. Ecco che si ricade nel primo errore: gli abitanti del Galles o della Scozia di oggi sono considerati identici ai celti del v secolo, quei celti che non furono sottomessi dagli angli e dai sassoni dopo il dissolversi della dominazione romana. La scoperta delle proprie “radici” locali si fonda su presunzione dei patrioti risorgimentali , i quali sostenevano che l’italiano, nonostante la mancante unità politica, fosse sempre esistito, almeno a partire dal Medioevo. Gli attuali fautori del localismo , in maniera analoga, assumono, per esempio, che gli abitanti della pianura padana siano i diretti discendenti, in sostanza identici, dei longobardi. Ne risulta una storia che non cambia mai nulla, perché i popoli restano sempre gli stessi, sia quando riescono a riunirsi in uno stato (l’Italia), sia quando non ci riescono (il Galles, la Padania); quando in realtà è assai più complessa. Popoli e stati sono il prodotto della storia, ma anche i nomi dei popoli e degli stati sono un prodotto della storia: non sempre un popolo ha mantenuto lo stesso nome, e viceversa. Ancora più vari sono i rapporti tra i popoli e i territori in cui essi vivevano, cui hanno dato o da cui hanno ricevuto il nome.

1.2 Stati e Stato Purtroppo, le insidie dell’atlante, e del nostro linguaggio, non sono finite qui. Se passiamo dai nomi geografici ed etnici (Inghilterra e inglesi, Napoli e napoletani) alla definizione di “stato” o a quella apparentemente più corretta di “regno”, la situazione peggiora. Viene giustamente argomentato che l’unico vero stato sia quello esistito nel mondo occidentale nel corso dell’ Ottocento e della prima parte del Novecento. Questo stato è dotato di caratteristiche precise:

  1. La piena sovranità su un territorio ben definito nei suoi confini, difeso da ingerenze esterne (stati confinanti) e interne (per esempio quella ecclesiastica).
  2. Il monopolio della forza e del diritto (sono leggi solo quelle dell’autorità statale, che, attraverso apposi-ti tribunali, giudica e condanna chi non le rispetta).
  3. Il controllo più o meno esteso delle principali risorse di interesse pubblico (mari e corsi d’acqua per esempio).
  4. Un prelievo fiscale generalizzato e regolare, una propria moneta , un apparato burocratico stabile e indipendente da condizionamenti che non siano quelli della legge statale. Questo Stato, per il quale si preferisce usare la maiuscola, è un’entità astratta , che prescinde dagli individui che operano in suo nome, dall’eventuale sovrano o presidente della repubblica all’ultimo dei funzionari pubblici. Nella seconda metà del Novecento questo modello di stato è entrato in crisi : la piena sovranità è intaccata dall’interventismo di organizzazioni internazionali o, in alcuni paesi, da potenti organizzazioni criminali o terroristiche. L’ordinamento giuridico, poi, può essere condizionato notevolmente da fonti del diritto esterne, come accade ai singoli membri dell’Unione Europea. Una parte cospicua degli stati appartenenti a quest’ultima hanno rinunciato alla propria moneta e ad una politica monetaria autonoma aderendo all’euro. Gli stati medievali non possono essere neppure paragonati a quello ottocentesco; è dunque un errore cercare nel passato i segni anticipatori dello stato liberale. Che cos’era per esempio, lo stato Carolingio (VIII-IX)? Esso era amministrato da funzionari (comites=conti) a cui erano affidati dei territori (comitatus=contee). Ogni conte esercitava il suo potere in diversi ambiti: adunava l’esercito, si occupava della manutenzione stradale e dell’assemblea giudiziaria. Non è paragonabile ad un funzionario odierno in quanto non aveva formazione scolastica e professionale, non aveva ufficio né una sede stabile, inoltre il territorio che doveva amministrare non aveva confini precisi ma delimitati da elementi naturali. Il conte carolingio era in primo luogo un guerriero, e tutte le sue competenze si riassumevano nella capacità di dare ordini e farli rispettare. Egli viveva e governava in un contesto politico che si reggeva prevalentemente sull’oralità, cioè sulla parola e non sullo scritto, e sui rapporti personali. Lo “stato” era per lui la fedeltà giurata al suo imperatore , che lo ricambiava con fiducia e benefici, era la protezione militare e quasi paterna che egli assicurava ai suoi “ragazzi” o vassalli, ovvero i migliori guerrieri che lo accompagna-vano, e in generale a tutti gli uomini liberi del suo territorio. Uno “stato” fatto dunque di persone e di forza militare. Eppure, la parola pubblico era usata abitualmente dai pochi litte-rati (cioè alfabetizzati) del tempo, quasi tutti ecclesiastici o monaci i quali scrivevano le leggi che l’imperatore inviava ai suoi conti, i capitolari. Con quella parola (pubblico) ci si richiamava proprio alla tradizione del passato, dell’impero romano, e questo richiamo non era privo di significato, neppure per un guerriero come il nostro conte. Le azioni e le decisioni degli uomini non sono infatti condizionate soltanto dalla realtà, ma anche dalla rappresentazione ideo-logica della realtà, dai vagheggiamenti, dalle suggestioni. E coloro che conoscevano, anche se molto superficialmente, la storia romana riuscivano a influenzare i potenti di allora, dall’imperatore, ai suoi conti, ai loro vassalli, dando un significato più elevato e complesso a quello che essi facevano. 1.3 La Psicologia dei Personaggi Le motivazioni psicologiche per cui determinati personaggi hanno compiuto determinate azioni come ad esempio “Carlo Magno attaccò i longobardi per estendere il suo territorio” sono spiegate in base a due presupposti impliciti, ben radicati dentro di noi:

stato rinascimentale, stato per ceti, stato composito, stato amministrativo, stato moderno, stato di diritto.Tuttavia, parole come “stato” hanno una forza tale da evocare continuamente lo Stato che oggi pervade ogni aspetto della nostra esistenza. Da questo punto di vista, la storia si differenzia dalle scienze definite “ dure ”, come la fisica o la biologia. Esse si giovano di un linguaggio assai tecnico , fatto di definizioni rigorose o addirittura di simboli, numeri, formule. Lo storico è costretto a servirsi di metafore, paragoni, perifrasi del linguaggio corrente, con tutte le loro ambiguità. Per evitare le insidie del nostro linguaggio, lo storico sceglie alcune soluzioni alternative:

- (^) Usa direttamente il termine del passato, senza tradurlo. - (^) Sostituisce le parole più fraintese, preferendo comitatus a contea, vincolo vassallatico-beneficiario a feudalesimo. In sostanza, siamo inevitabilmente prigionieri del nostro linguaggio , uno strumento imperfetto e, in rapporto al passato, anacronistico. Tuttavia, non possiamo farne a meno. In ciò sta tutta la difficoltà della storia: il passato, anche il più lontano, è compreso e narrato con le parole e i concetti del presente. È una difficoltà del mestiere di storico, e del mestiere di studente di storia. Bisogna esserne consapevoli, e assumersi tutti i rischi del caso. L’anacronismo, del resto, non è solo e sempre un nemico per chi studia la storia. Talvolta, esso può aiutarci molto a comprendere il passato, e ciò avviene secondo due modalità principali: quella dell’ analogia e quella del contrasto. Come si vede, per comprendere la storia è inevitabile muoversi continuamente tra passato e presente. Con questo non intendiamo dire, banalmente, che il passato spiega il presente. Anzi: abbiamo insistito sul rischio che corre chi intende lo studio della storia soltanto come una ricerca delle origini del presente. Al contrario: è il presente che necessariamente spiega il passato, inteso come il presente della nostra cultura, della nostra esperienza, del nostro linguaggio. 1.5 Per concludere: lo studente deve memorizzare i dati forniti e comprendere le questioni con le loro motivazioni. CAPITOLO 2: L’OGGETTO MEDIOEVO E LA DISCIPLINA “STORIA MEDIEVALE” 2.1 Che cos’è il Medioevo - È il periodo che va dal 476 al 1492 : comincia nel 476, data della deposizione dell’ultimo imperatore romano d’Occidente, e termina nel 1492, anno in cui, il 12 ottobre, Cristoforo Colombo sbarcò nell’isola di Guanahanì, da lui ribattezzata San Salvador (Bahamas): è la “scoperta dell’America”, che molti non vorrebbero più definire così. - Vuol dire “età di mezzo” : Medioevo vuol dire età (evo) di mezzo (medio), cioè periodo intermedio tra l’età antica, terminata appunto con la fine dell’impero romano d’Occidente, e l’età moderna, cominciata con le grandi scoperte geografiche. Si tratta di una definizione all’apparenza neutra (tutti i periodi sono di mezzo...), ma che fin dal principio ha avuto una connotazione negativa, legata all’idea della barbarie e della decadenza. I primi a usare il termine di media tempèstas, cioè “tempo di mezzo”, furono uomini del xv secolo, in particolare umanisti, cioè filologi, e artisti italiani. La letteratura e l’arte dell’età di mezzo erano da rifiutare in blocco. - Il Medioevo nasce come partizione a uso didattico nel Seicento : L’identificazione del Medioevo come una precisa partizione della storia europea si ebbe nel corso del xvi, xvii e xviii secolo, via via che quel periodo era effettivamente studiato da vari punti di vista. La definizione “Medioevo” si cristallizzò a fine Seicento, in particolare grazie a un fortunato manuale del professore tedesco Christof Keller, pubblicato nel 1688: Historia medii evi. La scansione storia antica / storia medievale / storia moderna si diffuse così nell’insegnamento e nella ricerca, restando in uso fino a oggi, nonostante la sua genericità. La scelta di Keller, che aveva una funzione meramente pratica, definì per sempre il nome di quel periodo. - Non fu un’epoca unitaria. 2.2 La periodizzazione Dividere in periodi (o periodizzare) vuol dire in realtà interpretare. A livello generale, gli storici italiani preferiscono dividere il Medioevo in due periodi: l’alto Medioevo (secoli v-xi) e il basso Medioevo (secoli xi-xv), dove il primo periodo sarebbe quello della stagnazione demografica ed economica e della travagliata sperimentazione di nuove organizzazioni istituzionali dopo la fine dell’impero romano d’Occidente, mentre il basso Medioevo sarebbe all’opposto il periodo della crescita demografica ed

economica e della nascita di regni e altre formazioni territoriali stabili destinate spesso a una lunga durata. Storici di altre tradizioni culturali preferiscono la tripartizione in alto o primo Medioevo (v-x sec.), pieno o alto Medioevo (x-xiii), basso o tardo Medioevo (xiii-xv). Le fonti: opere in latino, resti materiali, atti legislativi dell’imperatore e atti notarili, documenti giuridici solo nel basso Medioevo. Questa diversità di fonti ha conseguenze rilevanti sulla disciplina Medioevo. Chi si occupa di alto Medioevo è costretto a limitare gli argomenti da studiare, ma è anche stimolato ad ampliare il ventaglio delle sue competenze e l’area geografica di interesse, raffinando la sua interpretazione. Per esempio, per accrescere le nostre conoscenze sull’impatto dell’invasione longobarda in Italia, non ci si limita certo alle pochissime testimonianze scritte disponibili, ma si ricorre abitualmente a fonti e metodi di altre discipline: i prodotti artistici e gli oggetti di uso quotidiano, le analisi biometriche e strutturali dei resti ossei, i residui alimentari contenuti nel vasellame ecc. L’interdisciplinarità e la comparazione sono praticate anche dagli storici del basso Medioevo, ma essi, avendo una maggiore disponibilità di fonti, possono approfondire molto di più la conoscenza di un singolo territorio, di un singolo periodo, di una singola questione, e più spesso si dedicano allo studio di fonti inedite. 2.3 Periodi diversi per storie diverse Le periodizzazioni tradizionali sono state elaborate dal punto di vista della storia politica e istituzionale. Tuttavia, si può fare storia anche di altro, per esempio dell’economia. I fenomeni economici hanno tempi assai diversi rispetto a quelli politici e istituzionali. Una battaglia può esaurirsi in una giornata, una guerra può durare diversi decenni e anche cento anni, un’organizzazione istituzionale può resistere per qualche secolo, mentre le strutture economiche hanno una durata molto più prolungata perché, prima della rivoluzione tecnologica dovuta all’industrializzazione, i cambiamenti in ambito produttivo erano molto più modesti e di molto più lenta diffusione. Dunque possono esistere periodizzazioni diverse, a seconda della prospettiva adottata (gli eventi politici, le istituzioni, l’economia, la cultura ecc.) e delle aree geografiche considerate. L’impero romano, per fare un esempio, termina a metà del iii secolo in Dacia (attuale Romania), intorno al 410 in Britannia, cioè quando l’esercito romano abbandonò quelle province, nel 568 in Italia, con l’invasione dei longobardi, nel 1453 a Costantinopoli, con la conquista turca9. Tutte date alternative al 476, anno che è considerato, per convenzione scolastica, l’inizio del Medioevo, perché allora fu deposto l’ultimo imperatore della parte occidentale dell’impero. Tardoantico o altomedievale? È diffusa la convinzione che si debba introdurre, anche nell’ambito didattico, una nuova epoca tra Antichità e Medioevo, un’epoca di transizione (naturalmente) con caratteristiche sue specifiche: il Tardoantico, che va dal iii al vi sec., dall’imperatore Diocleziano a Giustiniano10. Lo studente incontra nei manuali sia l’aggettivo tardoantico che quello altomedievale, magari in riferimento allo stesso secolo. Non si tratta di definizioni neutre, ma di interpretazioni, o almeno punti di vista differenti: nel primo caso si insiste sulla continuità , nel secondo sul cambiamento. Basso Medioevo o antico regime? Come l’inizio, così anche la fine del Medioevo scolastico e universitario è incerta. Anch’esso è un termine periodizzante, sicché, nelle sezioni del manuale dedicate al basso o tardo Medioevo, si parla talvolta di antico regime, in riferimento alla lunga durata delle strutture politiche e sociali che si formarono nel xiv e xv secolo.

imperiale, fu contesa tra due o tre famiglie di grandi signori territoriali, detentori di cariche pubbliche. La successione dei re , gli schieramenti degli altri signori locali e del papato romano per l’uno o l’altro contendente sono raccontati da molti manuali con grande approfondimento. Tale trattazione particolareggiata risulta difficile da memorizzare , sia perché le vicende sono effettivamente complicate, sia perché per comodità espositiva esse sono trattate separatamente da altre questioni, di cui la storiografia si è molto occupata nel Novecento: mi riferisco alla allodialità del potere , un fenomeno definito dallo storico Giovanni Tabacco che uno studente di storia medievale non può non conoscere, e che è fondamentale per comprendere la storia del regno italico in età post- carolingia, al pari delle incursioni di saraceni e ungari e del cosiddetto incastellamento. La riflessione a parte su tali questioni difficili (perché assolutamente lontane alla nostra esperienza), ha talvolta un effetto collaterale paradossale, riducendo la trattazione delle vicende politiche del regno a una mera elencazione, che resta tale nonostante i rinvii ai fenomeni suddetti. Secondo esempio: il comune , argomento tra i più rilevanti della storia italiana, per l’unicità e importanza di quell’esperienza politica, sociale, culturale vissuta da numerose città del centro e del nord della penisola. Lo studente attento si accorgerà che non può ricordare tutti gli esempi cui accenna il manuale, ma che conviene soffermarsi su quelli di Milano e di Firenze , la prima soprattutto per la questione delle origini del comune e della composizione sociale delle sue élite dirigenti (tra xi e xii secolo), la seconda per il comune di popolo e il fenomeno delle leggi anti- magnatizie; entrambi i comuni sono una sorta di modello. Con maggiore difficoltà lo studente individuerà un’altra questione fondamentale: l’espansione del contado. Come individuare le proprietà : La difficoltà dello studio della storia medievale dipende, per concludere, non solo dalla complessità della materia, ma anche dalle contraddizioni della tradizione didattica. Uno studio fruttuoso deve dedicarsi in primo luogo all’individuazione di ciò che è veramente importante, e naturalmente alla sua comprensione e memorizzazione. Per capire quali sono le priorità della disciplina storia medievale, cioè le cose importanti che non si possono non sapere, 2.6 L’idolo delle origini: come limitarne i danni e studiare con profitto. Alla dipendenza del passato dal presente si collega un’altra considerazione, che riguarda il rapporto di causa-effetto tra gli eventi storici. Essa si può sintetizzare nell’espressione latina post hoc, propter hoc : ciò che viene dopo è causato da ciò che viene prima. Di conseguenza, per capire il dopo bisogna risalire al prima. Marc Bloch , che abbiamo già citato, ha parlato di «idolo delle origini» a proposito dell’ossessione che porta a ricercare a tutti i costi le origini dei fenomeni storici. Bloch non negava la possibilità di rintracciare le origini, si opponeva semplicemente all’identificazione delle origini con le cause. Le origini – scrive Bloch – sono nel vocabolario corrente «un cominciamento che spiega. Peggio ancora: che è sufficiente a spiegare. Qui sta l’ambiguità; qui sta il pericolo». È difficile che di un fenomeno storico si possano individuare con certezza incontrovertibile le cause : perché esse possono essere diverse e concomitanti, perché potremmo non avere sufficienti informazioni al riguardo, ma soprattutto perché i fatti umani non si possono spiegare come delle reazioni chimiche. Due sostanze, messe a contatto in condizioni determinate, reagiranno tra loro sempre nello stesso modo. In storia, invece, non esistono leggi necessarie: come le stesse origini non danno inizio a evoluzioni uguali, così le stesse cause non hanno gli stessi effetti; è fallace anche la convinzione che la storia sia maestra di vita, con questa affermazione si intende che, una volta conosciuto il passato, sia possibile ricavarne infallibili istruzioni pratiche che per il presente. Nei manuali, l’allineamento bene ordinato, sull’asse della cronologia, di tanti fatti, ormai immutabili (tutti quelli che la tradizione ha selezionato come fatti storici importanti) favorisce inevitabilmente, contro la volontà dello stesso autore, l’impressione che essi non potevano che andare così, che l’uno è causa dell’altro, che bisogna imparare tutto in successione per poter capire, in una catena che non si spezza mai fino al presente. Nell’organizzare il suo apprendimento, e anche nell’esposizione in sede di esame, lo studente compie errori che dipendono da questa concezione meccanicistica della storia, intesa come una sequela di fatti legati tra loro da un vincolo di necessità, come se si trattasse di un congegno automatico. Egli invece dovrebbe liberarsi dall’idolo delle origini e dalla schiavitù della cronologia (post hoc, propter hoc) e chiedersi subito, prima di imparare in bell’ordine tutti i fatti, che cos’è il fenomeno che gli viene presentato. Studiando la prima crociata, per esempio, lo studente dovrebbe sforzarsi di ricavare subito dal manuale una definizione breve ed efficace della stessa, e solo in un secondo momento riflettere sulle sue cause e origini. Dunque, la narrazione continua del manuale va disarticolata, rompendo l’ordine degli argomenti, estrapolando le definizioni da ricordare, cercando di

classificare tutte le informazioni in una griglia basata sull’aurea regola che prescrive, quando si parla di qualcosa, di definirla subito rispondendo a cinque domande essenziali: chi, dove, quando, che cosa, perché. Ogni argomento, classificato secondo questi parametri, andrebbe delimitato, sganciandolo da quelli precedenti. Fare il riassunto di ciascun paragrafo è un errore , perché lo studente tenderà a leggere soltanto il riassunto, senza tornare più al testo originale, su cui invece è opportuno esercitare in tempi differenti la propria intelligenza. In più, il riassunto accentua ulteriormente quell’impressione di meccanica consequenzialità delle trasformazioni storiche. Rileggendo i propri riassunti lo studente finirà per fissare nella sua mente formulazioni imprecise, da lui elaborate quando aveva letto per la prima volta il testo, cioè nel momento in cui sapeva meno dell’argomento in esso trattato. 2.7 Il Medioevo come paradigma dell’antimoderno Nata come definizione sbrigativa nel xv secolo, la parola Medioevo e l’aggettivo medievale conservano una valenza negativa. Nel linguaggio comune medievale, lo abbiamo già detto, definisce ciò che è oscuro, arretrato, irrazionale, e che magari è suggestivo e attraente proprio per queste sue caratteristiche. Antico ha invece una più precisa connotazione temporale: l’età antica oppure semplicemente ciò che è finito per sempre, benché possa suscitare ammirazione. Medievale è il passato che non passa, il negativo che rispunta, contro il positivo del moderno. Medievale è, in breve, ciò che non è moderno. C’è però qualcosa di buono : i valori dell’eroismo, della lealtà, dell’amicizia, della devozione alla persona amata, che poco spazio sembrano avere nella nostra società, in una parola i valori della cavalleria, che già nel Medioevo erano esaltati, ben oltre la loro forza effettiva, nella letteratura (poesie, chansons de geste, romanzi cavallereschi). 2.8 Il Feudalesimo, un mostro inafferabile? Vicende analoghe alle parole Medioevo e medievale hanno vissuto, in verità, anche altri termini: boccaccesco è sinonimo di salace, dissoluto, ma Boccaccio non scrisse soltanto novelle boccaccesche. Fascista è un insulto che qualifica qualsiasi comportamento violento, qualsiasi forma di sopraffazione. Chi lo usa in questo senso non lo riferisce, se non vagamente, a un movimento politico particolare o a un preciso periodo storico: nel linguaggio corrente, fascismo e nazismo sono divenuti categorie eterne dell’esistenza umana, e si accompagnano talvolta a medievale e feudale. Feudale e tutti i termini ad esso apparentati (feudo, feudatario, feudalità, feudalesimo, vassallo, vassallatico, barone) sono anch’essi usati come giudizi di valore, ancor più negativi di medievale. Un quartiere viene definito il feudo della famiglia mafiosa che lo controlla. Il primario ospedaliero che fa vincere il concorso pubblico al figlio è un barone. Baroni sono detti quei professori universitari che saltano la lezione senza avvertire o che non rispettano l’orario di ricevimento. Il partito politico che non è autonomo dal partito maggiore della propria coalizione è qualificato come suo vassallo. In tutti questi esempi le parole del lessico feudale potrebbero essere sostituite senza problemi da altre, le quali però non avrebbero la sfumatura odiosa dell’aggettivo feudale. Feudalesimo è, nel nostro linguaggio, sinonimo di anti-Stato, di esercizio abusivo del potere in un territorio sottratto all’autorità pubblica (la mafia); di uso improprio della propria funzione pubblica; di subordinazione eccessiva all’altro; infine, genericamente, di irrazionalità. Una concezione feudale viene rimproverata a chi utilizza le risorse e le prerogative del proprio ruolo nell’amministrazione statale o in un’azienda per fini personali e senza rispettare alcuna regola. Allo stesso modo, chi impone ai collaboratori e dipendenti un ruolo assolutamente subalterno, o richiede loro incondizionata fedeltà in ogni occasione, ha una concezione feudale – si dice – delle relazioni umane e professionali. Anche feudale, dunque, si oppone spesso a moderno, sovrapponendosi a medievale. A quest’uso generico di feudalesimo va collegata anche una rappresentazione che torna spesso in bocca agli studenti, benché essa non compaia in nessun manuale universitario, quella del sistema feudale come una piramide di obbligazioni personali ( la piramide feudale ). Carlo Magno , si dice, divise il suo territorio in feudi assegnati ai suoi vassalli , i quali a loro volta assegnarono feudi a propri vassalli ( valvassori ). I valvassori fecero lo stesso con i valvassini , sotto i quali si raccoglieva poi l’intera popolazione, fatta prevalentemente di contadini. Sarebbe interessante fare la storia di questa rappresentazione, ma qui basti avvertire che essa è completamente falsa , oltre che illogica. Se il governo di un territorio viene diviso secondo un sistema di dipendenze gerarchiche (la piramide), perché mai non dovrebbe funzionare, e per di più già al tempo di Carlo Magno, non appena era stato creato? Soltanto per la malvagità dei vassalli, valvassori e valvassini, cioè proprio quelli che erano stati scelti per la loro fedeltà? Lo storico Giovanni Tabacco (1914-2002) ha definito il feudalesimo come una «sorta di monstruum, divenuto concettualmente quasi inafferrabile». In effetti si tratta di

parlare di crescita dei poteri signorili, di allodizzazione del potere, di incastellamento. Nello stesso periodo, anche i grandi signori territoriali, come conti, duchi e marchesi (la cui carica era ormai ereditaria) esercitavano un potere a carattere patrimoniale, per quanto su una scala geografica e politica di maggior respiro rispetto a un signore locale.

  1. Il Feudo di Signoria e il Feudalesimo Politico : A partire dai secoli xi-xii, quando nelle fonti comincia a comparire il termine feudo, il vassallaggio fu utilizzato con finalità nuove: esso non collegava soltanto due persone, ma due poteri territoriali. Il feudo, che per chiarezza viene chiamato feudo di signoria (giacché “contiene” il potere sugli uomini), è ora un territorio governato dal suo titolare, con l’autorizzazione di una autorità superiore. Si parla di feudalesimo politico perché il feudo è un elemento importante nella costruzione territoriale dello stato. Nel regno di Sicilia del XII secolo, ad esempio, il vassallo, che ora chiameremo feudatario o signore feudale, possedeva un territorio con la sua giurisdizione. Egli riconosceva di possedere tali terre e diritti a titolo feudale, cioè per assegnazione ricevuta dal proprio re e signore feudale. Si trattava di un’assegnazione perpetua, trasmissibile agli eredi, ma soggetta a precise condizioni, pena la perdita del feudo: la fedeltà al sovrano e l’impegno a difenderlo, prestando servizio militare o fornendo combattenti. Il legame tra il feudatario e il suo signore era regolato dalle norme giuridiche codificate nel Liber Augustalis e nel documento di concessione. Un feudatario non poteva sposarsi liberamente né liberamente dividere il feudo tra più figli: il re doveva approvare queste scelte, perché potevano ripercuotersi sulla corresponsione del servizio nei suoi confronti. Nel feudo non vivevano soltanto i contadini dipendenti dal feudatario, ma anche una varietà di persone che esercitavano le più diverse attività (nobili di rango inferiore, ecclesiastici, mercanti e altri imprenditori, artigiani, proprietari terrieri ecc.): essi, pur chiamati “vassalli”, rispondevano al feudatario soltanto per le questioni di giustizia, e perché, ovviamente, erano tenuti a rispettare i monopòli e pagare le tasse indirette possedute dal feudatario, come del resto chiunque transitasse per quel territorio. Gli ecclesiastici, invece, non erano soggetti giuridicamente al feudatario, ma al tribunale del vescovo o del papa. Nel basso Medioevo non nacque un perfetto sistema feudale, identico in tutte le parti d’Europa, ma certo il legame feudale divenne un importante collante giuridico e politico della società. Ciò fu possibile per due motivi principali: perché il feudo era ereditario e perché i giuristi, a cominciare da quelli lombardi a metà del xii secolo, crearono il diritto feudale interpretando la complessità politica del loro tempo con i concetti del diritto romano, da poco riscoperto e studiato avidamente. Il xii è il secolo in cui i comuni del Centro e del Nord Italia si resero sostanzialmente autonomi dall’impero: per questo, in passato, l’età comunale era contrapposta all’età feudale. Se disarticoliamo il feudalesimo in tanti diversi fenomeni, ecco che l’età feudale, cioè quella del feudalesimo politico, viene a coincidere con quella comunale! Del resto anche i comuni italiani utilizzarono il feudo di signoria per coordinarsi con i poteri signorili del territorio circostante. L’immagine, come abbiamo detto errata, della piramide feudale, trae la sua origine dai trattati di diritto feudale che, a cominciare dal XIV sec, ordinavano in una gerarchia le diverse categorie di signori e vassalli. Il feudalesimo del basso Medioevo e della prima età moderna era una modalità di amministrazione del territorio e di sfruttamento delle sue risorse.
  2. La Signoria Cittadina : Tra fine Duecento e Trecento in alcuni comuni italiani compaiono le signorie cittadine. Si usano le stesse parole (signore, signoria, signorile) per indicare un fenomeno diverso dalla signoria fondiaria e da quella rurale: la nascita di un potere personale nella città, senza che ne risultassero stravolte le istituzioni comunali. Ezzelino da Romano nelle città venete, gli Estensi a Ferrara, i della Torre a Milano, Gualtieri di Brienne a Firenze agivano in un contesto politico ed economico urbano, imparagonabile a quello in cui si collocano la signoria fondiaria e la signoria rurale, che pur continuano a esistere in questi secoli. Anche i signori cittadini utilizzarono il feudo di signoria per meglio controllare il territorio. CAPITOLO 3: FONTI E I METODI Per fonti si intendono tutti i resti del passato, materiali e immateriali, scritti e non scritti, prodotti intenzionalmente da chi ci ha preceduto per lasciare memoria di sé e delle proprie azioni, o risultato meccanico delle varie attività umane: dunque leggi, lettere, narrazioni, poesie, monete, edifici, tombe, cocci, leggende… La storia si fa con le fonti: è giusto, ma meglio sarebbe dire che la storia si fa con la critica delle fonti. Esse sono infatti spesso mute o ambigue, e necessitano di complesse tecniche di interrogazione e di trattamento delle informazioni che ci forniscono.

Un monaco e l’invasione dei longobardi “1 In Italia intanto [anno 573] i longobardi tutti di comune accordo elessero re in Ticino Clefi, uomo nobilissimo della loro nazione. 2 Questi uccise o cacciò dall’Italia molti potenti romani. 3 Dopo aver tenuto il regno insieme alla moglie Masane per un anno e sei mesi, fu sgozzato con la spada da un giovane del suo seguito.4 Dopo la sua morte [anno 574] i longobardi rimasero per dieci anni senza re e stettero sotto il comando dei duchi. 5 Ogni duca aveva la sua città: Zaban Ticino, Wallari Bergamo, Alichis Brescia, Euin Trento, Gisulfo Cividale. 6 Ma ci furono anche altri trenta duchi, oltre questi, ognuno nella sua città. 7 In questi giorni molti nobili romani furono uccisi per cupidigia. 8 Gli altri poi, divisi tra i longobardi secondo il sistema dell’ospitalità, vengono resi tributari con l’obbligo di versare la terza parte dei loro raccolti ai longobardi. 9 Per opera di questi duchi, nel settimo anno dall’arrivo di Alboìno e di tutta la sua gente, l’Italia fu per la massima parte (eccettuate le regioni che aveva conquistato Alboìno) presa e soggiogata dai longobardi, dopo che questi ebbero spogliato le chiese, ucciso i sacerdoti, rovinato le città e sterminato le popolazioni che erano cresciute come messi sui campi [...].10 Intanto i longobardi, dopo che per dieci anni erano stati sotto il potere dei duchi, alla fine [anno 584], per decisione comune, elessero come proprio re Autàri, figlio del già ricordato principe Clefi, 11 e per qualificare la sua dignità gli attribuirono anche l’appellativo di Flavio: 12 prenome che fu poi usato felicemente da tutti i successivi re longobardi. 13 Ai suoi giorni, al fine di restaurare il regno, ogni duca cedette per gli usi regi la metà di tutti i propri beni, 14 per costituire un patrimonio con cui il re, il suo seguito e coloro che si dedicavano al suo servizio nelle diverse funzioni potessero mantenersi. 15 Invece le popolazioni sottomesse furono suddivise tra gli ospiti longobardi. 16 C’era però questo di meraviglioso nel regno dei longobardi: non c’erano violenze, non si tramavano insidie; 17 nessuno opprimeva gli altri ingiustamente, nessuno depredava; 18 non c’erano furti, non c’erano rapine; 19 ognuno andava dove voleva, sicuro e senza alcun timore.”

  • Autore? Paolo Diacono (720-799), monaco cristiano, storico, scrittore longobardo di lingua latina.
  • Cosa? Passo tratto daHistoria Longobardorum ”, opera più importante scritta da Paolo Diacono. È suddivisa in sei libri e tratta della storia del popolo Longobardo dalle origini al suo apice: la morte del re Liutprando nel 744.
  • Quando? 789 circa.
  • Occupazione dell’Italia: caratterizzata da assassini e depredazioni… Affermazioni di Paolo Diacono, che conservano un fondo di verità: l’invasione fu violenta, i ceti dirigenti non furono sterminati, ma certo furono privati dei loro diritti politici ed emarginati, perché il controllo delle risorse economiche e del territorio passò tutto nelle mani dei guerrieri longobardi.
  • 7-8 : durante interregno (dopo morte di Clefi) molti nobili romani furono uccisi, i restanti resi tributarii , costretti a pagare un tributo.
  • 9 : violenza dei duchi > stragi, distruzioni
  • 15 : longobardi definiti “ospiti”, “hospites” > “hospitalitas”: istituto della tarda antichità secondo il quale ai barbari insediati dentro i confini dell’impero veniva assegnato un terzo delle terre o un terzo dei proventi delle terre.
  • Testo che coinvolge la conoscenza di un latino tardo o latino medio : i termini utilizzati (come hospites o il termine nobili) vanno intesi in una specifica accezione tecnica e giuridica, spogliandolo dal significato del periodo in cui viene scritto, leggendo dietro di essa una realtà del VI sec. che conosciamo per altre vie.
  • Paolo non racconta di un’origine mitica dei longobardi, come avviene nelle storie dei franchi , presentati come discendenti dei troiani. Inoltre non è diffusa nella tradizione storiografica antica e medievale la consuetudine che l’autore narri la storia della propria famiglia, come fa Paolo, il quale ci dice del suo antenato Leupchis, venuto in Italia insieme con Alboìno. L’uno e l’altro elemento sono stati interpretati come la prova che la cultura tradizionale longobarda era ancora vitale in Paolo e nel suo popolo. I longobardi non ebbero bisogno di inventarsi ascendenze nobili e antiche, a loro bastava sentirsi come un popolo venuto dal Nord e dunque assolutamente estraneo rispetto al mondo romano.
  • Come fa Paolo a sapere queste cose? Paolo Diacono raccolse tradizioni orali della storia dei longobardi: per esempio, racconta la saga delle origini dei longobardi , raccontata a voce per secoli, finché non giunse alla scrittura, nella storia di Paolo e altrove, con inevitabili adattamenti.
  • 16-19 : questa affermazione va attribuita a Paolo, il quale quasi nostalgicamente evoca la pace e la giustizia che un tempo regnavano tra i longobardi.
  • Condizionamenti e contraddizioni : in quanto monaco cattolico non poteva che giudicare negativamente l’arianesimo dei primi longobardi, gli eccidi dei romani e il saccheggio delle chiese. In quanto longobardo , però, egli era fiero della storia del suo popolo e riteneva opportuno tramandarla ai posteri, benché esso non sembrasse rientrare nel disegno provvidenziale che aveva fatto la fortuna dei franchi, da lui stimati.

comunque la tua genitrice, o figlio Guglielmo, e in tale qualità indirizzo a te il mio discorso in forma di manuale. 6 Il gioco delle tavolette, fra tutti gli altri giochi mondani di abilità, è particolarmente adatto ai giovani e risponde al loro tempo. Alcune donne – non c’è dubbio – osservano abitualmente il proprio volto riflesso negli specchi per detergersi dalle impurità, per mostrarsi belle e piacere al marito nel mondo. Io vorrei che tu, benché oppresso nella massa di impegni mondani e secolari, non trascurassi di leggere spesso questo libretto indirizzato da me a te, per ricordarti di me, così come quando ci si guarda nello specchio o si gioca a tavolette. 7 Tu possiedi molti libri, il cui numero aumenta continuamente. Ciononostante, vorrei che tu leggessi spesso con piacere questo libretto e che tu, con l’aiuto di Dio onnipotente, fossi in grado di comprenderlo a tuo vantaggio. 8 Troverai in esso tutto quello che desideri imparare in poco tempo. Vi troverai anche uno specchio nel quale – senza alcun dubbio – potrai ravvisare la salvezza della tua anima, affinché tu possa risultare gradito in tutto non soltanto al mondo, ma anche a Colui che ti «formò dal fango»15: 9 per questo è assolutamente necessario che tu, o figlio Guglielmo, ti presenti nell’una e nell’altra attività in modo tale da risultare utile al mondo e sempre gradito a Dio in ogni cosa. 10 Mi preoccupo molto perché, o figlio Guglielmo, ti giungano da me parole di salvezza. Una delle preoccupazioni che infiamma il mio animo appassionato e attento è questa: che tu possa trovare scritta in questo codicetto, secondo il mio desiderio e con l’aiuto di Dio, la storia della tua nascita. Ecco, essa è premessa al resto nel passo che segue, per tua utilità. 11 Nell’undicesimo anno in cui, con il felice favore di Cristo, il fu nostro signore Ludovico rifulgeva nel suo governo imperiale, nell’anno del quinto giorno, nel terzo giorno prima delle calende di luglio, mi unii come moglie legittima, nel palazzo di Aquisgrana, al mio signore e tuo genitore Bernardo; 12 ed ancora, nel tredicesimo anno del suo regno, nel terzo giorno prima delle calende di dicembre, con l’aiuto di Dio (di cui sono convinta), sei nato tu, o desideratissimo figlio primogenito, generato e introdotto da me nel mondo. 13 Mentre si svolgeva e cresceva rovinosamente la miseria di questo mondo, in mezzo a molti turbamenti e molte discordie del regno, il suddetto imperatore non si sottrasse al destino di tutti, perché nel ventottesimo anno del suo regno, che però non completò, chiuse la sua vita terrena, come stabilito. 14 Dopo la sua morte, l’anno successivo, ci fu la nascita di tuo fratello nell’undicesimo giorno prima delle calende di aprile: è uscito dal mio ventre, con la misericordia di Dio, secondo dopo di te, nella città di Uzès. 15 Era ancora piccolino, prima che avesse ricevuto la grazia del battesimo, quando Bernardo, signore e padre di voi due, lo fece condurre alla sua presenza in Aquitania, insieme con Elefanto, vescovo della suddetta città, e con tutti gli altri suoi fedeli. 16 Ma, vivendo da tanto tempo nella suddetta città per ordine del mio signore, pur pienamente contenta dell’esito delle sue imprese, per l’assenza della vostra presenza, spinta dal desiderio di voi due, mi sono preoccupata di far trascrivere e spedire a te questo libretto, che è conforme alla modestia della mia intelligenza. 17 Inoltre, per quanto sia tormentata da molte angosce, tuttavia la maggiore è questa soltanto: poterti vedere un giorno di persona, se Dio vuole, secondo la sua volontà. 18 Certo che lo vorrei, se Dio mi concedesse la perfezione morale16; ma poiché la salvezza è lontana da me che sono una peccatrice, lo voglio ora, e in questo desiderio il mio animo marcisce17. 19 Ho saputo, infatti, che il tuo genitore Bernardo ti ha affidato nelle mani del signore re Carlo: ti esorto a sforzarti con tutta la tua volontà in modo adeguato al prestigio di questo compito fino alla sua realizzazione; tuttavia, come dice la Scrittura, «cerca in primo luogo fra tutte le cose il regno di Dio e tutto il resto allora ti sarà dato in aggiunta»18, ovvero ciò che è necessario all’anima e che dà soddisfazione al tuo corpo. [Libro III, 2] 20 Per quanto all’interno della specie umana l’aspetto esteriore e la potenza dei re e dell’imperatore sono al primo posto in questo mondo 21, tanto che di solito le azioni e i nomi di queste persone sono rispettati e quasi venerati, e la loro potenza è sostenuta dall’altezza del loro incarico, come testimoniano le parole di quello che disse: «Come al re, che viene innanzi a tutti, così ai capi»19, ecc. 22, tuttavia la mia volontà, o figlio, secondo quanto mi dice la mia modesta intelligenza, secondo Dio, è questa: finché vivi, non trascurare di offrire la tua obbedienza adeguata, devota e sicura in primo luogo a colui che ti generò [...]. 23 Dunque io ti esorto, Guglielmo, desideratissimo figlio mio, ad amare in primo luogo Dio, come già hai trovato scritto. In secondo luogo, ama, temi e onora il padre tuo, dal quale (tienilo bene a mente) deriva la tua condizione nel mondo. [Libro VIII, 14-15] 24 Prega per i genitori di tuo padre, che a lui lasciarono in legittima eredità i loro beni. Chi sono stati e quali sono i loro nomi, lo troverai scritto negli ultimi capitoli di questo libretto. 25 E benché la Scrittura dica «Un altro gode dei beni di un altro»20, tuttavia, come ho già detto, Bernardo, tuo 26 Non devi trascurare di pregare, figlio mio, per colui che, ricevendoti dalle mie braccia, ti adottò come figlio in Cristo, per mezzo del battesimo che rigenera. Finché visse egli fu chiamato con il nome di signor Teodorico, ma ora è morto. Se gli fosse stato concesso, ti avrebbe educato ed amato, in ogni occasione.”

  • Quando? Tra l’ 841 e l’ 843
  • Cosa?Libro manuale indirizzato al figlio Guglielmo ”, scritto da Dhuoda , moglie di Bernardo, duca di Settimana.
  • Perché? Composto dalla madre per educare un giovane guerriero appartenente alla più alta aristocrazia franca. Difatti l’opera appartiene al genere letterario dello “speculum principis”.
  • Il manuale si articola in 11 libri, che affrontano vari temi: Dio, le virtù teologali (fede, speranza, carità); il rispetto del figlio verso Dio, il padre, l’imperatore…; il governo di se stesso, la lotta contro i vizi, esercizio della preghiera… ()*
  • Dhuoda : moglie del duca Bernando, imparentato con gli imperatori carolingi, appartenente all’aristocrazia imperiale, caratterizzata dal legame con l’imperatore per parentela e per fedeltà vassallatica. Anche lei appartiene all’aristocrazia militare, essendosi sposata nel palazzo di Aquisgrana (costruito da Carlo Magno nel 798)
  • Formule di datazione : la datazione segue il sistema romano > i giorni del mese contando i giorni che mancano all’inizio del mese successivo; l’anno sulla base dell’autorità pubblica. Dhuoda, appassionata di numerologia, utilizza anche espressione “ concurrente V ” ( 11 ), “nell’anno del quinto giorno”, ovvero il’824, secondo un calcolo che rivela la conoscenza del “De temporum ratione” di Beda il Venerabile
  • Contesto storico : nell’ 830 i primi due figli maschi di Ludovico il Pio ed Ermengarda, Lotario e Pipino, si ribellano al padre. Motivo della ribellione: divisione dei domini tra i figli di Ludovico > Lotario, Pipino, Ludovico il Germanico, ai quali si aggiunge il figlio della seconda moglie Giuditta, Carlo il Calvo (vd età post-carolingia). Dopo la morte di Ludovico il Pio > Lotario I, alleato di Pipino II, con cui era schierato Bernardo di Settimania, viene sconfitto da Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo. Bernardo si sottomette dunque a Carlo e invia a questo il figlio Guglielmo come ostaggio (Dhuoda ricorda questa circostanza, 19 )
  • ()* Oltre a Guglielmo, Dhuoda viene privata anche del secondo figlio (il marito lo voleva presso di sé). Rimasta sola a Uzès, progetta un’opera letteraria “per l’assenza della vostra presenza, spina dal desiderio di voi due, mi sono preoccupata di far trascrivere e spedire a te questo libretto” ( 16 ).
  • Riflette sulle finalità della sua scrittura : sa di star scrivendo qualcosa di importante, mette però avanti gli stereotipi dell’inferiorità femminile ( 4 , 5 …): è davvero convinta di non essere all’altezza, ma allo stesso tempo Dio la sostiene, Colui “che apre la bocca dei muti e rende eloquente la lingua degli infanti” ( 4 ). Dhuoda scrive e ragione sui motivi per cui scrive, su chi è lei e su cosa sia questa composizione (manuale, libretto, opera, codicetto…). Vuole che il figlio lo legga come un’occupazione intensa e gradita, ogni giorno (paragoni del gioco delle tavole e dello specchio per le donne, 6 ).
  • Me e te : pronomi ricorrono continuamente, segno della relazione affettiva che vuole mantenere con il figlio, la cui mano immagina di stringere con amore. Verso il figlio mostra un amore immenso, esprime la sua angoscia per la loro lontananza… mentre non dice quasi nulla del suo matrimonio, non mostrando affetto verso il marito (ma neanche risentimento).
  • Prova che nel IX sec le donne dell’aristocrazia franca ricevevano un’istruzione religiosa e letteraria. Dhuoda è in grado di leggere e scrivere, di citare le sacre scritture, di concepire un testo complesso, in prosa e in poesia (tra le introduzioni vi è anche un epigramma acrostico). Dhuoda è prodotto della grandiosa ripresa degli studi nell’impero carolingio (vd).
  • 20-23 : afferma che bisogna innanzitutto rispettare “la potenza dei re e dell’imperatore”, i quali “sono al primo posto in questo mondo”. Poi però si contraddice, anteponendo il padre all’imperatore ( 22 ), e subito dopo affermando che Dio nella gerarchia è al primo posto. Carica “eversiva” : implicitamente si accetta l’idea che un aristocratico possa ribellarsi all’imperatore se questi agisce contro Dio o contro la propria famiglia…
  • Importanza del patrimonio familiare: esso è il fondamento della propria identità per l’aristocrazia franca. Dhuoda mette anche in dubbio le scritture: non è vero che “un altro gode dei beni di un altro…” ( 25 ). Dhuoda vuole trasmettere al figlio l’orgoglio dell’appartenenza alla stirpe paterna, il culto della memoria familiare, l’attaccamento al patrimonio > i valori dell’aristocrazia franca.
  • Dhuoda è dunque una donna che comprende i meccanismi del potere, che difende gli interessi economici e i valori della famiglia, che li contempla con la fede… Parma nel X sec (i diplomi) “1 In nome della santa e indivisibile Trinità, 2 Ottone, imperatore augusto per volontà della divina provvidenza. 3 Per questo fine crediamo di essere stati elevati all’altezza imperiale, cioè per prenderci cura del vantaggio di tutti, in particolare delle chiese di Dio, perché se le esalteremo, senza dubbio ce ne gioveremo moltissimo per la stabilità del nostro impero e per avere un’eterna remunerazione. 4 Pertanto, sia a conoscenza di tutti i fedeli della santa Chiesa di Dio e nostri, tanto presenti come futuri, la solerzia, 5 come Uberto, vescovo della chiesa di Parma, presentandosi alla nostra clemenza ha chiesto che noi, giovando alla sua chiesa, al modo dei nostri predecessori, lo arricchissimo di quelle cose che spettavano al potere regio e alla funzione pubblica, 6 e specialmente di quelle per le quali la sua chiesa veniva lacerata da parte del comitato, cioè che noi trasferissimo le cose e i servi, tanto di tutto il clero di quello stesso vescovato in qualunque luogo si trovino, quanto di tutti gli
  • Documento utile per ricostruire il funzionamento della cancelleria imperiale: il documento viene composto secondo procedure rigide sia per le partizioni del testo, sia per la distinzioni dei compiti di chi lo componeva, dettava, etc… (un gruppo di “letterati”).
  • Struttura del documento: invocatio (invocazione, qui alla trinità, 1 ) > intitulatio (intitolazione, 2 , sempre la stessa per il singolo sovrano) > arenga ( 3 ) (premessa al testo vero, in cui vengono dichiarate le Generali motivazioni) > narratio ( 4-8 ), dove si narra come si è giunti a quella specifica decisione, in questo caso Uberto ha sollecitato la concessione, che viene esplicitata nella > dispositio ( 9-16 ). Tutte le azioni politiche dell’imperatore e delle altre autorità pubbliche, vengono costrette in questo schema. Perciò le fonti vanno valutate tenendo presente la ripetitività delle formule, gli scarti dall’uso di ciascuna cancelleria… di ciò si occupa la diplomatica.
  • Diplomatica : disciplina nata per accertare l’ autenticità dei diplomi (ci sono pervenute numerose falsificazioni di documenti…) e prende il nome dal De re diplomatica , pubblicato nel 1681 da un monaco benedettino francese, Jean Mabillon. Ha in comune con la filologia l’attenzione al testo, ma se ne distacca perché ha a che fare con originali o con falsi in forma originale.
  • L’accertamento dell’autenticità dei diplomi è all’origine del metodo di critica delle fonti ( medievistica ). Un mulino amalfitano nell’XI sec “1 † Io Maria figlia di Giovanni figlio di Mauro di Giovanni di Leone di Pardo conte 2 nel giorno presente con volontà perfetta do, trasferisco e confermo per iscritto a voi signor Giovanni nostro genitore la piena e integra mia porzione di mesi due meno giorni cinque del mulino di questa città di Atrani 3 che a me, ovvero a mia sorella e a me lasciò la signora Anna, mia genitrice, ai sensi del suo testamento, 4 dunque demmo a voi la nostra porzione con la sua strada e ogni sua pertinenza, 5 di modo che a noi non rimanesse nulla e che nulla vi sottraessimo di essa, 6 perché mi deste la cassa con la coperta di lana 7 che similmente la predetta nostra genitrice aveva lasciato a noi tre ai sensi del predetto testamento, 8 e ho presso di me la cassa con la sopradetta coperta di lana vellutata cioè (seguono due lettere non leggibili), 9 così come abbiamo pattuito tra noi con delibera e decisione assoluta, 10 in modo che, se in qualche tempo o in qualche modo o con qualche inganno noi o i nostri eredi, anche mediante terzi, osassimo importunare voi e i vostri eredi o qualunque vostro uomo per quanto riguarda la predetta mia porzione dei predetti mesi due meno giorni cinque, 11 promettiamo di pagare a voi una sanzione di trenta bisanti, 12 e questa carta sia valida per sempre. 13 Aggiungiamo invero quanto non abbiamo scritto sopra: 14 dichiariamo che voi siete liberi di fare tutto quanto vorrete della porzione dei predetti mesi del soprascritto mulino senza alcuna opposizione o richiesta nostra e dei nostri eredi per sempre a pena della sanzione soprascritta. 15 † Pietro figlio di Stefano di Marino, testimone, ha sottoscritto. 16 † Mauro figlio di Sergio di Pantaleone, testimone, ha sottoscritto. 17 † Costantino figlio di Giovanni di Leone di Costantino di Leone conte, testimone, ha sottoscritto. 18 † Io Giovanni scriba figlio di Sergio ho scritto a metà del mese di febbraio, seconda indizione.”
  • Cosa e quando? Pergamena conservata nell’Archivio di Stato di Napoli, scritta in una particolare grafia, detta curiale amalfitana, poi distrutta dal fuoco nel 1943, pervenuta in quanto pubblicata nel 1917 da Riccardo Filangieri… È un contratto privato del 1034, in particolare una permuta (scambio di beni) tra Maria e suo padre Giovanni: Maria cede la parte di un mulino ad acqua, in cambio di una cassa e una coperta di lana.
  • Documento redatto da un notaio , un professionista della scrittura che gode della pubblica fiducia (è in grado di dare validità e pubblicità agli atti che scrive). Ad Amalfi era detto scriba, oppure (da metà XI sec) curiale. Nel Medioevo i notai si tramandavano l’un l’altro una serie di forma che garantivano l’autenticità dei loro atti: dalla grafia (che assume ad Amalfi caratteristiche peculiari, curiale amalfitana) a formule del testo.
  • Cronologia : l’atto non contiene una datazione completa, dice solo “a metà del mese di febbraio, seconda indizione”. Per calcolare l’anno giusto, bisogna sapere la successione dei duchi di Amalfi e confrontarla con l’indizione. In mancanza dell’indicazione degli anni di governo, l’editore non è sicuro dell’attribuzione del documento al 1034 (indica come possibile che il 1049). La cronologia è una disciplina “ausiliaria” della diplomatica, essenziale per la critica delle fonti: miglior modo per smascherare eventuali falsi (ogni parte d’Europa si regolava in modo diverso).
  • Sono due persone ordinarie … - Maria e il padre Giovanni, a cui si aggiunge una sorella. La parte del mulino, cassa e coperta sono eredità di Anna, madre di Maria e moglie di Giovanni, che aveva lasciato i beni alle due figlie e al marito senza dividerli > mediante la permuta essi si dividono questi beni)… ma può offrire importanti informazioni sulla società, l’economia e la mentalità amalfitana dell’XI sec
  • Aspetti formali e giuridici : evidente che tramite questo documento possiamo conoscere il “diritto privato dell’epoca, una materia regolata da consuetudini locali, tramandate spt dai notai. Nel Medioevo, fino al XVIII sec, il diritto non era prodotto dallo stato, ma dalla società stessa, che lo trasmetteva ai posteri… Maria infatti compie la permuta in piena libertà. L’atto è molto formalizzato, ricco di formule prolisse, per evitare ripensamenti ed eventuali contestazioni: bisogna precisare che la parte del mulino viene ceduta interamente, che la cessione è valida per sempre, e che egli può farci quello che vuole (viene ripetuto anche alla fine). Alla fine troviamo anche la presenza di una sanzione prevista nel caso di inosservanza di quanto pattuito: una sanzione assolutamente sproporzionata rispetto al valore dei beni permutati > si tratta di una formula.
  • Il documento è scritto in un latino “artificiale” (ricca di “errori” ortografici, di rispetto dei casi…), una lingua inventata da anonimi specialisti della scrittura in una società che ha assolutamente bisogno della scrittura e a essa ricorre abitualmente. In quest’epoca si assiste in Europa infatti all’estensione della scrittura a un’infinità di situazioni familiari. Una lingua artificiale, che non è quella della vita quotidiana, ma neanche quella della Chiesa e della cultura: documenta fenomeni tipici dei volgari meridionali (oscillazione v-b, d-r).
  • Quote del mulino come quote azionarie di una società : il mulino viene ceduto in parte. Nel ducato di Amalfi la proprietà dei mulini veniva divisa in quote, indicate in quantità. Maria lo possedeva per 2 mesi meno 5 giorni, cioè circa 55/356 del totale (es. 2 mesi = partecipare agli utili annuali in misura di 2/12). Questo fenomeno (Mario del Treppo) potrebbe essere il risultato di una commercializzazione dei mulini, la cui manutenzione era costosa: questo metodo riparte il rischio di eventuali investimenti.
  • Citazione di vari nomi: le parti, lo scriba, i testimoni. Esistevano solo i patronimici, che Maria qui utilizza per presentarsi, andando indietro di ben cinque generazioni = volontà di mantenere memoria della propria discendenza (genealogia considerata nobilitante).
  • Utile per ricostruire “quadri mentali della società”: concezione del tempo e della discendenza, la memoria, i valori materiali e morali…
  • Atti del genere essenziali per conoscere economia, società, mentalità di un periodo storico, capire fasi, caratteristiche della crescita che investe tutti gli aspetti delle società europee occidentali nei secoli centrali del Medioevo. Spedizione dei pisani contro i musulmani di Palermo, 1064 1 Dall'anno in cui Cristo nacque dalla Vergine ne erano passati mille e sessanta tre: i cittadini pisani, per valore famosi e potenti, cominciarono - è noto - a costruire questa chiesa. 5 Era l'anno in cui si organizzò un viaggio verso le coste siciliane, armatisi insieme e partiti con una grande flotta, tutti i cittadini, i più importanti, quelli di mezzo e anche i più modesti, si diressero verso Palermo, la prima scelta dal fato. Combattendo, entrano nel porto dopo averne spezzato la catena, 10 prendono poi sei grandi navi colme di ricchezze, ne vendono una, ma prima danno alle fiamme le altre. Con il ricavato di quella vendita - si sa - sono stati innalzati questi muri. Poi si allontanano di poco, scendono a terra dove il corso di un fiume incontra il mare, verso oriente. 15 Subito compare una folla di cavalieri accompagnata da una caterva di fanti. I cittadini pisani indossano le armi, lasciano le navi, vanno incontro ai nemici che li stanno assaltando con furia scomposta. Ma il primo scontro, variando la sorte, concede la vittoria ai primi, mette in fuga questi altri. 20 I cittadini pisani, ferendoli a morte, ne uccidono molte migliaia davanti alle porte. Tornati subito indietro, piantano le tende sul litorale,

nona, ma con un custode e solo nella parte di prato ad essi destinato; quanto ai buoi del dominico, possono pascolare dappertutto e incustoditi. 7 Chiediamo giustizia contro Enrico Rufo, Pietro Amalrico, il fratello di costui e i figli di Manasse: in tempo di tregua, essi penetrarono con violenza e a mano armata nella chiesa e nel chiostro e salirono alla sala superiore minacciando di uccidere il sacerdote. 8 Rivendichiamo le decime della chiesa di S. Pietro, detenute da loro; la terra che Pietro Amalrico vendette a nostra insaputa, facendola passare come allodiale; le terre nostre che comprarono da terzi, nonostante che spettasse a noi la facoltà di venderle e che, comunque, avremmo dovuto prima essere avvisati; i canoni che ci hanno sottratto; le albergarie e la legna che Manasse e Ottone Rufo non ci forniscono da diciotto anni; i debiti che Pietro Amalrico non ci paga da sette anni; il fieno che Ottone Rosso lasciò marcire sul prato; il cane del nostro villico che ammazzarono quando entrarono con la violenza nelle terre immunitarie della chiesa. 9 Asseriamo che Ottone Rosso non ha più alcun diritto sui beni che deteneva dalla nostra chiesa, dal momento che compì in nostro favore un atto di definitiva rinunzia. 10 Chiediamo giustizia contro Enrico Rosso, perché quando rivendicavamo da lui la fedeltà, che si rifiutava di prestare, pur essendovi tenuto, violò il pignoramento di beni al quale eravamo ricorsi per la circostanza. Esigiamo un risarcimento, quale è d’obbligo per ogni uomo nei confronti del suo signore. 11 E come ulteriore prova di questa giurisdizione che rivendichiamo sugli Amalrici e su tutti gli uomini di Quarto, ricordiamo come spetti a noi senza contestazione, quando in una famiglia vengano a mancare i maschi, il diritto di succedere ai defunti e di concedere in matrimonio le donne: diritto che esercitiamo sia sui proprietari di allodi che sui detentori di mansi. 12 E ogni volta che vengono venduti prati della Garsia i compratori sono tenuti a rivolgersi a noi per concordare il prezzo.”

- Cosa? Dichiarazione presentata ad un processo da dei canonici in seguito ad una sentenza emanata l’11 settembre 1185 da tre consoli di giustizia del comune di Asti. Fu emanata in favore dei canonici della locale chiesa cattedrale, contro due abitanti del piccolo centro di Quarto. La sentenza stabilisce che i due fratelli “ siano ora in avanti uomini della chiesa e appartengano alla sua potestà e al suo districtus (capacità di comandare) per tutto ciò che detengono e possiedono nel territorio di Quarto ”. I canonici rivendicano i loro diritti nel territorio di Quarto, su tutti gli abitanti del luogo. Piccola pergamena di forma irregolare, dalla scrittura ordinata: uno dei tanti atti che i tribunali prendevano in esame per emettere una sentenza. - Perché importante? Non ci sono pervenuti molte fonti giudiziarie del genere, risalenti a questo periodo.

  • Quando? Dichiarazione non reca la data, ma risale evidentemente a poco prima della sentenza.
  • Quella dei canonici è una signoria del luogo esercitata collettivamente da un gruppo di preti. Una signoria rurale , si dice anche.
  • Giurisdizione ” (v.1): termine tecnico del diritto romano, indica le competenze giudiziarie e fiscali sul territorio. I canonici scrivono che la loro giurisdizione riguarda sia i mansi (fondo rustico di proprietà del capitolo, sorta di associazione in cui sono riuniti i canonici) e i beni allodiali (proprietà privata).
  • I canonici, ricevono dai loro contadini (“signoria fondiaria”): canoni in denaro (canone = fitto), canoni in natura, censi ricognitivi (piccoli omaggi che il concessionario doveva al capitolo) e due prestazioni lavorative ( corvées ).
  • Con elenco diritti = affermano che questi servano dal fatto che possiedono la curtis di Quarto. Essa era divisa in pars dominica e pars massaricia , che era divisa in mansi dati in concessione ai contadini (che li tenevano per sempre, avevano grande autonomia e li passavano in eredità ai figli). In cambi loro dovevano essi dovevano offrire le cose elencate prima.
  • MA nel 1185 la corte di Quarto non è più un complesso di terre appartenenti al capitolo di Asti, è un territorio in cui il padrone collettivo è anche un signore, che esercita i seguenti poteri, di carattere pubblico, su tutta la popolazione locale ( = signoria rurale )
  • Enrico Rufo, Pietro Amalrico e suo fratello hanno assaltato la chiesa di Quarto e hanno minacciato a morte il sacerdote. Riscuotono (a quanto pare) abitualmente le decime per sé. E vendono e comprano lettere canonicati senza autorizzazione, non forniscono la legna al capitolo non corrispondo il denaro dovuto…
  • Società rurale che sta cambiando : Canonici non descrivono il mondo com’è, ma come dovrebbe essere secondo loro ribadendo che le loro terre non possono essere vendute senza autorizzazione
  • Il capitolo non aveva il potere di sottrarre ai concessionari i rispettivi mansi, come era normale in qualsiasi curtis, ma non ci riusciva neppure quando essi erano inadempienti. Poteva però riscattarli se essi volevano venderli , per questo voleva controllare il mercato della terra.
  • Quarto era un punto di passaggio importante fra Liguria, Lombardia e il Piemonte centrale, nel 1185 era un realtà tra diverse autorità, dove le giurisdizioni si sovrapponevano e si confondevano.
  • La dichiarazione dei canonici e la sentenza del 1185 testimoniano, al tempo stesso, il potere del comune sul territorio di Quarto, la persistenza della signoria rurale dei canonici, pur limitata dal punto di vista militare e giudiziario, la vitalità dei ceti rurali, la conflittualità sociale ed economica.

L’antigiudaismo cristiano: il Concilo Lateranense IV, 1215 Riguardano gli ebrei le ultime cinque costituzioni. Qui presentiamo le n. 67 e 68.

67. L’usura degli ebrei “1 Quanto più la religione cristiana limita l’esercizio dell’usura, tanto più pesantemente vi si dedicano i perfidi ebrei, così che in breve tempo le ricchezze dei cristiani saranno esaurite. 2 Volendo, pertanto, soccorrere i cristiani a questo riguardo, perché non siano oppressi oltre misura dagli ebrei, stabiliamo con questo decreto sinodale che agli ebrei, qualora in futuro, sotto qualsiasi pretesto, estorcessero ai cristiani interessi pesanti ed esagerati, sia proibita ogni relazione con i cristiani, fino a che non abbiano convenientemente riparato alle loro richieste eccessive. 3 Così pure i cristiani, se fosse necessario, siano obbligati, senza possibilità di appello, con minaccia di censura ecclesiastica, ad astenersi dalle relazioni con loro. 4 Ordiniamo poi ai prìncipi di non molestare i cristiani per questo motivo, ma che piuttosto si sforzino di impedire che gli ebrei commettano azioni tanto gravi. 5 Sotto minaccia della stessa pena, stabiliamo che gli ebrei siano costretti a corrispondere le decime e le offerte dovute alle chiese che erano solite riceverle dai cristiani per case e per altri possessi, prima che questi ultimi passassero a qualsiasi titolo agli ebrei, in modo che le chiese non ne abbiano alcun danno.” 68. Gli ebrei devono distinguersi dai cristiani per il modo di vestire “6 In alcune province gli ebrei e i saraceni si distinguono dai cristiani per il diverso modo di vestire; ma in altre ha preso piede una tale confusione per cui nulla li distingue. 7 Perciò succede talvolta che per errore i cristiani si uniscano a donne ebree o saracene, o che ebrei e saraceni si uniscano con donne cristiane. 8 Perché unioni miste tanto riprovevoli non possano invocare la scusa dell’errore, a causa dell’abito, stabiliamo che queste persone dell’uno e dell’altro sesso in tutte le province cristiane e per sempre debbano distinguersi in pubblico per il loro modo di vestire dal resto della popolazione [...]. 9 Nei giorni delle lamentazioni e nella domenica di Passione essi non osino comparire in pubblico, dato che alcuni di loro, come ci viene riferito, non si vergognano di girare in questi giorni più ornati del solito e non temono di prendersi gioco dei cristiani, che a ricordo della passione santissima del Signore mostrano i segni del loro lutto. 10 Proibiamo inoltre severissimamente che essi osino danzare di gioia in oltraggio al Redentore. 11 E poiché non dobbiamo tacere di fronte all’insulto verso chi ha cancellato i nostri peccati, comandiamo che questi temerari siano repressi dai principi secolari con una giusta punizione, perché non credano di poter bestemmiare colui che è stato crocifisso per noi.” Il concilio si tenne a Roma, nella basilica del Laterano, dall’11 al 30 novembre 1215. Sono assemblee di tutti i vescovi italiani: sin dal primo a Nicea (325), ebbe il compito di definire la dottrina cristiana ortodossa, da quella eterodossa, eretica… Fu convocato da papa Innocenzo III (ormai non semplicemente vescovo di Roma, ma “vicario di Cristo”) > TEOCRAZIA PAPALE: riteneva di avere il diritto di indicare la giusta via all’imperatore e di indicare quale fosse il miglior candidato alla carica imperiale. Papa al vertice della chiesa cattolica.

  • (^) Cosa? Due costituzioni, definite nel concilio, n. 67-68. La 67 intende contenere il tasso d’interesse nei prestiti concessi dagli ebrei ai cristiani. La pena per i prestatori ebrei che contravvengono al decreto è la proibizione di qualsiasi relazione con i cristiani.
  • (^) Antigiudaismo e antisemitismo: viene utilizzata un’espressione stereotipata, “perfidi ebrei”, che indica l’antigiudaismo cristiano che persiste dall’età tardoantica: la loro perfidia è nell’ostinazione a non voler convertirsi. NON è il caso di parlare di antisemitismo, perché l’ostilità qui ha valenza religiosa e non razziale. NON è neanche una persecuzione, nel 1199 proprio Innocenzo III aveva emanato un provvedimento in loro difesa (nessuno poteva costringerli alla conversione con la forza).
  • La 67 inoltre stabilisce che un cristiano che non riesca a saldare il suo debito con un prestatore ebreo, quest’ultimo si impadronirà del pegno che garantiva il prestito (casa, terreno…), ma con l’obbligo di continuare a corrispondere quanto dovuto dal vecchio proprietario (decima, si vuole evitare il danno economico per la chiesa locale).
  • La 67 è preceduta da costituzioni che condannano la simonia (compravendita delle cariche ecclesiastiche e dei sacramenti. La simonia e verso l’usura va inquadrata in una riflessione complessa, fatta da Innocenzo III e da altri esperti di teologia e diritto del tempo, sugli aspetti