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Farsi capire per far partecipare, Guide, Progetti e Ricerche di Pedagogia

Un breve saggio sull'importanza della comunicazione. Se l'insegnante sa farsi capire, gli alunni partecipano attivamente. Altrimenti.... cambiano canale!

Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche

2019/2020

In vendita dal 13/12/2020

Salvatore56.dipierro
Salvatore56.dipierro 🇮🇹

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Salvatore Di Pierro
"FARSI CAPIRE" PER "FAR PARTECIPARE"
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Salvatore Di Pierro "FARSI CAPIRE" PER "FAR PARTECIPARE"

" Quando il messaggio non arriva a destinazione la colpa non è mai di chi non ha capito, ma sempre di chi non ha saputo spiegare. " E questa è una regola che vale per ogni tipo di comunicazione culturale! - (P. Angela, La vasca di Archimede )

“qultura” ovvero l’analfabetismo, la non conoscenza del mondo in cui si vive). Di fatti, se è vero - come è vero - che spesso gli alunni "dormono" in classe durante le spiegazioni (noiose), bisogna pur riconoscere che la colpa non è loro, ma di chi riesce - con una straordinaria bravura - ad addormentarli. Cosa deve fare allora l’insegnante (qualsiasi insegnante) per tenere sveglia la sua classe? Cosa deve escogitare per non creare intorno a sé un uditorio assente, distratto, "anestetizzato", sonnolento, annoiato, scocciato? A nostro parere, l'insegnante deve parlare usando un linguaggio comprensibile: deve cioè preoccuparsi quotidianamente non solo di ciò che deve spiegare, ma anche e soprattutto di "come" deve comunicare il suo sapere. Il suo successo didattico, infatti, dipende in misura notevole dal modo in cui spiega. Dipende dal suo saper parlare. Dal suo parlar bene. E, parlar bene, non significa far uso ed abuso di termini... "trascendentali", difficili. Ma significa semplicemente "farsi ascoltare". E può riuscire a "farsi ascoltare" rispettando questa condizione: deve inviare un messaggio in forma accessibile al destinatario. Piero Angela ci fa notare che, oggi, tutti sanno e devono sapere che "qualunque cosa può essere detta con un linguaggio comprensibile". (P. Angela, La vasca di ..., op. cit. , p. 272) Come? In che modo? Innanzitutto, tenendo presente questo principio basilare: un linguaggio può essere compreso da chi ascolta soltanto se si usano termini noti al destinatario. Oppure, cercando di tradurre sempre con parole più semplici termini difficili.

Per inciso, ricordiamo che una “parola”, secondo quanto giustamente faceva rilevare il linguista ginevrino Ferdinand de Saussure (1857-1913), è l'unione di "significante" e di "significato", vale a dire che è l'unione di una "immagine acustica"(=significante) e di un "concetto"(=significato). Pertanto, quando viene pronunciato - ad esempio - la parola "cane", colui che la ascolta, la comprende solo se conosce l’immagine acustica (cioè il suono) e, soprattutto, il concetto ad essa strettamente correlata, e cioè il concetto dell'animale a quattro zampe che abbaia. Se, però, al posto della parola "cane", si usa il termine "dog", è evidente che chi non conosce l’inglese non comprende nulla. In questo caso, il suono della parola "dog" non richiama alcun concetto. Si avrà, dunque, che il suono "dog" sarà privo di "significato" per chi appunto non conosce la lingua inglese. In altri termini, la lingua non è il linguaggio. Il linguaggio è una facoltà comune a tutti, è la facoltà universale di parlare, mentre la lingua è "un prodotto sociale della facoltà del linguaggio". Inoltre, la lingua è qualcosa di esterno all'individuo, è un fatto istituzionale: l’individuo se la trova di fronte, la impara, la subisce. La lingua è patrimonio di tutti, è il tesoro di tutti. Occorre, però, che a tutti venga insegnata: solo così tutti riprodurranno gli stessi segni uniti agli stessi concetti. Ricordiamo anche che la lingua è un fatto sociale; la parola è un fatto individuale. Sulla base di queste fondamentali considerazioni, chiediamoci a questo punto quando un linguaggio è accessibile a tutti? quando è comprensibile? come si fa, cioè, a tradurre sempre con parole più semplici termini difficili? In breve, domandiamoci: come si fa a comunicare?

1. Il linguaggio "concreto" Concreto è quel linguaggio che fa riferimenti a cose (a fatti o a persone) già note ai discenti. Il linguaggio, quanto più è concreto tanto più diviene un “canale di comunicazione” attraverso il quale il messaggio scorre facilmente dall'emittente verso il destinatario. Tale tipo di linguaggio (concreto) può essere paragonato ad uno strumento che permette di cogliere l'invisibile tramite ciò che è visibile e, quindi, consente di capire le cose difficili mediante le facili. In altre parole, esso svolgerebbe - per così dire - la stessa funzione di un cannocchiale: avvicinerebbe le cose lontane al punto da rendercele vicine, chiare e facilmente identificabili. E, di conseguenza, comprensibili. Quando si ricorre a degli esempi, non si fa altro che avvicinare le cose lontane a quelle vicine. Dunque, gli esempi sono - per fare volutamente un bisticcio di parole - un esempio di linguaggio concreto. Tutti sanno, infatti, che gli esempi rivelano (facilmente) più cose di quanto non si riesca a fare con tante parole. Così: se si deve spiegare "che cos’è un aereo" ad un bambino che non ne ha mai visto, si potrà ricorrere ad un esempio: ad un foglio di carta che ha la forma di un aereo e che viene lanciato in aria. Oppure, si potrebbe ricorrere ad una foto o a un disegno su cui è raffigurato in maniera chiara e distinta un aereo.

Meglio ancora sarebbe far vedere "concretamente" al bambino un aereo che sta volando nel cielo: questo certamente renderebbe di gran lunga più chiara e profonda la conoscenza dell'aereo stesso: più di quanto possano fare una miriade di spiegazioni verbali e di tipo nozionistico. (1) Per far capire ai ragazzi il principio della vasca di Archimede, secondo cui un corpo immerso in un fluido riceve una spinta verso l'alto uguale al peso del fluido spostato, si potrebbe ricorrere all’esempio di una barca ovvero a qualcosa che essi hanno visto - concretamente - galleggiare in acqua. Come pure si può enunciare il principio educativo dell' " errando discitur " (sbagliando si impara) ricordando ai ragazzi le loro prime esperienze sui pattini a rotelle (o, le loro prime traduzioni di latino). Tutto, insomma, può essere reso comprensibile purché si faccia leva su ciò che è noto.


  1. Nota. Purtroppo la Scuola pecca di un verbalismo esasperato e oscuro. Usando parole dopo parole gli insegnanti non fanno altro che imbottire la testa dei discenti di una umbratile, fumogena e sonora conoscenza di niente. Del "sapere" che spesso viene trasmesso durante le spiegazioni dei "dotti" insegnanti della nostra Scuola si potrebbe dire ciò che Hegel disse dell'Assoluto di Schelling e cioè che "quel tipo di sapere" è come una notte nera in cui tutte le vacche (cioè, le spiegazioni) sono nere: ossia nascondono una realtà di cui nulla si capisce e da cui niente si può dedurre.

D'altra parte, come si può amare qualcosa di cui non se ne comprende il senso? Come si può apprezzare un mosaico, se di questo si vedono (o si fanno vedere) solo delle singole tessere piuttosto che la sua globalità? Come si può apprezzare una qualsiasi materia scolastica, se questa viene presentata come qualcosa di "ermetico"? Ossia, se questa viene spiegata in modo che risulti di difficile comprensione? ovvero viene propinata senza mai fare qualsiasi riferimento alla realtà circostante? Per dirla chiaramente: come si può pretendere di far amare agli studenti una disciplina, soprattutto quando questa viene presentata con un linguaggio "oscuro" e confuso?

2. Il linguaggio "chiaro" Si presentino, invece, le materie con un linguaggio chiaro e semplice! A tal proposito, notiamo in piena sintonia con Piero Angela che “tutti sono capaci di parlare in modo oscuro e noioso: la chiarezza e la semplicità, invece, sono scomode. Non solo perché richiedono più sforzo e più talento, ma perché quando si è costretti a essere chiari non si può barare. Sappiamo tutti, per esperienza, che le parole possono servire da cortina fumogena per nascondere i pensieri. O per nascondere la propria ignoranza su certi argomenti. (...) Invece, quando si è obbligati a essere semplici , bisogna dimostrare di aver capito davvero. Anzi di essere arrivati al nocciolo della questione e di averne individuato i meccanismi”. (P. Angela, Viaggi nella scienza. Il mondo di Quark, Garzanti, Milano 1982, p. 47) Chiediamoci, allora: quando un linguaggio è chiaro? Un linguaggio è chiaro e semplice quando la stessa cosa la diciamo con parole chiare e semplici per chi ci ascolta. Al contrario, un linguaggio oscuro, con periodi lunghissimi, con una terminologia troppo tecnica costituisce tutto l'armamentario dell'incomprensibilità. Si pensi, a tal proposito, al linguaggio dei contratti assicurativi: è volutamente poco chiaro allo scopo di scoraggiare il cliente dalla lettura delle clausole, in modo che i punti a vantaggio della compagnia passino inosservati.

3. Il linguaggio "divulgativo" Il linguaggio deve essere - necessariamente e obbligatoriamente - divulgativo: cioè deve "divulgare" un messaggio. Divulgare - per dirla con le parole di Piero Angela - "significa semplicemente tradurre. Cioè dire la stessa cosa con altre parole". Infatti, "la divulgazione consiste semplicemente nel tradurre un linguaggio in un altro, così come si traduce dal giapponese in italiano." Tuttavia non va sottaciuto che "la divulgazione deve... fare i conti con questi due problemi, che richiedono competenza e immaginazione: cioè da un lato comprendere nel modo giusto le cose, interpretandole adeguatamente per trasferirle in un diverso linguaggio: dall'altro non solo essere chiari ma anche non noiosi, pur mantenendo integro il messaggio (anzi, non aver paura di essere divertenti: l'umorismo è uno dei compagni di strada dell'intelligenza". (P. Angela, Viaggi nella... , op. cit. , pp. 46-47) Noi pensiamo che ogni argomento culturale può e deve essere "divulgato" se si vuol davvero costruire una Società che sia realmente, non solo formalmente, democratica. Tutti hanno il diritto di capire, di imparare, di apprendere... In una parola, ciascuno di noi ha il diritto di partecipare consapevolmente alla gestione di questo piccolo pianeta che appartiene a tutti ed è di tutti. E se veramente vogliamo una Società migliore dell'attuale non possiamo continuare a negare agli altri la conoscenza. Perciò, noi crediamo fermamente e profondamente che la Cultura non va negata a nessuno e che ogni uomo ha il diritto-dovere di acculturarsi. Ed è soprattutto per questo motivo che vorremmo invitare (e, per certi aspetti, costringere) i "Signori del Sapere" a non dimenticare che essi - più degli altri - hanno il dovere irrinunciabile ed improrogabile di divulgare, diffondere e "comunicare" Cultura.

4. Il linguaggio "divertente" Ed ecco un’altra regola che chi spiega, chi insegna, deve sempre tener presente: cioè la regola del dire le cose divertendo. O, come dicevano i Romani, " ludéndo docére ": insegnare divertendo. Invece, oggi si pretende che, durante una lezione scolastica condotta sul filo della monotonia, la mente e l'attenzione di chi ascolta debba rimanere desta per molto tempo. Ma... come si può chiedere ai ragazzi di stare attenti per sessanta minuti, se la lezione ha tutta l'aria di un " de profundis "? E' ovvio che una spiegazione "sepolcrale" (da "marcia funebre") da parte di un insegnante non può sortire altro che commiserazione, distrazione, assenteismo o, come più spesso accade, apatica indifferenza da parte degli alunni. Breve Excursus Eppure, il docente sembra quasi (o finge di) non accorgersene. Continua imperterrito - in un monotono "soliloquio" - a spiegare per un’ora e, qualche volta, anche per più tempo: ma chi l'ascolta? Durante i primi cinque-dieci minuti, può darsi anche che la scolaresca riesca ancora a seguirlo. Però, dopo un quarto d'ora soltanto i più coraggiosi, i più volenterosi si sforzano di ascoltarlo. Trascorsi venti minuti, l'insegnante sicuramente sarà riuscito a seminare dietro di sé tutta la classe e continuerà a percorrere una strada nota solo a lui. E quanto più egli spiega, concentratissimo su quello che dice, tanto più la mente dei ragazzi spazierà libera tra i più disparati e vaghi pensieri. Gli occhi dei ragazzi staranno naturalmente fissi sull'insegnante, ma in realtà inseguono le vivide immagini della loro fantasia (dei loro "dolci" pensieri).

Insomma, gli studenti non si ribellano, anzi (e questo è il colmo!) preferiscono non capire anziché esigere chiarezza perché sarebbe ammettere che non sono abbastanza intelligenti e colti. Non sono in grado di dire "Non ho capito". I ragazzi, purtroppo, non sanno che dire "Non ho capito" è "una dimostrazione di forza: significa dimostrare di non avere complessi di inferiorità. Ed e' anche un'arma per costringere l'interlocutore a "scoprirsi". (P. Angela, Viaggi nella... , op. cit. , p. 52) Occorre, dunque, che l’alunno, lo studente, il discente e, più in generale, "la gente si liberi da uno sbagliato complesso di inferiorità e prenda coscienza dei suoi diritti anche in questo campo. (...) E' ora di rendersi conto che un tale atteggiamento di sudditanza rafforza la separazione tra chi sa e chi non sa, e che è necessario ribaltare (eventualmente, anche in modo irriverente) questo antico rapporto padronale. Non ci si può togliere il cappello di fronte a chi non soltanto non ci informa, ma molte volte non è lui stesso informato su certi problemi essenziali del nostro tempo." (P. Angela, La vasca di.... , op. cit. , p. 274) Fine dell’excursus Dopo questa divagazione - a mio avviso, doverosa e necessaria - torniamo al linguaggio. Abbiamo detto che il linguaggio per essere facilmente comprensibile deve essere concreto, chiaro, divulgativo e anche "divertente". Al momento opportuno, una battuta o una parola o una frase che susciti il riso sicuramente tiene desto l'uditorio. Più di quanto lo si richiami all'attenzione con un "State attenti!", "Silenzio!". O, peggio ancora, con lo spauracchio della nota sul registro.

Chiediamoci perché riusciamo a seguire con interesse e con viva partecipazione un film comico? Oppure, perché siamo tutt'orecchi quando ascoltiamo del le barzellette? Forse perché dentro di noi, nella parte più profonda della nostra psiche, c'è qualcosa che ci spinge - in maniera ancora non del tutto chiara e facilmente spiegabile - verso il comico e verso tutto ciò che susciti il riso? (Diciamo a mo’ di inciso che molti studiosi, e non a caso, hanno definito l’uomo "un animale che sa ridere" e che - aggiungiamo noi - spesso "fa" anche ridere) Non è, dunque, forse vero che il divertimento e il nostro innato desiderio di ridere, ciò che più ci fa appassionare e ci coinvolge nelle varie sequenze di un film di Jerry Lewis o, in particolare, di Charlie Chaplin (alias Charlot)? Perché, allora, anche il linguaggio di chi spiega non dovrebbe essere "divertente"? Forse perché tale impresa non è da tutti?! Dato che per divertire ci vuole anche molta fantasia, molta immaginazione: cioè molta intelligenza. Non solo. Ma anche perché - per far ridere

  • occorre ricorrere ad un linguaggio il più possibile concreto, chiaro, semplice... comprensibile. Altrimenti nessuno riderebbe. Una barzelletta fa ridere solo se la capiamo. Chi ha mai riso per una barzelletta raccontata in giapponese? Crediamo solo i giapponesi, (ammesso poi che la barzelletta sia stata raccontata bene).

Proprio per far nostra quest’altra regola d'oro e per non annoiare il lettore, ci avviamo alla conclusione ricordando - in sintesi - che il linguaggio di chi vuol comunicare deve essere concreto, chiaro, divulgativo, divertente e conciso. Se si vuol tenere sveglia la classe

  • al minimo indizio di distrazione o di sonnolenza - occorre fermarsi e concludere. Altrimenti gli alunni... cambiano canale!

In conclusione A questo punto, non volendo affatto tediarvi, terminiamo queste nostre brevi riflessioni rivolgendovi due ultime domande prendendo a prestito, ancora una volta, le parole del mio carissimo ed amato Piero Angela (da " Viaggi nella scienza... , op. cit., pp.47 e 51). a) La prima domanda (rivolta a tutti) è la seguente: Perché "in un mondo come il nostro, che si basa sulla comunicazione, il problema di come comunicare continua a porsi solo marginalmente"? In altre parole, perché si parla molto di tale problema, "ma si fa assai poco per migliorarlo, sia nella scuola, sia ai vari livelli della formazione culturale"? b) La seconda (rivolta esclusivamente agli insegnanti) è questa: "Perché si è incomprensibili? Per incapacità, negligenza, calcolo, ignoranza, desiderio di apparire colti, cattiva abitudine, disinteresse per il pubblico"? o, per quali altri motivi? Speriamo che qualche nostra buona risposta possa tradursi in un reale e concreto cambiamento circa il modo di fare scuola. Consapevoli che le nostre pagine non hanno detto nulla se non siamo stati in grado di farci capire, ci auguriamo se non altro che qualcuno - di noi più esperto - approfondisca l'argomento.