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Sono contenute 10 fiabe riassunte con la loro morale di Andersen
Tipologia: Sbobinature
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Come protagonisti abbiamo il grano saraceno e un salice anziano. La storia inizia con un contadino che vede che, nel campo, il grano saraceno è diventato nero per colpa della tempesta. In questa storia, il grano saraceno è molto orgoglioso di sé e, anche quando arriva la tempesta, lui non vuole piegarsi davanti al salice come invece fanno tutte le altre piante (per ripararsi dalla pioggia e dai lampi). Finita la tempesta, il grano saraceno è nero e il vecchio salice agitò i suoi rami come se piangesse. Morale: chi è presuntuoso e non rispetta la natura o l’autorità divina (secondo la visione religiosa della fiaba) finisce per danneggiare sé stesso. L’umiltà e la saggezza, invece, aiutano a sopravvivere anche nelle difficoltà. L'arroganza e la mancanza di umiltà portano alla rovina.
Nella fiaba "La gara di salto" tre animali — una pulce, una cavalletta e un ranocchio — decidono di fare una gara di salto per conquistare l’onore di sposare la figlia del re. Ognuno si vanta delle proprie abilità: la pulce è elegante, la cavalletta è raffinata e il ranocchio è robusto. Il re, curioso di vedere chi sia il migliore, organizza la competizione. La pulce salta in alto, la cavalletta salta ancora più in alto, ma il ranocchio... salta direttamente in grembo alla principessa! Il re, divertito e colpito, decide che il ranocchio ha vinto perché ha dimostrato non solo abilità ma anche spirito d’iniziativa. Morale : non sempre chi appare più raffinato o chi si limita a seguire le regole vince; talvolta l'intraprendenza e l'azione diretta vengono premiate.
Nel giorno di festa del Monte degli Elfi, la figlia del re degli elfi si fidanza con un giovane elfo. Al grande banchetto partecipano creature magiche da tutto il mondo: elfi, troll, folletti e persino lo spirito del vulcano Etna. Tutti portano doni e si esibiscono in danze e magie. Alla festa viene invitato anche un poeta umano, perché solo lui — secondo il re — ha il dono di parlare "senza dire troppo", cioè con sensibilità e rispetto. Il poeta è onorato ma anche inquieto da quel mondo incantato e seducente, dove però si percepisce qualcosa di ingannevole e ambiguo. Alla fine, riesce a tornare indietro e racconta ciò che ha visto. Morale: la fiaba riflette sull’ambiguità del mondo magico e sulla potenza della poesia. La vera saggezza sta nel saper osservare e raccontare con delicatezza, senza giudicare né farsi ingannare dalle apparenze. Andersen suggerisce anche che l’arte (come la poesia) è un ponte tra il mondo reale e quello incantato, ma richiede equilibrio e coscienza.
Un vecchio edificio, ormai trascurato e disprezzato per il suo aspetto cadente, viene osservato con affetto da un bambino che vive nella casa nuova di fronte. Il bambino riconosce nel vecchio signore che vi abita non un relitto del passato, ma una persona gentile e saggia. Tra i due nasce un’amicizia
silenziosa e profonda. Quando il vecchio muore e la casa viene abbattuta, il bambino ne serba il ricordo con rispetto e nostalgia. Morale: la vera bellezza e il valore delle cose (e delle persone) non risiedono nell’apparenza, ma nella storia, nei ricordi e nei sentimenti che custodiscono. Andersen ci insegna a non giudicare ciò che è vecchio o diverso con superficialità: il passato ha dignità e merita ascolto. La sensibilità del bambino, che riconosce l’umanità e la poesia in ciò che gli altri ignorano, è un invito a guardare il mondo con occhi attenti e cuore aperto.
Una madre perde il figlio, portato via da Morte. Disperata, si mette in cammino per ritrovarlo e riaverlo indietro. Lungo il viaggio, affronta diverse prove: dona i suoi occhi, sacrifica il suo sangue, accetta la sofferenza e l’umiliazione. Alla fine, giunge nel giardino della Morte, dove crescono gli alberi che rappresentano le vite umane. La Morte le mostra i futuri possibili per suo figlio. Alcuni destini sono belli, altri terribili. La madre, allora, non osa più scegliere, non sapendo se salvarlo significherebbe condannarlo a una vita di dolore. Così, affida la sorte del figlio alla volontà di Dio. Morale: l'amore di una madre è così grande da sacrificare tutto, perfino il proprio desiderio, per il bene del figlio. Andersen mostra come l'amore più profondo non sia nel possesso o nel controllo, ma nella capacità di lasciar andare per proteggere. È anche una riflessione dolorosa sulla morte e sul fatto che non sempre possiamo sapere cosa è meglio, nemmeno per chi amiamo di più.
Un colletto rigido, appena lavato e stirato, si crede importante e superiore. Appena esce dalla lavanderia, comincia a vantarsi e a giudicare gli altri oggetti che incontra: una forbice, un ferro da stiro, un ago, una spilla da balia. Pieno di sé, si convince che tutti si innamorino di lui, ma nessuno lo degna di particolare attenzione. Alla fine, il colletto cade a terra e viene raccolto da uno straccivendolo, che lo butta via con altri stracci. Così finisce il suo viaggio, solo e dimenticato, dopo una vita spesa nell'arroganza e nell'illusione della propria grandezza. Morale: la vanità e l’orgoglio portano all’illusione e alla solitudine. Andersen usa un oggetto banale – un colletto – per ironizzare su chi si crede migliore degli altri senza averne alcun merito reale. Il colletto vive solo di apparenze e convinzioni gonfiate, ma alla fine la realtà lo riporta al suo posto, senza gloria. È una fiaba satirica.
La fiaba racconta la leggenda della Fenice, l’uccello mitico che vive per 500 anni e poi si brucia da solo in un nido di profumi e spezie per rinascere dalle proprie ceneri. Andersen descrive la bellezza, la saggezza e la solennità di questa creatura immortale che, ogni mezzo millennio, compie il suo rituale di morte e rinascita. Il racconto assume il tono di una leggenda narrata con rispetto e meraviglia. Alla fine, si dice che una piuma della Fenice è caduta sulla Bibbia di una nonna, simboleggiando che la speranza, la fede e il rinnovamento possono toccare anche la vita umana.