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raccolta delle fiabe di HC Andersen - letteratura per l'infanzia
Tipologia: Dispense
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L‟acciarino Il piccolo Claus e il grande Claus La principessa sul pisello I fiori della piccola Ida Mignolina Il bambino cattivo Il compagno di viaggio La sirenetta I vestiti nuovi dell‟imperatore La margheritina Il tenace soldatino di stagno I cigni selvatici Il paradiso terrestre Il baule volante Le cicogne Ole Chiudigliocchi Il guardiano dei porci Il grano saraceno L‟angelo L‟usignolo I fidanzati Il brutto anatroccolo L‟abete La regina della neve Il monte degli elfi Le scarpette rosse Gente balzana La pastorella e lo spazzacamino
Il vecchio lampione I vicini di casa L‟ago da rammendo L‟ombra La vecchia casa La goccia d‟acqua La bambina dei fiammiferi La famiglia felice Storia di una madre Il solino Madre Sambuco Le soprascarpe della felicità La campana Il lino È proprio vero! Cuore affranto Ogni cosa al suo posto Il folletto del droghiere Fra mille e mille anni C‟è differenza Cinque in un baccello Una foglia dal cielo Gianbabbeo Non era buona a nulla Il porcellino salvadanaio Brodo di stecchino Il collo di bottiglia Qualcosa L'ultimo sogno della
vecchia quercia La fanciulla che calpestò il pane Penna e calamaio Il gallo del tetto e il gallo del pollaio Incantevole! Il porcellino di bronzo Lo scarabeo Quel che fa il babbo è sempre giusto L'uomo di neve Nel cortile delle anatre Il farfallone La lumaca e il rosaio La monetina d'argento Il bucaneve Il rospo Il principe cattivo La teiera I verdolini Il folletto e la signora Le vicende del cardo Gli stracci La pulce e il professore Il grande serpente di mare Il giardiniere e i padroni Lo storpio La zia Maldidenti
seduto sopra; il cane ha gli occhi grandi come due tazze da tè, ma non te ne devi preoccupare. Io ti do il mio grembiule a quadretti che stenderai sul pavimento; poi vai tranquillo dal cane e spostalo sul mio grembiule, apri la cesta e prendi tutte le monete che vuoi. Queste sono di rame, se invece le vuoi d'argento, devi passare nella seconda stanza, lì c'è un cane con gli occhi grandi come due ruote di mulino; ma non temere, se lo metti sul mio grembiule puoi prendere tutti i soldi che vuoi! Se invece preferisci, puoi avere delle monete d'oro, e tante quante ne potrai trasportare; è sufficiente che tu entri nella terza stanza. Ma il cane che sta sulla cesta delle monete ha gli occhi grandi come la Torre Rotonda di Copenaghen: quello è un cane per davvero, credimi! Ma non preoccuparti! Posalo sul mio grembiule, lui non ti farà niente, e tu potrai prendere dalla cesta tutto il denaro che vorrai.»
«Non è certo una cattiva idea!» disse il soldato. «Ma che cosa devo dare a te, vecchia strega? Perché posso ben immaginare che vorrai avere qualcosa per te.»
«No» ribatté la strega «non voglio nemmeno un centesimo. Tu devi solo portarmi un vecchio acciarino, che mia nonna aveva dimenticato l'ultima volta che era stata laggiù.»
«Bene! Allora legami la corda intorno alla vita.»
«Ecco fatto!» replicò la strega «e questo è il mio grembiule a quadretti bianchi e turchini.»
Allora il soldato si arrampicò sull'albero, si lasciò calare nella cavità e si trovò, come la strega aveva previsto, in un grande corridoio, dove ardevano centinaia di lampade. Aprì la prima porta. Lì sedeva il cane con gli occhi grandi come tazze da tè, che gli abbaiava contro.
«Sei proprio un bel tipo!» disse il soldato; lo mise sul grembiule della strega e prese tutto il denaro che poteva stargli nella tasca, poi chiuse la cesta e vi rimise sopra il cane. Subito dopo entrò nella seconda stanza. Uh! lì c'era il cane con gli occhi grandi come due ruote di mulino.
«Non dovresti guardarmi così a lungo» disse il soldato «potrebbero farti male gli
occhi!» e così dicendo posò il cane sul grembiule della strega: ma quando vide le moltissime monete d'argento nella cesta, gettò tutte le monete di rame che aveva raccolto e riempì le tasche e lo zaino con quelle d'argento. Poi entrò nella terza stanza. Che orrore! Il cane che si trovava lì aveva veramente due occhi grandi come la Torre Rotonda di Copenaghen! e gli giravano nella testa come due ruote.
«Buona sera» disse il soldato e si tolse il berretto, dato che non aveva mai visto un cane simile, ma dopo averlo osservato per un po', pensò che ormai bastava, lo posò quindi sul pavimento e aprì la cassa – santo cielo, quanto oro c'era dentro! Avrebbe potuto comprare tutta Copenaghen e tutti i maialini di zucchero delle venditrici ambulanti e tutti i soldatini di piombo, le fruste e i cavalli a dondolo del mondo. Erano un bel po' di soldi!
Allora il soldato gettò tutte le monete d'argento che gli riempivano le tasche e lo zaino e le sostituì con quelle d'oro, sì, le tasche, lo zaino, il berretto e pure gli stivali vennero riempiti tanto che il soldato non poteva quasi camminare. Adesso sì che ne aveva di soldi! Rimise il cane sulla cesta, chiuse la porta e gridò lungo il tronco cavo:
«Tirami su ora, vecchia strega!»
«Hai preso l'acciarino?»
«È vero! me l'ero completamente scordato» e così andò a prenderlo. La strega lo tirò su e lui si trovò sulla strada maestra con le tasche, gli stivali, lo zaino e il berretto pieni di monete.
«Che cosa ne fai ora dell'acciarino?» chiese alla strega.
«Che ti importa? Ormai ti sei preso il denaro, quindi ora dammi l'acciarino.»
«Quante storie!» le rispose il soldato. «Dimmi immediatamente che cosa vuoi farne dell'acciarino, altrimenti ti taglio la testa con la mia spada.»
«No!» gridò la strega.
La sera era molto buia e lui non poteva neppure permettersi un lume, così ricordò che c'era ancora un moccoletto nell'acciarino che aveva preso nell'albero cavo in cui lo aveva calato la strega.
Prese il moccoletto e l'acciarino, ma non appena lo sfregò per avere del fuoco e le scintille schizzarono dalla pietra focaia la porta si spalancò e comparve il cane che aveva gli occhi grandi come due tazze da tè e che il soldato aveva visto nell'albero; il cane gli disse: «Cosa comanda il mio signore?».
«Cosa?» chiese il soldato «è proprio un bell'acciarino, ora posso ottenere quello che voglio. Procurami del denaro!» ordinò al cane, e hop! il cane sparì, ma subito ricomparve tenendo in bocca un grande sacco pieno di monete.
Il soldato capì quanto era prezioso quell'acciarino. Se lo sfregava una volta, compariva il cane che stava sulla cesta delle monete di rame, se invece lo sfregava due volte, veniva quello delle monete d'argento, con tre sfregamenti appariva quello delle monete d'oro.
Il soldato si trasferì nuovamente nelle stanze lussuose, si rivestì di splendidi abiti e subito tutti i suoi amici lo frequentarono e gli dimostrarono molto affetto.
Una volta pensò: “È proprio un peccato che non si possa vedere la principessa. Tutti dicono che sia così bella, ma che cosa importa, se deve restare per sempre chiusa nel castello di rame dalle molte torri. Non posso proprio riuscire a vederla? Dov'è il mio acciarino?” e così lo sfregò per avere il fuoco e apparve il cane con gli occhi come tazze da tè.
«Siamo nel pieno della notte» disse il soldato «ma io desidero immensamente vedere la principessa, anche per un solo istante.»
Il cane era già uscito dalla stanza, e prima che il soldato se ne accorgesse, lo vide di ritorno con la principessa; era addormentata sulla schiena del cane e era così graziosa, che chiunque poteva vedere che era una principessa: il soldato non poté fare a meno di baciarla, dato che era un vero soldato.
Il cane poi se ne ripartì con la principessa, ma al mattino, mentre il re e la regina prendevano il tè, la principessa raccontò di aver fatto uno strano sogno quella notte, di aver sognato un cane e un soldato. Lei aveva cavalcato quel cane e il soldato l'aveva baciata.
«È proprio una bella storia!» esclamò la regina.
Una delle vecchie dame di corte fu messa la notte successiva a vegliare il letto della principessa, per scoprire se era stato proprio un sogno o qualcos'altro.
Il soldato desiderava ardentemente rivedere la bella principessa e così il cane giunse di nuovo al palazzo, prese la principessa e corse più forte che poté, ma la vecchia dama di corte si infilò gli stivali e corse altrettanto in fretta; così vide che entravano in una grande casa e pensò: “Ora so qual è il posto” e fece una grossa croce con il gesso sul portone. Poi tornò a casa a coricarsi; e anche il cane riportò a casa la principessa; ma quando vide che era stata fatta una croce sul portone della casa in cui viveva il soldato, prese lui stesso del gesso e segnò con una croce tutte le porte della città, e questa fu una buona idea, perché così la dama di corte non poté più trovare la porta giusta: c'erano croci dappertutto.
La mattina presto il re e la regina, la dama di corte e tutti gli ufficiali uscirono per scoprire dove era stata la principessa.
«Eccola!» disse il re quando vide la prima porta segnata con una croce. «No, è quella, maritino mio» replicò la regina che aveva trovato un'altra porta con la croce.
«Ma come? lì ce n'è una, e là un'altra!» dissero tutti, quando videro che c'erano croci su ogni porta. Così compresero che quella trovata non serviva a nulla.
La regina però era una donna molto furba, non capace soltanto di andare in giro in carrozza. Prese la sua grande forbice d'oro, tagliò un pezzo di seta e ne fece un sacchettino; poi lo riempì di piccoli semi di grano, lo legò alla schiena della principessa e infine gli fece un buco cosicché il grano potesse segnare la strada che la principessa percorreva.
tè, quello con gli occhi come ruote di mulino e quello i cui occhi sembravano la Torre Rotonda.
«Aiutatemi affinché non venga impiccato!» gridò il soldato e subito i cani si precipitarono tra i giudici e il consiglio, afferrarono uno alle gambe e uno per il naso e li lanciarono in aria, così in alto che, ricadendo, si ruppero in mille pezzi.
«Non voglio!» gridò il re, ma il cane più grosso prese sia lui che la regina e li gettò dietro tutti gli altri. In quel momento i soldati si spaventarono e la gente gridò: «Soldatino, tu devi diventare nostro re e sposare la graziosa principessa!».
Allora il soldato sedette nella carrozza reale e i tre cani danzarono e gridarono Urrà! e i ragazzi fischiarono con le dita e i soldati presentarono le armi. La principessa uscì dal castello di rame e divenne regina, e ne fu molto soddisfatta. La festa per il matrimonio durò otto giorni e i cani erano seduti al tavolo con gli altri e spalancavano tanto d'occhi.
C'erano una volta in un villaggio due uomini con lo stesso nome, entrambi si chiamavano Claus, ma uno possedeva quattro cavalli, l'altro ne possedeva solo uno, quindi, per poterli distinguere, quello coi quattro cavalli veniva chiamato grande Claus e quello che aveva solo un cavallo piccolo Claus. Adesso sentiamo come se la passavano, perché questa è una storia vera.
Per tutta la settimana il piccolo Claus doveva arare il campo del grande Claus e gli prestava il suo unico cavallo, poi il grande Claus lo aiutava con i suoi quattro cavalli, ma questo avveniva solo una volta alla settimana e precisamente di domenica. Hup! Come agitava il piccolo Claus la frusta sui cinque cavalli; quel giorno era come se fossero tutti suoi! Il sole splendeva così bello e le campane della chiesa suonavano a festa, la gente era ben vestita e si avviava col libro dei salmi sottobraccio per sentire la predica del pastore e vedeva il piccolo Claus che arava con i cinque cavalli e era così contento che agitava la frusta gridando: «Hup, cavalli miei!».
«Questo non lo devi dire» gli disse il grande Claus «perché solo uno del cavalli è
tuo.»
Ma passò ancora qualcuno che andava in chiesa, e il piccolo Claus dimenticò che non doveva dirlo e gridò ancora: «Hup cavalli miei!».
«Ti chiedo di smetterla» gli disse il grande Claus. «Se lo dici ancora una volta, colpisco il tuo cavallo alla fronte così che cada morto all'istante: almeno è finita con lui.»
«Non lo dirò più» replicò il piccolo Claus, ma quando passò dell'altra gente che lo salutò, fu molto contento al pensiero che era così evidente che possedeva cinque cavalli per arare il campo; quindi agitò la frusta e gridò. «Hup, cavalli miei!».
«Li incito io i tuoi cavalli» disse il grande Claus e prese il maglio e colpì sulla fronte l'unico cavallo del piccolo Claus, che cadde a terra morto.
«Ahimè, adesso non ho più cavalli!» esclamò il piccolo Claus e cominciò a piangere. Poi spellò il cavallo, prese la pelle, la lasciò seccare al vento, la mise in un sacco che si gettò sulle spalle e andò in città per vendere la pelle del suo cavallo.
La strada da percorrere era molto lunga, si doveva attraversare un enorme bosco buio e improvvisamente venne brutto tempo; il piccolo Claus vagò per qualche tempo e quando finalmente ritrovò la strada giusta era già sera e si trovava troppo lontano sia per arrivare in città, sia per tornare a casa prima che venisse la notte.
Vicino alla strada c'era una grande casa di campagna, le persiane erano chiuse, ma la luce filtrava fuori. “Avrò sicuramente il permesso di passare la notte qui” pensò il piccolo Claus, e andò a bussare.
La padrona di casa aprì la porta, ma una volta saputo cosa voleva, disse che se ne doveva andare, perché suo marito non era in casa e lei non poteva ospitare sconosciuti.
avesse visto avrebbe naturalmente chiesto per quale motivo l'aveva preparato.
“Che peccato!” sospirò il piccolo Claus dal tetto, quando vide che tutto il cibo veniva portato via.
«C'è qualcuno lassù?» chiese il contadino e guardò verso il piccolo Claus. «Perché stai li sdraiato? Vieni piuttosto in salotto.»
Così il piccolo Claus raccontò come si era perso e gli chiese se poteva restare lì per la notte.
«Certamente» disse il contadino «ma prima dobbiamo mangiare qualcosa.»
La donna accolse con gioia i due, apparecchiò la tavola e offrì un grande piatto di farinata. Il contadino era molto affamato e mangiò con appetito, ma il piccolo Claus non poteva fare a meno di pensare al delizioso arrosto, al pesce e alla torta che si trovavano nel forno.
Sotto il tavolo, vicino ai suoi piedi, aveva messo il sacco con la pelle del cavallo; ricordate che stava andando in paese a venderla? La farinata non gli piaceva affatto, così mosse il sacco e la pelle secca scricchiolò forte.
«Ssst!» disse il piccolo Claus al suo sacco, ma nello stesso momento lo colpì più forte e quindi questo scricchiolò più di prima.
«Ah, che cosa hai in quel sacco?» gli chiese il contadino.
«Oh, è un mago» disse il piccolo Claus «dice che non dovremmo mangiare la farinata, perché ha compiuto una magia e il forno ora è pieno di arrosto, pesce e torta.» «Cosa?» chiese il contadino e aprì immediatamente il forno, dove poté vedere tutto quel buon cibo che la moglie aveva nascosto, ma che lui credeva fosse stato magicamente portato dal mago. La donna non poté dire nulla, ma portò il cibo in tavola e così mangiarono pesce, arrosto e torta. Il piccolo Claus colpì di nuovo il sacco e la pelle scricchiolò.
«Che cosa dice adesso?» chiese il contadino.
«Dice» rispose il piccolo Claus «che ha anche preparato tre bottiglie di vino per noi e che si trovano nel forno.» Così la donna dovette tirar fuori il vino che aveva nascosto e il contadino bevve e divenne molto allegro, certo gli sarebbe proprio piaciuto possedere un mago come quello che il piccolo Claus aveva nel sacco.
«Può anche far comparire il diavolo?» chiese il contadino «mi piacerebbe proprio vederlo, ora che sono così allegro!»
«Sì» disse il piccolo Claus «il mio mago può fare tutto quello che io gli chiedo. Non è vero? Tu!» chiese, e colpì il sacco finché non scricchiolò. «Senti che dice di sì? Ma il diavolo è così brutto che non vale la pena di vederlo.»
«Oh, non ho affatto paura; e quale sarebbe il suo aspetto?»
«Ah, apparirebbe esattamente come un sacrestano!»
«Uh!» disse il contadino «è proprio brutto! Dovete sapere che io non sopporto la vista dei sacrestani. Ma ora non fa niente, so che è il diavolo e quindi mi sento già meglio. Adesso ho il coraggio; ma non mi deve venire troppo vicino.»
«Allora provo a sentire il mago» disse il piccolo Claus, colpì il sacco e tese l'orecchio.
«Che cosa dice?»
«Dice che potete andare a aprire quel baule che c'è nell'angolo, lì dentro troverete il diavolo che sta ammuffendo, ma dovete tenere il coperchio, affinché non scappi fuori.»
«Dovete aiutarmi voi a tenerlo» disse il contadino, e andò verso il baule, dove la moglie aveva nascosto il vero sacrestano, che ora stava morendo dl paura.
Il contadino sollevò un po' il coperchio e guardò dentro: «Uh!» gridò, e fece un balzo indietro. «Sì, l'ho visto, ha proprio l'aspetto del nostro sacrestano – che
Così afferrò il baule con una mano e lo sollevò un po', come se volesse gettarlo in acqua.
«No, lascia stare!» gridò il sacrestano dal baule «fammi uscire!»
«Uh!» disse il piccolo Claus, fingendo di aver paura. «È ancora nel baule! allora è meglio che lo butti subito nel torrente, così annegherà.»
«Oh no! Oh no!» urlò il sacrestano. «Se mi lasci andare, ti darò un sacco pieno di denaro!»
«Ah, allora è un'altra cosa!» disse il piccolo Claus e aprì il baule. Il sacrestano uscì subito e gettò il baule vuoto in acqua e se ne andò a casa sua, dove il piccolo Claus ricevette un sacco pieno di denaro. Uno l'aveva già avuto dal contadino e ora aveva la carriola piena di denari!
“Visto, il cavallo me l'han pagato proprio bene!” disse a se stesso il piccolo Claus quando arrivò a casa sua e fece di tutti i soldi un grande mucchio in mezzo al pavimento. “Certo il grande Claus si arrabbierebbe molto venendo a sapere quanto sono diventato ricco col mio unico cavallo, ma non mi va di andare a dirgli la verità.”
Così mandò un ragazzo dal grande Claus per farsi prestare un misurino.
“Che cosa mai ci vuol fare!” pensò il grande Claus, e spalmò sul fondo del misurino un po' di catrame, affinché restasse appiccicato qualcosa di quello che veniva misurato. E fu proprio quello che accadde, e quando il grande Claus riebbe il misurino c'erano attaccate tre monete d'argento da otto scellini.
«E questo che significa?» disse il grande Claus, e si precipitò immediatamente dal piccolo Claus. «Da dove vengono tutti questi soldi?»
«Dalla pelle del mio cavallo, che ho venduto ieri sera.»
«Certo che te l'hanno pagata bene!» esclamò il grande Claus; corse a casa, prese
una scure e colpì a morte i suoi quattro cavalli, poi tolse la pelle e andò in città.
«Pelli, pelli! chi vuole comprare pelli?» gridava per le strade.
Tutti i calzolai e i conciatori corsero da lui per sapere quanto voleva per le pelli.
«Un sacco pieno di denari per ognuna.»
«Sei matto?» dissero tutti «credi che abbiamo tanti denari?»
«Pelli, pelli! Chi vuol comprare pelli?» gridò di nuovo, ma a tutti coloro che chiedevano quanto costassero le pelli, rispondeva: «Un sacco di denari».
«Ci vuol prendere in giro» dissero tutti e così i calzolai presero le loro cinghie di cuoio e i conciatori i loro grembiuli di cuoio e cominciarono a picchiare il grande Claus.
«Pelli, pelli!» lo schernivano «te la diamo noi una pelle che ti si adatti! vattene dalla città!» gridarono, e il grande Claus dovette darsela a gambe a più non posso, perché non ne aveva mai prese tante.
«Ah» disse una volta giunto a casa «adesso il piccolo Claus la deve pagare, lo pesterò a morte per questo.»
Ma al piccolo Claus era morta la nonna; in realtà era stata cattiva con lui, ma ne era comunque addolorato e prese la morta e la mise nel letto ben caldo, per vedere se non riusciva a resuscitare. Sarebbe rimasta lì tutta la notte, e lui si sedette in un angolo e dormì su una sedia, come aveva del resto già fatto altre volte.
Mentre dormiva, la porta si aprì e il grande Claus entrò con la sua scure: sapeva bene dov'era il letto del piccolo Claus, andò direttamente lì e colpì in fronte la nonna che era già morta, pensando che fosse il piccolo Claus.
«Ecco qua!» gridò «ora non mi prenderai più in giro!» e così se ne andò di nuovo.
«Oh, è stata una disgrazia!» gridò l'oste e congiunse le mani. «È tutta colpa del mio caratteraccio! Povero piccolo Claus; ti darò un sacco di denaro e farò seppellire tua nonna come se fosse la mia, ma tu non devi dirlo a nessuno, perché altrimenti mi taglieranno la testa, e l'idea è così disgustosa!»
Così il piccolo Claus ebbe un sacco di denari e l'oste seppellì la vecchia nonna come se fosse stata la sua.
Non appena il piccolo Claus fu a casa con tutti quei soldi, mandò un ragazzo dal grande Claus, per farsi prestare il misurino.
«Come?» esclamò il grande Claus «non l'avevo colpito a morte? Devo andare io stesso a controllare!» e così si recò dal piccolo Claus col misurino.
«E dove hai ottenuto tutti questi soldi?» gli chiese, e sgranò gli occhi quando vide quanti altri soldi c'erano!
«Tu hai ucciso mia nonna e non me!» disse il piccolo Claus. «Ora l'ho venduta e ne ho ricavato un sacco di denari.»
«Ne vale proprio la pena!» disse il grande Claus; si affrettò a casa, prese la scure e uccise la nonna, poi la mise sul carro e andò in città a casa del farmacista e chiese se voleva comprare un cadavere.
«Chi è e da dove arriva?» chiese il farmacista.
«È mia nonna» rispose il grande Claus «l'ho uccisa per un sacco di denari.»
«Dio ci salvi!» disse il farmacista. «Voi parlate troppo! Non dite una cosa simile, altrimenti perderete la testa!» e poi gli spiegò quale cosa terribile aveva commesso e che uomo cattivo era e che doveva essere punito; ma il grande Claus si impressionò talmente che saltò sul carro, frustò i cavalli e volò a casa.
Il farmacista e gli altri credevano che fosse matto e lo lasciarono andare dove pareva a lui.
«Me la pagherai!» disse il grande Claus una volta raggiunta la strada maestra. «Sì, me la dovrai pagare, piccolo Claus!» e non appena fu a casa prese il sacco più grande che aveva, si recò dal piccolo Claus e gli disse: «Mi hai preso in giro un'altra volta. Prima ho ucciso i miei cavalli, poi mia nonna e tutto per colpa tua, ma non mi ingannerai mai più!» e così lo prese per la cintola e lo cacciò nel sacco, se lo mise sulle spalle e gli gridò: «Adesso ti affogo».
C'era un bel pezzo di strada prima di arrivare al torrente e il piccolo Claus non era tanto leggero da portare. La strada passava vicino alla chiesa, l'organo suonava e la gente cantava proprio bene, lì dentro; così il grande Claus appoggiò il sacco col piccolo Claus vicino all'ingresso della chiesa e pensò che era una buona cosa andare a sentire un salmo prima di proseguire. Il piccolo Claus non poteva certo fuggire e tutta la gente era in chiesa. Cosi entrò anche lui.
«Ah, ah!» gemeva il piccolo Claus chiuso nel sacco; continuava a rigirarsi, ma gli era impossibile sciogliere il nodo che lo legava.
In quel mentre passò di lì un vecchio mandriano con i capelli bianchi come il gesso e un grosso bastone tra le mani, guidava una grande mandria di mucche e tori che, passando sul sacco dove il piccolo Claus era rinchiuso, lo rovesciarono.
«Ah» gemette il piccolo Claus «sono così giovane e già devo andare in cielo!»
«Oh, povero me!» disse il mandriano «io invece sono così vecchio, ma ugualmente non posso andarci ancora.»
«Apri il sacco» gridò il piccolo Claus «mettiti qui al mio posto e sarai subito in cielo.»
«Certo che mi piacerebbe molto» disse il mandriano e liberò il piccolo Claus che saltò fuori dal sacco.
«Ci pensi tu alla mandria?» chiese il vecchio, e entrò nel sacco che il piccolo Claus legò di nuovo, poi il piccolo Claus se ne andò con le mucche e i tori.