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Fondamenti Anatomo-fisiologici dell'Attività Psichica, Schemi e mappe concettuali di Diritto delle crisi d'impresa

Fondamenti Anatomo-fisiologici dell'Attività Psichica

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2025/2026

Caricato il 13/03/2026

giorgio-bascati
giorgio-bascati 🇮🇹

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STATO GOVERNO e SOCIETA’ di Bobbio
DICOTOMIA= 2 parole contrapposte, che hanno significati che possono essere contrapponibili e che
ciascuna delle 2 deve essere in grado di poter collocare al suo interno tutti quegli aspetti che devono rientrare
o in una o nell’altra (es: democrazia e dittatura la parola democrazia deve poter includere al suo interno
tutti quei concetti e quei regimi che possono essere definiti democratici; la dittatura è la sfera che racchiude
al proprio interno tutti i regimi non democratici)
DICOTOMIA TRA PUBBLICO e PRIVATO
Dicotomia tra pubblico e privato riguarda non solo la giurisprudenza ma anche le scienze sociali.
Pubblico funzione prevalente poiché il privato viene visto come qualcosa di subordinato.
Società di uguali e società di disuguali può essere intesa in due modi: la società di uguali può avere a che
fare con la sfera privata; quindi, con il diritto privato perché il diritto privato sancisce delle regole che le
persone che sono interessate a queste regole sono alla pari (quindi il diritto privato in questo senso è visto
come un diritto che ha a che fare con una società di eguali, con delle persone che si trovano sullo stesso
piano). Il diritto pubblico vede una distinzione tra governanti e governati, tra organi che fanno le leggi e
soggetti che sono tenuti a rispettarle; nel diritto pubblico quindi parliamo di un rapporto tra disuguali perché
stiamo parlando di un rapporto di subordinazione tra chi detiene il rapporto di comando e chi detiene il potere
di obbedienza.
Società politica e società economica società politica è la società di disuguali, perché i governanti sono
sotto la legge; mentre la società economica è una società di uguali perché ci si ritrova sullo stesso piano.
La legge fa parte della sfera pubblica, quindi è per tutti; invece, il contratto è privato perché è per pochi.
Giustizia commutativa e giustizia distributiva il concetto di pubblico e privato si invertono. La giustizia
commutativa regola gli scambi, quindi ha a che fare con il diritto privato. Mentre la giustizia distributiva ha a
che fare con il pubblico poiché c’è lo Stato che ci rende tutti uguali e ci dà le risorse di cui abbiamo bisogno
(concetto a ciascuno secondo i propri bisogni; a ciascuno secondo il proprio merito…). Quindi la giustizia
distributiva garantisce l’equità attraverso la distribuzione che tenga conto di aspetti che la sfera privata e la
sfera economica non è tenuta a guardare.
C’è prima la sfera pubblica o quella privata? La sfera privata (quello che noi siamo abituati a chiamare “vita
privata”) è quella che ha a che fare con il matrimonio, la proprietà, il contratto, la donazione, i testamenti…
tutto ciò che si regola tra Tizio e Caio e che non va a produrre effetti sugli altri. È un concetto che nasce
nell’occidente, all’epoca del diritto romano che inizia a sancire obblighi, possibilità, regole, che vanno a
determinare i rapporti tra i singoli. Il diritto privato assume maggiore rilevanza con il diffondersi di società
capitaliste dove si assiste progressivamente all’uscita dello Stato dalla sfera economica; tant’è che Marx
auspica l’abolizione del privato: un controllo dello Stato su tutto ciò che ha a che fare con i rapporti economici.
Anche il concetto di pubblico è come qualcosa che afferisce allo Stato, che poi di fatto viene contestato
dall’ideologia comunista perché anche lo Stato è un concetto che al comunismo non piace. L’ideologia
comunista ha tra i suoi obiettivi l’abolizione dello Stato che è visto come strumento nelle mani dei potenti (di
chi detiene il potere) per continuare ad esercitare quel potere. Il comunismo auspica la fine dello Stato e la
creazione di uno internazionale. Potremmo dire che Marx critica sia il diritto privato (perché è tutto ciò che
ha a che fare con la borghesia: i proprietari dei mezzi di produzione che sfruttano i proletari, mettendosi in
tasca tutto il surplus), sia lo Stato (perché visto come uno strumento di subordinazione).
Dicotomia tra pubblico e privato intesa come palese segreto quando si legge pubblico/privato, in maniera
ingannevole, potrebbe pensare che tutto ciò che è pubblico debba stare alla luce del sole, e ciò che è privato
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STATO GOVERNO e SOCIETA’ di Bobbio DICOTOMIA= 2 parole contrapposte, che hanno significati che possono essere contrapponibili e che ciascuna delle 2 deve essere in grado di poter collocare al suo interno tutti quegli aspetti che devono rientrare o in una o nell’altra (es: democrazia e dittatura → la parola democrazia deve poter includere al suo interno tutti quei concetti e quei regimi che possono essere definiti democratici; la dittatura è la sfera che racchiude al proprio interno tutti i regimi non democratici) DICOTOMIA TRA PUBBLICO e PRIVATO Dicotomia tra pubblico e privato riguarda non solo la giurisprudenza ma anche le scienze sociali. Pubblico funzione prevalente poiché il privato viene visto come qualcosa di subordinato. Società di uguali e società di disuguali → può essere intesa in due modi: la società di uguali può avere a che fare con la sfera privata; quindi, con il diritto privato perché il diritto privato sancisce delle regole che le persone che sono interessate a queste regole sono alla pari (quindi il diritto privato in questo senso è visto come un diritto che ha a che fare con una società di eguali, con delle persone che si trovano sullo stesso piano). Il diritto pubblico vede una distinzione tra governanti e governati, tra organi che fanno le leggi e soggetti che sono tenuti a rispettarle; nel diritto pubblico quindi parliamo di un rapporto tra disuguali perché stiamo parlando di un rapporto di subordinazione tra chi detiene il rapporto di comando e chi detiene il potere di obbedienza. Società politica e società economica → società politica è la società di disuguali, perché i governanti sono sotto la legge; mentre la società economica è una società di uguali perché ci si ritrova sullo stesso piano. La legge fa parte della sfera pubblica, quindi è per tutti; invece, il contratto è privato perché è per pochi. Giustizia commutativa e giustizia distributiva → il concetto di pubblico e privato si invertono. La giustizia commutativa regola gli scambi, quindi ha a che fare con il diritto privato. Mentre la giustizia distributiva ha a che fare con il pubblico poiché c’è lo Stato che ci rende tutti uguali e ci dà le risorse di cui abbiamo bisogno (concetto→ a ciascuno secondo i propri bisogni; a ciascuno secondo il proprio merito…). Quindi la giustizia distributiva garantisce l’equità attraverso la distribuzione che tenga conto di aspetti che la sfera privata e la sfera economica non è tenuta a guardare. C’è prima la sfera pubblica o quella privata? La sfera privata (quello che noi siamo abituati a chiamare “vita privata”) è quella che ha a che fare con il matrimonio, la proprietà, il contratto, la donazione, i testamenti… tutto ciò che si regola tra Tizio e Caio e che non va a produrre effetti sugli altri. È un concetto che nasce nell’occidente, all’epoca del diritto romano che inizia a sancire obblighi, possibilità, regole, che vanno a determinare i rapporti tra i singoli. Il diritto privato assume maggiore rilevanza con il diffondersi di società capitaliste dove si assiste progressivamente all’uscita dello Stato dalla sfera economica; tant’è che Marx auspica l’abolizione del privato: un controllo dello Stato su tutto ciò che ha a che fare con i rapporti economici. Anche il concetto di pubblico è come qualcosa che afferisce allo Stato, che poi di fatto viene contestato dall’ideologia comunista perché anche lo Stato è un concetto che al comunismo non piace. L’ideologia comunista ha tra i suoi obiettivi l’abolizione dello Stato che è visto come strumento nelle mani dei potenti (di chi detiene il potere) per continuare ad esercitare quel potere. Il comunismo auspica la fine dello Stato e la creazione di uno internazionale. Potremmo dire che Marx critica sia il diritto privato (perché è tutto ciò che ha a che fare con la borghesia: i proprietari dei mezzi di produzione che sfruttano i proletari, mettendosi in tasca tutto il surplus), sia lo Stato (perché visto come uno strumento di subordinazione). Dicotomia tra pubblico e privato intesa come palese segreto → quando si legge pubblico/privato, in maniera ingannevole, potrebbe pensare che tutto ciò che è pubblico debba stare alla luce del sole, e ciò che è privato

è qualcosa che non si può conoscere: Bobbio dice “fate attenzione perché in realtà anche ciò che è di interesse pubblico non è detto che debba essere riconosciuto e visibile”. Allo stesso modo Bobbio fa riferimento agli arcana imperii, cioè una teoria che domina nell’epoca dell’età assoluta secondo la quale: tanto più un qualcosa è segreto, tanto più lo Stato sarà forte. Il potere del principe diventa più forte e solido, quindi meno esposto a vulnerabilità di vario tipo nel momento in cui determinate cose e informazioni restano coperte. Mentre abbiamo visto che ci sono delle dicotomie che corrispondono tra pubblico/privato, questa dicotomia tra pubblico/segreto (alla luce del sole, trasparente, segreto) non è una dicotomia da potervi associare. Ritornando al concetto di pubblico, il primato del pubblico si afferma contestualmente al concetto di interesse pubblico, di interesse collettivo. Il primato del pubblico, significa la crescita dell’interesse collettivo e dell’intervento dello Stato a tutela dell’interesse collettivo. Di fatto un intervento della sfera pubblica, della sfera statale e nel settore economico è da considerarsi riferito ad un primato del pubblico; Bobbio scrive: “il primato del pubblico significa l’aumento dell’intervento statale nella regolazione coattiva dei comportamenti degli individui e dei gruppi infrastatali ovvero il cammino inverso a quell’emancipazione della società civile che nei riguardi dello Stato che era stata una delle conseguenze storiche della nascita, crescita, egemonia della classe borghese”. → In sostanza, la classe borghese che si sviluppa con lo svilupparsi del capitalismo, l’intervento dello Stato significa andare a regolare quei comportamenti che con lo sviluppo della sfera privata erano stati lasciati alla società civile intesa come società di privati. La distinzione pubblico/privato si duplica nella distinzione politica/economia, dove la politica è il pubblico e l’economia è il privato, con la conseguenza che il primato del pubblico sul privato viene interpretato come primato della politica sull’economia ovvero dell’ordine diretto dall’alto sull’ordine spontaneo dell’organizzazione verticale della società, sull’organizzazione orizzontale. → Chi sostiene il primato della sfera pubblica sulla sfera privata, sostiene che la politica può intervenire in maniera diretta nell’economia. E chi sostiene che il primato del privato sulla sfera pubblica, sostiene che i rapporti economici vengano prima dei rapporti politici. SOCIETA’ CIVILE Negli ultimi anni si è diffuso in ambito politico il concetto di società civile, quando si è assistito a quello che si chiama civismo ovvero la tendenza dei partiti a reclutare come candidati per le cariche pubbliche, persone che non hanno un’esperienza politica tradizionale, e si sono fatti riconoscere nella società per meriti che non sono strettamente collegati alla politica (es: Laura Boldrini prima era una funzionaria dell’ONU e si occupava dei rifugiati). Il concetto di società civile nasce molto tempo fa e nel corso del tempo ha cambiato i suoi significati. Il primo significato di società civile è quello nell’ambito dei rapporti sociali non definiti dallo Stato; è società civile tutto ciò che è libero rispetto allo Stato, la cui azione o comportamento non ha un orientamento di tipo pubblico. Quindi lo Stato è inteso in senso negativo, che impone dei comportamenti e dei divieti, e quindi tutto ciò che non è determinato e regolato rispetto al controllo coattivo dello stato è da intendersi come società civile. Seconda accezione di società civile è quella che la vede contropotere rispetto allo Stato cioè la società civile è da intendersi come il luogo dove si manifestano le istanze di mutamento dei rapporti di dominio. La società civile è da intendersi come tutto ciò che è dal basso; nella società civile rientrano i movimenti, quelle figure non strutturate che rivendicano qualcosa, esprimono qualcosa, vogliono cambiare un determinato contesto (i rapporti di forza tra lo Stato e i cittadini).

confini e il potere che gli viene dato di svolgere quella coercizione e quella prescrizione (prescrivere= imporre dei comportamenti; coercizione= strumento attraverso il quale al cittadino si impone di rispettare quelle prescrizioni). Allo stato vengono, inoltre, attribuiti una serie di poteri che appartengono solo al monopolio di quell’ente specifico, ad esempio il potere di battere moneta (moneta unica che solo l’organo centrale dello stato può coniare e mettere in circolazione). Lo stato eroga servizi, risorse, sussidi, contributi, beni. Ci dà anche un’appartenenza, un qualcosa in cui ci si riconosce. Nella declinazione filosofica, Bobbio indica tre tipi di ricerca: la miglior forma di governo, del fondamento dello stato e l’essenza della categoria del politico e della politicità. E’, quindi, una ricerca rivolta non a cosa è lo stato, ma cosa e come dovrebbe essere, qual è la forma migliore di gestione del potere politico che lo stato dovrebbe mettere in atto. La scienza politica ha un modo di ricerca diverso, tipico delle scienze sociali; le tre condizioni, infatti, che la scienza politica presuppone sono: ➢ il principio di verificazione o falsificazione come criterio dell’accettabilità dei risultati (affinché una teoria possa esser considerata tale è necessario che i dati che vengono raccolti siano sottoponibili a verifica e che si dimostri quanto confermato); ➢ si cercano spiegazioni valide non si rimane solo sulla formulazione teorica e distaccata dalla realtà; se voglio analizzare un fenomeno devo cercare le cause che hanno determinato quel fenomeno e le cause che possono determinare una trasformazione di quel fenomeno; ➢ astensione o astinenza da giudizi di valore (avalutatività), cioè uno scienziato per essere considerato tale, nel momento in cui formula e affronta dei fenomeni, li analizza per giungere poi a formulare delle teorie deve avere un approccio avalutativo cioè saper distinguere i suoi giudizi dalla realtà. Come nasce lo Stato? → Il primo ad usare il concetto di Stato così come lo definiamo oggi è stato Machiavelli: lo fa ne “I l principe ” che nasce per i governanti ma mette anche in guardia i governati dagli eventuali abusi dei governanti; infatti, in questo contesto nasce l’accezione di Stato di oggi. Nel 1648, con la pace di Westfalia, si ha la nascita dello stato moderno; in questo contesto Bobbio si interroga su come lo Stato possa essere interpretato o meno, come fenomeno discontinuo rispetto al passato, oppure in continuità rispetto ad un passato molto lontano. C’è chi sostiene che lo Stato nasca nell’età moderna (1648), sostiene la teoria della discontinuità quindi lo Stato come elemento di rottura rispetto al passato; invece, Weber vede nello Stato moderno un fenomeno di espropriazione da parte del potere pubblico, dei mezzi di servizio di cui i piccoli poteri locali si avvalevano e quindi risorse e mezzi passano nelle mani del pubblico, in particolar modo le armi, (l’espropriazione del potere coercitivo diventa monopolio coercitivo dello Stato). La nascita dello Stato, secondo alcuni studiosi tra i quali Weber e Bobbio, rappresenta un elemento di rottura, di discontinuità; mentre ci sono argomentazioni che indicano che lo stato non nasce dall’oggi al domani ma è il prodotto di un’evoluzione di una forma di gestione del potere, che nasce all’interno dello stato di natura e che nel corso del tempo, in maniera graduale, arriva a raggiungere questo aspetto. Lo Stato per rispondere al mutamento sociale, deve sapersi adattare. Basandosi, quindi, sulla considerazione dello Stato come frutto di una continuità, Bobbio si chiede quando è nato lo Stato? Lo Stato, inteso come ordinamento politico di una comunità nasce dalla dissoluzione della comunità primitiva, fondata sui legami di parentela e dalla formazione di comunità più ampie derivanti dall’unione di più gruppi familiari, per ragioni di sopravvivenza; → secondo questa spiegazione, lo stato nasce nel momento in cui le persone smettono di vivere in famiglia e le varie famiglie si uniscono, dove il legame non più la parentela ma l’appartenenza alla comunità. Lo stato, quindi, nasce nel momento in cui si dissolve la comunità primitiva basata sul legame familiare e si arriva a forme di appartenenza più complesse (appartenenza di tipo morale).

Un’altra dialettica da tenere in considerazione è quella delle società primitive senza Stato (che non hanno un’organizzazione politica) e società primitive che, pur non essendo Stati, hanno un’organizzazione politica; quando parliamo di società primitive, non vengono intese in termine cronologico, ma come società che non hanno sviluppato sistemi complessi di organizzazione politica. Importante è anche il rapporto tra Stato e potere; ciò che Stato e politica hanno in comune è il riferimento al fenomeno del potere. Lo Stato è il detentore del potere politico, ha il monopolio dell’uso della forza legittima in un determinato territorio. La forza basta per garantire l’obbedienza? Dipende da dovere essere ed essere, da potere politico effettivo e da legittimità. Il potere politico effettivo si può sostanziare nell’uso della forza ma la forza da sola non basta perché nel lungo periodo potrebbe comportare una tirannide. L’altra risposta è NO perché alla base dell’esercizio del potere per poter generare obbedienza deve esserci legittimità. Bodin (filosofo del ‘700) quando definisce lo Stato, lo definisce come governo giusto, cioè un governo che esercita la forza nel rispetto della legge. Altro chiarimento importante legato all’uso della forza è l’uso della forza nei regimi assolutisti: Hobbes è uno dei primi a fare riferimento alla società intesa come prodotto di un contratto, ma oltre a questo Hobbes è ricordato come teorico del Leviatano, cioè quella figura che accentra i poteri nelle sue mani per garantire il bene collettivo; dà delle leggi ma non fa un uso arbitrario delle leggi. Parlare di Leviatano significa parlare di assolutismo. Anche un regime assoluto, come quello a cui fa riferimento Hobbes mentre parla di accentramento dei poteri nelle mani di una sola persona, non vuol dire uso arbitrario della forza. Altro aspetto cu cui soffermarsi è la distinzione tra potere politico buono e potere politico cattivo → il potere politico buono è il potere politico del sovrano che non fa un esercizio arbitrario della forza, che non usa le sue prerogative per garantirsi dei vantaggi esclusivi. Colui che fa un uso arbitrario della forza e si muove al di sopra della legge è il potere politico cattivo (tiranno). Il potere politico per essere considerato autorità deve essere dotato di legittimazione che può provenire dalla legge, una legittimazione che può provenire dall’apprezzamento che i cittadini hanno nei confronti del leader e una legittimità che può derivare dalla tradizione. Con riferimento al principio di legittimità → Mosca il principio di legittimità si sostanzia in quella che lui definisce formula politica che è il principio di legittimità che può avere due fondamenti: Dio e il popolo. I principi della legittimità → questi 6 principi sono lo sviluppo di 3 temi principali: la volontà, la storia (la storia può essere interpretata come tradizione e come futuro) e la natura [può essere interpretata in due modi: come forza originaria (è la natura stessa a stabilire chi comanda e lo fa fornendo delle persone che abbiano una predisposizione atta a comandare) e come ordine razionale (leggi della natura)]; L’obbedienza è sempre necessaria? → 2 risposte: 1. obbedisco sempre perché il sovrano è al di sopra di me.

  1. non obbedisco al sovrano ma obbedisco alla legge e fin dove arriva la legge arriva la mia obbedienza dove la richiesta che mi si fa va oltre la legge io ho diritto a resistere (dove finisce l’obbedienza, inizia la resistenza). Questione dell’effettività → nel diritto internazionale, l’effettività è considerato un criterio che è alla pari rispetto al riconoscimento della legittimità; ci sono degli Stati che sebbene siano stati riconosciuti come legittimi, di fatto non sono Stati perché manca l’effettività. Per effettività (in filosofia politica) è la capacità di produrre obbedienza; quindi, l’esercizio del potere da parte del sovrano è un esercizio effettivo perché quel sovrano è in grado di trovare obbedienza. Nel diritto internazionale lo Stato può ritenersi effettivo nel momento in cui è in grado di produrre una serie di attività, di beni e di servizi che danno sostanza quando lo Stato governa. Il potere effettivo supera la legittimità intesa in senso etico

Machiavelli classifica 2 forme di governo: monarchia (sovrano che detiene il potere) e repubblica (potere a vantaggio dei molti). Montesquieu suddivide monarchia, repubblica e aggiunge una terza forma di governo che è quella del dispotismo (governo nel quale non si sostanzia la divisione dei poteri, ma accentra nelle sue mani i tre poteri aggiungendo un ulteriore aspetto cioè l’utilizzo illimitato del potere e vive al di sopra delle leggi). Una suddivisione molto simile a quella di Montesquieu la propone anche Weber che utilizza le stesse categorie: Montesquieu si preoccupa del governo (ci dice quali sono gli organi che devono detenere il potere, come lo devono fare, come si pongono dei limiti); Weber invece si preoccupa dell’obbedienza, di come fa il governante a ottenere l’obbedienza, che è strettamente connessa alla legittimità; come fanno i governati a garantirsi l’obbedienza dei governanti. Altra classificazione che tutt’oggi è fondamentale anche nell’ambito del diritto pubblico, è quella che ci fa Kelsen , che lo ricordiamo per essere un massimo teorico dello Stato inteso come ordinamento giuridico (l’ordinamento delle leggi). Per Kelsen sono le leggi a fare lo Stato, solo le leggi a fare l’ordinamento. Kelsen sostiene la specularità tra l’ordinamento e lo Stato: il fondamento dello Stato è l’ordinamento ovvero la struttura, l’impostazione che gli viene data dalla Costituzione (è la Costituzione che ci dice come funziona lo Stato); quindi per comprendere il tipo di governo in cui ci si trova bisogna leggerne la Costituzione. Leggendo la Costituzione possiamo capire se un governo è di tipo autocratico o di tipo democratico: un governo democratico è un governo in cui il sistema è eteronormato cioè che i cittadini rispettano le leggi che vengono dall’alto e anche i governanti; quindi, ci sono delle leggi che sono uguali per tutti. Invece, un sistema autocratico è un governo che si fa le leggi secondo il suo interesse; quindi, cambia la legge nel momento in cui non gli permetterebbe di prolungare il suo mandato, fa in modo che vengano promulgate le leggi che rafforzano i suoi poteri. Un capo di Stato che produca una normazione a suo vantaggio è da definirsi un autocrate. (La distinzione che fa Kelsen è quella tra democrazia e autocrazia) Altre tipologie di classificazione del sistema politico Schumpeter , che della democrazia ha una visione procedurale (va a guardare le procedure attraverso le quali chi detiene il potere assume quel potere), ci dice che la democrazia si ha quando il potere viene assunto sulla base di una competizione e l’autocrazia si ha quando il potere non è oggetto di competizione (c’è un’elites da sola o un gruppo di persone ristretto che governa e non compete per farlo). Ulteriore tipologia di sistemi politici è quella che ci propongono Almond e Powell: Almond e Powell distinguono 4 tipi di sistemi politici in base ai criteri di differenziazione dei ruoli:

  • sistema a bassa differenziazione dei ruoli e a bassa autonomia dei sottosistemi (società primitive)
  • bassa differenziazione dei ruoli e un’alta autonomia dei sottosistemi (società feudale)
  • alta autonomia dei sottosistemi e una bassa differenziazione dei ruoli (come le grandi monarchie nate dalla dissoluzione della società feudale → regimi assolutistici)
  • ampia differenziazione dei ruoli e da un’autonomia dei sottosistemi (Stati democratici contemporanei) FORME DI STATO Le forme di Stato si classificano in base ai rapporti tra l’organizzazione politica e la società, e in base alla finalità del potere politico. Bobbio ci propone lo Stato feudale (protostato), lo stato dei ceti (via di mezzo tra lo Stato feudale e lo stato assoluto) e lo Stato rappresentativo. Lo Stato feudale è caratterizzato dall’esercizio delle diverse funzioni direttive da parte delle stesse persone. Lo Stato dei ceti è una forma intermedia, un superamento in parte delle dinamiche feudali (cioè un potere che veniva esercitato da persona a persona). Nella società dei ceti i rapporti sono tra le istituzioni tra le quali obbedire.

Lo Stato assoluto si ha quando c’è un sovrano che detiene tutti e 3 i poteri (indicati da Montesquieu) che governa l’interno di quel territorio e nessun altro potere è riconosciuto rispetto a quel potere. Lo Stato rappresentativo rappresenta il cittadino (è lo Stato che esiste per tutelare il cittadino) Lo Stato socialista , definito anche Stato burocratico (Bobbio non utilizza la forma di Stato burocratico perché la burocrazia è una forma di organizzazione che amministra); possiamo dire che lo Stato socialista e lo Stato di tipo sovietico cioè uno stato totalitario che regola ogni aspetto della condotta dell’individuo (uno Stato presente ovunque). Lo Stato totalitario è lo stato che ammette il non Stato (ambiti non soggetti al controllo dello Stato ad es. la nostra privacy, il nostro spazio domestico, le nostre relazioni sentimentali…). I rapporti economici sono in parte non Stato , vuol dire che c’è una parte delle nostre di tipo economico che non è sottoposta al vincolo dello Stato. Nel sistema sovietico, che era un regime totalitario, questo non era possibile poiché lo Stato controllava tutto. Il potere politico in regime totalitario come quello sovietico è la somma di un potere ideologico (l’ideologia che governa) ed è potere economico, anch’esso vincolato e sottoposto a controllo dello Stato. Nello Stato totalitario non c’è spazio per il non Stato. Lo Stato massimo si ha quando lo Stato rivendica il controllo di più sfere possibili. Uno Stato massimo è uno Stato a cui ambiscono i governi, le aree politiche più socialiste, che mirano ad un’uguaglianza di trattamento dei cittadini. Lo Stato minimo si ha quando lo Stato interviene il minimo indispensabile nei rapporti economici, negli ambiti della vita sociale degli individui. Il concetto di Stato minimo è il concetto che ispira l’ideologia liberale e in seguito anche liberista; quindi, un intervento meno incisivo possibile, quasi inesistente dello Stato nella vita dei cittadini. L’idea dello Stato minimo fa da precursore all’idea di mercato che si autoregola secondo Smith. Altro aspetto che va tenuto in considerazione del pensiero di Bobbio ma anche quando si parla di Stato in generale, è l’idea della fine dello Stato e deriva dal fatto che non tutti hanno un’idea positiva di Stato. I primi teorici a sostenere lo Stato in una forma di governo in cui si auspica il vivere in eterno sono gli ideologi di ispirazione marxista. Engels sostiene che lo Stato così come ha avuto un’origine è destinato a esaurirsi quando verranno a mancare le cause che l’hanno prodotto cioè il bisogno di affermare una classe sociale sulle altre, il bisogno di garantire le classi avvantaggiate rispetto a quelle subalterne; quindi, in questa accezione lo Stato è una cosa negativa, lo Stato è sopraffazione. Vi è poi chi sostiene che lo Stato non sia la forma migliore di governo che ci può essere, ma è un male necessario, perché laddove non c’è lo Stato c’è l’anarchia. Chi vede nell’anarchia una cosa negativa, auspica lo Stato perché lo Stato è una sorta di garanzia contro quella massa malvagia che verrebbe a governare nel caso in cui si affermasse (meglio lo Stato che l’anarchia). Poi vi è chi sostiene che lo Stato è un male non necessario; questa idea è di chi conduce al concetto di fine dello Stato. Fine dello Stato vuol dire nascita di una società che può sopravvivere e prosperare senza bisogno di un apparato di coercizione. Secondo alcuni è possibile che i cittadini decidano di stare insieme senza che siano presenti degli apparati di coercizione che facciano rispettare le leggi (è l’ideale della società senza Stato, un ideale universalistico che al momento non sembra realizzabile perché la coercizione sembra essere lo strumento che permette l’esistenza di una convivenza civile). Infine, l’ideale di una società senza Stato dà origine al pensiero anarchico (pensiero anarchico= pensiero di chi ritiene che le leggi siano non necessarie, che l’uomo saprebbe vivere da solo senza che ci sia un apparato coercitivo che faccia rispettare determinate leggi, perché quelle leggi non servono). L’anarchismo si fonda su una concezione ottimistica dell’uomo che nel corso della storia è stata più volte contradetta.