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Fortune e sfortune dell' Ariosto, Dispense di Letteratura Italiana

descrizione delle vicende di Ariosto

Tipologia: Dispense

2018/2019

Caricato il 02/07/2019

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jessica-lombardo-1 🇮🇹

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Fortune e sfortune dell’Ariosto

Non conta per Croce, l’assenza di un’idea

poli7ca, del cosidde8o senso civile: la sua

celebre dis7nzione fra poesia e non poesia, in

questo saggio, gli consente di superare

l’ empasse cri7co desanc7ano, di reimme8ere

Ariosto nel canone le8erario, in una sorta di

duello col grande storico della le8eratura, di

corpo a corpo, di sfida vera e propria.

Fu Cesare Pavese a fare il nome dell’Ariosto rela7vamente al romanzo d’esordio dello scri8ore sanremese, ossia Il sen0ero dei nidi di ragno : «C’è qui dentro un sapore ariostesco. Ma l’Ariosto dei nostri tempi si chiama Stevenson, Kipling, Dickens, Nievo e si traveste volen7eri da ragazzo». Un altro 7foso dell’Ariosto fu Filippo Tommaso MarineD, il quale del poeta di Ferrara non può che decantare il proto-­‐futurismo, tra lucidità e delirio. Scrive infaD: «Nel suo grande poema epico, l’Ariosto insegna l’arte-­‐vita; da vero comba8ente, con arte-­‐vita, scrisse un magnifico poema senza piano prestabilito». Al secondo punto dell’elenco marineDano troviamo: «L’ Orlando furioso insegna la velocità. InfaD insegna a vivere a tu8a velocità, correre, correre, correre [...]». Al terzo viene annoverata la «aggressività eroica» e la «decisione guerriera», e a seguire la passione spor7va, la donna come eccitante di dinamismo e di eroismo, il senso trasformista della vita, la grandiosità, l’instancabilità̀, l’oDmismo assoluto e fede nel prodigio favorevole, l’opulenza, la sintesi, la giocondità goliardica beffatrice, la simultaneità e per finire, la mondialità̀ e il senso aviatorio.

L’umorismo dell’Ariosto secondo Achille Campanile: «Comincio subito a sballarle grosse – a8acca l’autore di Agosto, moglie mia non 0 conosco – di discorsi sull’ Orlando furioso io ne potrei fare più di mille. Ne potrei fare uno molto importante sui cavalli, uno sulle spade, uno sugli elmi, uno su Carlo Magno: La figura di Carlo Magno nel Furioso ». Sen7te sen7te: «Già, anche nella storia, Carlo Magno risulta un po’ ridicole8o. Basterebbe il fa8o d’essere figlio di Pipino. Andiamo, come si fa a esser figlio di Pipino? Non si ha il diri8o di essere figlio di Pipino, di avere un padre che si chiami Pipino; e io non capisco come Carlo Magno non abbia fa8o cambiar nome a suo padre. Pensate un po’ a Carlo Magno ragazzo dei giorni nostri, che va a scuola; a Carle8o Magno, o a Carlomagne8o. Quante volte si sen7rebbe dire dai suoi compagni: sta zi8o che tu sei figlio di Pipino! [...] E, come non bastasse Pipino, il vecchio diabolico si piglia anche un soprannome. Non Pipino il Coraggioso, Pipino il Forte, o Pipino l’invincibile, o il Tremendo. Ma Pipino il Breve.

Alfredo Panzini, l’autore della Lanterna di Diogene , scriverà La bella storia di Orlando innamorato e poi furioso nel 1933 per celebrare il mito boiardesco, a scapito di quello ariostesco, con l’animo di chi crede di dover riparare un’ingius7zia. A venirne fuori è una vera e propria apologia, come a dire: senza il Boiardo, l’Ariosto non sarebbe stato nemmeno concepibile. Tra i detra8ori del poeta ferrarese, va annoverato pure Pier Paolo Pasolini, il quale, in un pezzo su Perdicca di Leo Pestelli, ha scri8o: Parva sed apta mihi. Questa è l’epigrafe che vale per tre quar della le8eratura italiana, sopra8u8o del Novecento. La frase, come tuD sanno, è stata inventata dall’Ariosto, che l’ha fa8a scrivere in una lapide sulla facciata della propria case8a di Ferrara. Egli poteva applicare questa affermazione di modes7a anche al suo s0lus : Parvus sed aptus mihi. Solo che con questo s7le piccolo ha scri8o un poema smisurato: e l’o8ava raso-­‐terra, piano piano, per accumulazione, diventa monumentale. Ferrara non basta a contenerla. Dunque l’Ariosto è un piccolo-­‐borghese illimitato, senza confine verso il futuro [...].

  • Ma non è tu8o: «Quando un piccolo-­‐borghese,

meDamo un le8erato, fa dichiarazione di modes7a, di

limitatezza, di garbo, in realtà̀ fa una dichiarazione

teppis7ca, nella misura in cui egli in realtà partecipa al

potere. Tu8a una schiera di le8era7 modes7, perbene,

circoscriD, apparta7, fedeli al proprio piccolo mondo

ecc. sono in realtà dei teppis7 e dei potenziali

fascis7» (qui Pasolini proprio esagera). Adesso arriva

l’ul7mo affondo: «C’è̀ un magnifico schema, inventato

da Gianfranco Con7ni, e elaborato poi in mol7 modi

diversi, per cui la le8eratura italiana si dividerebbe in

plurilinguis7ca o dantesca, e monolinguis7ca o

petrarchesca. Ma non si è fa8a mai la banale

osservazione che in realtà̀ la maggioranza è ariostesca:

ama cioè lo ‘s7le piccolo’, che non faccia follie né per

abbondanza (Dante) né per seleDvità (Petrarca)».