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FOSCOLO E CATULLO- confronto, Appunti di Latino

Foscolo e catullo confronto. brano classico

Tipologia: Appunti

2021/2022

Caricato il 01/02/2023

AriannaDipalo
AriannaDipalo 🇮🇹

2 documenti

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“in morte del fratello Giovanni
Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, mi vedrai seduto
du la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentili anni caduto:
la madre or sol, suo tardo traendo,
parla di me col tuo cenere muto:
ma io deluse a voi le palme tendo;
e se da lunge i miei tetti saluto,
sento gli avversi Numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta;
e prego anch'io nel tuo porto quiete:
questo di tanta speme oggi mi resta!
straniere genti, l'ossa mie rendete
allora al petto della madre mesta.
Tra Catullo e Foscolo
Il sonetto “In morte del fratello Giovanni” di Ugo Foscolo risente fortemente
del carme 101 di Catullo: le due opere presentano forti analogie ma anche
alcune differenze. Partendo da queste ultime in primo luogo si nota la
struttura: la poesia di Foscolo è un sonetto costituito di quattordici versi legati
da uno schema metrico ABAB ABAB CDC DCD, mentre il carme di Catullo è
scritto in distici elegiaci
Se l’argomento, il dolore per la morte di un fratello, accomuna le due poesie,
l’occasione compositiva rappresenta, di contro, un altro punto di
dissomiglianza: mentre il poeta latino scrive il suo carme dopo aver visitato la
tomba del fratello, Ugo Foscolo si augura di poter far visita al sepolcro
dell’amato fratello una volta concluso il suo doloroso esilio. Il tema dell’esilio
infatti è sottolineato dal verbo posto in explicit nel primo verso del sonetto,
fuggendo”, in contrapposizione con il termine latino “vectus” che è un
participio perfetto del verbo veho, nel significato di essere “trasportato”;
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“in morte del fratello Giovanni”

Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo di gente in gente, mi vedrai seduto du la tua pietra, o fratel mio, gemendo il fior de' tuoi gentili anni caduto: la madre or sol, suo dì tardo traendo, parla di me col tuo cenere muto: ma io deluse a voi le palme tendo; e se da lunge i miei tetti saluto, sento gli avversi Numi, e le secrete cure che al viver tuo furon tempesta; e prego anch'io nel tuo porto quiete: questo di tanta speme oggi mi resta! straniere genti, l'ossa mie rendete allora al petto della madre mesta.

Tra Catullo e Foscolo

Il sonetto “In morte del fratello Giovanni” di Ugo Foscolo risente fortemente del carme 101 di Catullo: le due opere presentano forti analogie ma anche alcune differenze. Partendo da queste ultime in primo luogo si nota la struttura: la poesia di Foscolo è un sonetto costituito di quattordici versi legati da uno schema metrico ABAB ABAB CDC DCD, mentre il carme di Catullo è scritto in distici elegiaci Se l’argomento, il dolore per la morte di un fratello, accomuna le due poesie, l’occasione compositiva rappresenta, di contro, un altro punto di dissomiglianza: mentre il poeta latino scrive il suo carme dopo aver visitato la tomba del fratello, Ugo Foscolo si augura di poter far visita al sepolcro dell’amato fratello una volta concluso il suo doloroso esilio. Il tema dell’esilio infatti è sottolineato dal verbo posto in explicit nel primo verso del sonetto, “ fuggendo ”, in contrapposizione con il termine latino “ vectus ” che è un participio perfetto del verbo veho , nel significato di essere “trasportato” ;

tuttavia l’espressione del secondo verso “ Di gente in gente ” sembra una traduzione letterale del latino “ Multas per gentes ”. Catullo ha potuto visitare la tomba del fratello, “ advenio ” per “ consegnare a lui il dono supremo di morte ”, “ut te postremo donarem munere mortis ”, mentre Foscolo auspica, quanto prima, di poter raggiungere la “ pietra ” del fratello e piangere la dolorosa perdita prematura; nel carme latino la responsabilità di tale evento è attribuita alla “ fortuna ”, che ha rapito il giovane: è usato, infatti, il perfetto del verbo “ aufero ”, nel significato di “portar via” Altro motivo di discrepanza si trova al verso 4 del carme catulliano: se da una parte l’ossimoro “ mutam cinerem ” viene ripreso, in modo analogo nella poesia di Foscolo, in quest’ultima non è più egli stesso a parlare con le “ ceneri mute ”, bensì sua madre che, ormai anziana e sola, parla con il fratello morto del poeta in esilio, il quale null’altro può se non protendere le mani e salutare la sua patria da lontano. Le mani sono definite attraverso un’efficace ipallage “ deluse ”, richiamo al termine latino “ nequiquam ” del verso 4, traducibile con “ invano ” e riferito al tentativo di conversare con le ceneri che non possono rispondere. Nella prima terzina Foscolo si distacca dal modello classico per soffermarsi sulla propria individualità: difatti identifica la sua esperienza con quella del fratello, ritenendo di sentire nella sua vita gli stessi “ avversi numi ” e le stesse “ secrete cure ” che resero tempestosa la vita del congiunto. Il poeta si augura di poter giungere nel suo stesso “ porto quieto ”: questa espressione indica metaforicamente la morte, che è considerata motivo di tranquillità in quanto cessazione dei dolori.> Nell’ultima strofa del sonetto il poeta, attraverso un’apostrofe, si rivolge alle “Straniere genti” che vedranno il suo corpo esanime e chiede che sia reso alla madre affinchè possa piangere su di esso. In questo caso la madre può essere intesa anche come madre patria, in quanto essere seppelliti nella propria terra voleva dire poter concludere la propria vita chiudendo un cerchio. Pertanto è qui che Foscolo si allontana notevolmente dal carme di Catullo, poiché quest’ultimo termina la sua poesia salutando il fratello “ Frater, ave atque vale! ”, dopo essersi augurato che egli possa apprezzare i doni e le offerte cosparse di lacrime fraterne “ fraterno multum manantia fletu ”. D’altro canto il poeta di Zante mette in evidenza l’importanza di avere una tomba nella sua madre patria in quanto il sepolcro permette un dialogo tra vivi e deceduti e, mantenendo intatta l’identità del defunto, sconfigge l’oblio, ed è considerato una “corrispondenza d’amorosi sensi”, come affermato nel carme “Dei Sepolcri”. In entrambe le composizioni il tono è addolorato e protagonista è il poeta, afflitto per la morte del fratello; tuttavia, nel carme di Catullo, al centro dell’attenzione è posto il defunto e i riti che si compiono in suo onore, mentre