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Vita e opere di Giotto, introduzione generale e schematica
Tipologia: Appunti
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Colui che rimutò l’arte del dipingere di greco in latino Di Giotto abbiamo scarse e spesso contraddittorie notizie biografiche. Era figlio di un fabbro di nome Bondone e nacque in un quartiere fiorentino chiamato S. Maria Novella. Secondo la tradizione Giotto proveniva da Colle di Vespignano, presso l’attuale comune di Vicchio, nella valle del Mugello a nord di Firenze. La sua data di nascita non è certa, ma la maggior parte degli studiosi concorda nel collocarla attorno al 1267. Sappiamo poco della sua prima formazione fiorentina, iniziata con ogni probabilità intorno al
Una sua presenza nella bottega del già affermato Cimabue è sicuramente frutto della fantasia del racconto tramandato dallo scultore e scrittore rinascimentale Lorenzo Ghilberti. Secondo Ghilberti, Cimabue scoprì le abilità del giovane Giotto vedendolo disegnare su una roccia piatta una delle pecore che stava pascolando. Tuttavia sul finire degli anni Ottanta Giotto si trova a Roma ed entra a contatto con Pietro Cavallini e la sua scuola, ritrovando nel contempo anche Cimabue e- soprattutto - Arnolfo, che contribuì in modo determinante alla sua maturazione artistica. Tra il 1290 e il 1296 → Giotto si trova ad Assisi, dove partecipa a più riprese alla decorazione della Chiesa Superiore della Basilica di S. Francesco. Nel 1300 si ha notizia di un nuovo soggiorno romano, in occasione del Giubileo, mentre fra il 1302 e il 1305, dopo una breve ma fruttuosa permanenza a Rimini (1300-1302), va a Padova, dove affresca la cappella della ricca famiglia Scrovegni. Seguono vari altri soggiorni ad Assisi 1305-1310, 1315- a Firenze 1310-1311, 1313- a Roma ca 1320 Intorno al 1320-1325 Giotto affresca a Firenze, nella Basilica di S.Croce, la Cappella Bardi. Tra il 1328 e il 1333 alcune fonti ne testimoniano la presenza a Napoli, al servizio del re Roberto d’Angiò che lo nomina “suo familiare”. Probabilmente passa da Bologna e nel 1334 (al culmine della fama) torna a Firenze dove assume la carica di magister et gubernator (capomastro e sovrintendente) del cantiere di S.Maria del Fiore. Più che della cattedrale si occupa del campanile, del quale disegna la parte basamentale e i rilievi esagonali che la ornano. Nel 1336 si reca a Milano, presso la famiglia Visconti, ma del suo operato non è rimasta alcuna traccia certa, così come di un ipotetico soggiorno francese ad Avignone.
Pochi mesi dopo è nuovamente a Firenze, dove muore a circa settant’anni l’8 gennaio del
Giotto viene definito da suoi contemporanei come Boccaccio “il miglior dipintor del mondo”. Giovanni Villani riconosce in lui “il più sovrano maestro stato in dipintura che si ritrovasse al suo tempo, e quegli che più trasse ogni figura e atti al naturale”. Dante Alighieri loda l’artista dedicandogli una terzina del Purgatorio: Credette Cimabue nella pintura tener lo campo, e ora ha Giotto il grido sì che la fama di colui è scura In questi versi ci spiega come Giotto con la sua novità sia riuscito addirittura a superare Cimabue, che fino ad allora era considerato il più grande pittore del suo tempo. Petrarca si vanta di averlo conosciuto e lo definisce “pictor egregius”, capace di stupire con la sua arte anche i grandi esperti. Verso il 1390 il pittore e letterato Cennino Cennini lo definì “colui che rimutò l’arte del dipingere di greco in latino e ridusse al moderno; ed ebbe l’arte più compiuta che avessi mai più nessuno”. Lorenzo Ghiberti lo definisce “inventore et trovatore di doctrina”. Definizione di Cennini: rimutare la pittura di greco in latino significa rompere definitivamente con la tradizione medievale di origine bizantina (greca, appunto) per ricollegarsi agli esempi dell’arte classica romana (latini). Giotto tramite l’uso di una nuova prospettiva, l’uso sapiente dei colori e del chiaroscuro conferisce alle proprie pitture una verosimiglianza, un volume e un taglio nuovi e sorprendenti. I corpi dei personaggi sono rappresentati con ulteriore e assoluta libertà rispetto a Cimabue, che già aveva iniziato a far perdere l’astratta rigidezza tipica dei mosaici di Ravenna e delle tavole dipinte del XII secolo. Lo spazio acquisisce un nuovo senso di tridimensionalità e appare più vicino a quello naturale. Negli affreschi i cieli di Giotto sono di un azzurro intenso, come nelle pitture compendiarie pompeiane. I volti e le mani dei suoi personaggi non sono più ripetitivi e convenzionali, ma sono volti che soffrono, che gioiscono, che piangono e che ridono. Anche le storie sacre narrate dai suoi cicli non hanno più nulla a che vedere con le convenzioni e i simbolismi ai quali faceva abitualmente riferimento la pittura medievale.