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Globalizzazione tesina, Tesine universitarie di Diritto Pubblico dell'Economia

Breve tesina sul processo della globalizzazione nella società moderna

Tipologia: Tesine universitarie

2013/2014

Caricato il 18/04/2014

filippomt
filippomt 🇮🇹

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GLOBALIZZAZIONE E “VILLAGGIO GLOBALE”
La globalizzazione, termine utilizzato inizialmente dagli economisti a partire dal 1981 per indicare
la progressiva espansione degli scambi economici tra le varie popolazioni mondiali e le aziende
multinazionali, negli ultimi anni ha assunto un significato più ampio, perché il fenomeno viene
collegato anche ai mutamenti sociali, tecnologici e politici, il cui effetto principale è una decisa
convergenza economica e culturale tra i Paesi del mondo.
La prima fase della globalizzazione si basava su una, mai enunciata, ma evidente nei fatti,
ripartizione di competenze tra i consumatori dei paesi occidentali e i lavoratori dei paesi in via di
sviluppo. I lavoratori producevano a basso costo, mentre i ceti medi del mondo industrializzato
dovevano, attraverso i consumi, trainare verso l’alto la domanda di quei beni. Le multinazionali, per
produrre a costi sempre più contenuti, trasferivano le produzioni nei paesi in via di sviluppo, in cui
e i diritti del lavoro erano inesistenti e le retribuzioni erano nettamente più basse degli operai
occidentali.
In tal modo si riducevano i costi di produzione dei beni, si accrescevano i profitti delle imprese e, in
qualche modo, si agevolava lo sviluppo del “terzo mondo” e cresceva il consumo dei beni nei paesi
occidentali a prezzi sostenibili.
Un circolo apparentemente virtuoso che, nei paesi occidentali, ha portato alla nascita di una
superclasse globale, sempre più ricca e ad una concentrazione del potere nelle multinazionali, che
sta condizionando lo sviluppo economico e politico: crisi delle piccole e medie imprese, che non
possono delocalizzare per abbattere i costi di produzione; scomparsa delle botteghe degli artigiani;
precarietà dei lavori e flessibilità del lavoro.
Le popolazioni occidentali sono così diventate più paurose. Soprattutto i giovani che, stretti nella
tenaglia tra precarietà, debito pubblico e aumento del prezzo dei generi di prima necessità, hanno
cominciato a temere per il loro futuro e a sollevare la questione generazionale. Questo, però, non
ha determinato una riduzione dei consumi, che, anzi, sono stati incentivati con agevolazioni
finanziarie (uso di carte di credito senza copertura, acquisto di case con mutui agevolati, etc.),
attraverso una permissiva politica dei tassi di interesse. La popolazione, specie negli Stati Uniti, ha
cominciato ad acquistare titoli azionari dal grande rendimento, ma anche ad alto rischio. Tale
situazione è poi degenerata, determinando il fallimento di istituti bancari tra i più importanti del
mondo, e l’indebitamento di tanta gente (globalizzazione del fallimento, di cui ancora stiamo
risentendo gli effetti negativi, per la ripercussione su tutto il mondo imprenditoriale, quindi sui
salari e sull’occupazione e, questo, specie in Italia).
Globalizzazione e liberismo economico
Di fatto, la globalizzazione economica che si è imposta con Reagan - Thatcher ed è proseguita con
G. W. Bush, ha portato, come conseguenza, l’affermazione della ideologia liberista (libero mercato)
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GLOBALIZZAZIONE E “VILLAGGIO GLOBALE”

La globalizzazione, termine utilizzato inizialmente dagli economisti a partire dal 1981 per indicare la progressiva espansione degli scambi economici tra le varie popolazioni mondiali e le aziende multinazionali, negli ultimi anni ha assunto un significato più ampio, perché il fenomeno viene collegato anche ai mutamenti sociali, tecnologici e politici, il cui effetto principale è una decisa convergenza economica e culturale tra i Paesi del mondo.

La prima fase della globalizzazione si basava su una, mai enunciata, ma evidente nei fatti, ripartizione di competenze tra i consumatori dei paesi occidentali e i lavoratori dei paesi in via di sviluppo. I lavoratori producevano a basso costo, mentre i ceti medi del mondo industrializzato dovevano, attraverso i consumi, trainare verso l’alto la domanda di quei beni. Le multinazionali, per produrre a costi sempre più contenuti, trasferivano le produzioni nei paesi in via di sviluppo, in cui e i diritti del lavoro erano inesistenti e le retribuzioni erano nettamente più basse degli operai occidentali.

In tal modo si riducevano i costi di produzione dei beni, si accrescevano i profitti delle imprese e, in qualche modo, si agevolava lo sviluppo del “terzo mondo” e cresceva il consumo dei beni nei paesi occidentali a prezzi sostenibili.

Un circolo apparentemente virtuoso che, nei paesi occidentali, ha portato alla nascita di una superclasse globale, sempre più ricca e ad una concentrazione del potere nelle multinazionali, che sta condizionando lo sviluppo economico e politico: crisi delle piccole e medie imprese, che non possono delocalizzare per abbattere i costi di produzione; scomparsa delle botteghe degli artigiani; precarietà dei lavori e flessibilità del lavoro.

Le popolazioni occidentali sono così diventate più paurose. Soprattutto i giovani che, stretti nella tenaglia tra precarietà, debito pubblico e aumento del prezzo dei generi di prima necessità, hanno cominciato a temere per il loro futuro e a sollevare la questione generazionale. Questo, però, non ha determinato una riduzione dei consumi, che, anzi, sono stati incentivati con agevolazioni finanziarie (uso di carte di credito senza copertura, acquisto di case con mutui agevolati, etc.), attraverso una permissiva politica dei tassi di interesse. La popolazione, specie negli Stati Uniti, ha cominciato ad acquistare titoli azionari dal grande rendimento, ma anche ad alto rischio. Tale situazione è poi degenerata, determinando il fallimento di istituti bancari tra i più importanti del mondo, e l’indebitamento di tanta gente (globalizzazione del fallimento, di cui ancora stiamo risentendo gli effetti negativi, per la ripercussione su tutto il mondo imprenditoriale, quindi sui salari e sull’occupazione e, questo, specie in Italia).

Globalizzazione e liberismo economico

Di fatto, la globalizzazione economica che si è imposta con Reagan - Thatcher ed è proseguita con G. W. Bush, ha portato, come conseguenza, l’affermazione della ideologia liberista (libero mercato)

e questo ha ridimensionato le possibilità degli stati nazionali di governare gli eccessi dei mercati, come era stato possibile in precedenza sulla base delle teorie keynesiane, che cercavano di ridistribuire i frutti della crescita economica tra i partecipanti al processo produttivo, e, in parte, anche tra i cittadini che ne sono esclusi, sia con l’intervento di investimenti statali, finalizzati alla riduzione della disoccupazione, sia con l’aumento dei consumi interni. Pertanto , nell’ultimo quarto del secolo scorso, si è imposta l’ideologia secondo la quale le istanze economiche debbono necessariamente prevalere su quelle politiche.

E’ evidente che la grave crisi economica degli ultimi tempi ha rivelato i limiti dell’attuale sistema perché ha determinato prima una crisi finanziaria, poi una recessione dell’economia reale mondiale. Per far fronte alla crisi sarebbe utile che le politiche economiche venissero coordinate non più dai singoli stati, ma attraverso severe regole e controlli da parte di authority dotate di strumenti di intervento efficaci e rispettati (governance mondiale).

L’Europa, attualmente, non è in grado di intervenire in questa situazione di crisi per il fatto che non esiste una politica finanziaria europea,né politiche industriali e politiche sociali comuni; lo stesso Parlamento Europeo non ha potere legislativo, né di controllo e tutto ciò impedisce di far fronte ai problemi posti dalla crisi economica globalizzata. Inoltre la mancanza di un “codice di comportamento comune” degli stati sovrani determina ripercussioni negative sull’ambiente e sull’inquinamento atmosferico, causate dall’industrializzazione e dall’aumento dei trasporti.

Globalizzazione e cultura, informazione e rapporti sociali

Se fino ad ora, parlando della globalizzazione, sono emersi più i fattori negativi che quelli positivi, è indubbio che, attraverso la diffusione sempre più capillare nella popolazione mondiale di mezzi di comunicazione, soprattutto la diffusione di Internet ha permesso che in tutte le parti del mondo, con le eccezioni dei paesi a scarsa impronta democratica, ma parzialmente anche in questi, avvenisse una circolazione di notizie, di conoscenze scientifiche, culturali, di abitudini diverse, di scambi commerciali annullando distanze impensabili sino a pochi anni fa. Come già anticipato dal sociologo canadese Mc Luhan nell’opera “Capire i media” del 1968, in cui si afferma l’idea che la struttura mentale delle persone e la cultura siano influenzate dal tipo di tecnologia a disposizione (determinismo tecnologico), l’avvento della tecnologia satellitare ha permesso di comunicare in tempo reale a grandi distanze, rendendo più piccolo il mondo. L’autore parla, infatti, di un “villaggio globale”, cioè di una comunità globale, in cui tutti sono interconnessi all’interno di uno spazio omogeneo, con informazioni diffuse ed immediate, grazie alla tecnologia elettronica, considerata da Mc Luhan, quasi una estensione dei nostri sensi (udito e vista). E’ evidente che la formazione di una comunità globale incoraggia nuove forme di coinvolgimento internazionale e di correlativa responsabilità.