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Gnoseologia , Appunti di Filosofia

Appunti lezioni

Tipologia: Appunti

2015/2016

Caricato il 24/05/2016

Pop.Sophia
Pop.Sophia 🇮🇹

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GNOSEOLOGIA
Testo introduttivo:
1- S. Nannini, L'anima e il corpo, Laterza 2011.
Testi studiati:
2-P. Churchland, L'io come cervello, Cortina 2014.
3-J. Searle, Il mistero della coscienza, Cortina 1998.
4-D. Chalmers, Che cos'è la coscienza? Castelvecchi 2014.
5-Th. Nagel, Cosa si prova ad essere un pipistrello? Castelvecchi 2013.
1°LEZIONE: La filosofia della mente non ha in Italia un settore scientifico disciplinare. La filosofia della mente porta
in sé una preoccupazione teorica: cos'è la mente? Cos'è la soggettività? Questa è una questione che si trova già in
Platone, Aristotele e Cartesio. Patricia Churchland è la maggiore rappresentante della prospettiva riduzionista
all’interno della corrente della filosofia della mente.
CONTESTO STORICO: Per capire bene i presupposti teorici della filosofia della mente dobbiamo fare dei passi
indietro.
Alla fine dell'800 si ha una crisi dei fondamenti della matematica. Gottlob Frege è considerato il padre del logicismo.
Frege mostra l’esigenza di fondare la matematica sulla logica. Questa esigenza si espande anche al linguaggio. Egli
vuole costruire una nuova logica che sia in grado di evadere dalle ambiguità; è stato per questo considerato il
fondatore della logica analitica: ciò che la filosofia deve fare è analizzare il linguaggio che deve usare. Questo ci
consentirebbe, secondo Frege, di curare gli errori della filosofia, dovuti alla sua polisemia interna e di definirla come
scienza. Nel suo “Senso e Denotazione” Frege dice che il significato, Bedeutung, dei termini singolari è l’oggetto
portatore del nome, il modo con cui l’oggetto è dato. Il Sinn, il senso dell’espressione è ciò che ne determina il
significato. Frege costruisce così un nuovo linguaggio (appunto artificiale), altamente simbolico e ostico. Si tratta di
delineare un linguaggio univoco, non il linguaggio che noi tutti parliamo, ma un linguaggio astratto determinato da
particolari esigenze teoriche. L’attenzione filosofica si sposta dunque sul linguaggio; non si parla direttamente degli
oggetti, ma del linguaggio con cui si parla di essi. Frege segna un punto di svolta per alcune vicende filosofiche
importanti. Dobbiamo trovare una connotazione univoca tra il concetto (che non corrisponde al linguaggio comune) e
l’oggetto. Solo in questo modo una proposizione logica avrà la sua verità. La denotazione è pensata nei termini di
capacità di trovare il referente dell’oggetto a cui si riferisce, nel linguaggio. Questo genere di analisi deve trasferirsi
nel discorso del pensiero stesso. Queste leggi del pensiero condizionano il pensiero stesso che le pensa. Le critiche
mosse a Frege (soprattutto da parte di Husserl) sono dovute al fatto che pensa il pensiero ma non il pensante.
Russell è un autore che si potrebbe comparare alla posizione di Frege, anche se è un po’ meno rigido. Egli mette in
luce, nella costruzione della logica di Frege, un paradosso, quello dell’auto inclusione. Sia w il predicato ""essere un
predicato che non può predicarsi di se stesso"". w può essere predicato di se stesso? Da ciascuna risposta segue
l'opposto. Quindi dobbiamo concludere che w non è un predicato. Analogamente non esiste alcuna classe (concepita
come totalità) formata da quelle classi che, pensate ognuna come totalità, non appartengono a se stesse. Chi
cerca di tenere insieme il pensante e il pensato rende tutto più complicato, ma tale complessità va’ accettata. Russell è
anche l’autore di un’importante opera, “L’analisi della mente”- 1914, ampliata poi nel 1921. Nella prima versione,
Russell inizia a fare i conti con la teoria della relatività di Einstein. Il problema nasce quando non si pensa solo al
mondo esterno, ma anche alla mente. Mentre la psicologia del tempo sta diventando sempre più materialistica, la
fisica si fa sempre meno meccanicistica, mettendo in discussione il principio causa-effetto. La proposta
teorica di Russell è questa: la realtà così com’è non è né fisica né psichica, perché le determinazioni della realtà
dipendono dal modo con cui si fa esperienza di qualcosa che soltanto dopo verrà considerata come interna o esterna.
La posizione di Russell può essere definita MONISMO NEUTRALE, in quanto oscilla tra una posizione ontologica
(la realtà è o esterna o interna) e un MONISMO DUALISTA METODOLOGICO (l’esterno cambia l’interno anche se
non si sa perchè).
2° LEZIONE: CIRCOLO DI VIENNA: movimento di pensiero rappresentato da vari ambiti. Gli autori del circolo di
Vienna fondano questo circolo intorno agli anni 20 (nel primo dopoguerra). Essi hanno come obiettivo la fondazione
di una conoscenza unitaria: la filosofia dev’essere scientifica. Il C.V. parte dal proposito di costruire una scienza del
sapere (sul modello di Bacone-Cartesio- Illuminismo).A volte si parla di questo movimento come NEOEMPIRISMO
che recupera gli autori dell’empirismo inglese (in particolare, Locke e Hobbes). Inoltre riflettono sul rapporto mente-
corpo. Il principio metodologico fondamentale del circolo di Vienna è il principio di verificazione (è vero solo ciò che
può essere soggetto a esperimento- modello: scienze fisiche). La prima versione di questo principio è stata soggetta ad
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GNOSEOLOGIA

Testo introduttivo:

1- S. Nannini, L'anima e il corpo, Laterza 2011.

Testi studiati:

2-P. Churchland, L'io come cervello, Cortina 2014. 3-J. Searle, Il mistero della coscienza, Cortina 1998. 4-D. Chalmers, Che cos'è la coscienza? Castelvecchi 2014. 5-Th. Nagel, Cosa si prova ad essere un pipistrello? Castelvecchi 2013.

1°LEZIONE: La filosofia della mente non ha in Italia un settore scientifico disciplinare. La filosofia della mente porta in sé una preoccupazione teorica: cos'è la mente? Cos'è la soggettività? Questa è una questione che si trova già in Platone, Aristotele e Cartesio. Patricia Churchland è la maggiore rappresentante della prospettiva riduzionista all’interno della corrente della filosofia della mente.

CONTESTO STORICO: Per capire bene i presupposti teorici della filosofia della mente dobbiamo fare dei passi indietro.

Alla fine dell'800 si ha una crisi dei fondamenti della matematica. Gottlob Frege è considerato il padre del logicismo. Frege mostra l’esigenza di fondare la matematica sulla logica. Questa esigenza si espande anche al linguaggio. Egli vuole costruire una nuova logica che sia in grado di evadere dalle ambiguità; è stato per questo considerato il fondatore della logica analitica: ciò che la filosofia deve fare è analizzare il linguaggio che deve usare. Questo ci consentirebbe, secondo Frege, di curare gli errori della filosofia, dovuti alla sua polisemia interna e di definirla come scienza. Nel suo “Senso e Denotazione” Frege dice che il significato, Bedeutung , dei termini singolari è l’oggetto portatore del nome, il modo con cui l’oggetto è dato. Il Sinn , il senso dell’espressione è ciò che ne determina il significato. Frege costruisce così un nuovo linguaggio (appunto artificiale ), altamente simbolico e ostico. Si tratta di delineare un linguaggio univoco, non il linguaggio che noi tutti parliamo, ma un linguaggio astratto determinato da particolari esigenze teoriche. L’attenzione filosofica si sposta dunque sul linguaggio; non si parla direttamente degli oggetti, ma del linguaggio con cui si parla di essi. Frege segna un punto di svolta per alcune vicende filosofiche importanti. Dobbiamo trovare una connotazione univoca tra il concetto (che non corrisponde al linguaggio comune) e l’oggetto. Solo in questo modo una proposizione logica avrà la sua verità. La denotazione è pensata nei termini di capacità di trovare il referente dell’oggetto a cui si riferisce, nel linguaggio. Questo genere di analisi deve trasferirsi nel discorso del pensiero stesso. Queste leggi del pensiero condizionano il pensiero stesso che le pensa. Le critiche mosse a Frege (soprattutto da parte di Husserl) sono dovute al fatto che pensa il pensiero ma non il pensante.

Russell è un autore che si potrebbe comparare alla posizione di Frege, anche se è un po’ meno rigido. Egli mette in luce, nella costruzione della logica di Frege, un paradosso, quello dell’auto inclusione. Sia w il predicato ""essere un predicato che non può predicarsi di se stesso"". w può essere predicato di se stesso? Da ciascuna risposta segue l'opposto. Quindi dobbiamo concludere che w non è un predicato. Analogamente non esiste alcuna classe (concepita come totalità) formata da quelle classi che, pensate ognuna come totalità, non appartengono a se stesse. Chi cerca di tenere insieme il pensante e il pensato rende tutto più complicato, ma tale complessità va’ accettata. Russell è anche l’autore di un’importante opera, “L’analisi della mente”- 1914, ampliata poi nel 1921. Nella prima versione, Russell inizia a fare i conti con la teoria della relatività di Einstein. Il problema nasce quando non si pensa solo al mondo esterno, ma anche alla mente. Mentre la psicologia del tempo sta diventando sempre più materialistica, la fisica si fa sempre meno meccanicistica, mettendo in discussione il principio causa-effetto. La proposta teorica di Russell è questa: la realtà così com’è non è né fisica né psichica, perché le determinazioni della realtà dipendono dal modo con cui si fa esperienza di qualcosa che soltanto dopo verrà considerata come interna o esterna. La posizione di Russell può essere definita MONISMO NEUTRALE , in quanto oscilla tra una posizione ontologica (la realtà è o esterna o interna) e un MONISMO DUALISTA METODOLOGICO (l’esterno cambia l’interno anche se non si sa perchè).

2° LEZIONE: CIRCOLO DI VIENNA: movimento di pensiero rappresentato da vari ambiti. Gli autori del circolo di Vienna fondano questo circolo intorno agli anni 20 (nel primo dopoguerra). Essi hanno come obiettivo la fondazione di una conoscenza unitaria: la filosofia dev’essere scientifica. Il C.V. parte dal proposito di costruire una scienza del sapere (sul modello di Bacone-Cartesio- Illuminismo).A volte si parla di questo movimento come NEOEMPIRISMO che recupera gli autori dell’empirismo inglese (in particolare, Locke e Hobbes). Inoltre riflettono sul rapporto mente- corpo. Il principio metodologico fondamentale del circolo di Vienna è il principio di verificazione (è vero solo ciò che può essere soggetto a esperimento- modello: scienze fisiche). La prima versione di questo principio è stata soggetta ad

alcune modifiche; nello specifico, con Popper si parla di principio di falsificazione: non si dice che una scienza è vera, ma che è falsificabile.

COMPORTAMENTISMO: Lo studio della mente-interiorità non può essere diretto. Qualunque sia l’idea che abbiamo dei nostri stati interni questi sono privati, soggettivi. Per sapere cosa una persona pensa bisogna guardare come si comporta. Da una parte abbiamo il comportamentismo psicologico (di cui ricordiamo Watson), dall’altra quello filosofico. Il primo non si preoccupa della causa del comportamento, ma cerca, a partire da questo, di dar conto degli stati mentali (stiamo parlando della psicologia del primo Novecento, adesso le cose sono cambiate); il secondo sì. Uno degli autori più noti del circolo di Vienna è Carnap. Egli espone la tesi più chiara del metodo di ricerca delle cause comportamentali. La sua tesi è nota come FISICALISMO : il comportamento si può spiegare tramite cause fisiche (che non vuol dire ancora materia). Fisicalismo non significa che dobbiamo indagare il cervello o il sistema nervoso, anche perché non ci sono ancora le tecnologie per farlo. Da questo approccio arriviamo al POSITIVISMO LOGICO. A questi autori non interessa l’empiria, non è una questione di verificare, ma di costruire le condizioni di verificabilità. Parlare di comportamentismo logico significa parlare di epistemologia. Anche se questi autori sono legati ad un’epistemologia di tipo fisicalista non eliminano la questione teorica dell’esperienza-interiorità. P. Churchland invece è più radicale ed elimina la questione della mente. Un conto è dire che l’interiorità è riconducibile a cause fisiche, un altro è dire che non esiste. Il Circolo di Vienna vuole costruire una rigorosa scienza del mentale, avendo come modello la metodologia della fisica. Ciò che viene considerato osservabile sono i dati sensibili-atomici che poi vengono correlati da particolari teorie. Si parla di correlazioni più che di cause.

3° LEZIONE: PROSPETTIVA DI WITTGENSTEIN-RYLE: La mente-a prescindere da che cosa sia- in che modo ha a che fare con il linguaggio? Per Wittgenstein il linguaggio è una sorta di comportamento. Egli ha sempre tenuto in considerazione il tema della soggettività, però il modo con cui affronta questo tema è legato all’idea che il linguaggio sia il luogo in cui si affronta questo problema teorico. Il linguaggio è una struttura generale, pubblica (in quanto appresa che dà al soggetto la possibilità dirsi). Da qui la critica al linguaggio privato: non c’è un’esperienza di sé pre- linguistica, privata. Wittgenstein arriva a sostenere che non è immaginabile dire qualcosa di sé se non si ha avuto accesso alla sfera linguistica ( intersoggettiva ). La prospettiva di Wittgenstein tende a dissolvere la questione dell’IO nel linguaggio; egli fa coincidere il linguaggio con il mondo. Ma cos’è il mondo? La soggettività si realizza nell’alterità, nell’alienazione nel linguaggio! Non è che non esiste, ma non esiste in una dimensione privata. Esaminiamo il tema del dolore: non si può parlare del mio dolore. Questa esperienza è configurata in termini linguistici, quindi è una questione pubblica. Il problema dell’io viene in qualche modo espunto. Questo non significa che tutto è linguaggio. Quindi la prospettiva dev’essere limitata. La filosofia della mente ammette il limite della svolta linguistica rappresentata dal “TRACTATUS” di Wittgenstein. In questo senso la filosofia della mente può essere considerata come un’evoluzione della filosofia del linguaggio. Per Wittgenstein ci sono dei problemi filosofici che non sono tali, sono questioni semplicemente mal poste e possono essere risolte con una revisione di tipo linguistico.

L’ultimo autore riconducibile alla corrente comportamentista è l’inglese Ryle. Egli pubblica “Spirito come comportamento” prima che vengano pubblicate “Le ricerche filosofiche”. Ryle condivide l’idea di Wittgenstein secondo cui il linguaggio non serve ad esprimere l’IO, ma può essere visto come un comportamento che rivela l’IO. Il soggetto quindi non ha un’esperienza privilegiata con il proprio sé. Si parla di intersoggettività, più che d’identità. Il ricorso al comportamentismo per Ryle è la possibilità di evitare di ricondurre l’esperienza al materialismo o allo spiritualismo.

MATERIALISMO: corporeità del soggetto come materia inerte soggetta alle leggi del determinismo. Ryle parla di soggetto come corpo, materia, ma non materia inerte.

Cartesio è la figura maggiormente criticata da Ryle in quanto ha separato pensiero e materia (res cogitans e res extensa). La res cogitans è lontana dalla materia, ma questo perché Cartesio ha concepito la materia in modo errato, come materia inerte! In altre parole, la distinzione tra le due sostanze è dovuta al modo in cui queste sono concepite. E’ una logica conseguenza di un errore linguistico. Va’ detto che questa è un’interpretazione di Cartesio, non il vero Cartesio.

4° LEZIONE: COGNITIVISMO: Metà degli anni ’50. L’esigenza teorica alta è quella di studiare la mente dall’interno. Questi studiosi (che provengono da molte discipline diverse) sono pagati dal pentagono- militare. Siamo in un’epoca di guerra fredda, quindi non è una ricerca disinteressata. Il progetto si basa su presupposti teorici precisi:

  1. Sulla base della metafora del computer (modello mente-software/corpo-hardware) si intende il pensiero come un “processare informazioni”;

TEORIA DELL’IDENTITA’ di Place: postula l’identità tra stati mentali e cerebrali. Utilizza ancora un modello comparativo: il fulmine. Tutti noi parliamo di fulmini come se questi fossero entità autonome. In realtà la fisica ci insegna che il fulmine non esiste come entità e che è spiegabile grazie all’elettromagnetismo. Quindi (secondo il parallelismo operato da Place) gli stati mentali vanno spiegato attraverso la “fisica” del cervello. Ne risulta che non c’è una reale differenza tra cervello e stati mentali perché ciò che c’è è solo il cervello. E’ un’ingenuità linguistica che ci porta a parlare di stati mentali. Parliamo di certe cose assumendo che esistano come nel caso dell’ alchimia e della teoria del flogisto. Spesso il linguaggio umano reifica le cose a causa dell’ingenuità linguistica. Questo però è un esempio sbagliato perché il mentale è un fenomeno che ha un suo statuto, non può essere appiattito al solo cervello, materia.

  • FUNZIONALISMO?
  • PATNAM?

6° LEZIONE: Quine è un pensatore americano segnato dalla riflessione sulla logica, ma anche sull’eredità del Circolo di Vienna. Egli muove delle critiche a quelli che chiama “dogmi dell’empirismo logico” e usa l’argomento relativo alla ristrettezza della concezione dell’esperienza del Circolo di Vienna: esperienza sensoriale (sens data) a cui si aggiunge una riflessione logica. Secondo Quine questa è una concezione troppo limitata e formula un’altra teoria: l’esperienza sensoriale è un qualcosa di errato. Secondo Quine bisogna evitare di usare un lessico che faccia riferimento alla sensazione per spiegare il mentale; bisogna evitare la duplicazione di eventi. Quine è il primo vero eliminazionista :. La sua analisi è prettamente concettuale (in quel periodo non si era ancora in grado di dimostrare che il mentale derivi dal fisico). Quine ricorre all’esempio riguardante l’esperienza del dolore. Noi siamo abituati a parlare di dolore e attribuiamo un’esperienza fisica (del dolore appunto) al mentale. E’ solo a livello corporale, del sistema nervoso! Non si tratta di dire che non proviamo dolore, ma che non si tratta di un fenomeno originario, vero. Il dolore è soltanto un atteggiamento soggettivo rispetto al livello fisico, oggettivo e quindi vero. Quine parla di un dolore fisico che non va assunto anche a livello mentale. Il parlare del dolore (fisico) è già una duplicazione di enti. La realtà è quella che si intende a livello biologico, fisico. Ma allora perché parliamo di queste esperienze fisiche come mentali? Noi non sappiamo ancora spiegare (1953) fenomeni come il dolore mentale. La descrizione degli enti (parlare, a livello linguistico del dolore mentale) è una duplicazione rispetto alla realtà (esperienza del dolore fisico). Questo implica che ciò che chiamiamo dolore dev’essere ricondotto alla sua base materiale. Non siamo coincidenti ma vicini al materialismo australiano (TEORIA DELL’IDENTITA’). Siamo vicini al dire che il mentale non esiste veramente, va’ ricondotto al fisico. Che il fulmine non sia un ente, ma una variazione di carica elettrica lo si può ancora accettare, quando lo si trasporta nel mentale siamo di fronte al problema dell’”apparire a se stesso”, la riflessività. La differenza tra eliminazionismo e riduzionismo sta nel fatto che la prima teoria è più sofisticata e pone attenzione al linguaggio. Quine è un filosofo segnato dalla riflessione wittgensteiniana anche se non è un wittgensteiniano. Quine critica del linguaggi che esso ci fa credere che esista qualcosa. La scienza ci dà l’ontologia della realtà; per noi però la realtà è mediata dal linguaggio.

Un’altra posizione simile, ma di stampo wittgensteiniano è quella di R. Rorty. Egli è un filosofo anglosassone che si occupa di ermeneutica continentale. Egli come Quine sostiene che non bisogna duplicare la realtà, però non si tratta di regredire ad un livello ontologico che è quello della scienza, al contrario si tratta di riconoscere – wittgensteinamente- che ci sono dei falsi problemi (giochi linguistici). Noi parliamo di cose come i dolori perché la nostra tradizione ci ha insegnato a farlo, ma questo non significa che non esistano. L’ Io è un evento che ha la sua natura nel linguaggio. Quine vuole ricondurre l’ontologia a ciò che la scienza ci dice che esiste Rorty ci dice che anche la scienza è un gioco linguistico, quindi per Rorty non c’è un primato della scienza.

Davidson è un altro filosofo influente in ambiente anglosassone. Anche lui critica il funzionalismo perché rischia di duplicare la realtà. Davidson parla di MONISMO ANOMALO : esiste soltanto una realtà, però questa realtà non è esclusivamente ciò di cui parla la scienza, la materia. Egli recupera il MONISMO NEUTRALE di Russell. In che cosa consiste l’ANOMALIA? Davidson dice che ci sono eventi inspiegabili se ricondotti a livello fisico (ricondurre nel senso di ridurre). Questo perché il fisico viene spiegato in termini di rapporto causa-effetto, mentre nel mondo umano non è possibile usare questo approccio. Quindi vi sono due modelli di spiegazione:

  1. DESCRIZIONE CAUSALE ;
  2. DESCRIZIONE STRUTTURALE.

Anche se vi sono due modelli di spiegazione, il mentale non è un piano separato. Non si può considerare ontologicamente superiore il piano fisico (PIANO DI PRUDENZA TEORICO). Non possiamo dire di che natura sia la realtà, ma possiamo dire che ci sono due modelli di spiegazione. Nannini nota che c’è un’ambiguità nella concezione di Davidson: alcuni testi di Davidson mostrano un possibile

materialismo. C’è sempre un lato della faccenda più forte dell’altro: il fisico è studiato a livello strutturato, dalle scienze, mentre una scienza stabile del mentale è ancora un desideratum.

LEZIONE 7: Lunedì 14 marzo non c’è lezione.

G. Fodor è uno sviluppatore e insieme un critico del funzionalismo. La sua posizione si può riassumere così:

PROSPETTIVA COMPUTAZIONALE (rientra all’interno della metafora funzionalista). Ha enfatizzato il problema delle rappresentazioni mentali. Affronta queste questioni con l’intento di evitare, da una parte il comportamentismo, dall’altra il riduzionismo. Egli nega che per evitare il comportamentismo si debba adottare x forza il riduzionismo. Si deve anche evitare di identificare ciò che pertiene alla mente con una posizione dualista. Cerca una posizione di mezzo per poter parlare della mente senza appiattirla sulla materia. Quando si parla di materialismo si parla di materia in senso fisico. Gli sviluppi della biologia porteranno ad un modo diverso di vedere la materia. E’ vero che gli stati mentali devono essere correlati agli stati fisici, m ala descrizione degli stati mentali non può essere identica a quella degli stati fisici. Non dualismo delle sostanze, ma dualismo delle proprietà. Bisogna partire dai comportamenti osservabili e risalire a ciò che- seppur inosservabile- motiva il primo. Questa tesi viene sostenuta riferendosi alla teoria di Chomsky (struttura profonda che è la matrice della diversificazione ma non la si può conoscere). Analogamente gli stati mentali possono essere considerati come strutture superficiali. La mente è comunque ciò che va preso come piano della manifestazione (la mente è conoscibile). Bisogna fare il movimento contrario a quello che fanno molti: si parta dalla mente. Poiché da una parte ci sono gli stati mentali (che li conosciamo), dall’altra c’è il cerebrale (struttura profonda). Gli stati mentali: attività di rappresentazione. La parola rappresentazione può voler dire due cose diverse: immagine e proposizione. La prima fa pensare a delle copie. Fodor però intende una funzione proposizionale. Per spiegare che il cervello è in grado di operare in questo modo, F. dice che il cervello produce stati intenzionali. Capace di prestazioni tali da produrre stati intenzionali (parola non casuale). La filo medievali utilizzava il concetto di intenzione per spiegare il rapporto tra concetti e oggetti. Poi Brentano riprende il concetto ribaltandolo nella filosofia della mente. Non ha più a che fare con il mondo ma con lo statuto speciale della mente. Fodor prende questo concetto e lo ribalta sul cervello, attribuendogli capacità intenzionali. Il cervello sarebbe dotato di proprietà specificamente intenzionali (cose che hanno a che fare con la logica, la semantica). Quindi il cervello non è solo cellule, ma gli si attribuiscono proprietà non biologiche (REALISMO INTENZIONALE- ossimoro). Come è possibile attribuire al cervello in quanto tale delle capacità di strutturazione simbolica. Secondo Fodor le rappresentazioni sono ciò che il cervello fa concretamente nel suo funzionare. E’ al cervello che vanno imputati gli atteggiamenti proposizionali (produrre proposizioni dotate di un rifermento) di Russell. E’ ovvio che si possono immaginare molte critiche alle posizione di Fodor. La sua forza sta nel fatto che era uno studioso di I.A. Ma il concetto di intenzionalità di Fodor è molto debole. Non c’è nulla di reale nelle analisi fodoriane dell’intenzionalità. Si usa il concetto di intenzionalità e lo si sposta nel cervello, ma rimane una prospettiva concettualistica. Dobbiamo ancora spiegare cos’è questa prestazione intenzionale.

SVILUPPI + RECENTI DELLA FILO DELLA MENTE: Rinascita del dualismo. Da questo punto di vista ci sono autori che difendono la specificità della mente rispetto alla materia. E avremo a che fare con una nuova esigenza di riduzionismo naturalistico. Il ritorno del dualismo è esemplificato dall’opera di 2 pensatori: K. Popper e il neurofisiologo Eccles. Questi scrivono “L’io e il suo cervello”. Questo libro fa ritornare il dualismo. Analizzano la realtà distinguendo 3 livelli:

  1. FISICO;
  2. PSICHICO;
  3. SPIRITUALE o CULTURALE, ciò che la mente umana costruisce.

Non è un’idea rivoluzionaria, ma che ha ottenuto maggior successo con questi due pensatori. Queste diverse realtà si possono descrivere in modo che queste realtà possono essere poste in relazione senza cadere nel riduzionismo. Se ammettiamo che ci sono due realtà diverse (materiale-psichica) dobbiamo spiegarne i rapporti. Per spiegare le rel. Tra i diversi livelli, questi autori elaborano una teoria interazionistica : ognuno dei 2 livelli ha un’efficacia causale sull’altro. Vuol dire che se da una parte il mondo fisico ha un’efficacia causale sul mondo psichico (il cervello causa stati mentali), dall’altra stati mentali producono stati cerebrali. Sono due azioni causali parallele. Da un punto di vista epistemologico non è semplice da spiegare. Se ammettiamo l’interazione in senso stretto e rigoroso, dobbiamo spiegare come lo stato mentale abbia l’energia per produrre una causa fisica. Ogni struttura neuronale è accoppiata ad una struttura psiconale (psicone). Il neurone è l’unità della struttura neuronale (elemento base del cervello), così la mente ha degli psiconi anzicchè dei neuroni. Ma come si fa a vederli? Tuttavia, questa teoria ha avuto la sua influenza.

non c'è nessun dualismo. Anche le sensazioni, altro non sono che processi cerebrali. Questa idea, dal punto di vista scientifico, è il modo giusto di muoversi (approccio di Smart).

TEORIA CLASSICA DELL'IDENTITA' MENTE-CORPO:

1- La coscienza dev'essere un fenomeno fisico;

2-Il fenomeno fisico che è la coscienza deve trovarsi dentro il corpo o essere una proprietà del corpo (INTERNO).Infatti, noi identifichiamo una persona con il suo corpo. Ci sono tanti elementi che suggeriscono che sia giusto supporre il punto 2. Il problema è che questa prospettiva avrebbe annullato subito le teorie contrapposte se solo ci fosse un riscontro empirico di ciò. Cioè, se noi analizziamo il cervello, non ci troviamo dentro l'esperienza.

PROSPETTIVA DI MANZOTTI: L'esperienza non è collocata nel soggetto, ma nell'oggetto. Questa ipotesi semplifica notevolmente la spiegazione di come funziona l'esperienza: O=E / S

Cioè "oggetto=esperienza " da una parte e il soggetto dall'altra.

Questa concezione è dovuta ad un fisicalismo e ad un empirismo radicale. Ovviamente ci sono delle obiezioni che sono essenzialmente 2:

1- CONTROINTUITIVITA': io mi sento dentro il mio corpo. Dennett sosteneva che il cervello (e noi) è al CENTRO DI GRAVITA' SENSORIALE perché si trova in mezzo ai nostri organi si senso (occhi, pelle, orecchie, naso, bocca), per cui è congeniale pensare il cervello e noi come il centro della nostra esperienza e della nostra coscienza.

2- Cosa ne facciamo dell'esperienza non-percettiva (sogno, illusione, allucinazione, deprivazione sensoriale..)?

Il punto fondamentale è che l'esperienza non è qualcosa di diverso dall'ontologia. Cioè noi abbiamo esperienza di ciò che esiste. E l'esperienza è causata dall'oggetto ed è contenuta interamente in esso.

Ma allora come spieghiamo che 2 individui hanno un'esperienza diversa di un medesimo oggetto?

Tutte le proprietà di cui io faccio esperienza sono contenute in un oggetto (fisico, reale), ma non tutte fanno parte della mia "esperienza" in quanto ci sono altre strutture (interne al corpo, ma sempre fisiche, reali) che non sono adeguate a ricevere certe proprietà. Ad esempio,ci sono gli ultrasuoni, ma l'uomo non li percepisce. Le valutazioni estetiche o emotive non vengono prese in considerazione da questa prospettiva perché non fanno parte dell'esperienza percettiva. Quindi noi non aggiungiamo nulla agli oggetti, ma al contrario, per sottrazione ci "perdiamo" alcune loro proprietà. E' possibile, per chiarire meglio la questione, fare un parallelismo tra la coppia "diga/lago" e la coppia "cervello/oggetto esterno". La diga modifica il lago (se rendiamo la diga più larga il lago sarà più largo,ecc...) ma rimane pur sempre un lago e quindi la costante è proprio il lago stessa.