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Gregory bateson questo è un gioco , Sintesi del corso di Sociologia

riassunto del libro questo è un gioco di Bateson

Tipologia: Sintesi del corso

2015/2016

Caricato il 10/11/2016

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“QUESTO E’ UN GIOCO”
perché non si può mai dire a qualcuno
“gioca”!
Premessa:
Il gioco è un tema caro a Gregory Bateson. "Il messaggio 'questo è un gioco" fa riferimento
al saggio Una teoria del gioco e della fantasia, noto ai lettori italiani perché inserito nella
traduzione di "Verso un'ecologia della mente”. L'interesse di Bateson si rivolge al gioco
come esempio di un labirinto trans-contestuale: il messaggio "questo è un gioco" aiuta gli
esseri viventi a orientarsi e a capire se un determinato comportamento signichi "gioco ", o
minaccia. Benché condividano il tema e partono delle stesse ricerche "una teoria del gioco
della fantasia"e il messaggio "questo è un gioco"sono diversi tra loro, il primo rimane un
testo compiuto, il resoconto di un progetto di ricerca, destinato a essere letto come
comunicazione, il secondo costituisce la trascrizione di un lungo dibattito in cui Bateson
funge solo da coordinatore e provocatore.
D'altra parte era la circostanza a richiederlo: infatti ai relatori dei convegni organizzati dalla
Fondazione Macy non gli si chiedeva di “leggere un paper” già preparato, ma di illustrare in
maniera informale gli aspetti più interessanti delle proprie ricerche, lasciando spazio a
domande, critiche, commenti da parte degli altri partecipanti. Relatori e partecipanti
venivano scelti fra varie discipline ed erano in numero molto ridotto,si incontravano a
scadenze regolari per almeno cinque anni. Il più famoso di questi cicli di convegni e stato
quello che dal 1946 al 1953 venne dedicato alla cibernetica.
Nel 1955 Bateson fu invitato a parlare del gioco in un convegno, il cui obiettivo era mettere
a confronto rappresentanti del mondo della biologia e delle scienze umane sulla natura delle
interazioni fra gli organismi: c'erano psicologi, antropologi, sociologi, biologi ed etologi. La
varietà dei campi garantiva una grande ricchezza di spunti di riessione ma rendeva anche
dicile seguire tutte le direzioni aperte dagli interventi. Oltre a Il messaggio questo è un
gioco, il testo americano raccoglie anche il resoconto di altri due interventi, non inseriti
nell'edizione italiana, dedicati all'interazione fra i pinguini e alle analogie fra il
comportamento dei bambini quello delle capre. Questa discussione spazia dall'esperienza
quotidiana alle sottigliezze della logica e del linguaggio schizofrenico: e in alcuni momenti
dando la caccia all' elusiva natura del gioco, nisce per trasformarsi essa stessa in gioco.
Elusivo il gioco lo è davvero, tant'è che Bateson confessa di non aver la benché minima idea
di come si possa denire. Il carattere sperimentale del testo si coglie nel fatto che vi
ricorrono gure inedite, come quella di struttura a buccia di cipolla, scelta per ragurare l'
aastellarsi delle cornici e dei tipi logici che costellano ogni relazione: la comunicazione per
essere possibile ha bisogno di una serie di regole, di bucce, ma di bucce paradossali,
perché, sembra dire Bateson, se rispettassimo no in fondo niremo per ottenere l'eetto
opposto, per chiuderci in una rigidità che non ammette né umorismo, né arte, né fantasia. Il
gioco è una di queste strutture a buccia di cipolla che ammettono questa libertà. Una
battuta dopo l'altra, il tema del gioco e della libertà dalle bucce si scopre legata al tema del
"non", di un negativo che non identica ciò che nega, su cui basare una logica più simile a
quelle dei sogni e a quella delle scienze e della losoa. Una logica che per poter cogliere la
complessità della relazione deve basarsi su un "non"che assomigli al "non"su cui si reggono
le metafore. Una domanda che si pone Bateson è come scrivere di questi argomenti? Il
problema sembra lo stesso dell'interrogativo sollevato sul nire della discussione del 1955:
è possibile prescrivere un gioco? Bateson sembra suggerire che un interrogativo come
questo è destinato a rimanere senza risposta o che quantomeno non può essere arontato
nel modo tradizionale, servono altre gure che lascino un maggior margine di gioco che
possono far cogliere la natura ambigua delle cornici e delle bucce di cipolla. Anni dopo
Bateson ricorrerà a un' altra gura per lui inedita: un anello di fumo è, letteralmente ed
etimologicamente, introvertito. Si avvolge all'innito su se stesso, gira sulla base del cilindro
circolare che costituisce la ciambella. E questo suo avvolgersi intorno all'asse su cui si
ripiega è quello che conferisce un'esistenza propria all'anello di fumo. In n dei conti non è
altro che aria segnata da un po' di fumo. È fatta della stessa sostanza del suo sviluppo, ma
ha una durata, una localizzazione e un certo grado di distinzione in virtù di questo suo
ripiegarsi all'interno.
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“QUESTO E’ UN GIOCO”

perché non si può mai dire a qualcuno

“gioca”!

Premessa: Il gioco è un tema caro a Gregory Bateson. "Il messaggio 'questo è un gioco" fa riferimento al saggio Una teoria del gioco e della fantasia, noto ai lettori italiani perché inserito nella traduzione di "Verso un'ecologia della mente”. L'interesse di Bateson si rivolge al gioco come esempio di un labirinto trans-contestuale: il messaggio "questo è un gioco" aiuta gli esseri viventi a orientarsi e a capire se un determinato comportamento significhi "gioco ", o minaccia. Benché condividano il tema e partono delle stesse ricerche "una teoria del gioco della fantasia"e il messaggio "questo è un gioco"sono diversi tra loro, il primo rimane un testo compiuto, il resoconto di un progetto di ricerca, destinato a essere letto come comunicazione, il secondo costituisce la trascrizione di un lungo dibattito in cui Bateson funge solo da coordinatore e provocatore. D'altra parte era la circostanza a richiederlo: infatti ai relatori dei convegni organizzati dalla Fondazione Macy non gli si chiedeva di “leggere un paper” già preparato, ma di illustrare in maniera informale gli aspetti più interessanti delle proprie ricerche, lasciando spazio a domande, critiche, commenti da parte degli altri partecipanti. Relatori e partecipanti venivano scelti fra varie discipline ed erano in numero molto ridotto,si incontravano a scadenze regolari per almeno cinque anni. Il più famoso di questi cicli di convegni e stato quello che dal 1946 al 1953 venne dedicato alla cibernetica. Nel 1955 Bateson fu invitato a parlare del gioco in un convegno, il cui obiettivo era mettere a confronto rappresentanti del mondo della biologia e delle scienze umane sulla natura delle interazioni fra gli organismi: c'erano psicologi, antropologi, sociologi, biologi ed etologi. La varietà dei campi garantiva una grande ricchezza di spunti di riflessione ma rendeva anche difficile seguire tutte le direzioni aperte dagli interventi. Oltre a Il messaggio questo è un gioco, il testo americano raccoglie anche il resoconto di altri due interventi, non inseriti nell'edizione italiana, dedicati all'interazione fra i pinguini e alle analogie fra il comportamento dei bambini quello delle capre. Questa discussione spazia dall'esperienza quotidiana alle sottigliezze della logica e del linguaggio schizofrenico: e in alcuni momenti dando la caccia all' elusiva natura del gioco, finisce per trasformarsi essa stessa in gioco. Elusivo il gioco lo è davvero, tant'è che Bateson confessa di non aver la benché minima idea di come si possa definire. Il carattere sperimentale del testo si coglie nel fatto che vi ricorrono figure inedite, come quella di struttura a buccia di cipolla, scelta per raffigurare l' affastellarsi delle cornici e dei tipi logici che costellano ogni relazione: la comunicazione per essere possibile ha bisogno di una serie di regole, di bucce, ma di bucce paradossali, perché, sembra dire Bateson, se rispettassimo fino in fondo finiremo per ottenere l'effetto opposto, per chiuderci in una rigidità che non ammette né umorismo, né arte, né fantasia. Il gioco è una di queste strutture a buccia di cipolla che ammettono questa libertà. Una battuta dopo l'altra, il tema del gioco e della libertà dalle bucce si scopre legata al tema del "non", di un negativo che non identifica ciò che nega, su cui basare una logica più simile a quelle dei sogni e a quella delle scienze e della filosofia. Una logica che per poter cogliere la complessità della relazione deve basarsi su un "non"che assomigli al "non"su cui si reggono le metafore. Una domanda che si pone Bateson è come scrivere di questi argomenti? Il problema sembra lo stesso dell'interrogativo sollevato sul finire della discussione del 1955: è possibile prescrivere un gioco? Bateson sembra suggerire che un interrogativo come questo è destinato a rimanere senza risposta o che quantomeno non può essere affrontato nel modo tradizionale, servono altre figure che lascino un maggior margine di gioco che possono far cogliere la natura ambigua delle cornici e delle bucce di cipolla. Anni dopo Bateson ricorrerà a un' altra figura per lui inedita: un anello di fumo è, letteralmente ed etimologicamente, introvertito. Si avvolge all'infinito su se stesso, gira sulla base del cilindro circolare che costituisce la ciambella. E questo suo avvolgersi intorno all'asse su cui si ripiega è quello che conferisce un'esistenza propria all'anello di fumo. In fin dei conti non è altro che aria segnata da un po' di fumo. È fatta della stessa sostanza del suo sviluppo, ma ha una durata, una localizzazione e un certo grado di distinzione in virtù di questo suo ripiegarsi all'interno.

La caratteristica di questo testo é di essere una semplice trascrizione di un dibattito a più voci. L'andamento dei concetti e delle osservazioni è quello di una conversazione informale, con ripetizioni frequenti. Per salvaguardare la vivacità della conversazione, nella maggior parte dei casi non si è ritenuto opportuno intervenire a modificare il testo. Per facilitare la lettura si è inserita una scansione in paragrafi assente nell'edizione americana affinché risulti meno arbitraria possibile questa scansione segue i temi proposti da Bateson. I primi tre paragrafi riguardano il modello logico che Bateson utilizza nel tentativo di portare un po' di ordine nella discussione sul gioco: il domani non è una sedia,un bambino sta giocando a essere un arcivescovo e Bucce di cipolla affrontano la teoria dei tipi logici di Russel e Whitehead. In "il messaggio questo è un gioco"e nei due paragrafi che lo seguono vengono discussi i metamessaggi con cui animali ed esseri umani riescono a gestire questi paradossi e le circostanze in cui la metacomunicazione fallisce: "Manzanita wood" è un gioco di parole che riporta come esempio di insalata verbale schizofrenica e fa parte di una serie di esempi sulle difficoltà da parte degli schizofrenici di metacomunicare: "sorridi mentre lo dici!" rientra in un insieme di casi in cui la metacomunicazione svolge un ruolo determinante nella vita quotidiana. "Due lontre e un pezzo di carta"incornicia il pezzo forte che Bateson portava a quel convegno, cioè i suoi esperimenti con le lontre allo zoo di San Francisco. La questione se un gioco abbia o meno a che fare con la finalità cosciente dei partecipanti viene affrontata in "Sveglia vieni a vivere nel mio mondo", che è ancora una volta un esempio che Bateson trae nelle sue esperienze con gli schizofrenici per evidenziare l'ambiguità del termine finalità a proposito di una relazione. "Un negativo che non identifica ciò che nega"é in definitiva ciò che secondo Bateson caratterizza il gioco come relazione metaforica, il che lo rende così interessante da studiare. "Le regole della canasta"affronta la differenza tra il gioco come play e il gioco come game, discutendo di quanto a un gioco siano necessarie regole o di quanto piuttosto qualunque gioco si basa proprio su una loro violazione. Nel tentativo di fissare una volta per tutte la natura del gioco la discussione scivola dapprima su quei giochi la cui natura non è chiara tutti partecipanti per cui il messaggio diventa piuttosto la domanda:questo é un gioco? Il dibattito si chiude con una domanda inquietante di Bateson: si può prescrivere un gioco? a cui egli stesso sembra rispondere che non vi può essere una sguardo così distaccato e dall'esterno, ma solo un approccio dall'interno, stando in qualche modo al gioco: a un paziente a cui aveva fino ad allora proposto una partita, Bateson dice alla fine giochiamo una partita a golf!

I PARTECIPANTI SI PRESENTANO

Gregory Bateson : ho iniziato come biologo studiando a Cambridge. Mi sono avvicinato al tema della comunicazione attraverso i problemi degli schemi e dell'ordine. Per il mio esame conclusivo al Dipartimento di zoologia mi fu assegnato il compito di comprare il sistema urogenitale del Palombo e della rana. Io però non ne sapevo nulla e non ero in grado di parlare dell'omologia dei due animali , risposi pertanto esaminando il significato della parola "omologia"e che cosa intendessimo per comparare l'anatomia di due organismi, suggerendo che omologia poteva significare "posizioni simili dal punto di vista strutturale". Per esempio il naso di un essere umano è omologo alla proboscide di un elefante, perché entrambi sono posizionati tra gli occhi. Ovviamente le pinne laterali di un pesce non possono essere omologhe alle pinne caudali e mediane, sottolineai il fatto che gli stessi geni che producono quelle dimensioni esagerate nella doppia pinna caudale del pesce rosso modificano anche le pinne laterali. Perciò dal punto di vista dei geni, che dopotutto sono messaggi, questi due organi devono essere comparabili. Era disonesto da parte mia, perché non sapeva assolutamente sei i geni influenzassero o meno le pinne mediane, solo pochi anni or sono ho scoperto che non le influenzavano. Comunque conseguii un ottimo risultato. Da allora mi sono interessato alle forme della natura, dell'ordine e dei tipi di tipizzazione e di categorizzazione, come si manifestano in ogni organizzazione, organismo, entità. Le mie conoscenze sull'interno di un computer sono pressoché nulle ,ho partecipato ai convegni sulla cibernetica della fondazione Macy, ricavandone l'impressione che ci fosse una buona comunicazione fra le discipline rappresentate. Questi miei interessi mi hanno condotto all'interno di un'istituzione psichiatrica, dove attualmente uno schizofrenico e io facciamo il possibile per comunicare fra noi.

IL MESSAGGIO : “QUESTO E’ UN GIOCO”

per quanto ci riguarda può spesso restare non identificato. Una delle cose più importanti è che il rapporto fra simbolo e referente tende a essere molteplice: è un canguro, è un'antenata, è un papà, è il sé e così via. Quando ci si imbatte in questi fenomeni del gioco e del rito i codici si moltiplicano a dismisura, perciò la domanda che cosa rappresenta questa attività, non può trovare risposta. Possiamo solo suggerire un'interpretazione, e la fantasia del piccolo giocatore potrà suffragarla. Qualcuno ha detto che ci accorgiamo dell'importanza del gioco per il bambino, perché è nel gioco che impara a comportarsi secondo i vari ruoli. Senza dubbio c'è qualcosa di vero, ma ancora più vero è che attraverso il gioco un individuo diventa consapevole dell'esistenza di vari tipi di categorie di comportamento. Il bambino che sta giocando a essere un arcivescovo non mi interessa chi ricoprendo quel ruolo nel gioco impari come essere un arcivescovo, ma piuttosto che si renda conto che esiste qualcosa come un ruolo. Impara un nuovo modo di vedere, flessibile e rigido, che viene poi tradotto nella vita, quando si accorge che in un certo senso il comportamento può essere legato a un tipo logico o a uno stile. Non si tratta di imparare lo stile richiesto da quel gioco, ma la flessibilità degli stili e il fatto che la scelta di uno di essi o di un ruolo è collegata alla cornice e al contesto del comportamento. Lasciate che vi racconti il caso di un mio paziente schizofrenico, un uomo di 35 anni il cui modo di parlare all'epoca dei fatti era praticamente incomprensibile per un orecchio non addestrato: la classica insalata verbale schizofrenica. Poteva accettare o rifiutare una sigaretta, era in grado di dare risposte affermative o negative non verbalizzate, all'epoca però non era capace di fare un discorso compiuto di più di 2 o 3 parole che avesse qualche significato. Lo portai al campo di golf dell'ospedale, naturalmente era terrorizzato. Voleva che facessi il primo colpo e così feci. Non volevo sbagliare apposta perché ero sicuro che si sarebbe offeso, ma fui fortunato e feci solo un buco nell'erba. A quel punto fece il suo tiro e raggiunse la prima buca con un ottimo drive. Giocò un golf perfetti per le prime quattro buche e per quel periodo parlò nel modo in cui normalmente il giocatore di golf si rivolge al suo compagno di partita, da una trascrizione di quella conversazione avreste concluso che si trattasse di persone normali nessuna delle schizofreniche che stanno giocando a golf. Alla quarta buca però sbaglio un colpo e ripiombò nel suo stile schizofrenico. Mi interessa mostrarvi come il gioco predisponga una cornice per il comportamento. In questo caso c'è una cornice per un certo stile di comportamento, e all'interno di quella cornice il mio paziente andava benissimo. Appena essa venne modificata dalla competizione e lui fece il primo errore tutto divenne più difficile. Birdwhistell: Ci sono delle situazioni in cui si ha la sensazione che il bambino stia giocando per imparare che esistono dei ruoli. In altre parole è questo il modo in cui impara qualcosa su altre categorie spazio temporali e sul come rapportarsi e comportarsi in relazione ad esse? Bateson: Penso che molti sarebbero contrari a chiamarle categorie spazio temporali, io ho usato un linguaggio più povero , ho cominciato con il termine ruolo, l'ho scartato perché non mi soddisfaceva, l'ho sostituito con stile e poi ho usato "contesto cornice".Vorrei convincervi che tutto ciò di cui stiamo parlando sono "cornici e categorie".

Bucce di cipolla

Vorrei introdurre il concetto di categorie stratificate, e direi che una cultura, cioè un accordo condiviso fra le persone su come debbano parlare o comunicare, è un analogo sistema di categorie stratificate. All'interno di una cultura c'è un consenso generale su quali debbano essere i "non oggetti" delle cose di cui parliamo. Ma lo stesso vale anche per le cornici e i contesti dentro quella stessa cultura. Anch'essi,pur meno condivisi modificano le aspettative dell'individuo su quali debbano essere i "non oggetti". Vorrei mostrarvi come il gioco sia uno dei modi in cui impariamo quali siano i non oggetti e quali sia il loro sistema di stratificazione. Era questo che intendevo quando ho detto che non impariamo un ruolo specifico giocando ad essere un arcivescovo, impariamo qualcosa sull'intero strutturarsi delle cornici dei non oggetti capendo i passaggi tra quello che è arcivescovo e quello che non è arcivescovo.

Fremont-Smith : intende dire che il bambino taglia tutte queste linee, perché ne è inconsapevole?non le impara una alla volta, ma diventa capace di distinguere i non oggetti fra una quantità di oggetti: e distingue prima i non oggetti per la madre poi quelli per le altre persone. Scopri che esistono queste distinzioni all'interno di un insieme, piuttosto che

impararle separatamente,ho capito bene? Bateson : si sicuramente il bambino non sta imparando queste cose una alla volta. Non abbiamo a che fare con un modo di apprendere le cose separatamente, credo si tratti di apprendere un modo di strutturarsi del pensiero nei confronti dell'universo. Attraverso il gioco il bambino scopre dove sono le linee e impara ad attraversarle, impara ad essere consapevole di quando le sta attraversando, all'inizio le attraversa in modo quasi naturale. Sono stato spinto a convenire che il gioco sia essenzialmente un processo di apprendimento, ma ora come ora non saprei bene che cosa significhi essenzialmente. Mi interessa soprattutto la natura del messaggio "questo è un gioco",cioè il problema di identificare il livello di comunicazione che etichetta una costellazione temporanea di queste bucce di cipolla. È questo il mio problema principale. Mi incuriosiscono però anche gli errori nell'apprendimento: come nascono?che tipo di fraintendimento porta a non rispettare queste linee di demarcazione, e all'incapacità di mantenerle chiare? Erikson : se il bambino gioca a impersonare un arcivescovo, non lo fa per scoprire che non lo è, ma per scoprire che è possibile espandere il proprio sè fino a includervi l'immagine di un arcivescovo. E che poi è possibile delimitarli. Bateson : si può imparare qualcosa sulla linea che sta fra arcivescovo e non arcivescovo, oppure si può giocare su quella linea. Erikson : credo sia importante chiarire bene la differenza tra bambini e soggetti schizofrenici. Gli schizofrenici hanno perso fiducia nel tempo, i bambini invece nel loro gioco anticipano il futuro. Bateson : ho un paziente schizofrenico che ogni giorno quando vieni da me è una persona diversa. Un giorno è il dirigibile R74 un altro giorno è il signor Bonton o il signor Valle dell'eden e così via. Ha una gran verità di queste diverse sfaccettature di se stesso che impersona e a cui dà un nome. Una volta dopo essere entrato affermò in modo aggressivo ma indiretto che voleva interrompere i nostri colloqui risposi: no,lei può dire quel che le pare in questa stanza ,ma quelle è una decisione di cui devo prendermi io la responsabilità, perciò non interromperemo. Era quello che voleva sentirsi dire,tornò una settimana dopo a dire che voleva smettere e gli dissi no quella è una decisione che devo prendere io perciò non smetteremo, è una cosa che le ho già detto l'altro giorno. Al che diede questa significativa risposta "quello era un altro di loro". Un altro me stesso in parole diverse. Ribattei:" quando parlo,parlo a tutti loro". Dopodiché uscimmo a bere un caffè sugli spalti del campo di baseball. Cominciò ad andare su e giù per la rampa come se fossi impegnato in una discussione e poi disse: ascoltatemi tutti, siete tutti John Robert Baker. In un certo senso era un'impresa riuscire a verbalizzare tutto questo perché il tipo di affermazioni che stava facendo era fuori dalla norma rispetto al consueto modo di gestire le nostre diversità. Blake : quale sarebbe il criterio per distinguere una buccia di cipolla?lo abbiamo definito parlando di tipi logici. Mettiamo ad esempio che io affermi che ognuno era presente, senza riempire per il momento lo sfondo di questa affermazione. Se stessi parlando di un gruppo di 10 persone intenderei che c'erano tutte e dieci. Ma se parlassi di 100 persone e dicessi che ognuno era presente, capireste che potevano essercene 80 o 90,se lo sfondo fosse di 1000 persone e dicessi che ognuna era presente vorrebbe dire che c'erano le persone più importanti. Quale buccia di cipolla definisce "ognuno"quando la base è 10, rispetto a quando è 100? Non è un tipo logico. E allora qual è il criterio per individuare una buccia di cipolla?

Bateson : credo che noi non siamo mai davvero interessati al significato di ciò che diciamo, quando lei ci dice che ognuno era presente,io semplicemente do per scontato che lei l'ha detto per questo o quest'altro motivo. Ma non mi interessa il contenitore del suo messaggio, né un'interpretazione troppo concreta di esso. Che lei parli di 10 o mille persone per me resta lo stesso messaggio. È stata detta una cosa molto pericolosa che vorrei puntualizzare. Siete passati dai tipi logici alle relazioni logiche e avete detto che possono essere stabiliti formalmente. Devo insistere che le relazioni fra i tipi non possono mai essere stabilite. È Questo il limite dei linguaggi formali come scrive Wittgenstein "di ciò di cui non si può parlare si deve tacere". È troppo difficile parlare del modo in cui si struttura un sistema a buccia di cipolla, perché il nostro linguaggio è sempre all'interno di uno o dell'altro di questi sistemi, e noi stessi dobbiamo vedercela col problema di essere all'interno della totalità di cui stiamo cercando di parlare.

Il messaggio “questo è un gioco”

Fremonth-Smith : solo alla fine del colloquio terapeutico si comincia a giocare sul serio. Da parte del terapeuta e del paziente c'è prima una lunga fase di studio reciproco che può ancora essere reversibile. Solo dopo un certo numero di sedute entrambi posso accettare di "giocare sul serio".

Manzanita wood Un mio paziente entra una mattina e mi dice di essere un portalettere. Se gli dico "non sei un portalettere"ribadisce di esserlo. Egli fa un'asserzione metaforica, affermando questo lato della sua personalità. Se gli rispondo smentendola egli a causa della mia smentita sarà costretto a concordare che è un'affermazione oggettiva e quindi a difenderla come tale. In questo modo lo costringono a un diverso tipo di gioco su se stesso, differente da quello che lui stava giocando in quel momento. Il sabato e la domenica sono giorni triste in un grande ospedale psichiatrico. Infatti mancano i dottori, così il mio paziente ha camminato e camminato per i reparti, facendo tanta strada quanta ne farebbe un portalettere. Egli dunque è in parte una lettera. Ma non solo una lettera perché durante quel colloquio comincia a parlarmi del mio matrimonio di cui non sa nulla. Egli stesso è stato sposato e ora è divorziato,ma non è del tutto consapevole. Mi dice che avrei dovuto divorziare ed essere un vero uomo. Scoppia in lacrime dicendo: "proprio così, non la poteva soffrire,avevo sposato una borsa per le lettere".

Erikson : vorrei citare un caso clinico: c'è una differente prospettiva del tempo nel gioco dei bambini e in quello degli adulti, perché il bambino che gioca è meno definito nella sua identità,o , nei suoi ruoli, mentre l'adulto lo è di più a causa della nicchia che occupa nella società. C'è un momento però in cui queste due prospettive si sovrappongono, ed è ovviamente la tarda adolescenza, quando in modo graduale o improvviso diventa chiaro che quello che uno pensa, gioca o sperimenta non verrà più interpretato come un messaggio del tipo"questo è un gioco, e non proprio quello che sono"bensì "questo sono io e ciò che voglio essere". In altre parole quando le prospettive si sovrappongono possono verificarsi vari fenomeni che a volte sembrano quasi psicotici. Conosco il caso di una diciassettenne che era stata sorpresa dai suoi genitori a frequentare alcuni immigrati scozzesi,con loro si comportava come una scozzese e parlava scozzese, aveva persino raccontato una storia inventata sulla sua infanzia in Scozia. Quando la incontrai mi raccontò della sua presunta infanzia in Scozia con una convinzione che poteva essere definita solo maniacale. Qui il messaggio diventa di estrema importanza clinica. Uno non deve rispondere la sua storia è falsa. Ho pensato che la risposta appropriata fosse: c'è qualcosa di vero nella tua storia, per quanto non sia convinto della sua realtà. L'accettò. Alla fine, le chiesi:"come hai imparato tante cose sulla Scozia?"rispose con uno spiccato accento scozzese:"dio la benedica,Sir!mi serviva un passato!" il che equivaleva a confessare che il suo reale passato era divenuto insopportabile. Dovevamo trovare quel qualcosa di vero nel gioco che stava facendo con la sua identità personale, per metterla nella condizione di poter avere un futuro reale. In ogni caso doveva prima diventare una paziente, cosa che non avrebbe mai ritenuto necessaria, per fortuna le trovammo una famiglia in cui poteva lavorare come cameriera, dicemmo al datore di lavoro che la paziente non ricordava bene da dove venisse e degli si dimostrò molto disponibile,non appena la ragazza entrò in quella casa disse al datore di lavoro: sa bene che sono una paziente. Posso accettare questo lavoro solo se lei promette di portarmi due volte la settimana a incontrare il mio terapeuta. Lui fu d'accordo e dopo un pò la ragazza fu pronta ad accettare una terapia a tempo pieno. La sua dispersione d'identità fu di conseguenza risolta. Quando dici alla ragazza: come ha imparato tutte queste cose sulla Scozia? stai definendo implicitamente la sua struttura maniacale in modo diverso da come lei pretende di presentarla, non la stai affrontando apertamente ne stai parlando solo in modo marginale e questo lei lo può accettare.

Bateson : mi è capitato lo stesso caso al contrario. L'uomo si è costruito un'elaborata mitologia per spiegare in che modo i suoi genitori non siano veramente tali, secondo lui la sua storia è iniziata in Cina dove egli ha costruito la grande muraglia. Poi ha attraversato il Pacifico su una barca è sbarcato e ha camminato fino in California,dove è stato preso in amicizia dai suoi genitori, cioè adottato. Di tanto in tanto parliamo della sua infanzia. Lo invito a farmi un ritratto dei suoi rapporti con i genitori e lui me ne parla attraverso dei paragoni, invece che nascondere il proprio discorso dietro metafore. Ma poi

commentando la discussione appena avuta dice: la Muraglia cinese è terribilmente solida per farla a pezzi. In altre parole sta distruggendo la barriera che ha costruito tra se stesso e i suoi genitori. Il mio paziente se ci mettiamo a parlare troppo letteralmente, risolleva la bandiera come per dirmi perché l'ha sollevata all'inizio. La muraglia Cinese non è solo fra lui e i suoi genitori ma anche fra lui e me,e l'uso della metafora è un elemento di questa barriera fra noi. Nel colloquio psicoterapeutico o in qualsiasi conversazione, non importa di che tipo, lanciamo continuamente gli uni agli altri messaggi sul tipo di cose che stiamo facendo in quel particolare momento. Mi Interessano questi segnali, che etichettano il gioco, la metafora, l'umorismo o altre cose simili. Di tanto in tanto il paziente che vi ho descritto usa la forma simbolica proprio per segnalarmi che intende rinunciare a questo mondo di nascondersi. Questo mi è stato chiaro in un'occasione in cui si lamentava di essere il bordo di una tavola fatta di legno Manzanita ( il Manzanita è un arbusto della California poco apprezzato dai falegnami). Parlai con lui del fatto che la gente lo trattava come un oggetto ma non capivo che cosa volesse dire questa faccenda del legno Manzanita. In quel periodo rifiutava il cibo, e i medici minacciavano di ricorrere all'alimentazione artificiale, cosa che personalmente non ritenevo opportuna. Decisi così di portarlo un po' fuori dall'ospedale e andammo a far visita ai suoi parenti. La cosa più importante era creare un contesto in cui potessimo fermarci naturalmente per strada e mangiare in un ristorante dove il cibo si presentasse in una cornice diversa. Quando ci portarono il menu rimase in silenzio, mentre io ordinavo: vorrei uova e prosciutto. A quel punto ordinò anche lui uova, prosciutto e del pane tostato. Visto che io non mangiamo tutto il mio pane lo guardò per un momento e poi disse che l'avrebbe voluto mangiare lui. Mangiò quello che rimaneva del mio toast e bevve un altra tazza di caffè. Fece un pasto completo il primo dopo parecchi giorni, poi si rilassò appoggiandosi allo schienale e disse "Manzanita". Da allora in poi questa simbologia non venne più usata. L'aveva usata all'inizio come una barriera tra lui e me. Dopo quel pranzo insieme, mi spiegò con uno schema alla lavagna cosa intendeva dicendo Manzanita. L'uso di questo gioco di parole ora è diventato un tipo di gioco diverso da prima. Tra noi Manzanita è diventata un'affermazione che non significa più "so come ingannarla, Mr. Bateson" ma piuttosto "questo è qualcosa che adesso capiamo tutti e due" e così la situazione si è capovolta. ( Il gioco di parole "Manzanita Wood" è intraducibile in italiano. Si base sull'omofobia di manzanita(arbusto californiano) e man's an eater ( è una buona forchetta) e di wood ( legno). L'espressione Manzanita wood indica dunque il legno Manzanita, mentre “man's an eater woould” è traducibile come " sarei una buona forchetta".)

Sorridi mentre lo dici! Birdwhistell: Quando ci aspettiamo o abbiamo bisogno di un'azione cinesica per chiarire il significato di qualche messaggio, per esempio quando diciamo "sorridi mentre lo dici",stiamo in realtà chiedendo: "qualifica le tue parole. Puoi usare le stesse che hai appena impiegato, ma vogliamo un segnale in più per capire che è una situazione reversibile, perché è solamente un gioco". Con quel messaggio chiediamo all'altra persona di collocare quanto ha detto in un contesto speciale, perché altrimenti sarebbe irreversibile. Bateson: in questo senso è appropriato dire che c'è stato un grande passo in avanti nell'evoluzione quando abbiamo imparato a simulare i segnali d'umore, mi riferisco all'arrossire,al sorridere. Da allora l'uomo ha imparato a usare il sorriso come un segnale volontario. Ma dicendo sorridi mentre lo dici stiamo in realtà chiedendo al nostro interlocutore di usare non un segnale primario automatico ma un segnale imposto da noi. Birdwhistell : il problema è lo fai per gioco e stai scherzando, allora io sono autorizzato a prenderlo come uno scherzo, oppure mi stai forzando in una situazione dove non si scherza ancora per molto e io devo colpirti o fare questo e quest'altro. Bateson : il punto è proprio questo. Vorrei provare a costruire una terminologia adatta. Un segnale come un rossore, un sorriso o un'alzata di spalle, a un livello involontario o automatico lo chiamerò Lorenz 1 oppure L1. Chiamerò poi L 2 la simulazione di quel segnale,quando viene usato come un messaggio (per esempio quando i bambini emettono un verso simile al pianto automatico per far accorrere la madre). L 3 è quello che discrimina fra L1 e L2, queste volontario omino, comunque L3 discrimina tra volontario e involontario. E di solito è involontario. Per esempio se si dice a una persona sorridi mentre lo dici, se questa persona ora sorride,il sorriso sarà un L2, e non un L1. Ma

privo di senso dire che l'ascoltatore distorce quello che sente. Bateson : vorrei raccontare un episodio accaduto alla persona di cui stavo parlando prima. A un certo punto si è lasciato crescere la barba, gli venne una bella barba fitta, quando lo accompagnai a trovare i genitori, suo padre che non l'aveva mai visto con la barba gli disse: così ira il nostro ragazzo si nasconde dietro una barba?e io risposi non credo proprio che sia vero! Ci fu un attimo di silenzio carico di tensione. Quando 4 o 5 minuti dopo ritornò disse: così ora è una barba ciò dietro cui si nasconde il nostro ragazzo?risposi: lo ha detto per la seconda volta. Non credo proprio che sia vero. Ci fu un altro attimo di gelo poi soggiunse: stavo solo scherzando. Il giorno dopo il paziente chiese un rasoio. Si tagliò la barba, lasciandosi un pizzetto sul mento. Quando lo vidi gli dissi: nessuno può dire che tu ti stia nascondendo lì dietro. S'illumino di un sorriso radioso e tornò in reparto a tagliarsi anche il pizzo. Anche quello ormai non serviva più. È una sequenza complicata perché si trattava di una questione fra me è suo padre e io stavano dalla parte del mio paziente. Quelli però che mi sembrava importante è il farti che il padre sia stato costretto a verbalizzare il messaggio, chiarendo che stava scherzando. " questo è un gioco o no?". Un tormento e uno scherzo. Quando alla fine diventa chiaro di che gioco di tratta, non c'è più partita. Era l'informazione che serviva al mio paziente.

Due lontre e un pezzo di carta

Parliamo di situazioni di non gioco che vengono trasformate in gioco. Bateson :Tra il dicembre 1952 e l'aprile 1954 ho osservato con una certa continuità dei maschi adulti di lontra allo zoo di San Francisco e ne ho ricavato un filmato, che illustra il loro comportamento in vari periodi. Quando le osservai per la prima volta,l'interazione fra loro era minima: gironzolavano ognuno per conto proprio nel recinto,si strofinavano nell'erba o nuotavano compiendo eleganti capriole. Quando lanciammo loro dei palloncini di gomma,sembrarono riconoscerli come oggetti di gioco: le lontre li spingevano a pelo d'acqua col muso mentre nuotavano. Restava comunque un gioco individuale eccetto quando una delle due manifestava un debole desiderio di impadronirsi del palloncino dell'altra. Un giorno del 1953 attaccai un pezzo di carta all'estremità di uno spago e lo calai nel recinto, facendolo dondolare davanti alle lontre. Avevano da poco ricevuto il loro pasto principale della giornata. Una delle lontre che aveva già finito di mangiare corse immediatamente verso il pezzo di carta: tentò alcuni timidi approcci in parte spaventata. La seconda abbandonò i resti del suo pranzo avvicinandosi anch'essa,in breve cominciarono a contendersi il giocattolo. In pochi secondi la contesa che degenerò in una violenta zuffa che rasentava una vera e propria lotta, ma senza diventare mai realmente tale. Lo stesso pomeriggio poco dopo questo episodio appesi allo spago un pezzo di pesce, per vedere se il comportamento cambiava davanti a un giocattolo o davanti al cibo. Il comportamento fu completamente diverso, non vi fu gran competizione. Quando una lontra ebbe preso il pesce l'altra si limitò a qualche tentativo di mordere lo spago. Non vi fu nessun combattimento. Dal giorno seguente il comportamento delle lontre fu diverso da qualsiasi altro che avessimo visto in precedenza. Furono molto attive,giocando a lungo ad azzuffarsi a volte sul terreno e a volte in acqua. Il gioco continuò per tutta l'estate. Queste zuffe terminarono durante l'autunno e furono rimpiazzate da una specie di inseguimento in cui una lontra correva o nuotava dietro all'altra, in dicembre anche questi inseguimenti si fecero via via sempre più lenti fino a cessare del tutto, e le lontre tornarono nello stato in cui erano prima dell'intervento. Perdendo anche il loro mantello lucente di lontre in buona salute. Il punto teorico cruciale sottolineato nel filmato è l'idea che la presentazione di un giocattolo, che non era cibo, avesse creato il contesto per un'interazione che non fosse combattimento, e che il cambiamento nel comportamento delle lontre potesse essere il risultato di questa esperienza psicoterapeutica. Questa conclusione va presa con qualche riserva per due motivi: è evidente che il cambiamento non è permanente, e che non si può escludere la possibilità di fattori stagionali o ormonali. Non si può escludere completamente la possibilità che questi maschi allo zoo fossero pronti dal punto di vista ormonale per un cambiamento. La nostra impressione fu che le lontre avessero già avuto dei palloncini in precedenza. Il direttore lo confermò suggerendoci lui stesso l'uso dei palloncini e dal modo in cui mi parlò dedussi che le lontre dovevano aver giocato molto spesso con i palloncini, divertendosi in passato molto più di allora.

Schaffner : ho avuto l'impressione che la vita di queste lontre allo zoo dovesse essere monotona. Mi sembra che vivessero come delle lontre depresse. Bateson : lo credo anch'io penso che fosse una depressione patologica. Schaffner : quando lei introdusse il pezzo di carta ci fu finalmente qualcosa da provare. E non solo per gioco: qualcosa per cui impegnarsi. Evidentemente il cibo veniva loro lanciato per cui non richiedeva nessuno sforzo. Bateson : in effetti non riuscimmo a spingere le lontre ad azzuffarsi per il cibo. Schaffner : in quella situazione probabilmente per le lontre c'era qualcosa di interessante, anche se non so se si possa usare una parola simile per gli animali. Non sono sicuro se era gioco nel nostro particolare senso della parola, ma come minimo entrarono in relazione fra loro e si interessarono l'una dell'altra quando erano fisicamente vicine. Birdwhistell : Nelle ricerche di cinesica adoperiamo un proverbio: gli innamorati non si grattano. Una delle cose che ci colpirono fu che non si grattano mai gli innamorati nel parco, e una mamma e il bambino che si divertono. Negli esseri umani c'è un'irritazione della pelle legata alla situazione, per esempio nella comunicazione quando l'interlocutore nega una comunicazione, o se una persona pensa "sto mentendo". Sladen : Era evidente in qualche modo se una era dominante sull'altra? Bateson : si una era dominante. Aveva un po' più di potere e si era impossessata di due pezzi di carne. Ma la competizione fra le due non era mai così palese. La lontra dominante non si impossessa della carne con la forza ma attraverso l'astuzia o la minaccia. Le lontre facevano due pasti al giorno,uno alla mattina e uno il primo pomeriggio. Quando presentai il pezzo di carta avevano finito il loro pasto del pomeriggio,il gioco della carta durò circa 15 minuti,poi presentai loro il pezzi di pesce,di conseguenza è probabile che non erano molto affamate. Hess : mi pare evidente che ci dovesse essere qualcosa di patologico nelle lontre, normalmente avrebbero dovuto giocare,tutte le lontre che ho visto in vita mia giocavano sia in estate che in inverno allo stesso modo. Secondo me sarebbe utile decidere quali possono essere i criteri da usare per determinare se un animale gioca o no. Penso che si tratti di un problema reale per alcuni di noi. Probabilmente è molto più semplice parlare di gioco negli esseri umani che nel gioco degli animali. Frank : in relazione a questo, Bateson, all'inizio del suo esperimento gli animali giocavano ciascuno per conto proprio. Suppongo che parte del comportamento di una lontra potrebbe essere considerato gioco da uno spettatore ingenuo. Ma se lei quando considera i segnali di gioco,include il gioco solitario, in questo caso il gioco non è semplicemente un'attività per la quale non possiamo vedere nessuna finalità cosciente, un'attività fine a se stessa. Mi pare che stiamo supponendo che il morso di una lontra rimanga sempre lo stesso,sia esso giocoso e ostile. Ho la sensazione invece che la lontra segnali qualcos'altro cioè "questo è un morso giocoso". Gli animali durante il gioco mordono così delicatamente da non lasciare alcun segno sulla pelle,quando combattono invece non c'è dubbio che i denti vengono usati come pugnali. Però l'animale non può lasciarsi sorprendere pensando che l'azione sia un gioco e invece in realtà non lo è. Allora ci deve essere un segnale che precede l'azione. Fremont-Smith : un intera serie di segnali accompagnano tutto il gioco dicendo"questo è ancora un gioco", non si tratta semplicemente di un segnale che anticipa un'azione:ogni azione nel gioco è un segnale per l'azione successiva. Redl : ci scontriamo continuamente con questo problema quando cerchiamo di insegnare agli adulti come comportarsi con i bambini aggressivi e molto impulsivi. Alle volte i bambini hanno,verso gli adulti comportamenti ostili che sembrano rivelare cattive intenzioni. Tuttavia se l'adulto risponde in maniera giocosa,simulando ad esempio una paura esagerata( ti prego non uccidermi) il bambino è capace di tornare all'umore giocoso e l'attacco iniziale termina con manifestazioni di amicizia. In breve: a volte una manifestazione di aggressività verso l'adulto può essere sventata grazie alla comunicazione " non voglio avere nulla a che fare con tutto ciò, ma se lo trasformi in uno scambio giocoso,sono disposto ad andare avanti,e così potremmo divertirci tutti e due". Non sono sicuro che quello che a noi sembra essere gioco lo sia necessariamente anche per loro, forse è il modo in cui si comporterebbero in natura. Evans : mi hanno colpito le differenze nel comportamento delle lontre nei confronti del pezzo di carta e del pesce. Ho notato subito che c'è un notevole rispetto verso la lontra che ha il pesce in bocca. La lontra che ne è rimasta priva non compie grandi sforzi per

lontre e può essere un aggiustamento davvero cruciale, perché permette di coordinare l'interazione: prima si mangia poi si gioca. La lontra inattiva non significa che sia semplicemente passiva,sta inibendo una risposta verso il pesce che l'altra lontra ha ricevuto e sta anche inibendo ma risposta sociale del mordere. Bavelas : volevo sottolineare una certa confusione nelle nostre interpretazioni. L'inferenza di prima è stata che l'animale che non mangiava stesse aspettando,in attesa che l'altro mangiasse così da poter più tardi giocare. Mi sembra quasi poesia. Blake : concordo, non ho la sensazione che stia aspettando, stava inibendo qualcosa. Ossia la risposta competitiva del portar via il Pesce alla lontra che c'è l'aveva. È anche una risposta sociale, dato che non morde il compagno per coinvolgerlo in un'attività di gioco. La lontra non è impiegata in nessuna delle due attività che ci si aspetterebbe da lei in circostanze comuni.

Sveglia!vieni a vivere nel mio mondo Bateson : penso che sia un errore anche solo sollevare la questione di che cosa stia facendo una lontra, se cerchiamo di trovare una risposta senza curarci della presenza dell'altra. Possiamo dire che quello che sta facendo la lontra A è essere inattiva, ma questa inattività è pur sempre un messaggio per l'altra lontra e non può non esserlo sopratutto quando di tanto in tanto si avvicina all'altra lontra per poi allontanarsi e restare inattiva, e infine riavvicinarsi. Ci sono due significati evidenti di un comportamento come l'inattività: uno è esclusivo per esempio io potrei ritirarmi da questo gruppo e mettermi a risolvere integrali su un pezzo di carta. In questo caso la mia inattività sarebbe una barriera, qualcosa che metto fra me e questo gruppo. Parliamo di gioco solitario, quando la lontra si allontana da sola e si sfrega contro la recinzione, questo suo sfregarsi è ancora un'affermazione diretta all'altra lontra. Qualunque cosa fa una è un segnale per l'altra. Non si può usare la parola inattività,non c'è niente di simile,a meno che non si dica che è inattivo il rapporto reciproco. Redl : ma perché da per scontato che ciascuna lontra abbia citante bisogno di un rapporto reciproco? Perché mai la lontra col suo pezzo di carne non dovrebbe essere del tutto felice e ignorare l'altra? Bateson : ma la sua preoccupazione per la carne è già un segnale. Sladen : mi piacerebbe sapere se può essere utile considerare il gioco della seconda lontra con la recinzione come un attività di "sostituzione" nell'accezione usata da Tinbergeb. Liddell : sta dicendo che l'attività di sostituzione in certe circostanze potrebbe costituire un gioco organizzato? Sladen : si secondo me si. Spiegel : mi piacerebbe sapere se l'interazione di gioco è cominciata una volta venuta meno la dominanza legata al cibo. Ho l'impressione che in quel momento ci sia stato un attimo di grande incertezza su che cosa sarebbe seguito. Le lontre sembravano più aggressive la prima volta che hanno giocato. Le cose sono cambiate quando si è stabilito che si trattava di un gioco. Bateson : non la penso così. Mi sono reso conto che erano lì lì per combattere solo primissimi secondi dopo la presentazione del pezzo di carta. In effetti c'è stato un gran chiasso che nelle successive interazioni di gioco non si è più manifestato. "Verbalizzavano"attraverso guaiti e altri versi, che in seguito non hanno più utilizzato. Tenete presente che la lontra A sta mangiando sul ponte, la lontra B è inattiva. La lontra A finisce di mangiare ed entra in acqua. B sale sul ponte e controlla se è rimasta un po' di carne. Poi cominciano a giocare insieme. Credo che qui si debba fare molta attenzione alla parola "finalità", che mi pare scivolosa almeno quanto la parola gioco. Per esempio vorrei proporvi due versioni di un identico messaggio fornite da un mio paziente: Versione 1- " le pastiglie per non addormentassi sono ragionevoli. Dicono sempre: sveglia!sveglia!" Versione 2- dallo stesso paziente 2 mesi dopo: "Bateson lei vuole farmi tornare a vivere nel suo mondo. Ci ho vissuto dal 1920 al 1943 e non mi è piaciuto". Ragionevole è un termine negativo. Ragionevole era quello che sua madre voleva che lui fosse. Sostanzialmente io gli stavo dicendo: sveglia, vieni a vivere nel mio mondo. Ammesso che fra me è questo paziente ci sia un problema di ordine gerarchico ci sono ancora una serie di domande sulle finalità. Abbiamo lo stesso messaggio in due forme: una altamente metaforica e l'altra eccessivamente diretta. Possiamo interrogarci su quale sia in generale la finalità di emettere quel messaggio. Stiamo facendo scivolare la parola finalità, usando il termine a livello diversi di tipi logici. Spiegel : il concetto di finalità spesso nasconde l'ignoranza dei fatti.

Bateson : penso anche io che mascheri quest'ignoranza e che la parola gioco faccia più o meno lo stesso. Spiegel : Tinbergen nel nostro ultimo incontro ci ha descritto un attività dei gabbiani in cui essi sembrano elemosinare un po' di cibo,questa attività si presenta in determinate occasioni e provoca un comportamento ben preciso nel compagno con qui il gabbiano interagisce. Se un certo tipo di comportamento provoca una risposta protettiva, possiamo dire il giovane gabbiano lo utilizza con la finalità di essere protetto. Quello che accade è che un tipo di comportamento in via di sviluppo faccia breccia lentamente nel comportamento di un adulto,provocando una risposta precisa. Mi piacerebbe sapere se anche nel gioco non si abbia un segnale di questo genere. Hasler : rispetto al suo studio sulle lontre,Bateson, mi interessano sopratutto i segnali che un animale ricava dalla struttura di un oggetto inanimato. Un pezzo di carta,un pesce,un palloncino, che tipo di segnali ne ricavano gli anomalie in che modo questi segnali vengono trattati? Stavo cercando di farmi venire in mente degli oggetti in natura con cui una lontra possa venire a contatto e che assomigliano a un palloncino. Ad esempio i topi muschiati che nuotano sotto la superficie dei laghi ghiacciati, si fermano quando rimangono senza fiato, espirano l'aria che hanno nei polmoni formando una bolla sotto il ghiaccio, aspettano fino a quando non è uscita tutta l'anidride carbonica poi respirano l'aria e nuotano ancora un pò. La bolla d'aria è qualcosa che assomiglia a un palloncino e che un animale tratta delicatamente. Le lontre sicuramente trattano il palloncino con maggior delicatezza di quanto facciamo con il pezzo di cara e il pesce. Questi oggetti possono aver segnalato alla lontra qualcosa nel momento in cui gli ha collegati a qualche sua passata esperienza.

Un negativo che non identifica ciò che nega

Bateson: Circa un anno fa mi avevano affidato una classe di medici freschi di laurea,appena introdotti nella psichiatria. Erano sopravissuti a 8 anni di curriculum medico in cui avevano dovuto imparare ogni cosa. Parlai loro della cultura balinese e della vita delle famiglie americane,alla fine della prima lezione uno venne da me,chiedendomi se volevo davvero che imparassero quello che avevo spiegato loro. E io risposi: non lo so, sicuramente non avrete mai a che fare con un balinese. Credo che sia una specie di esempio. C’è di mezzo un principio. Penso di aver introdotto il paragone con le lontre, come un esempio dei principi generali con cui avremmo avuto a che fare. Il punto è che stiamo giocando con un esempio,una metafora: c’è un pezzo di carta che è esso stesso una metafora per le lontre, ma io non so se quel pezzo di carta stia al posto del cibo o di qualcos’altro. Mi interessa l’idea che la carta in qualche modo rappresenti una forzatura nella simmetria su cui si reggono le altre componenti della vita di una lontra:pesci o gamberi. La carta non è uno di questi oggetti, e inserisce una forzatura dello stesso genere anche nella simmetria su cui si basa il rapporto fra le due lontre. Come risultato le lontre danno vita a qualcosa che non è combattimento,e non è corteggiamento. Più volte abbiamo cercato di inserire il gioco in una classe di comportamenti con caratteristiche positive. Il punto centrale che sto cercando di sottolineare è che il gioco non è una classe di questo genere: resta da qualche parte,qui fuori, nel limbo. Il gioco è una classe di comportamenti definiti attraverso un negativo,senza identificare, come si fa di solito, che cosa quel negativo neghi. Erikson: è impossibile per me spingermi oltre poche considerazioni generali sulle lontre perché non conosco la storia della loro vita. Non so quanti anni abbiano vissuto con le madri,né la relazione fra la loro depressione e il loro stato di inattività. Non conosco nemmeno la geografia dell’esperimento ,se gli sperimentatori quando facevano dondolare il pezzo di carta ,stavano nella stessa posizione in cui di solito stavano i custodi quando buttavano giù il cibo. Bateson : si, in entrambe le occasioni stavano dove stavano i custodi. Le lontre quando arrivarono allo zoo penso fossero abbastanza giovani, ma non so, quanto tempo restarono nelle mani del commerciante. Baker : è sicuro che per gli animali e gli esseri umani non si debbano individuare momenti diversi in cui un comportamento diventa gioco? Proprio come ci ha riferito Redl a proposito dei bambini ,c’è realmente un momento di incertezza in cui non si sa come andrà a finire. I bambini ricevono un segnale ben preciso dal dottore “è meglio che sia un gioco”. Questo messaggio stabilisce una distinzione fra la conclusione giocosa o aggressiva. Peck : prima lei ha dichiarato che il gioco rientrerebbe nella categoria dei “non”?

includere anche i games fra le sedie e tavoli, oppure tra le persone e le automobili. Ma non potete fare la stessa cosa con il play. Possiamo parlare del gioco nel senso in cui lo intendeva Erikson cioè come una somma di comportamenti che utilizziamo in momenti ben precisi e che possiamo definire piacevoli e reversibili. A tal fine dobbiamo eliminare dal play i games e includere il gioco come play in una categoria di comportamenti osservabili che al momento rimane senza oggetto,salvo che dal punto di vista dei nostri due maggiori modelli telelogici. Erikson : ho l'ingrato compito di introdurre nella discussione la parola "lavoro", quando si chiede a un membro della nostra società che cosa sia il gioco,risponderà per prima cosa che non è lavoro. La differenza fra gioco e lavoro va fatta risalire al collegamento fra la cacciata dell'eden e l'obbligo di lavorare. La definizione di gioco come non lavoro è così radicata da sembrare quasi un pregiudizio inconscio. Perciò quello che in psicoanalisi chiamiamo "Io" è a parer mio quel piccolissimo margine di gioco che rimane nel l'esistenza. Nel mio libro ho cercato di descrivere quest'area marginale. Ho anche cercato di spiegare come l'impulsività è la costrizione minacciano continuamente la possibilità di giocare dell'uomo. L'impulsività rende il gioco qualcosa che da dipendenza, che è subordinato all'ambizione e alla competizione. La costrizione gli da le regole e ne fa un obbligo. Nel caso degli animali "il gioco non è lavoro" nella questione della sopravvivenza dell'individuo. Se un'azione serve per la sopravvivenza, allora è paragonabile a un lavoro, non è gioco. Poiché gli animali non hanno il nostro tipo di coscienza,questa differenza ha poco senso. Tutto quello che possiamo dire è che in alcuni momenti sembra che lavorino, poco dopo che giochino, ora sembrano seguire un rituale, ora essere coinvolti in un gioco regolamentato. È per questo che do tanto valore allo studio di Sladen sui pinguini, perché ho la sensazione che possiamo trarne una panoramica completa in modo da riuscire a definire il margine di gioco di quegli animali. Schaffner : per quanto si seguano le regole nei games rimane pur sempre un elemento di play. Forse non si può definire il play ne guardando solo l'attività che lo costituisce, ne cercando una forma logica per descrivere tutti i tipi di gioco. Forse possiamo risolvere il problema nei termini dello spirito e della Spinta con cui un essere vivente è coinvolto nel gioco. La stessa attività può essere considerata lavoro o gioco a seconda dello spirito con cui una persona l'affronta. Mead : penso che sia importante sottolineare l'osservazione di Erikson, dobbiamo distinguere molto attentamente tra le situazioni che gli uomini controllano e quelle che sfuggono alla nostra comprensione. Forse si può anche dire che, fra gli esseri umani, il gioco sia in senso lato una metafora, ma troppe volte il esso vengono fatti rientrare anche molti comportamenti che si vedono negli animali, che andrebbero invece categorizzati in modo diverso. Non conosco nessuna cultura in cui non ci sia distinzione fra lavoro e gioco. Ad esempio una delle distinzioni più sottili si riscontra nella concezione arapesh dei rapporti sessuali. Gli arapesh considerano i rapporti sessuali come un gioco fino al momento del concepimento, ritenuto un processo lungo che richiede un sacco di lavoro. I rapporti sessuali sono considerati un gioco anche nella nostra società e possono rimanere tali fino a che non diventano un tentativo di portare a termine qualcosa. A quel punto si trasformano in un lavoro duro e terribilmente estenuante. A proposito dei confini delle categorie improprie e della definizione di qualcosa che non è, vorrei proporre come esempio quello che accade tra un bambino e un cucciolo. Qui ci troviamo davvero in una situazione di confine: anche se il bambino non sta più giocando molte volte tiene comunque un mano un orecchio del cucciolo. Il bambino può essere interessato a tutt'altro ma continua a tenere ben stretto l'orecchio del cane. E addirittura a tirarlo. Se fosse un adulto a tirare in quel modo il cane si metterebbe ad abbaiare. In questo caso il bambino non dice al cane "io sto giocando" perché il bambino non sta giocando. C'è qualcosa nella natura di quell'azione, tale per cui la mancanza da parte del bambino del l'intenzione di colpire provoca nel cane una tolleranza pari a quella che dimostrerebbe in un gioco. Frank : mi pare che al termine di questa discussione possiamo, almeno per quanto riguarda gli esseri umani definire gioco solo ciò che è divertente secondo la nostra esperienza soggettiva. Ma nel caso degli animali, definire il gioco diventa molto più difficile. Blauvelt : il bisogno di definire un comportamento è il medesimo al livello degli uomini i degli animali. Penso che per lo zoologo sia più semplice definire il gioco degli animali,

perché n'è da una definizione che si basa su un comportamento concreto e osservabile. Lo zoologo ha in mente un comportamento concreto e sopratutto costante. Gran parte del gioco degli animali è importante per la loro sopravvivenza: questo tipo di gioco è relativamente costante nella sua struttura, per cui in una popolazione animale può essere descritto con sufficiente precisione. Il gioco più costante è senz'altro il gioco in termini di sopravvivenza. Solo così possiamo studiare il gioco negli animali. Ma naturalmente il gioco non è solo l'unico comportamento che serve per sopravvivere. È solo uno dei tanti. È una particolare categoria di comportamento, che pur rientrando in un comportamento di sopravvivenza non si limita a questo. Frank : che cosa caratterizza la categoria gioco negli animali? Fremont-Smith : andrebbe definito a seconda dei diversi animali. Esaminando specie diverse si possono fare due osservazioni, una che il comportamento di gioco in ciascuna specie si può collegare a comportamenti di gioco riconoscibili in altre specie, e due che in ogni specie può essere vista l'analogia col comportamento di gioco dell'uomo e del bambino. Questo ci porta al denominatore comune di tutti i diversi comportamenti,che noi definiamo gioco: una qualche analogia col gioco degli esseri umani.

La domanda “Questo è un gioco?” Evans : non abbiamo detto gran che sul gioco tra gli esseri umani. Considerate il caso di un ragazzo che i compagni si divertono a deridere e tormentare continuamente. Agli occhi del ragazzo è puro sadismo ma per i compagni è fonte di divertimento e di grandi risate, possiamo chiamarlo gioco? Bateson : il tormentare secondo me è un fenomeno correlato al gioco e addirittura si può definire un metagioco. Evans : ho osservato quest'attività di derisione in un gruppo di tartarughe, che ho osservato per tre anni. Il gruppo comprendeva tre maschi e due femmine, un maggio era abbastanza piccolo: era un giovani molto vivace e più attivo degli altri da punto di vista riproduttivo. Era il più accettato dalle femmine. Il secondo maschio era molto grande, il più grande dei tre. Il terzo maschio aveva una taglia intermedia. Chiamiamo quello piccolo C e quello intermedio B. C Dominava B e ribadiva questa dominanza con gesti e attacchi diretti. C si avvicinava anche ad A, il maschio più grande, usando però gesti di derisione. Il maschio C si avvicinava ad A sollevandosi sulle zampe anteriori e alzando la testa. Questo è un gesto di dominanza, o di sfida. La tartaruga grande cercava di colpire C e il movimento per colpire C era così rapido che una foto presa a un centesimo di secondo risultava mossa. A quel punto tutto quello che restava da fare alla tartaruga piccola era ritirare la testa nella corazza, così il muso della tartaruga più grande colpiva inutilmente solo la parte anteriore del carapace. La grande poi si rilassava, ma solo un istante perché la piccola ricominciava a prenderla in giro. L'esemplare piccolo sembrava aver in pugno la situazione e non ricavarne alcun danno. Non poteva sovrastarla fisicamente ma poteva spingerla a una vera e propria furia frustata. Credo che quest'aspetto del gioco sia molto convincente per quel che riguarda gli esseri umani, al gioco non manca mai una componente sadica. Peck : questo esempio sottolinea un lato importante di questo gioco-derisione: ci sono alcuni adolescenti che non hanno mai avuto la possibilità di baruffare e di scherzare in modo anche piuttosto pesante,ma sempre per gioco, con loro padre. Nel corso di un trattamento individuale sarebbe difficile procurare loro questo importantissimo tipo di esperienza. Nella terapia di gruppo invece l'adolescente può fare un'esperienza simile col terapeuta o con qualche figura più anziana. Altre volte invece in una terapia di gruppo si può manifestare un tipo di comportamento analogo, difficile da gestire, che danneggia i componenti del gruppo. Questo accade sopratutto quando dietro a questo gioco si celano ben precisi interessi omosessuali. Evans : vorrei introdurre un termine nuovo nella nostra discussione, vorrei sostituire il termine antropomorfico con biomorfico. Penso che qui ci troviamo di fronte a un comportamento comune a tutti i vertebrati. Non so se possa essere esteso anche agli invertebrati ma credo che fino a quando ci limitiamo a un comportamento istintivo non ci siano reali differenze. Penso che si tratti di una differenza quantitativa collegata al grado di sviluppo celebrale raggiunto nel l'evoluzione. Chi di noi ha lavorato con gli animali riesce a distinguere quella che chiamiamo attività casuale, senza finalità manifesta, dai comportamenti finalizzati a qualche determinato obiettivo, come riprodursi. Nello stesso gruppo di tartarughe di cui vi parlavo, il maschio C fu sorpreso ripetutamente in copula

gioco negli animali rimane probabilmente lo stesso nel tempo, mentre le forme di gioco negli esseri umani cambia e si modifica nel tempo. Il gioco umana è un prodotto socioculturale. Il gioco è spesso legato alla nostra nozione di ricreazione. La ricreazione può essere definita come la costruzione di nuovi elementi o la ri-costruzione dei vecchi. Birdwhistell : del rapporto tra play e games mi interessa l'aspetto linguistico: studiando i games diffusi fra i ragazzi di 10/11 anni, ho scoperto che a quell'età nei maschi c'è un importante maturazione. Dal quel momento in poi non si limitano più a giocare semplicemente essi ora giocano a qualcosa. Non conosco la differenza tra giocare un gioco, o giocare il gioco e giocare un ruolo specifico: questo è l'aspetto linguistico del gioco.

Bateson : mi è venuta in mente diverse volte l'analisi dei vari tipi di arte proposta da Collingwood: esiste l'arte utile, cioè finalizzata, l'arte come intrattenimento, l'arte come propaganda e poi quella che Collingwood chiama arte nel vero senso della parola. Per la nostra discussione la dicotomia più interessante è quella fra l'arte come intrattenimento e l'arte in senso proprio: in entrambi i casi le soddisfazioni maggiori si ricavano alla fine della rappresentazione. Nel caso dell'intrattenimento, ad esempio nel cinema, la catarsi si da dall'interno della cornice del film, al termine del quale siamo rilassati ma uguali a prima. L'arte in senso proprio si differenzia perché è caratterizzata dalla scoperta di qualcosa di nuovo in noi stessi come esseri umani: e questa scoperta può derivare dalla creazione dell'opera d'arte o dal divertimento che se ne ricava. Distinzioni analoghe attraversano quanto abbiamo detto del gioco: anch'esso può essere intrattenimento, educazione, o un processo di auto scoperta. L'atto di confondere i tipi logici è un auto esperimento attraverso il quale il giocatore scopre nuove possibilità di pensile e di codificazione dei messaggi. Altrimenti proseguendo solo all'interno di un solo metodo di codificazione non si sperimenta mai alcun cambiamento. Questi problemi astratti del gioco mi interessano perché vorrei scoprire i processi attraverso i quali gli esseri viventi si tirano da solo fuori dai pasticci. E lo fanno per conto mio liberandosi dalle regole della comunicazione, le strutture a buccia di cipolla all'interno delle quali stanno operando. Erikson : penso che qualcosa di simile accada anche nei sogni. Mi piacerebbe sapere qualcosa in più su quella zona di confine in cui il gioco cessa di essere tale. Che cosa succede a un animale quando un gioco si guasta? Che cosa accade a un essere vivente quando perde la capacità di giocare? Blauvelt : la perdita della capacità di giocare precedeva eventi drammatici. Fremonth-Smith : non è forse vero che un bambino privato del contatto materno smette di giocare e rischia di morire se questa condizione si protrae troppo a lungo? Richmond: direi non di no o almeno non del tutto, visti i movimenti che il bambino comunque continua a compiere dondolando. Per lui in questo momento particolare quel gioco potrebbe essere un comportamento finalizzato, facendo questo gioco può sopravvivere più a lungo. Blauvelt : Richmond ha sollevato un punto importante, il piccolo animale deve essere in grado di giocare con altri animali. Altrimenti muore, a meno che qualcuno non si prenda cura di lui. Peck : esistono giochi molto elaborati che persistono molto dopo il periodo in cui si manifestano solitamente. In questi casi l'animale o l'essere umano non sono in buona salute. Per esempio alcuni dei bambini schizofrenici continuano a giocare a girare in tondo anche a 10-12 anni. Non sono bambini sofferenti, non hanno mal di stomaco, ma pensiamo che questo gioco abbia a che fare col tentativi di definire i confini del sé. In un normale bambino di 3 anni lo si chiamerebbe gioco. In uno di 10 lo si chiama sintomo. Bavelas : vorrei fare due osservazioni, in relazione a quanto ha detto Bateson sull'arte. Alcuni gruppi di ricerca stanno cercando di avviare un programma per scoprire come creare le condizioni alle quali i ricercatori possono avere idee originali, cioè essere creativi. Il loro metodo è interessante,affittano un appartamento e ci trasportano una dozzina di loro scienziati, che sono tenuti ad abitarvi. Per qualche tempo. Queste riunioni assomigliano a quello che chiameremmo un gioco, proprio nei termini in cui prima Bateson c'è lo ha descritto: un completo rimescolamento delle carte e una grande libertà dalle regole. Tutti ciò dimostra quante affinità ci siamo tra il gioco e un rimescolamento creativo che tragga nuove idee da un materiale che nuovo non è. Vorrei aggiungere qualcosa sui modi in cui un gioco si guasta. Anni fa fu inventato un gioco da un economista, Martin Shubick, chiamato "libera impresa". Una dozzina di giocatori siedono

intorno a un tavolo e a ciascuno vengono date dieci Fiches, ognuno ha gettoni di colore diverso. Uno viene scelto a caso per cominciare. Di li in avanti sarà il giocatore che ha giocato per ultimo a scegliere a chi toccherà la prossima mossa. Il gioco consiste nel mettere un gettone sul tavolo. Il primo giocatore pone il suo gettone sul tavolo e poi indica chi farà la prossima mossa. Questi può scegliere: può mettere il gettone sopra quello di chi lo ha preceduto o può metterlo da qualche altra parte sul tavolo. Il terzo giocatore può scegliere a sua volta se aggiungere il proprio gettone sopra una pila già iniziata o in un altro posto. I gettoni si vincono solo quando il giocatore riesce a mettere su una pila due suoi gettoni uno sopra l'altro. Questo significa che per vincere,qualcuno deve mettere il suo gettone su una pila, chiamare un altro giocatore e dire "ora sto per chiederti di giocare,a patto che tu giochi da qualche altra parte e che poi a tua volta tu indichi nuovamente me, cosicché io possa mettere un altro mio gettone sopra questa pila". In altre parole si deve formare una coalizione perché qualcuno vinca qualcosa. Me è accidente che per vincere prima i poi bisogna fare il doppiogioco. La struttura del gioco è tale che si può vincere solo facendo delle promesse e poi non mantenendole. In pratica succede che ogni volta qualcuno viene escluso ed eliminato dal gioco da una coalizione di tutti gli altri giocatori. Risalendo mossa dopo mossa si scopre che un giocatore dovrebbe cominciare a fare il doppio gioco fin dalla primissima mossa della partita. La logica della situazione è tale che in pochissimi momenti ognuno diventa consapevole di quanto sta per succedere. I giocatori cominciano a tirar fuori varie scuse, sostenendo che quello non è senz'altro il modo giusto di giocare. In breve tempo il gioco esplode letteralmente. Non si può giocare come un normale gioco regolamentato. Secondo me si tratta in cui un gioco finisce per avere alcune caratteristiche che lo rendono ingiocabile. Wheeler : sicuramente si possono trovare moltissimi “non” che modificano questa mia definizione. A me pare che nel complesso il gioco sia l'esercizio di una funzione, che viene ripetuto per il semplice piacere che l'esercizio procura. Il piacere derivante dal gioco può essere espresso come il risultato della liberazione delle energie in eccesso immagazzinate da un organismo in salute. Ogni impulso che si risolve nell'attività di gioco deve provenire dal bisogno di spendere quest'energia, il che esclude i comportamenti psicopatici e altre cose simili. Un gioco cessa di essere tale quando l'esercizio é dettato da una necessità di sopravvivere, prima fra tutte sfamarsi. Un giovane essere vivente svolge attività acquisite da poco,che possono sembrare preparativi per la vita adulta: per esempio un ragazzo eschimese può passare tutta la giornata a schioccare una piccola frusta giocattolo che il padre ha costruito per lui, per il padre costruirgliela è stato un gioco. Per il ragazzo è un gioco usarla, quando sarà cresciuto quella frusta che ore è lunga solo un metro,avrà un raggio di oltre 10 metri e ci vorrà molta abilità per usarla, inoltre la frusta può essere pericolosa e se non la si sa usare ci si può anche rovinare un occhio. Sembra che il ragazzo si stia preparando alla sua vita futura, non c’è in lui una finalità immediata.

Si può prescrivere un gioco? Bateson : è possibile per un medico prescrivere un gioco?un gioco prescritto non è più un gioco. Una volta che il messaggio della prescrizione è realmente entrato nell'animo del paziente, ciò che è prescritto può ancora essere concepito come gioco? Wheeler : penso che non sia più gioco. Erikson : esiste una teoria di Gross, secondo cui gli animali che giocano di più sono quelli la cui infanzia viene protetta più a lungo, in altre parole quelli che vengono nutriti dai loro genitori e inseguono la preda solo per gioco. Poi c'è la teoria del surplus di energia, secondo cui il gioco deriva da un eccesso di vitalità che non viene utilizzata per un lavoro necessario alla sopravvivenza, ossia la teoria del paciere funzionale. Si è detto che il gioco dei bambini è una preparazione per le attività dell'adulto. Non penso che esista un gioco in cui non ci sia una spinta da parte di impulsi interni e in cui contemporaneamente una struttura culturale non determini i contenuti particolari e le forme. Mead: probabilmente il piccolo eschimese con la sua frusta, è una dei migliori esempi per sottolineare che quello che conta non è tanto il contenuto del gioco. Esistono società in cui le attività con cui i giovani si preparano per la vita adulta sono etichettate come lavoro. Voglio dire che quello che conta è la cultura in cui quell'attività viene svolta: una persona impara a mettere i finimenti ai cavalli e a schioccare la frusta, ma ogni passo in quella direzione può essere considerato lavoro o gioco, a seconda del contesto e del modo in cui viene compiuto. Birdwhistell : non potremmo cambiare i termini, tutte le volte che diciamo gioco, diciamo