






Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Riassunto del libro "Guida all'uso delle parole" di Tullio De Mauro. Comprensivo di schemi sintetici per comprendere meglio gli argomenti d'esame.
Tipologia: Sintesi del corso
1 / 12
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!







1. Parlare non è necessario Per centinaia di migliaia di anni, esseri viventi come gli umani (posizione eretta, mangiavano cibi come noi, usavano strumenti per costruire materiali, ecc…) hanno vissuto sulla terra senza parola. Poi, nacque la parola, e dopo decine di migliaia di anni, dal bisogno di fissare, far durare quelle parole, nacquero le prime scritture. Scritture ideografiche, che non indicano il suono di ciascuna parola, ma l’idea e il suo significato. Es. i geroglifici egizi Secoli dopo, nacquero le lettere (il primo alfabeto), ciascuna capace di individuare un suono e di essere distinto dagli altri suoni della lingua. Le parole di una lingua sono migliaia, ogni parola avrebbe, in teoria, un suo ideogramma, il suo disegnetto che mostra di cosa si tratta, qualcosa quindi di incredibilmente complicato e difficile, infatti nel passato la scrittura era arte riservata solo a pochi. Con l’invenzione della scrittura alfabetica avvenne la rivoluzione: pochi SEGNI, ossia lettere di un alfabeto ( es. italiano composto da 21 ) che servono a creare un’infinità di parole. Il corpo delle parole, anche se esse sono migliaia, è composto da suoni grazie ai quali distinguiamo una parola dall’altra (SIGNIFICANTE). Segno: la lettera Significante: suono della lettera e di conseguenza della parola composta dai vari significanti delle lettere che la compongono La diversità è garantita dalla diversa natura dei suoni e dal loro diverso ordine = si creano cosi i diversi suoni corrispondenti a diverse parole. Es. RIVE - VERI —> parole composte dagli stessi suoni (significanti), ma disposti in ordine diverso = diversità dei significanti delle due parole L’analfabetismo fu condizione diffusa fino al 1848, quando Marx ed Engels scrissero e lanciarono il manifesto del partito comunista. L’affermarsi del movimento socialista e comunista portò alla diffusione dello scrivere e del leggere in classi sociali con elevato tasso di analfabetismo. Erano gli aristocratici, le classi dominanti, a tener lontano le classi operaie dalla scrittura, ma a partire da questo momento, l’alfabetismo iniziò a diffondersi, anche se ancora oggi gran parte delle popolazioni del terzo mondo non sanno leggere e scrivere. Coloro che non sanno né leggere né scrivere comunque sopravvivono lo stesso, anzi, molto spesso sono i più sfruttati nel campo del lavoro, quindi contribuiscono anche più degli altri alla vita economica delle società dei paesi capitalistici. Quindi: scrivere non è necessario. In realtà neanche parlare è necessario, come ci hanno insegnato gli esseri viventi che sono stati su questa terra prima di noi. Eppure….se non ci fosse stata la scrittura, le parole di scrittori, poeti, studiosi, non sarebbero mai giunte a noi, e questi non avrebbero neanche potuto formulare i loro pensieri se non avessero avuto a disposizione le parole. 2. Le parole non sono tutto Si può vivere senza scrivere, ma più difficile sarebbe vivere senza parlare, anche se non impossibile. Nella fase dell’infanzia ( dal latino in+fari = non parlare—>età del non parlare ) i bambini fino ai 10 mesi non parlano, eppure sono già esseri umani, apprendono cose fondamentali come stare dritti, camminare, usare le mani per avvicinare e allontanare, ecc.. Una cosa è abbastanza specifica degli esseri umani: il sorriso. Col sorriso gli esseri umani entrano a pieno titolo nella comunità, superano una soglia decisiva, e ciò avviene molto prima che si possieda la parola. Alcuni hanno affermato che fuori dalla parola, gli esseri umani avrebbero solo l’istinto, ma ciò non è vero: i neonati ragionano, sorridono, camminano, costruiscono, giocano… Anche in età adulta parti importanti delle azioni razionali individuali possono svilupparsi senza diretto intervento delle parole: chi fa a mente un’addizione, chi cucina, il meccanico che avverte qualcosa che non va dal rumore del motore… Si potrebbe dire che queste azioni si possono svolgere
solo perché sono state apprese attraverso l’uso delle parole, ma ciò è vero solo in parte: per vivere da esseri umani si può fare a meno di parole, ma non della comunicazione. Le parole, le lingue che parliamo, sono una parte per noi importantissima di un insieme più vario: l’insieme della comunicazione. Per capire perché è importante saper parlare e scrivere, dobbiamo comprendere perché è necessario comunicare.
3. Le parole e gli altri segni I bimbi appena nati, anche prima di ragionare, comunicano. I loro mezzi di comunicazione non sono le parole, essi distinguono e apprezzano i toni della voce e altri segni che gli vengono inviati, per rispondere con sorrisi o altri gesti. Crescendo, la capacità di usare come strumenti di comunicazione il loro stesso corpo, non si perde, infatti esiste una grande varietà di sistemi di comunicazione. Sistemi di comunicazione: codici semiologici Semiotica: lo studio della comunicazione I codici semiologici ci aiutano, grazie alla loro varietà, a capire meglio quali sono le caratteristiche di quella particolare famiglia di codici che sono le lingue usate dagli esseri umani. Le lingue fatte di parole (come l’italiano), sono dette lingue storico-naturali per il legame profondo con la natura biologica degli esseri umani e con la storia delle società umane. In quanto fatte di parole, sono anche dette lingue verbali. (Verbale inteso come “verbum”—> dal latino, parola) Lingua verbale: lingua fatta di parole Linguaggio verbale: la capacità propria degli esseri umani di usare parole e lingue storico-naturali Le lingue storico-naturali sono soltanto un gruppo, una famiglia, nel grande insieme dei codici semiologici. Tipi di classificazione dei codici semiologici La zoosemiotica (studio della comunicazione fra animali) raggruppa e classifica i codici semiologici a seconda del materiale di cui sono fatti i significanti, cioè le parti esterne delle parole ( o di qualunque altro tipo di segni), una pratica che, però, applicata agli esseri umani, ci obbliga a considerare una stessa parola o frase come appartenente a codici semiologici diversi (es. la dico ad alta voce = segnali acustici, quindi codice acustico; la scrivo con la penna= segnale chimico, quindi codice chimico- visivo; la traduco nell’alfabeto dei sordomuti = la dico mediante i gesti, quindi codice gestuale- visivo). Eppure, per quanto cambino i materiali di cui è fatto il significante di una parola, essa sarà sempre una parola appartenente allo stesso codice semiologico —> la lingua italiana. Sia che io scriva o dica ad alta voce la parola ‘casa’, essa appartiene sempre allo stesso codice semiologico: le lingue storico-naturali. Classificazione dei segni di Pierce Essa si basa sul collegamento tra il significante e ciò che il segno indica. Distinzione dei segni in tre categorie:
Il segno ha quindi due facce: il significante ( faccia riconoscibile e percepita dal ricevente) e il significato (l’insieme di ciò che si può fare e che si può comunicare col segno). Il rosso del semaforo è un significante, il suo significato è: non passare. Significante: luce rossa, ma noi, quando guardiamo il semaforo, riceviamo espressioni del significante , quindi una determinata tonalità di rosso, ogni persona ne riceve una diversa. Stessa cosa accade col significato: non riceviamo un significato, ma la sua realizzazione, il suo senso. Non inciampiamo nel segno, ma nella sua realizzazione, nell’enunziato del segno. Per capire come è fatto un segno dobbiamo capire come si colloca il segno in rapporto a quattro dimensioni: 1.Semantica 2.Sintattica 3.Espressiva 4.Pragmatica
5. I linguaggi della certezza Codici elementari, della certezza Esempi di linguaggi semplicissimi, che ammettono solo due segni —> un segno a significante ben evidente e un segno a significante zero:
non è in sede
libero La luce accesa e la bandiera sventolante sono segni a significante evidente , la luce spenta e la bandiera assente sono segni a significante zero. Si tratta di codici economici e di uso molto sicuro, con essi non ci sono dubbi, non ci sono più significanti che possano trasmettere lo stesso senso. In questi codici, ciascun segno (luce accesa o luce spenta) si oppone all’altro come un tutto a un tutto —> acceso/spento. Sono segni non articolati, essi sono: codici semiologici a segni non articolati, di numero limitato, senza sinonimia. La forza di questi codici elementari sono le poche distinzioni nette —> fiocco azzurro = bambino maschio, fiocco rosa = bambina femmina. Stop, non ci sono altre articolazioni di questi segni. Esempio di codice a 12 segni: lo zodiaco. 12 segni —> ognuno di noi è un senso , che rientra in uno dei dodici significati , distinti dai e con i dodici segni.
6. I linguaggi del risparmio Codici ordinati, in serie
I dodici segni dello zodiaco sono una fila ordinata di segni, una “serie” di segni, in quanto se diciamo che una persona è del segno dell’ariete, sappiamo che è nata in un periodo dell’anno successivo a chi è dell’acquario, e precedente a chi è del leone o della vergine. La serie aiuta a distinguere e nominare cose perché vengono prima o dopo, sono di più o di meno. I codici semiologici nei quali i segni formano una serie (sono in fila), ci permettono di classificare i sensi, di confrontarli e ordinarli secondo un prima e un dopo, un meno e un più. (es. i giorni della settimana, i mesi dell’anno —> il significante mercoledì serve non solo ad evitare confusione con gli altri giorni, ma ci fa anche capire che si trova prima di giovedì e dopo martedì (diversi significati); è il terzo elemento della serie a cui appartiene). Codici del raggruppamento, o della combinazione Finché un codice semiologico è composto da pochi segni ( es. 12 dello zodiaco, 7 della settimana, 12 dell’anno ) è tutto semplice, se invece i segni aumentano, la cosa si fa complicata, ecco perché entra in gioco questa famiglia di codici semiologici. Per imparare a contare fino a 99, non è necessario imparare novantanove nomi diversi, ci bastano i nomi delle prime nove unità: per costruire i nomi della serie numerica oltre il 10, ci serviamo di nomi che sono costruiti raggruppando in vario ordine pochi nomi, che sono sempre gli stessi —> i nomi delle unità, delle decine, del cento e del mille. Ciò non sarebbe possibile con un codice della certezza, come quello dello zodiaco, un codice in cui ogni segno è del tutto diverso dagli altri, dove quindi dovremmo imparare 100 segni diversi, per arrivare a quota 100.
7. Il gioco delle parti Famiglie di codici semiologici 8. I linguaggi dell’infinito Il numero dei numeri non ha fine, è infinito —> dato un qualunque numero, possiamo sempre aggiungere un’unità e passare al numero immediatamente successivo, all’infinito. Cosa c’entrano i numeri con le parole e la comunicazione? I numeri sono nomi di numero, sono parole. Il codice dei numeri fa parte della famiglia “altri linguaggi del risparmio”, ma ha anche una proprietà in più: i suoi segni sono potenzialmente infiniti. Un codice articolato che ammette un numero di segni potenzialmente infinito è tale se ammette due regole:
a cifre note a tutti, il numero di cifre è delimitato (da 0 a 9) , tutti le conoscono e le usano allo stesso modo. In una lingua non è così: ognuno ha un proprio vocabolario, ciascuno ha le sue unità di base, come anche le sue ignoranze riguardo a ciò che invece conosce qualcun altro —> es. il chimico conosce vocaboli che il meccanico ignora, viceversa il chimico ignora vocaboli che il meccanico conosce.
11. Il linguaggio creativo Nei calcoli, l’assioma da rispettare è quello della non creatività : i simboli sono i noti a tutti, non devono esserci simboli estranei ( & è un simbolo estraneo, ad esempio ), le regole fondamentali e le unità di base non cambiano, sono sempre le stesse —> solo a questa condizione un calcolo è un calcolo. Una lingua, le sue frasi, le sue parole, non rispecchiano l’assioma di non creatività, ogni giorno possono nascere parole nuove, sparire parole usate fino ad allora, riapparire parole dimenticate. La massa di parole varia anche da una regione all’altra. _Una lingua è come un’aritmetica in cui ognuno usa alcuni simboli ignoti ad altri; in cui le cifre arabe di base (da 0 a
Capacità di ripetere ( imitazione ), di creare trasformando ( invenzione ), di creare combinando ( calcolo ): con la cooperazione di questi tre fattori, gli esseri umani usano le parole e dominano la propria ed altre lingue.
14. La flessibilità delle parole Capacità di ripetere le parole nei sensi già noti, capacità di combinare le parole in enunziati anche nuovi, ma previsti dalle regole di grammatica già apprese, capacità di estendere una parola o una frase già nota fino ad esprimere nuovi sensi : ciò fa parte del nostro patrimonio genetico, ma rispetto alle altre capacità del nostro patrimonio genetico, come camminare, che maturano col crescere e lo svilupparsi del corpo, queste tre capacità che ci danno la possibilità di parlare, non si sviluppano semplicemente col crescere, in qualunque circostanza ci si trovi, esse hanno bisogno dell’ambiente giusto. Il linguaggio si sviluppa entro soglie di età e di maturazione fissate abbastanza rigidamente dalla natura (primi mesi di vita e otto anni circa), MA solo se si è inseriti nell’ambiente con affetto e con possibilità di avere rapporti con altri esseri umani, altrimenti la pianta del linguaggio non attecchisce e non si sviluppa. Una capacità che si sviluppa quindi all’incrocio di natura e società: ha base nel patrimonio genetico ma matura solo se è stimolata ed esercitata nella vita familiare e sociale. Con l’aiuto delle tre capacità, si conquista la propria lingua, fin da piccoli. La cooperazione tra queste tre capacità è importante, soprattutto nello sviluppo della funzione riflessiva o metalinguistica: parlare delle parole, riflettere sulle parole, utilizzare frasi in cui le parole sono impiegate con funzione riflessiva —> frasi che non parlano di fatti, ma di parole e frasi, quindi di se stesse, della lingua, come uno specchio, parole che riflettono su parole. Es. ‘Che vuol dire dinosauro?’ ‘Si può dire cosi?’ Allo sviluppo di questa funzione metalinguistica, sono necessarie tutte le tre capacità: abbiamo sentito qualcuno che parlava dei dinosauri, estraiamo dalle sue frasi questa parola, la ripetiamo e la combiniamo con le parole necessarie a chiedere o dare una spiegazione ( Che vuol dire dinosauro? ). Anche la capacità di inventare gioca nella funzione metalinguistica. Le lingue appartengono a una famiglia di codici i cui segni sono deformabili, possiamo alterarne il significante per coniare parole nuove, possiamo dilatarne il significato ed estenderlo fino ad abbracciare sensi mai detti prima. Con le parole e le frasi di una lingua possiamo parlare di tutto, perfino delle parole e delle frasi stesse. Usare una parola per nominare la parola stessa (funzione metalinguistica) è un risultato di questa flessibilità caratteristica del modo in cui gli esseri umani usano le parole. 15. Kant, la contadina e le parole Le lingue storico-naturali appartengono ad una sesta famiglia di codici semiologici. Le frasi sono come i segni di un calcolo: possono essere articolate (formate da monemi, quindi parti che hanno ognuna un suo significante). Diversamente dai codici come lo zodiaco o le dieci cifre arabe, le frasi di una lingua possono disporsi come i numeri: in una gran quantità di ordini, a seconda del criterio che scegliamo (ordine alfabetico, nomi, verbi…). Diversamente dai segni di una classificatoria: le frasi, come le operazioni matematiche, sono di numero infinito. Diversamente dalle infinite cifre arabe, parole e frasi ammettono la sinonimia come avviene nei calcoli. Lingue storico-naturali Codici semiologici a segni articolati, di numero illimitato, ordinabili in modo infinito, con sinonimia non calcolabile e, di conseguenza, con segni i cui significati possono riferirsi a sensi appartenenti a piani diversi d’esperienza, ivi compreso il piano costituito dalla lingua stessa, dalle sue parti al suo funzionamento e storia.
Es. Una parola politopica , che circola in molti ambienti, diffusa ormai in tutte le lingue del mondo come “Sport” si avvicina ad essere una parola pantopica (diffusa ovunque). Formale, informale, scritto, detto, pensato, in dialetto o in lingua standard, le parole vivono attraverso infinite possibilità di usi diversi. Quando parliamo sta alla nostra discrezione scegliere più o meno parole idiolettali (note in ambiente ristretto, dialetti) o pantolettali (dette da tutti). Vi è poi un secondo tipo di ordinamento delle nostre parole e frasi: formale e informale. Le parole, per effetto della creatività, hanno una gran quantità di sensi diversi, e per effetto della gran complessità della vita sociale, economica, produttiva, moltissime parole hanno sensi che si raggruppano in famiglie di sensi (accezioni) —> la parola sale , ha un’accezione comune, familiare, che può essere utilizzata in contesti diversi. Quanto più una frase vale per la sua pura e semplice forma, indipendentemente dal contesto in cui la riceviamo, tanto più essa è formale. Meno è indipendente dalla situazione, più funziona solo se ci guardiamo bene in faccia tra persone che si conoscono bene = è informale. Parole e frasi possono quindi essere più o meno idiolettali o pantolettali, e andare da formalità a informalità.
17. Il linguaggio ‘interiore’ ed ‘esteriore’ e gli stili collettivi Oltre alla maggiore o minore estensione dell’uso delle parole che adoperiamo, alla maggiore o minore formalità, c’è un’altra serie di scelte che dipende dal canale che adottiamo e dai riceventi che abbiamo davanti o che immaginiamo. Spesso parliamo in assenza di interlocutori, per riflettere, rimuginare, esplorare, le parole ci servono per ricordare le caratteristiche di ciò a cui stiamo pensando. Soprattutto il linguaggio verbale ammette un uso ‘interiore’ o ‘endofasico’: un’interiorizzazione della pratica infantile del linguaggio ‘egocentrico’ dei bimbi, che spesso, mentre giocano, raccontano a se stessi e parlano con se stessi di quello che stanno facendo. (Linguaggio ‘esteriore’ anche detto ‘esofasico’.) Nel linguaggio interiore non ci sono limiti, siamo liberi con noi stessi. Se decidiamo di usare le parole, possiamo quindi scegliere il tipo di linguaggio, con il linguaggio esofasico si aprono un’infinità di scelte, amplificate dai mezzi di comunicazione, poiché si può parlare anche con chi non abbiamo davanti. Ovviamente bisogna sempre aver presente dove si trova l’interlocutore, con chi ho davanti posso anche fare affermazioni come “Guarda un pò!” indicando i danni provocati da una grandinata, cosa che non avrebbe senso per un interlocutore che si trova lontano, o un lettore che legge la mia lettera: qui dovrò utilizzare altre parole come “La grandine ha danneggiato la vigna” e tutto sarà chiaro anche a chi non si trova davanti a me. La libertà di scelta è immensa e molto varia, ogni volta che usiamo le parole, siamo costretti a fare delle scelte, siamo costretti ad essere liberi. Stile: il modo in cui, dato un senso da esprimere a parole, organizziamo le parole in frasi e le frasi in discorso. Scegliere = utilizzazione coerente dei mezzi verbali che abbiamo nella situazione in cui ci troviamo. Spesso una scelta fatta tende a portare con sé le scelte negli altri ordini possibili, nascono cosi gli ‘stili collettivi’. Stile parlato : l’insieme di scelte che si accompagnano al parlare —> parlando, improvvisiamo, tendiamo ad utilizzare il vocabolario che ci è più consueto, quello del nostro ambiente, quelle parole che sentiamo e diciamo più frequentemente, le parole più disponibili. Uno stile tendenzialmente informale, ricco di vocaboli di forte quotidianità e alta frequenza. Stile scritto : vocaboli o costruzioni più rare, più specifiche per l’argomento che trattiamo. Scrivendo, possiamo adottare uno stile che imiti lo stile parlato se inseriamo nel testo elementi informali e quotidiani. 18. Le condizioni esterne del discorso Quando dobbiamo costruire un discorso, ci troviamo davanti nello stesso momento: le cose da dire, le persone a cui rivolgerci, i motivi per cui vogliamo parlare o scrivere, i mezzi espressivi di cui disponiamo, le condizioni dell’ambiente in cui ci prepariamo ad esprimerci, il tempo e lo spazio disponibili —> un intreccio dal quale occorre estrarre il discorso più adeguato a ciò che serve.
Le condizioni esterne sono quelle condizioni del nostro dire o scrivere che non siamo noi o noi da soli a scegliere e determinare, ma che ci vengono imposte dalle circostanze. Es. il tempo che abbiamo a disposizione per preparare ciò che intendiamo dire parlando o scrivendo, in cui la regola è la spontaneità, ma con un limite: la pazienza dell’ascoltatore; il tempo che viene riservato ai discorsi parlati o lo spazio per gli scritti; la grafia, una condizione grafica —> parole scritte male si leggono malvolentieri.
19. Nella fabbrica dei discorsi Fattori interni del discorso: