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Sintesi del manuale di semiotica di Tullio De Mauro Guida all'uso delle parole. - Comunicazione, che cosa è un segno e come è fatto, I linguaggi della certezza e del risparmio, dell’infinito, I linguaggi per risolvere problemi, creatività, gli ordini delle parole, Il linguaggio ‘interiore’ ed ‘esteriore’ e gli stili collettivi, le condizioni esterne del discorso, la scelta delle parole per farsi capire.
Tipologia: Sintesi del corso
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Quando comparve l'uomo non esisteva la parola ne tantomeno la scrittura. Per un milione di anni l'uomo si è evoluto senza parlare. Poi è nata la parola e quindi la scrittura. Prima ideogrammi, idea dell'oggetto e disegno. L'alfabeto è arrivato mille anni prima di Cristo.
La scoperta della scrittura alfabetica ha permesso di riprodurre per iscritto, non più un segno per ogni parola, ma un segno per ogni tipo di suono: dunque pochi segni, variamente raggruppati, per riprodurre gli innumerevoli diversi significanti di ciascuna parola.
Oggi nel mondo la popolazione mondiale ha ancora una buona fetta di analfabetizzazione, Ma come un milione di anni fa di continua a sopravvivere, anzi produce meglio di chi è alfabetizzato.
Parlare non è necessario ma senza parole non si possono scrivere e leggere, formulare pensieri.
Alcuni hanno affermato che fuori della parola per gli esseri umani non c’è altro che l’istinto, un mondo oscuro di impulsi senza luce di ragione. Abbiamo appena visto che ciò non è vero. Dal sorriso ai primi giochi, ai primi passi, bambine e bambini ragionano, e bene. Individuano, distinguono, associano, separano, coordinano, costruiscono, giocano, imparano a correggersi. Anche in età adulta, parti importanti dell’attività individuale si svolgono senza un intervento diretto, immediato delle parole.
Un agire razionale, accompagnato da sottili valutazioni di ciò che stiamo facendo, può svilupparsi e si sviluppa senza diretto intervento delle parole. Alcuni non sono però d’accordo. Essi dicono: a tali attività gli esseri umani non sarebbero mai arrivati se non avessero acquisito, a un certo punto dell’evoluzione della specie, la capacità di parlare.
Certamente senza l’aiuto delle parole le civiltà degli esseri umani sarebbero molto più povere e semplici, tutta la nostra vita sarebbe assai più difficile. Individui e gruppi che usano poco o male le parole, individui o gruppi costretti a ciò, si trovano in difficoltà rispetto agli altri, si trovano in condizione di inferiori o, come si dice, di subalterni. Si deve poi pensare alle gravi difficoltà in cui si trovano i muti, i sordi, i sordomuti
Ma è indubbio che tra le attività umane la più importante è quella della comunicazione e fondamentale è il saper comunicare bene con le parole.
Schema del segno
/significante/ [realizzazione]
“significato” ““senso”“
esempio , diciamo che /vigile/ è il significante di una parola italiana che viene espressa come [viggile] da romani, napoletani ecc., come [vigile] dai settentrionali. Un altro significante di parola italiana è, per esempio, /la casa/: al Nord ha come espressione [la caza] (con la esse cosiddetta dolce o sonora), in Toscana [la hasa] (con la esse cosiddetta aspra o sorda e con la c aspirata), al Sud l’espressione è in genere [la casa] (con la esse sorda...
al semaforo. Al significante /rosso/ corrisponde un significato che in parole potremmo tradurre, nel modo più semplice, cosi: “non passare”.
Conosciamo tutti la parola pane. Ci è a tutti chiaro il suo significato. Ma essa è detta con senso assai diverso da chi fa il fornaio e impasta il pane ogni giorno e lo vende e ci guadagna, da chi fa solo il garzone, e il pane è per lui qualcosa da trasportare su e giù, da chi lo mangia tranquillamente, da chi non ha nemmeno i soldi per comprarlo, dal diabetico che vorrebbe mangiarlo, ma non può.
Nella realtà concreta , non emettiamo né riceviamo mai significanti, ma sempre espressioni di significanti. E non diciamo o riceviamo mai significati, ma sempre e solo sensi. Insomma, non inciampiamo mai nei segni, ma nelle loro realizzazioni. La realizzazione di un segno viene detta ‘ enunziato (del segno)’.
C’è un gran quantità di codici semiologici diversi. Alcuni sono abbastanza semplici, come il codice del semaforo stradale, altri sono straordinariamente complicati, hanno innumerevoli segni che si formano con regole numerose e complesse. Nel caso del semaforo ci è stato abbastanza facile spiegare in parole il
significato di ciascun segno. In matematica al significante / / corrisponde un significato che può anche
dirsi in parole, ma richiede una lunga spiegazione. In tutti i codici semiologici però, tutti i possibili segni si realizzano attraverso concreti enunziati. In tutti, tutti i segni hanno due facce: il significante e il significato. E ogni significante si realizza, negli enunziati, attraverso innumeri espressioni concrete, anche parecchio diverse tra loro.
Quindi, quando vogliamo capire come è fatto un particolare tipo di segni, dobbiamo stare attenti a come il segno si colloca in rapporto a quattro dimensioni :
la dimensione ‘ semantica’ (da un aggettivo greco, semantikós, che voleva dire ‘indicativo’), che è quella del rapporto tra il significato del segno e i possibili sensi che può assumere; la dimensione ‘ espressiva’ , che è quella del rapporto tra il significante e le diverse espressioni che possono realizzarlo; la dimensione ‘ sintattica’ (da un aggettivo del greco antico, syntaktikós, che voleva dire “relativo all’ordine, alla connessione” ), che è quella del rapporto che c’è tra un segno e gli altri dello stesso codice;
la dimensione ‘ pragmatica’ (anche qui all’origine c’è un aggettivo greco antico, che possiamo tradurre “ pratico, operativo” ), che è quella dell’utilizzazione che di un segno fanno gli ‘utenti’, cioè gli emittenti e i riceventi, per informarsi, minacciarsi, corteggiarsi, interrogarsi, ecc.
Alcuni minuscoli codici semiologici, linguaggi semplicissimi, elementari, ammettono soltanto due segni: un segno a significante ben evidente (/luce accesa/, /sirena risuonante/, /bandiera sventolante/) e un segno a ‘significante zero’ (/luce spenta/, /sirena silenziosa/, /bandiera assente/).
Dal punto di vista espressivo , i segni di questi codici consentono grande economia nel produrli e nel percepirli. Lo stato di quiete è sfruttato per indicare la situazione più frequente, più normale. Luci, suoni, ammaina‐bandiera sono usati per le situazioni relativamente più rare, per le situazioni relativamente eccezionali. Questi codici non sono solamente molto economici. Sono anche d’uso molto sicuro. Con questi codici, sia producendo sia ricevendo l’enunziato di un segno, non ci troviamo mai nelle situazioni di imbarazzo cosi comuni quando parliamo o scriviamo o, anche, calcoliamo.
Guardiamo le cose dal punto di vista del rapporto tra i segni, coi loro significati , e i sensi ( semantico )che si raggruppano in ciascun significato. Con questi codici semplicissimi non ci sono dubbi. Non ci sono più significanti che possano trasmettere uno stesso senso. Un senso, se appartiene a un significato e a un segno, non appartiene a nessun altro significato, non è trasmissibile con nessun altro segno. Questi codici non conoscono ‘sinonimi’: cioè segni o parti di segni che possano trasmettere uno stesso senso. Infine, guardiamo al modo in cui i segni stanno in rapporto tra loro all’interno del codice. In questi codici, ciascun segno si oppone all’altro come un tutto a un tutto. O abbiamo la luce accesa o la luce è spenta, o la bandiera è alzata o la bandiera è ammainata. Nei segni non ci sono parti che come tali siano utilizzabili per comunicare. I segni, insomma, non sono ‘articolati’. Possiamo dunque dire che questi semplici codici semiologici sono codici semiologici a segni non articolati, di numero limitato, senza sinonimia.
le lingue storico‐naturali a prima vista hanno poco a che fare, parrebbe, con questi codici elementari. Ma, guardiamo un po’ meglio le cose. È vero. L’insieme delle parole e delle frasi di una lingua non è riconducibile a un codice molto semplice come questi codici della certezza, a numero chiuso di segni, in cui ciascun significato raccoglie un gruppo di sensi senza che ci siano possibili sovrapposizioni, sinonimie e, quindi, dubbi ed equivoci. Eppure pare evidente che nel loro cammino storico gli esseri umani e le società si sono sforzati di introdurre nel loro parlare qualcosa di simile alla certezza che è caratteristica di questi codici.
Il latino, insomma, è profondamente legato alla cultura intellettuale del mondo, alle scienze, al cammino, lento e tortuoso, ma continuo della ragione. Eppure il latino non aveva un vocabolo per dire “si” e uno per dire “no”. Per rispondere sì a una domanda i latini dovevano ripetere pari pari il verbo della domanda o addirittura l’intera frase Domum is?, Eo, cioè “Vai a casa?”, “Ci vado”. E per dir no, dovevano rispondere negando il verbo: Non eo, “non ci vado”.
In ogni parlata neolatina si è cercato di costruire le due parole che il latino non aveva. In francese ci si è serviti da un lato dell’espressione latina che voleva dire “questo è colui (che fece quel che tu chiedi)”, cioè di hoc ille. Da qui fu tratto oil (verso il 1080) trasformatosi poi, nel Cinquecento, in oui.
In altre lingue invece (italiano, sardo, logudorese, portoghese, spagnolo), si è partiti dall’avverbio che in latino voleva dire “cosi”, sic, e si è costruito il sì.
Gente comune, non dotti, ha sentito nei secoli il bisogno di mettere un po’ d’ordine nel parlare.
L’infinito, o almeno l’infinito dei dollari, dei numeri e di ogni altra cosa numerabile, non è mai ‘attuale’(non succede adesso). Ci fugge dinanzi come l’orizzonte mentre corriamo o viaggiamo. L’infinito dei numeri è solo possibile. È, come già abbiamo accennato, un infinito ‘potenziale’. Che c’entrano i numeri con le parole e la comunicazione? Anzitutto i numeri sono, per prima cosa, nomi di numero, cioè nomi di posti in una serie, in sostanza, i numeri sono nient’altro che uno speciale gruppo di parole e che, per capire come funzionano le parole, non si può fare a meno di capire anche un po’ come sono fatti e funzionano i numeri. Ma c’è un secondo aspetto. Il codice dei numeri e delle cifre non è soltanto articolato come i codici della famiglia c. Ha una proprietà in più. I suoi segni sono potenzialmente infiniti.
Le cifre arabe, per esempio, per essere di numero potenzialmente infinito, debbono avere due caratteri:
l) deve valere la regola per cui la ripetizione o, detto in latino, la ‘iterazione’ di una stessa cifra dà luogo a segni diversi: 1 è diverso da 11, 111 da 1111 (non c’è bisogno d’essere attaccati al denaro come Paperone per capire che 111 dollari sono cosa ben diversa da 11 dollari o da uno solo);
4523789023561
è sempre possibile scriverne una più lunga, aggiungendo un posto a destra o a sinistra, per esempio
45237890235612
oppure
Se un codice articolato ammette queste due regole di formazione dei suoi segni, ebbene allora questo codice ammette un numero di segni potenzialmente infinito.
Torniamo ora al linguaggio verbale, alle frasi, alle parole. Quante sono le frasi di una lingua? Possiamo ragionare in due modi. l nomi di numero sono parole, i nomi di numero sono potenzialmente infiniti, dunque già di per sé le parole di una lingua sono potenzialmente infinite. A maggior ragione le frasi, che sono combinazioni di parole, sono potenzialmente infinite.
Per quei due motivi le frasi di una lingua sono potenzialmente infinite. Ma lasciamo per ora da parte le frasi. Esse, come vedremo, hanno anche altre importanti caratteristiche. A causa di queste, le lingue non si lasciano ridurre e ingabbiare nella famiglia di codici come la cifrazione araba o la simbologia chimica. Le lingue includono anche le proprietà di questi codici, ma non si esauriscono in ciò. Torniamo invece alla quarta famiglia di codici che abbiamo imparato a conoscere. Li definiremo cosi:
d) i più semplici linguaggi dell’infinito : codici semiologici a segni articolati, di numero illimitato, senza sinonimia, ordinabili in modi infiniti
Le cifre, i simboli chimici, gli altri linguaggi a segni artico lati di numero infinito conservano intatta una proprietà dei linguaggi più semplici. Sono ancora linguaggi della certezza. Di cifre, di formule non ce n’è che una per ciascun senso possibile. Tra i gruppi di sensi, tra i ‘significati’ da un lato e i significanti dall’altro lato c’è corrispondenza ‘biunivoca’.
L’aritmetica elementare, con le sue cifre indicanti lo zero e innumerevoli numeri interi, con i simboli delle quattro operazioni dell’addizione, sottrazione, moltiplicazione, divisione, col simbolo dell’eguale, è un linguaggio col quale possiamo comodamente rappresentare un numero infinito di operazioni per scoprire in modo determinato e preciso, cioè per ‘calcolare’, le possibili ‘sinonimie’ tra numeri. Ci troviamo dinanzi al primo esempio di una nuova famiglia di linguaggi, che chiamiamo ‘calcoli’: e) codici semiologici a segni articolati, di numero illimitato, ordinabili in modi infiniti, con sinonimia.
Come impariamo per l’aritmetica tra i banchi di scuola, linguaggi del genere sono eccellenti per stabilire i termini di un problema e per risolverlo. La certezza, qui, non è più un dato immediato. Certa è la soluzione del problema, che è una e una sola. Vi sono anzitutto parentele, per dir cosi, storiche. Gli esseri umani hanno potuto costruire l’aritmetica perché avevano le parole per nominare i numeri e le parole per indicare operazioni come aggiungere, sottrarre, moltiplicare, dividere, stimare eguali o diverse delle quantità. Dall’aritmetica a mano a mano sono nati linguaggi matematici sempre più generali. Essi si lasciano sempre più difficilmente riportare alle parole di una lingua storico‐naturale. Ma, per quanto lungo e aspro sia il cammino, il più astruso linguaggio matematico trae di qui, dalle parole d’ogni giorno, la sua origine e il suo nutrimento. E lo stesso vale per ogni altro linguaggio di questa famiglia. Come mettersi d’accordo sul valore delle note musicali o dei segnali stradali o dei simboli chimici senza le parole? Ma tra linguaggio verbale e questi linguaggi utili a calcolare sinonimie non è questa la sola parentela. Moltissimo, nel funzionamento di una lingua, può essere rappresentato come se la lingua fosse un calcolo. Anche le frasi di una lingua possono stabilire sinonimie. Cosi avviene quando, ad esempio, affermiamo: «L’ipotenusa è il lato del triangolo rettangolo opposto all’angolo retto», oppure: «Un disoccupato è uno che è iscritto alle liste di collocamento, ma non ha lavoro». Con queste frasi facciamo delle operazioni di calcolo delle sinonimie, come quando calcoliamo 3 x 7 = 21. Ma ci sono anche altre analogie. Abbiamo già visto che la congiunzione e equivale al simbolo +, che indica l’operazione dell’addizione nell’aritmetica. In un’operazione aritmetica le cifre indicano i vari numeri, i simboli +, ‐ ecc. indicano l’operazione. Similmente accade in una frase. Ci sono parole o parti di parole che indicano sensi esterni alla frase e parole o parti di parole che, come i simboli dell’operazione aritmetica e dell’eguale, indicano le operazioni da compiere. In una qualsiasi frase, per esempio, il gatto beve il latte le parti in tondo corrispondono alle cifre nelle operazioni aritmetiche. Le parti in corsivo corrispondono ai simboli delle quattro operazioni e all’eguale. Nelle. quattro operazioni come nelle frasi c’è insomma uno schema, uno scheletro di forme, e ci sono parti mobili. Queste sono le cifre, nel caso delle espressioni aritmetiche, e sono le parti in tondo delle parole, i ‘terni’ delle parole. Sulle cifre operiamo nei modi indicati dai simboli + o ‐, x o :. Nelle frasi, mettiamo insieme i ‘terni’ delle parole nel modo che ci è indicato da articoli, desinenze dei nomi e dei verbi, preposizioni, congiunzioni. Ci sono dunque importanti aspetti per cui le frasi rassomigliano a operazioni aritmetiche e, quindi, la lingua somiglia a un calcolo.
Nella prima parte di questo secolo un uomo più di ogni altro ha cercato di capire come funzionano i linguaggi, e in particolare le parole. Era un austriaco, ingegnere e poi filosofo: Ludwig Wittgenstein (1889‐ 1951). Ancora giovane, egli scrisse un primo libro molto importante, al quale dette un titolo latino (ma il resto del libro era in tedesco): Tractatus logico‐philosophicus (1921). Il Trattato logico‐filosofico è l’ultima grande opera scientifica nella quale si sia cercato di sostenere che una lingua è un calcolo, che le frasi sono come operazioni aritmetiche con i loro simboli funzionali (le preposizioni, le congiunzioni ecc.) e i loro numeri (le parole).
A Cambridge egli incontrò un ambiente scientifico e intellettuale degno di lui. Tra gli altri, incontrò un grande economista di origine italiana, andato via dall’Italia perché antifascista e grande amico di Antonio Gramsci: Piero Sraffa. Specialmente con Sraffa Wittgenstein ebbe conversazioni lunghe e appassionate sulle sue teorie. A Sraffa cercava di spiegare i suoi punti di vista, per cui le parole di una frase o sono simboli funzionali delle operazioni da eseguire con le parole o sono parole, il cui valore sta negli oggetti che
Le regole fondamentali e le unità di base non debbono cambiare mentre si esegue un’operazione. Debbono essere sempre le stesse. Solo a questa condizione un calcolo è un calcolo. Se chi usa il calcolo è libero di introdurre quando e come gli pare una cifra o un simbolo nuovo, quello che sta facendo non è più un calcolo, ma altra cosa. Una cosa magari di tutto rispetto, una cosa molto ‘creativa’: ma non è un calcolo.
Se in un’espressione aritmetica troviamo un simbolo estraneo a quei cinque, per esempio &, non la possiamo calcolare in base alle regole del calcolo aritmetico e diciamo che non è un’espressione aritmetica ben scritta o ‘ben formata’. Può essere l’espressione d’un altro calcolo. Può essere un’espressione aritmetica scritta male. Non ci riguarda. O, almeno, non ci riguarda in quanto calcolatori aritmetici. Quello che qui abbiamo detto è considerato dai teorici della matematica una legge fondamentale, un ‘assioma’, che ogni calcolo deve rispettare. Questo assioma viene detto ‘assioma di non‐creatività’.
Una lingua, le sue frasi, le sue parole, non rispettano l’assioma di non‐creatività. Ogni giorno possono nascere parole nuove, sparire parole usate fino ad allora, riapparire parole dimenticate; una lingua è un insieme fortemente ‘creativo’. Di continuo mutano i vocaboli con cui possono costruirsi le frasi. E ogni giorno è possibile incontrare parole o assolutamente nuove, ‘neologismi’, o parole già in uso ma nuove per chi le sente e ascolta per la prima volta.
Chi ‘inventa’ una nuova parola non crea dal niente. Abbiamo già visto una lista di parole di cui conosciamo l’anno di nascita (cap. 11). Anzitutto, sono tutte parole nate adoperando i suoni di questa o quella lingua: italiano, latino, greco, inglese, ecc. Basterebbe questo per dire che non sono creazioni dal niente. In secondo luogo, le parole di nuovo conio sono verbi o nomi aggettivi, sono nomi maschili (come galateo o televisore) e femminili (come bomba), o senza distinzione di maschile e femminile, se sono nate in inglese, ecc. Insomma, queste ‘creazioni’, oltre a non creare i suoni con cui sono fatte, non creano neppure la loro grammatica. In terzo luogo, in molti casi l’invenzione di nuove parole consiste nel prendere vecchi materiali linguistici fuori uso, che nella tradizione europea per lo più appartengono al greco antico o al latino classico, e nel rilanciarli con forma e valori riadattati per esprimere sensi nuovi. Risalire dalla forma nota verso le più antiche forme di significante e di significato da cui deriva la parola si dice trovarne ciò che chiamiamo ‘etimo’ o ‘origine’.
Tuttavia, per quanto modesta, rispetto alla creazione dal niente del Dio della Bibbia, la ‘coniazione’ di una parola e ogni altra invenzione dell’uomo sono pur sempre una manipolazione imprevista dei materiali a disposizione.
La ‘creatività’ come ‘invenzione’, cioè come capacità di manipolazione imprevedibile di materiali, ha una gran parte nel linguaggio. E non soltanto perché ogni tanto qualcuno conia nuove parole. Tutti sono costretti a essere un po’ creativi quando leggono o ascoltano chi parla. Specie chi legge molti giornali e libri o fa un lavoro che lo porta a contatto con ambienti diversi, spesso si imbatte in parole che non aveva mai sentito prima. Come capirle? Per lo più, dunque, ricostruiamo un possibile senso per le parole nuove che sentiamo o leggiamo tirando a indovinare. Facendo ciò non siamo Dio padre che crea dal nulla. Non siamo neppure lo scienziato o il tecnico che inventa una parola nuova. Ma, insomma, anche noi facciamo funzionare quella capacità cosi umana che è uscire da situazioni impreviste tirando a indovinare. Anche noi, tutti noi, siamo costretti a essere un po’ inventivi e creativi.
Trasformare, alterandoli, i termini del problema, cambiare le regole del gioco e, come si dice, le carte in tavola: questo è inventare. Accanto a questa c’è un’altra creatività. Se la prima è quella che cambia termini e regole del gioco, quest’altra è la creatività rispettosa al massimo di termini e regole. È la creatività di chi si muove entro una tecnica data e ne sfrutta sapientemente le possibilità, di chi accetta i termini e le regole di
un calcolo e grazie agli uni e alle altre risolve il maggior numero possibile di problemi che gli si pongono. , la ‘creatività regolare’. L’una e l’altra forma di creatività, quella ‘inventiva’ ed estrosa, e questa seconda, ‘regolare’, sono preziose in tutta la nostra vita e, soprattutto, in tutto il nostro parlare. Gran parte delle frasi che diciamo e ascoltiamo, leggiamo e scriviamo, è fatta di frasi nuove, mai viste prima esattamente in quella forma. Ma, come ormai sappiamo, la loro novità è in gran misura la novità d’un’operazione aritmetica. Quei particolari numeri non erano mai stati addizionati o divisi prima. Tuttavia vedendo l’operazione non restiamo spiazzati. Applicando le regole del calcolo aritmetico, risolviamo il problema e capiamo o eseguiamo l’operazione, riducendo la forma nuova a valori già noti e saputi. La creatività ‘regolare’ presiede al costituirsi della generalità delle nostre frasi cosi come dei segni di ogni altro codice calcolabile, ed alla loro comprensione. La creatività ‘inventiva’ interviene soltanto là dove, come accade in una lingua e non in un calcolo, ci troviamo dinanzi a parole radicalmente ignote o dinanzi alla necessità di farci capire inventando una parola o una costruzione, forzando cioè i limiti già noti (a noi e talvolta a tutti) del vocabolario e della sintassi della nostra lingua.
Imitazione, invenzione, calcolo: capacità di ripetere, capacità di creare trasformando, capacità di creare combinando: grazie alla cooperazione di questi tre fattori gli esseri umani usano le parole e dominano la propria e altre lingue
Con l’aiuto delle tre capacità della ripetizione, della combinazione e dell’invenzione, in un ambiente familiare e sociale normale, fin da piccoli gli esseri umani avanzano nella conquista della loro lingua. In ogni momento, è importante la cooperazione delle tre capacità. La cooperazione è soprattutto importante nello sviluppo della più delicata tra tutte le maniere tipiche di usare le parole. Questa maniera tipica o ‘funzione’ delle parole è quella che chiamiamo funzione ‘riflessiva’ o, anche, ‘metalinguistica’ (dal greco metà “oltre, sopra” e dall’aggettivo linguistico). Fermiamoci un istante su di essa. Da una certa età in poi, a tutti può accadere di fare domande come: «Che significa questa parola?»; «Che vuoi dire dinosauro?»; «Si può dire cosi?»; «Si scrive goccie con la i o si scrive gocce?». Queste ovvie domande e le rispettive risposte ci servono a parlare delle parole. Queste frasi sono come uno specchio in cui parole e parti di parola si riflettono, in modo che noi possiamo considerarle meglio. Perciò diciamo che in queste frasi le parole sono impiegate con funzione ‘riflessiva’. Queste parole e frasi non parlano di fatti, cose ecc., ma di parole e frasi, cioè di se stesse, della lingua. In queste frasi usiamo la lingua per riflettere sulla lingua. Perciò diciamo che sono frasi ‘metalinguistiche’, che si collocano ‘sopra’ la lingua stessa.
Questo fatto è ovvio ma è, al tempo stesso, abbastanza raro nella comunicazione. Con l’aritmetica possiamo fare tante operazioni. Ma le cifre non ci parlano delle cifre. Questo fatto è ovvio ma è, al tempo stesso, abbastanza raro nella comunicazione. Con l’aritmetica possiamo fare tante operazioni. Ma le cifre non ci parlano delle cifre. Negli altri codici semiologici di cui abbiamo parlato, possiamo dire tante cose. Ma sono cose che, per ciascun codice, stanno tutte su uno stesso piano. In generale, ogni altro codice, per quanto delicato e ‘potente’ (cioè capace di includere sensi nei suoi significati), parla di un solo piano della nostra esperienza. Per gli altri codici semiologici è fissato in anticipo, con la costituzione stessa del codice, l’aspetto della realtà cui si riferiscono i suoi segni. Nel caso delle lingue non possiamo indicare in anticipo i piani e gli aspetti dell’esperienza di cui le parole e frasi di una lingua non possono parlare. Semplificando un po’, possiamo dire: con le parole e le frasi di una lingua possiamo parlare di tutto, perfino delle parole e delle frasi stesse.
Torniamo ora a considerare parole e frasi in rapporto ai segni delle altre famiglie di codici. Diversamente dai segni di una spia luminosa, le frasi sono come i segni di una classificatoria o di un calcolo: possono essere articolate, cioè distinte in parti significanti ciascuna per suo conto, i ‘monemi’. Diversamente dai
è il caos.
Ci sono degli ordini. Sapere usare le parole significa essere consapevoli sia di questa grande libertà che le parole ci danno sia dell’ordine, o meglio degli ordini, dello spazio linguistico. Un primo tipo di ordine viene dall’imitazione. Abbiamo parlato dell’importanza di questa capacità (capp. 7, 13). In gran parte, quando parliamo o scriviamo, ripetiamo parole già note. Da dove le abbiamo prese? In parte abbiamo già dato una risposta. La prima e più importante fonte per conoscere parole è per gli esseri umani la famiglia (capp. 10‐ 11). Poi, con l’ampliarsi della capacità di movimento e di relazione, i bambini vengono a contatto con ambienti sociali diversi , sempre più differenti tra loro. E il vocabolario e le grammatiche si ampliano sempre di più. Intorno agli otto anni i bambini conoscono parecchie migliaia di parole. Verso l’adolescenza la cifra delle parole note comincia a misurarsi in decine di migliaia. Chi fa mestieri e professioni che richiedono l’apprendimento, di parecchi linguaggi speciali, tipici di questa o quella scienza o professione o mestiere, e chi conosce parecchi dialetti e lingue diverse, immagazzina nella sua memoria anche più di centomila parole diverse. Tutte queste parole non si collocano sullo stesso piano dal punto di vista della loro notorietà e circolazione e dell’importanza nella lingua. Vi sono parole di ambito soltanto familiare, ‘lessico familiare’ (cap. 10). Ci sono parole che appartengono a un ambiente più vasto della nostra famiglia , ma sempre a un ambiente ristretto. Sono le parole proprie della parlata del nostro luogo d’origine , le parole del nostro dialetto ‘municipale’. In molti paesi del mondo, e specialmente in Italia, spesso la scuola insegna che queste parole sono ‘sbagliate’. Non è cosi. Ma è tuttavia vero che se ci serviamo di queste parole fuori di un ambiente ristretto possiamo non essere capiti.
Consideriamo ora una lingua usata nel parlare e scrivere da una società complessa , divisa in molte categorie e grandi classi sociali. Pensiamo al caso dell’italiano. Nel corso dei secoli sono state scritte centinaia di migliaia di pagine italiane e sono stati detti miliardi di frasi diverse. Se teniamo conto di tutte le parole, anche quelle apparse una volta soltanto, magari per sbaglio, la cifra si deve calcolare a molti. milioni. Restringiamo il campo. Consideriamo solo le parole che siano registrate nei testi scritti in italiano. La cifra resta sempre enorme. Non si creda che l’uso e la conoscenza di parole appartenenti a un linguaggio speciale siano un vantaggio o un vizio soltanto di persone molto istruite. Soltanto un falegname o un mobiliere, anche senza laurea, capisce che vuoi dire e usa bene incastro a mortasa. Sono parole tutte ben note e parecchio usate, ma limitatamente a questioni e interlocutori di una certa area ‘semantico‐ pragmatica’ (cap. 4). Ciascun insieme di parole e termini di questo tipo costituisce un ‘linguaggio speciale’ o, come anche si usa dire, ‘settoriale’. Ci sono poi le parole di uno strato più interno della sfera del ‘lessico’. Sono le parole dei linguaggi speciali o di aree locali, che però hanno una certa circolazione fuori dell’area di origine. Equazione è un termine fondamentalmente matematico, penicillina è un termine farmaceutico e medico, inflazione è economico, eclisse è astronomico, preposizione è grammaticale, affluente è geografico (ma, attenzione, anche sociologico‐economico) ecc. Tuttavia, non è necessario essere specialisti di queste materie per capire e usare una di queste parole. Queste parole costituiscono il ‘vocabolario comune’ di una lingua. Il vocabolario comune ha al suo interno altri due strati concentrici più profondi. In primo luogo viene quello che chiamiamo il ‘vocabolario di base’. Si tratta di quei vocaboli del vocabolario comune i quali sono largamente noti ai componenti delle più svariate categorie di persone. Ci sono criteri diversi per isolare il ‘vocabolario di base’. L’obiettivo è, comunque, isolare l’insieme dei vocaboli che risultano certamente noti alla generalità di coloro che hanno frequentato la scuola almeno fino alla terza media, cioè tutt’intera la ‘scuola di base’. C’è infine il nucleo più interno della sfera lessicale di una lingua. È il ‘vocabolario fondamentale’. Sono i vocaboli che chi parla una lingua ed è uscito dall’infanzia conosce, capisce e usa. Sono le parole di massima frequenza nel parlare e nello scrivere e disponibili a chiunque in ogni momento, sempre che beninteso conosca l’italiano .... 2000 parole che si possono ragionevolmente ritenere capite e comunemente usate dal 76%∙della popolazione italiana. Ancora una volta sia chiaro: ognuno, in questo 76%, conosce migliaia e migliaia di altre parole. Ma le conosce solo insieme a quelli della stessa classe sociale o della stessa regione o dello stesso mestiere o, perfino, come si è visto, della stessa e sola sua famiglia.
Dai dizionari e dai rapporti tra gli strati sociali e le parole, torniamo ora alle parole in sé. Accanto ai molti tipi finora ricordati ci sono parole che circolano non soltanto in uno, ma in molti paesi del mondo. A volte la
loro grafia o pronuncia è adatta alla pronunzia e grafia e alla grammatica delle varie lingue. Sono le parole ‘internazionali’. Il greco, il latino, il francese l’inglese e in misura minore l’arabo, l’italiano, lo spagnolo, il tedesco, il russo, hanno fornito molti di questi internazionalismi.
Vi è un secondo tipo di ordinamento delle nostre parole e frasi. Cerchiamo di accostarci ad esso con qualche esempio
Siamo a tavola con i nostri familiari. Vogliamo chiedere il sale. Se siamo tutti di buon umore e ben disposti gli uni verso gli altri, basta (come si dice) aprir bocca, cominciare appena a emettere un suono: nella situazione in cui siamo, familiari gentili e di buon umore non esitano un momento a passarci il sale. Quell’inizio di ‘espressione’, quel mezzo mugolio nemmeno ‘articolato’, è sufficiente a costruire un eccellente ‘enunziato’, perfettamente funzionante dal punto di vista ‘semantico’ e ‘pragmatico’. «Per cortesia, vorrei un po’ di sale», o qualcosa del genere. Osservate: questo secondo enunziato, utile a pranzo con la regina Elisabetta, avremmo potuto usarlo bene anche con altre persone e a casa nostra, Quanto più una frase vale per la sua pura e semplice forma, indipendentemente dal contesto in cui la realizziamo o la riceviamo, tanto più diciamo che essa è ‘ formale’.
Le parole e frasi, cosi come possono essere più o meno idiolettali o pantolettali, possono anche andare da un massimo di informalità (o minimo di formalità) a un minimo di informalità (o massimo di formalità).
Maggiore o minore estensione dell’uso delle parole che adoperiamo, maggiore o minore formalità, non sono le sole possibili serie ordinate di scelte tra cui oscilla l’uso delle parole. Un’altra serie di scelte dipende dal ‘ canale’ che adottiamo e dai ‘ riceventi’ che immaginiamo o abbiamo dinanzi.
Soprattutto il linguaggio verbale (ma anche altri tipi di codici semiologici) ammette un uso ‘interiore’ o, con termine più tecnico, al solito grecizzante, ‘ endofasico’
ma possiamo anche usar le esteriormente, in modo esofasico. E ci si apre allora un labirinto di possibili scelte, non sempre tra loro alternative. Possiamo ricorrere alla parola parlata.
Possiamo rivolgerci a uno o a molti. Possiamo rivolgerci a uno in modo che solo lui possa capire, perché vede le cose cui ci riferiamo, o a molti di cui solo una parte ci possa vedere e capire.
Telefono, radiofonia, televisione, diffusione dei dischi e delle registrazioni, hanno aperto la possibilità di comunicare con la voce a distanza. Si sono cosi moltiplicate le possibili scelte del tipo di destinatari. Del resto, già da tempi più remoti (vedi i capp. 1, 2), l’invenzione della scrittura ha permesso agli esseri umani di comunicare con le parole a destinatari lontani nel tempo e nello spazio.
Parlare a chi ci sta vedendo o a chi invece sta in un’altra stanza e non ci vede, parlare a un gruppo ristretto di persone ben note o a una grande folla, parlare direttamente o in un microfono che amplifica la nostra voce e la trasmette in giro per paesi lontani, parlare in un microfono attraverso un altoparlante o da uno schermo televisivo, che permette di vedere la nostra espressione e gli oggetti che ci circondano, parlare o scrivere e, di nuovo, scrivere a chi ci conosce e a chi no: un vero labirinto di scelte ci attende quando usciamo dal chiuso del linguaggio interiore, quando ci avventuriamo nel linguaggio ‘esofasico’.
Una frase normale e ovvia in una situazione diventa incomprensibile in un’altra.
È evidente la libertà di scelte diverse che abbiamo nel momento in cui decidiamo di usare le parole. Possiamo scegliere parole più o meno locali, più o meno generalizzate; parole più o meno informali; parole che diciamo soltanto tra noi o che destiniamo ad altri, parlando o scrivendo, dai microfoni o dagli schermi, in una lettera o su un quotidiano a grande diffusione.
prepariamo a un discorso improvviso sia quando cominciamo a lavorare a uno scritto che ci occuperà a lungo, è sempre utile fissare prima il programma delle cose da dire, la ‘scaletta’.
Fuori delle relazioni con le cose da dire, i fini e i destinatari reali del dire, le parole non hanno valore. A badarci troppo, ci comportiamo un po’ come l’avaro, come Paperone dei Paperoni (ricordiamolo ancora una volta) che passa il suo tempo ad affastellare fantastilioni di dollari, a covarseli con lo sguardo, senza spenderli e utilizzarli né per sé né per gli altri.
Da questo punto di vista, è benefico tenere presente il consiglio di un antico e valoroso oratore romano, Catone il Censore (234‐149 avanti Cristo): Rem tene, verba sequentur, “possiedi bene l’argomento, e le parole verranno da sé”. Alla res, alla cosa di cui si vuol parlare, vale la pena di aggiungere anche finalità e destinatari del discorso. E, con questa aggiunta, il consiglio dell’antico oratore può essere ripetuto contro chi apprezza troppo le parole in sé, staccate dai motivi reali per cui val la pena, a volte, dirle o scriverle.
Secondo quest’idea semplicistica ciascuna parola indica una categoria di oggetti o di azioni, e a ciascuna categoria di oggetti o di azioni corrisponde una parola. Una lingua è lo specchio fedele della realtà. Il vocabolario di una lingua è visto come l’insieme delle sigle o dei simboli di un catalogo. Le frasi sono viste come operazioni con i loro bravi simboli, da eseguire sulle sigle degli oggetti. Ormai ne sappiamo abbastanza per capire che non è cosi.
Diversamente dalle stoffe o dai libri individuati da un catalogo, cose, atti ed esperienze ammettono di essere contrassegnate da parole molto diverse tra loro. E ogni parola a sua volta può servire a indicare cose, fatti, ed esperienze che tra loro da altri punti di vista giudichiamo assai diverse, perfino opposte. Ogni parola vuoi dire cose diverse, è ‘equivoca’. Stando, per dir cosi, dentro una lingua, stentiamo a renderei conto di questo carattere ‘equivoco’ delle parole. Ciascuna parola serve a “richiamare nello stesso modo” (in latino aeque vocare) cose molto diverse, chiamate in altri momenti in modi diversi. Se la nostra immaginazione linguistica non ci aiuta, prendiamo un dizionario bilingue. Nell’urto tra i vocaboli di lingue diverse, ogni parola, come una sfera di mercurio, si frantuma nelle sue svariate ‘accezioni’ (cap. 16).
Cosi, ogni parola può essere fonte di equivoci. Più estendiamo a sinistra e a destra il ‘contesto’ fatto di altre parole e frasi, più limitiamo le possibilità di equivoco. Ma di questo rischio dobbiamo essere consapevoli. Esso è legato alla natura più profonda della lingua: alla possibilità di uso creativo dei suoi vocaboli, alla continua possibilità di allargare i significati e le accezioni di ciascuna parola.
Rem tene, “tieni la cosa”, diceva l’antico, e le parole seguiranno. Ma, per l’appunto, quali parole? quali sono le parole più appropriate al contenuto che vogliamo esprimere, dati i fini che ci proponiamo e gli interlocutori che ci proponiamo di raggiungere, e date le condizioni di spazio o di tempo disponibile? Ne sappiamo ormai quanto basta per affermare che un problema di questo tipo ammette una quantità indefinita di soluzioni.
La scelta delle parole avviene in modo molto diverso se facciamo un discorso parlato o un discorso scritto.
Parlando, specialmente se evitiamo la cattiva abitudine del leggere un testo già confezionato, possiamo e dobbiamo tenere d’occhio il volto degli ascoltatori. Anche se in qualche paese ciò può sorprendere, anzi essere ritenuto poco corretto ed educato, in Italia è possibile interrompersi e chiedere esplicitamente se una parola o un’espressione è chiara o no. E se per qualcuno non lo è, chiedere scusa e chiarirla.
Chi scrive, non ha questo continuo vivente controllo che sono le espressioni del volto degli ascoltatori ,scrivere è un’arte assai più difficile che parlare. Dobbiamo riuscire a prevedere molto di più a distanza di tempo. Per tutto ciò è un buon accorgimento, in ogni caso, essere nello scrivere meno ‘informali’ che nel parlare. Conviene costruire frasi e scegliere parole che possano essere significative il più possibile fuori di particolari situazioni. Certo, già scegliere una lingua più che un’altra, un argomento più che un altro, significa tagliare via una quantità immensa di possibili destinatari. Discorsi ‘pantolettali’ (cap. 16) non ne esistono. Gli esseri umani sono consegnati a una lingua più che a un’altra, a un argomento più che a un altro. Sono sempre, dunque, in una condizione particolare.
Alcuni sono convinti di sapere quanto oscuro, difficile, perfino in parte misterioso è il mondo in cui viviamo. Sanno o credono di sapere che vi sono esperienze rare e strane, difficili da raccontare e descrivere. Sanno o credono di sapere che vi sono questioni scientifiche, filosofiche di grande complessità, che esigono fatica per essere studiate, apprese e comprese. Sanno o credono di sapere che vi sono molti aspetti oscuri della nostra esistenza privata, e altrettanto o ancora più oscuri e confusi della vita pubblica e politica. Temono che sforzarsi di parlare con limpidezza voglia dire cancellare tutto ciò.
Parlare e scrivere con limpidezza, nel modo più ordinato e largamente accessibile che sia a ciascuno possibile, non significa cancellare dalla vista ciò che è raro, strano, difficile, complesso, faticoso, oscuro, misterioso. Anzi, se qualcosa di ciò esiste, parlarne limpidamente, appropriatamente significa proprio rappresentare e presentare ciò in parole.
Per altri codici semiologici possono esserci, come sappiamo, cose non dicibili. Non per le lingue e non con le parole. Qui possono e debbono trovare posto i sensi più remoti, i pensieri più ardui, le sensazioni più sfumate.
Vale sempre la pena, perciò, riflettere a quel che andiamo dicendo o scrivendo, tornare su quel che abbiamo scritto, e cercare i mezzi verbali che rendano meno difficile, al maggior numero di persone, l’acquisto del senso che volevamo comunicare.
Negli scritti scientifici, ancorati a una terminologia rigorosa, il problema della scelta delle parole si pone in modo relativamente semplice. È, per dir cosi, la logica dell’argomento che comanda. Ciò è vero per le scienze che hanno sviluppato un alto livello di ‘formalizzazione’. In esse vi è un sistema semplice di introduzione dei termini di base, i ‘primitivi’, a partire dai quali si tesse una rete di ipotesi e di dimostrazioni.
A mano a mano che si abbandona il terreno del sapere più rigidamente formalizzato, la questione si pone sempre più nei termini che abbiamo descritto. L’argomento comanda sempre di meno sulle parole. La cerchia di eventuali lettori che non sono già specialisti di un argomento si allarga sempre di più. I lettori anche non iniziati a un argomento fanno pesare sempre di più il loro diritto a capire. Quando infine si arriva agli scritti in riviste di varia umanità, per non parlare dei settimanali d’ogni genere, il diritto dei lettori cresce enormemente. Un settimanale che va nelle edicole e che non dichiari una rigida specializzazione (settimanale di questo o quello sport, settimanale di agricoltura ecc.), si offre come una merce che va potenzialmente a tutti gli adulti e le adulte con un titolo di studio. L’insieme dei possibili lettori di un quotidiano, la sua ‘utenza’ o ‘udienza’, è ancora più vasta e differenziata. Essa è ancora più ferma nell’esercizio del suo diritto (e dovere) alla comprensione.
Chi intende scrivere testi rivolti a un pubblico largo deve avere tra i suoi ferri del mestiere una buona conoscenza del tipo di parole che possono essere note in partenza al suo pubblico.
La grande libertà di scelta che abbiamo con le parole abbiamo anche con le frasi. I tipi di frase possibili in una lingua sono, come abbiamo detto, infiniti.