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Tipologia: Dispense
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Carlo Gubitosa
Carlo Gubitosa , ingegnere e giornalista, collabora con l’associazione di volontariato dell’informazione “PeaceLink”. Ha pubblicato diver- si volumi, tra cui Telematica per la Pace (1996) ed Elogio della Pirate- ria (2005). Nel 1999 Italian Crackdown è stato il primo libro italia- no diffuso liberamente anche in rete in contemporanea all’uscita in libreria, sotto una licenza “copyleft” ideata dall’autore stesso.
Questo libro è rilasciato con la licenza Creative Commons “Attribution-Non- Commercial-NoDerivs 2.5”, consultabile all’indirizzo http://creativecom- mons.org. Pertanto questo libro è libero, e può essere riprodotto e distribui- to, con ogni mezzo fisico, meccanico o elettronico, a condizione che la ripro- duzione del testo avvenga integralmente e senza modifiche, a fini non com- merciali e con attribuzione della paternità dell’opera.
© 2006 Carlo Gubitosa © 2007 Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri
In copertina: il primo “bug” trovato all’interno di un calcolatore elettronico (1945), il primo prototipo in legno del mouse (1964), i circuiti sperimentali del primo transistor (1947).
lizzare l’alfabeto. E quando un’intera popolazione amplifica le proprie capacità di pensare e comunicare, gli impieghi individua- li di quelle tecnologie che estendono le capacità mentali vanno ad aggiungersi a fenomeni emergenti che sono sociali, politici ed eco- nomici tanto quanto strettamente intellettuali. Il World Wide Web, ad esempio, non è nulla di meno – e tutto di più – di una pagina web con link ad altre pagine web, moltiplicato per un miliardo di volte. A causa della complessa co-evoluzione che riguarda le tecnologie per l’informazione e la comunicazione, l’amplificazione mentale dei singoli e l’attività sociale collettiva, né la fisica degli apparec- chi elettronici, né la sintassi della programmazione sono elementi sufficienti a spiegare i fenomeni emergenti nella cyber-società: oggi sono necessarie la psicologia, la sociologia, l’economia, le scienze politiche e, più significativamente, la storia per capire al meglio l’info-sfera odierna. È anzi impossibile fare congetture sul futuro delle tecnologie per l’informazione e la comunicazione senza com- prenderne la storia – prima di poter intuire la direzione presa da questo fenomeno socio-tecnologico, dobbiamo capire da dove vie- ne. Questo libro ci offre un simile contenuto multidisciplinare, dall’abaco al World Wide Web.
Howard Rheingold [email protected]
“Sei fortunato a non essere un mio studente. Non prenderesti un buon voto per questo progetto”. Email del 1991 inviata da Andrew Tanenbaum a Linus Torvalds, che aveva appena annunciato il suo progetto per la creazione del sistema operati- vo GNU/Linux.
Ho iniziato a scrivere questo libro nel 1996, ma l’idea di studia- re l’informatica e le telecomunicazioni aggiungendo agli aspetti scientifici una prospettiva storica e sociologica è nata in me già nei primi mesi del 1991, all’inizio dei miei studi da ingegnere. In quei giorni preparavo l’esame di chimica, e tra le formule della teoria cinetica dei gas ho incontrato la lettera K, che a prima vista sembra solamente una costante numerica utilizzata per calcolare il legame tra la pressione, il volume e la temperatura di un gas, ma in realtà è un simbolo che racchiude il senso della vita di un uomo. Anche la scienza ha avuto i suoi martiri, e Ludwig Boltzmann è stato uno di questi. Leggendo una minuscola nota a piè di pagi- na ho capito che una conquista scientifica come il calcolo della “costante di Boltzmann” può essere pagata con la vita, e che la sto- ria non è segnata solo da battaglie e da conquiste militari, ma anche da persone cadute sotto il peso della propria genialità. Leg- gendo il mio testo di chimica, infatti, ho scoperto che:
Scoprendo i percorsi biografici dei pionieri dell’elettronica, del- l’informatica e delle telecomunicazioni, ho scoperto anche che la storia della scienza è costellata di luoghi comuni e che non sempre i nomi più famosi associati ad una invenzione corri- spondono a quelli dei reali artefici di un salto tecnologico. Durante questo viaggio nel tempo, con mio grande stupore e sorpresa, ho scoperto che Samuel Morse non ha inventato il tele- grafo, Thomas Edison non ha inventato la lampadina, Alexan- der Bell non ha inventato il telefono, Guglielmo Marconi non ha inventato la radio, Bill Gates non ha inventato l’MS-Dos, o almeno non l’hanno fatto secondo il senso e l’accezione comu- ne che diamo al termine “invenzione”. Le creature di Morse, Edison, Bell, Marconi e Gates, infatti, non sono delle idee totalmente innovative, concepite a partire dal buio scientifico o piombate all’improvviso come folgora- zioni, ma sono solamente il perfezionamento di tecnologie già esistenti e abbozzate dai loro veri inventori, personaggi rimasti nell’ombra e spesso addirittura sconosciuti. Molte conquiste tecnologiche sono avvenute al di fuori della scienza ufficiale, e hanno visto la luce solamente grazie alla luci- da follia di alcuni uomini estrosi, che ai nostri tempi sarebbe- ro probabilmente condannati ad una vita marginale e guarda- ti con un sorriso di compassione benevola, persone curiose e geniali che senza nessun suggerimento o stimolo precedente hanno provato a giocare con la corrente elettrica, i campi elet- tromagnetici e i circuiti elettronici, magari senza sapere esatta- mente cosa sarebbe accaduto con i loro esperimenti. Quelli che agli occhi della storia (e dell’opinione pubblica) sono stati consacrati come “gli inventori di...” in realtà sono stati solamente dei perfezionatori di strumenti già esistenti in
embrione, che hanno preso per mano queste tecnologie bam- bine e le hanno fatte camminare con le proprie gambe, aggiun- gendo un tocco di intraprendenza e ingegno personale che ha trasformato invenzioni ancora primitive in strumenti tecnici efficaci, e soprattutto commercializzabili su vasta scala. Non è un caso, allora, se nella nostra memoria collettiva i nomi che sono rimasti più impressi sono quelli di Morse, l’artefice della prima rete telegrafica degli Stati Uniti; Edison, che ha per- fezionato la lampadina con accorgimenti tecnici che hanno prolungato la durata dei bulbi luminosi di quel tanto che basta- va per trasformarla in un bene di consumo; Bell, che al pari di Morse ha creato la prima rete telefonica mondiale sulla quale i grandi affaristi americani hanno iniziato a scambiarsi informa- zioni; Marconi, che ha studiato la trasmissione delle onde elet- tromagnetiche, già sperimentata da altri prima di lui, e ha imbrigliato queste onde per realizzare i primi sistemi di comu- nicazione a distanza basati sulla propagazione delle onde; Wil- liam Gates, che grazie ad un fortunato accordo commerciale con Ibm è stato coinvolto nella realizzazione di un computer destinato a diventare uno standard di fatto per l’utenza dome- stica e ha raccolto i frutti seminati dai pionieri dell’informati- ca della Silicon Valley. La classica immagine dello scienziato, che a partire da zero realizza un’innovazione tecnologica diventando ricco e famo- so grazie alla sua scoperta, nella maggior parte dei casi non corrisponde alla realtà. I reali artefici di un salto generazio- nale nella storia della scienza hanno spesso pagato sulla pro- pria pelle il prezzo di questo salto, vivendo in miseria e lasciando ad altri il compito di trasformare le loro idee inno- vative in una gallina dalle uova d’oro.
stravaganza di un matematico eccentrico, fino a quando, cen- tosettant’anni più tardi, la tecnologia meccanica si è evoluta al punto da dimostrare che il pensiero di Babbage era solamente troppo avanzato per la sua epoca. Perfino una tecnologia abba- stanza recente come la commutazione di pacchetto, che oggi è alla base di tutte le moderne reti telefoniche, dei sistemi di tra- smissione dati e della stessa Internet, è rimasta chiusa per anni nel cassetto dei suoi inventori, Paul Baran e Donald Davies. Anche in questo caso una visione scientifica troppo avanzata per l’epoca in cui è stata concepita si è scontrata con l’inerzia culturale delle grandi compagnie telefoniche, ancora incapaci di concepire un mondo nel quale la voce viene trasformata in cifre binarie e spezzettata in tanti piccoli pacchetti di dati. Anche dopo l’adozione ufficiale di una tecnologia, il suo percorso di crescita e sviluppo non è univocamente determinato, e viene gui- dato anche da fattori esterni di tipo ambientale, sociale e cultura- le. Dopo la fase della scoperta, aperta dai pionieri e successivamente affidata alla comunità scientifica, è la società ad appropriarsi delle invenzioni ed è nella società che nascono, e spesso si scontrano, diverse visioni e interpretazioni della tecnologia, viziate da condi- zionamenti politici e commerciali. È per questo che oggi lo studio delle tecnologie dell’informazione e della loro evoluzione storica non può prescindere dallo studio del contesto culturale nel quale queste tecnologie nascono e si sviluppano, e non si può parlare di informatica senza interrogarsi sui benefici e gli svantaggi dei due approcci culturali e filosofici che stanno attualmente guidando lo sviluppo tecnologico: il modello “proprietario” e il modello “libe- ro”. Questi modelli di sviluppo e di ricerca sono caratterizzati da un approccio diametralmente opposto a questioni delicate e cru- ciali come il copyright, i brevetti e i diritti di sfruttamento econo-
mico delle invenzioni. Il modello proprietario è caratterizzato dal- l’applicazione al mondo delle idee, della cultura e delle opere del- l’ingegno di un concetto base dell’economia tradizionale: il valore di un bene è determinato dalla sua scarsità. L’applicazione di que- sto principio economico a beni immateriali come un algoritmo, una sequenza di note musicali o un protocollo di comunicazione tra computer ha come conseguenza una visione repressiva del copy- right, la tassazione di ogni forma di utilizzo o duplicazione delle opere dell’ingegno, e un lavoro incessante di monitoraggio e con- trollo per reprimere e sanzionare qualunque utilizzo di questi beni immateriali a cui non corrisponda un immediato vantaggio eco- nomico per i loro inventori. A questa visione economicista della scienza se ne contrappone un’altra, basata su un concetto completamente diverso: nella società dell’informazione il valore di un bene immateriale, con- cettuale o artistico è determinato dalla sua diffusione. Un libro, un brano musicale, un programma, un protocollo di comunica- zione hanno un valore proporzionale al numero di persone che conoscono e utlizzano quel testo, quella musica, quel program- ma o quel protocollo. Un brano bellissimo di un musicista sco- nosciuto vale meno di un pezzo meno bello, ma scritto da un artista famoso in tutto il mondo, e questo ragionamento si potrebbe estendere a qualunque forma di valore immateriale. Applicando questo principio cade la necessità di tassare ogni forma di distribuzione delle opere dell’ingegno, perché la con- divisione di arte e conoscenza, anche quando avviene in forma spontanea o gratuita, è un ottimo sistema, e probabilmente il migliore, per produrre vantaggi che vanno a beneficio degli autori e al tempo stesso ricadono su tutta l’umanità. La libera circolazione delle idee non è solo un approccio etico per le per-
innovazioni scientifiche domandandosi solamente: “come pos- so creare un servizio nuovo e utile a beneficio della comunità informatica mondiale?”. Rispondendo a questa domanda, mol- ti “padri della rete” e sviluppatori di software libero hanno inci- dentalmente incontrato anche un lavoro interessante e un alto tenore di vita. Fortunatamente le loro energie non erano con- centrate sul profitto, ma sulla produzione di nuovi strumenti tecnici e cognitivi, che hanno avuto come primi utenti e bene- ficiari gli stessi creatori di questi strumenti. Questo modello di sviluppo potrebbe conoscere il suo declino il giorno in cui verrà sviluppato il primo protocollo di Internet proprietario, che obbligherà al pagamento di una royalty gli utenti che utilizzeranno i servizi associati ai nuovi standard di comunicazione e chiunque vorrà realizzare applicazioni basate su quel protocollo. Una scelta di questo genere, sensata dal pun- to di vista economico e commerciale, sarebbe fallimentare dal punto di vista tecnico e culturale, aprendo la strada ad una invo- luzione della Rete, che cesserebbe di essere uno spazio cogniti- vo condiviso per trasformarsi in un ambito esclusivamente commerciale. Questo scenario è meno astratto di quanto pos- sa sembrare: “decommoditizing protocols” è una delle parole d’ordine su cui si basa la strategia aziendale proposta da Micro- soft per contrastare l’insidia commerciale rappresentata dai sistemi operativi “free”, un progetto ampiamente descritto in un memorandum di Microsoft riservato e divulgato clandesti- namente on line nell’ottobre del 1998 con il nome di “Hal- loween Document”. I protocolli di trasmissione sono la “lin- gua franca” che permette ai computer connessi a Internet di comunicare tra loro, e introdurre tra queste lingue un proto- collo proprietario, sarebbe come vincolare commercialmente il
libero utilizzo di un idioma, pretendendo una tassa ogni volta che si parla o si scrive in italiano, inglese o giapponese. Ripercorrendo le tappe storiche che hanno segnato lo sviluppo dell’elettronica, dell’informatica e delle telecomunicazioni, ho avuto modo di verificare una caratteristica costante che acco- muna le prime rozze invenzioni agli ultimi ritrovati della scien- za: il bassissimo livello di correlazione tra l’imponenza di un progetto di ricerca e l’impatto di un’innovazione scientifica. Il motore che ha guidato il progresso scientifico non è stato il pre- stigio o le risorse degli ambienti accademici, o i business plan con cui le aziende progettano finanziamenti per i loro settori di ricerca e sviluppo, né tantomeno le disponibilità finanziarie personali dei singoli ricercatori. La scintilla che nel corso dei secoli ha tenuto viva la fiamma della scienza si è manifestata nei modi più diversi, diventando di volta in volta una passione capace di portare in rovina un uomo, un’ossessione capace di focalizzare ogni grammo di energia fisica e mentale verso un determinato obiettivo, una sfida da perseguire col vento in fac- cia e il gusto di andare dove altri non osano, un amore appas- sionato che rende impossibile distrarre l’attenzione dall’ogget- to dei propri studi, una ragione di vita da perseguire fino in fondo, costi quel che costi. Il simbolo più efficace del rappor- to tra un’invenzione e il suo creatore è probabilmente l’atteg- giamento fiero e monomaniacale con cui il capitano Achab ha sacrificato prima una gamba e poi la sua stessa vita per rag- giungere e domare Moby Dick, la balena bianca. Tutto ciò non ha niente a che vedere con l’entità di un finan- ziamento o le condizioni esterne al lavoro di ricerca. Le ragio- ni che hanno guidato il progresso della scienza non si trovano negli scaffali delle Università o nei libri contabili delle aziende,
li di computer, senza approfondire l’intreccio della scienza infor- matica con lo sviluppo dell’elettronica e delle telecomunicazio- ni. A questo si aggiunge l’orizzonte temporale limitato di molti dei libri attualmente disponibili in materia, che spesso si ferma- no ai primi anni ’80 e all’avvento degli “home computer”, sen- za arrivare a descrivere la rapidità dei cambiamenti introdotti negli ultimi anni dalla diffusione di massa della telematica. Un altro fattore di difficoltà è stata l’individuazione dei criteri con cui attribuire la “paternità” e la “primogenitura” delle invenzioni. Come si fa a dire, ad esempio, qual è stato il primo computer del- la storia? Se definiamo il computer come uno strumento di ausi- lio al calcolo mentale, non c’è dubbio che il primo “computer” della storia siano state le dieci dita delle mani, e il gioco delle defi- nizioni può continuare all’infinito, generando ad ogni definizio- ne un nuovo “primo computer”: il primo che ha utilizzato stru- menti meccanici, il primo basato sull’utilizzo di circuiti elettrici, il primo ad utilizzare il sistema di numerazione binaria, il primo ad essere costruito integralmente con transistor, il primo a visua- lizzare i risultati utilizzando uno schermo a raggi catodici, il pri- mo ad utilizzare un’architettura basata su un microprocessore. La scelta finale è stata quella di ricercare le origini di un’inno- vazione scientifica in ciò che di questa invenzione è arrivato fino a noi, nei “rami” dell’evoluzione tecnologica che hanno raggiunto le nostre case, i nostri uffici, e i nostri centri di ricer- ca. Per capire come si è arrivati a tutto questo, però, è necessa- rio volgere lo sguardo indietro nel tempo e leggere nella storia dei grossi “dinosauri” dell’informatica l’abbozzo delle scelte tec- niche, progettuali e concettuali che hanno lasciato il segno anche nei calcolatori più moderni. Per descrivere l’intreccio dei percorsi che hanno segnato lo sviluppo dell’informatica, del-
l’elettronica e delle telecomunicazioni sono partito dalle prime macchine di calcolo meccanico, passando successivamente alla descrizione dei calcolatori elettromeccanici che hanno unito la tecnologia elettronica alle esigenze del calcolo automatico, dan- do vita alla “computer science”. L’informatica, figlia dell’elet- tronica e del calcolo meccanico, ha dovuto attendere lo svilup- po delle moderne reti di telefonia completamente digitalizzate per unire il proprio percorso con quello delle telecomunica- zioni. Il frutto di questa unione è quello che oggi viene defini- to come il “ciberspazio” dell’informazione, che prima di essere un’invenzione letteraria è un nuovo concetto di comunicazio- ne, in base al quale non è necessario essere nello stesso luogo per poter scambiare informazioni, né è indispensabile che que- sto scambio avvenga nel medesimo intervallo di tempo. “Il ciberspazio è il luogo dove si trovano due persone quando si telefonano”, è stata la felice definizione di John Perry Barlow, ex-paroliere dei Grateful Dead che nel 1990 ha co-fondato la Electronic Frontier Foundation , ente non-profit a difesa della libertà di espressione in Rete. Negli ultimi capitoli del volume, la storia si trasforma in cronaca dei giorni nostri, con una descrizione dei vorticosi cambiamenti tecnologici che hanno portato allo sviluppo della telematica e di quella che viene definita la “matrice” delle reti digitali. Su questa matrice invisibile ogni giorno viaggiano miliardi di parole, che percorrono il mondo cavalcando raggi di luce all’interno di fibre ottiche, trasformando in una realtà quotidiana i sogni e le visio- ni di quei pionieri della scienza che hanno immaginato un mon- do dove lo spazio che separa le nazioni e il tempo necessario a per- correre questo spazio non sarebbero più stati un limite per la curio- sità umana e per la voglia di conoscere popoli lontani.
“È incredibile scoprire che, appena prima della caduta della loro grande civiltà, gli antichi Greci erano arrivati molto vicino alla nostra era, non solo nella loro cultura, ma anche nella loro tecnologia scientifica”. Derek J. de Solla Price, An Ancient Greek Computer , “Scientific American”, giugno 1959.
Nei giorni immediatamente precedenti alla Pasqua del 1900, un battello di pescatori di spugne è costretto da una tempesta a get- tare l’ancora nei pressi di Anticitera, una piccola isola situata tra Creta e il Peloponneso. Quella che sembra una disavventura è in realtà un appuntamento con la storia e con un’opera dell’in- gegno umano che attendeva da duemila anni in fondo al mare. Vicino al loro approdo di fortuna, a 60 metri di profondità, i pescatori incontrano un antico relitto, che contiene i resti di un meccanismo a ingranaggi successivamente battezzato “macchi- na di Anticitera”. La storia del calcolo meccanico parte proprio da questa macchina, la cui data di fabbricazione viene colloca- ta nel periodo compreso tra l’80 e il 50 a.c. Subito dopo il suo ritrovamento, la macchina di Anticitera vie- ne analizzata dall’archeologo Valerios Stais, del Museo Nazio- nale di Atene, che studia gli ingranaggi rimasti intatti e le iscri-
zioni presenti sui resti del rivestimento esterno. Si scopre così che questo complesso strumento meccanico non era utilizzato per calcoli matematici, ma per descrivere fenomeni astronomici come le fasi lunari, i movimenti dei pianeti, gli equinozi e le stagioni. Il tutto era possibile grazie ad un sistema di ruote den- tate e ingranaggi, nel quale venivano riprodotti i rapporti numerici che legano i periodi di rotazione e rivoluzione degli astri. In un articolo apparso sul numero del giugno 1959 della rivi- sta “Scientific American”, intitolato An Ancient Greek Compu- ter , il ricercatore inglese Derek J. de Solla Price ha ulteriormente ampliato l’analisi di questo strumento, affermando che la “mac- china di Anticitera” non era un prototipo o un esperimento, ma uno strumento nautico realmente funzionante. Price sostie- ne questa teoria rilevando che sugli ingranaggi ritrovati dopo due millenni di letargo in fondo al mare sono visibili le tracce di almeno due riparazioni. Un altro dei primi strumenti per il calcolo meccanico è l’Aba- co, una potente macchina di calcolo la cui origine si perde nel- la notte dei tempi. La parola “abaco” sembra derivare dal ter- mine greco “abax” (tavola, asse), a sua volta legato all’espres- sione semitica “abaq” (sabbia, polvere). Alcuni esemplari di Abaco che sono arrivati sino a noi hanno più di venti secoli d’età, ed erano in uso presso le popolazioni più disparate (Maya, Romani, Egiziani, Cinesi). L’invenzione dell’Abaco si perde nella notte dei tempi, e non si è ancora riusciti ad individuare con esattezza la civiltà da cui prese vita questo strumento di cal- colo, progenitore del pallottoliere. L’etimologia del vocabolo “calcolo” risale ai “calculi”, parola latina che indica i “sassolini” dei primi antichi pallottolieri, col-