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Il concetto di handicap e il prejudizio contro di esso, sottolineando l'importanza di vedere oltre le difficoltà e di accettare le diverse condizioni umane. Della stigmatizzazione del termine handicap, della situazione di handicap come emarginazione e discriminazione, e della necessità di distinguere handicap e deficit. Viene inoltre analizzato il concetto di pregiudizio e il suo potere distruggente, con due casi emblematici: il regime nazista e la percezione del disabile. Infine, il testo introduce il concetto di tunnel della mente e della disattenzione per le frequenze di base, che influiscono sulla comprensione e sul trattamento degli individui con handicap.
Tipologia: Appunti
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Vedere l’uomo al di la dell’handicap significa vedere l’handicap nell’uomo, il limite di ogni uomo: abile o disabile che sia. Non riuscire a vedere questo non è un difetto di natura, ma il prodotto di una distorsione, a cui va data la colpa all’educazione maggiormente. Il termine handicap fa riferimento alla frase hand in cap (mano nel berretto). Questa terminologia è diventata nel tempo la modalità migliore per stigmatizzare/marchiare/bollare la situazione di difficoltà di chi, a seguito di un limite di vario tipo, vive in condizione di svantaggio rispetto agli altri. Se il termine viene usato in forma sostantiva (handicappato) connota/ segna l’intera persona dandole un nuovo status esistenziale nella condizione di diverso. Handicappato sta per inferiore, imperfetto, sbagliato, uomo quasi nel senso di quasi normale, quasi a modo. Nella pedagogia speciale il termine handicap indica una condizione di svantaggio sociale, non altro che uno stato di bisogno che deriva da difficoltà che il soggetto incontra nell’ambiente e sarebbe gradito che si intervenisse nei suoi confronti attraverso l’educazione. Risulta più utile e corretto rivolgere l’attenzione alla situazione di handicap, piuttosto che ai singoli deficit. E’ di usanza attribuire il termine handicap a chi è afflitto da qualche deficit o menomazione, anche se per la pedagogia speciale è necessario distinguere le due cose. Un deficit è un danno irreversibile (non potrà mai tornare allo stato iniziale). Un handicap è la conseguenza che può essere contenuta o aggravata dall’impatto con l’ambiente nelle sue diverse interpretazioni: ambientale, fisico, culturale, istituzionale, storico. Nel linguaggio come handicap e deficit sono assimilati/paragonati l’uno con l’altro. Per le difficoltà dello sviluppo della personalità occorre che siano coinvolte le discipline che si occupano dello sviluppo umano: dalla psicopatologia alla pedagogia speciale. Deficit indica perdita, alterazione, anomalie a carico di strutture e funzioni psicologiche, fisiologiche o anatomiche; può essere permanente o transitorio. Il prodotto sociale del deficit è la situazione di handicap, ovvero l’emarginazione, lo svantaggio esistenziale, l’esclusione e la discriminazione negativa che vive una persona disabile per colpa di fattori culturali, sociali, economici, psicologici,.. Se questi fattori emarginanti non esercitassero il loro compito distruttivo potrebbe esistere una persona disabile, anche grave, ma non in situazione di handicap. Tenere distinti handicap e deficit è fondamentale.
lo squilibrio tra essere e dover essere, occorre superare gli ostacoli, gli handicap.
per recuperarlo
allora occorre demolire gli handicap; ci sono casi in cui l’handicap indotto/provocato provoca il deficit.
normalità. Il normale è colui che non ha ne deficit ne handicap. Si tratta di una situazione difficilmente riscontrabile nella realtà. TEORIA DEGLI INSIEMI E PREGIUDIZI SULL’HANDICAP L’insieme è l’aggregato o il gruppo di oggetti di qualsiasi natura. Si possono ricavare almeno tre sottoinsiemi: piante, animali, esseri umani. Per compiere/concludere operazioni importanti con gli elementi di questo o di qualsiasi altro insieme, bisogna sforzarsi di operare qualche tipo di organizzazione degli elementi che compongono l’insieme. I criteri di organizzazione di un insieme servono per ordinare l’insieme stesso e per costruire determinate relazioni tra i suoi elementi. Per merito di queste relazioni, gli elementi di un insieme qualsiasi smettono di apparire isolati e possono essere collegati da una rete di connessioni logiche. E’ possibile fare degli ordinamenti/regolamenti, una ripartizione/distribuzioni in classi. Ordinamento e ripartizione sono i due principali principi di organizzazione di un qualsiasi insieme. L’importanza della ripartizione in classi è data dal fatto che tramite essa si possono determinare , indicare, fare nuovi insieme a partire da quello di partenza, ma da esso diversi. La regola per costruire un nuovo insieme è che ogni suo elemento sia composto da elementi equivalenti, uguali. Ogni insieme derivato/che proviene è detto insieme quoziente. La divisione di un insieme si conclude con la scelta dell’individuo che non può più essere ulteriormente diviso, ma solo identificato con il nome. Il termine individuo sta per ciò che non è ulteriormente diviso. Se ora noi assumessimo che l’insieme uomini può essere diviso ancora specificato tramite la seguente ripartizione (genere abile, specie disabili) compiremmo un grave errore logico. Il nuovo insieme quoziente disabili, per formarsi legittimamente dovrebbe essere costituito da elementi equivalenti tra loro ma diversi rispetto all’insieme di derivazione. La disabilità cosi concepita significherebbe riduzione ontologica, separazione: da una parte gli uomini , dall’altra i quasi uomini. L’uso del termine diverso con riferimento al soggetto disabile risulta quindi scorretto logicamente. Risulta evidente che per un errore logico, il termine handicap è finito con definire una specie dentro il genere uomini. Il termine handicappati è utilizzato nel linguaggio comune per individuare l’insieme di colore che, in quanto affetti da qualche deficit o malformazione, sono ritenuti diversi.
serietà/frivoli, altre non hanno i mezzi per accedere alla soddisfazione dei bisogni fondamentali, come la salute. DISFUNZIONE O RESPONSABILITA’ MORALE? I fattori situazionali e socioculturali possono determinare/ specificare il pregiudizio anche in assenza di disfunzioni della personalità. L’azione violenta sull’altro non sempre può essere spiegata come disfunzione della personalità. Esempio: il regime nazista generò e utilizzò scientificamente pregiudizi e stereotipi sociali contro gli ebrei, per inibire/ proibire la responsabilità morale del popolo tedesco di fronte al crimine dello sterminio. Per fare funzionare questo sistema, il bersaglio dell’ingiustizia doveva diventare una categoria astratta e stereotipata: finché gli ebrei furono soltanto pezzi da museo, qualcosa da guardare con curiosità, resti fossili di una specie mitica, con la stella gialla sul petto, testimoni del passato esclusi dal presenti, qualcosa che bisognava andare a cercare lontano. Per rendere agli occhi di una persona normale il vicino come un estraneo, l’amico di infanzia un nemico, e la sofferenza dell’altro come qualcosa di giusto, è stata necessaria l’azione subdola di qualcosa di particolarmente potente, efficace. Si tratta della macchina della distruzione umana, attraverso la quale per molte persone è avvenuta la perdita della sensazione di essere soggetti. Si è arrivati a far percepire l’ebreo come se fosse un oggetto, qualcosa che non apparteneva più al genere umano. Fu facendo leva sul pregiudizio culturale dell’inferiorità del disabile, che Hitler poté sperimentare il funzionamento della sua macchina di morte prima di rivolgerla verso la distruzione degli ebrei. I primi a finire dentro le sue fauci furono infatti i disabili: primo scarto di umanità che mirava alla perfezione. La forza del pregiudizio , il suo potere, consistono proprio nel sostituire la prossimità, vicinanza con con la distanza (fisica, psicologica, spirituale), con l’obiettivo di sopprimere ogni responsabilità morale (del bene e del male, relativa al comportamento). L’ALTRO PER IL REALISMO INGENUO. Il termine recezione indica il processo fisiologico attraverso cui un apparato recettore recepisce, in funzione della sua neurofisiologia specifica, certi segnali degli oggetti esterni e li veicola lungo le vie neurologiche a stazioni di elaborazione più centrali: avvengono processi più complessi, di cui è dato osservare il versante soggettivo i fenomeni percettivi, e di descriverli non più in termine fisici bensì psicologici. L’evento percettivo implica la caratteristica della consapevolezza. La percezione è invece un fenomeno psichico che si distingue dalla mera/pulita, limpida sensazione; si tratta di eventi mentali anche se per il loro aspetto semplice e apparentemente automatico essi sono considerati più eventi di tipo fisiologico che veri processi
mentali. C’è l’opinione che le percezioni siano il risultato automatico del funzionamento dei recettori sensoriali e che questi agiscano come una sorta di riproduttori fedeli della realtà esterna. Secondo il realismo ingenuo gli oggetti sono percepiti quali essi sono nella realtà oggettiva, fisica, cosicché l’esperienza soggettiva si caratterizza come copia della realtà. Dunque, ritenere che vedere, udire, toccare sia uguale a conoscere la realtà così com’è, è effetto del realismo ingenui. La percezione della realtà si fonda su processi mentali in gran parte inconsapevoli, che ne regolano consistenza e funzionamento. La percezione è quindi un fenomeno mentale. Anche la percezione dell’altro come handicappato non può essere spiegata come dato fenomenico (conoscenza attraverso l’esperienza dei sensi), ma come processo mentale, ovvero: programma che rimanda ad una memoria ed ad un apprendimento. In ogni processo conoscitivo ci sono sempre strumenti, in primis la mente dell’osservatore ed il linguaggio con cui egli si può esprimere. Con mente dell’osservatore includiamo i suoi sensi. La percezione è sempre un risultato di processi mentali e come tale non riproduce una realtà cosi com’è ma ne media la conoscenza al soggetto. Ogni dato è sempre mediato. Le persone che hanno dei pregiudizi vedono il mondo in coerenza, in dipendenza dei loro pregiudizi. Il che significa non vede il mondo, la realtà, ma inventare un mondo e credere che questo sia quello reale. Una persona in situazione di handicap vive nel rapporto con il prossimo e nel suo sguardo, interiorizzando il mondo in cui viene percepito. Non ci passa nella mente nemmeno per un istante che forse non siamo nel giusto, che protremmo sbagliarci. UN DIFETTO DI RAGIONE: I TUNNEL DELLA MENTE. Il termine tunnel della mente rinvia ad una sorta di nuovo inconscio che coinvolge sempre a nostra insaputa la sfera cognitiva, cioè l’universo dei ragionamenti, dei giudizi, delle scelte tra diverse opportunità, dei contrasti ben ponderati tra ciò che è ritenuto probabile e ciò che è ritenuto improbabile. I tunnel della mente sono potenzialmente dannosi. Non è facile divenire consapevoli della loro azione, nemmeno quando se ne è avvertiti, perché il vissuto soggettivo di chi imbocca, e poi percorre speditamente, una di queste scorciatoie o uno di questi tunnel della mente, non è quello di chi esita perplesso di fronte ad un problema. Palmarini segnala la presenza in noi di almeno otto tunnel della mente, ognuno con proprie caratteristiche:
Avviene di imbattersi nelle zone grigie anche quando ci si avvicina al mondo dell’handicap. E’ un pregiudizio sull’handicap l’idea che si sia sempre solidarietà tra gli oppressi, tra i sofferenti. Avvicinarsi alla disabilità con l’idea che laddove c’è sofferenza c’è sicuramente solidarietà e ogni altro valore positivo, significa non conoscere a fondo la realtà e non riuscire a vederla. Il fenomeno della zona grigia si ripete ovunque si innalzano muri (materiali e non) della segregazione, del rifiuto e dello scarto. Esso è sgretolatile solo se una scala di valori ben diversa da quella corrente riesce a riannodare i sottilissimi fili delle relazioni interpersonali. L’umanità del disabile, cosi come l’umanità di ogni altro essere umano, cresce e si sviluppa grazie all’educazione. Ciò che la educa essenzialmente sono le relazioni umane, la ricchezza delle relazioni e la loro attitudine ad aprire alla vita, ed al suo reale significato. Il male più grande di chi ha una disabilità consiste nel sentire di dover vivere isolatamente il proprio dolore, la propria sofferenza, il proprio carico di fatica. A volte la solitudine è una scelta. Avviene in questi casi che si preferisca sottrarre se stessi al contatto benefico con gli altri, alle relazioni con chi vive situazioni uguali e analoghe o con chi il problema non lo vive, ma da esso si sente interpellato nella propria e profonda e autentica/ufficiale umanità. In questi casi il pregiudizio sull’handicap non è solo una coppa che impedisce di vedere l’altro al di là del limite, ma è proprio ciò di cui si bagna l’anima. Superare il pregiudizio nei confronti di chi vive una condizione di disabilità, comporta studiare la sua immagine sociale e i significati culturali, morali e scientifici ed economici che si attribuiscono alla sua figura in quanto rafforzano e organizzano i processi di stereotipizzazione del fenomeno. Tanto più una persone è giovane, umile, equilibrata, spiritualmente matrura, provata dalla sofferenza, tanto più è capace di abbattere le barriere interpersonali con i soggetti affetti da handicap. Il muro impalpabile del rifiuto del diverso, a cui concorrono pregiudizi e stereotipi, impedisce a chi lo ha innalzato di vedere nell’handicap una realtà che attraversa l’umanità, e quindi ognuno in se stesso, in quando bisogno cronica di senso, richiamo insaziabile di ulteriorità. Il pregiudizio sull’handicap serve per racchiudere in un cerchio chiuso una scarto di umanità: i diversi. Ma tale fenomeno è solo costruzione mentale. Gli stereotipi impediscono la reale ed effettiva conoscenza di chi troviamo di fronte a noi. Dietro al nome si perde l’individuo nelle sue caratteristiche orginali, ma anche in quelle che lo accomunano altri altri individui che condividono con lui l’appartenenza ad uno stesso contesto umano, culturale e sociale. Se lo stereotipo è spontaneo meccanismo di difesa all’angoscia derivante dal rifiuto di specchiarci in un immagine non gratificante, negativo sotto il profilo dell’identificazione e
ingenerante aggressività, lo stereotipo sociale si eleva a giustificazione razionale della rimozione del problema. Si manifesta in atteggiamenti di distanza e di non accettazione. e a supporto di processi di emarginazione di stigmatizzazione, rendendo credibile l’operazione ideologica per cui la malattia, devianza, inferiorità sociale e intellettuale sono divenute ruolo dovuto dai meccanismi di esclusione e addirittura interiorizzato dai diversi. La percezione umana tende a frantumare l’intero per analizzarne le parti. Si tratta di un atteggiamento che, in assenza di una visione dell’insieme porta a forme di conoscenza disaggregate, disfunzionali. L’azione del pregiudizio sull’handicap concorre a replicare tale atteggiamento nel contesto delle relazioni interpersonali. Pregiudizi e stereotipi rinforzano la mentalità dell’assistenzialismo, della compassione, della dipendenza a scapito di una vera cultura dell’integrazione. La vergogna, il risentimento, la pietà , la compassione , della dipendenza a scapito di una vera cultura dell’integrazione. La vergogna, il risentimento, la pietà, la compassione, non sono affatto criteri cognitivi, ma già costrutti mentali bagnati di componenti affettive. Imbarazzo e disgusto coprono la paura di riconoscersi frammento di fronte al frammento ed inizia cosi, in modo sottile, l’atteggiamento disprezzante e di rifiuto. Pregiudizi e stereotipi generano atteggiamenti di distanza, non accettazione, paura, emarginazione, rifiuto di tutto ciò che non si conosce o non si vuole conoscere. Tanto più emerge la condizione di limite, quanto più è grave il deficit, pregiudizio sull’handicap offre ragione per far ritenere logico e sensato il rifiuto. L’atteggiamento di rifiuto è tanto più forte se la persona non da alcuna speranza di essere in qualche modo produttiva. Alla base dei pregiudizi che riguardano i disabili fisici e mentali c’è il problema della loro ineguatezza rispetto agli standard di efficenza del sistema società.