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Henri-Marrou---La-conoscenza-storica, Sintesi del corso di Filosofia

Riassunto dell'opera e pensiero di Marrou

Tipologia: Sintesi del corso

2014/2015

In vendita dal 16/09/2015

kriziafiorella
kriziafiorella 🇮🇹

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Henri Marrou La conoscenza storica
Introduzione (si può fare dal libro, per sport)
Cap. 1 La storia come conoscenza
Che cos’è la storia? La storia è conoscenza del passato umano. Prima ancora che venga scritta, la
storia compiutamente elaborata è già presente nel pensiero dello storico; e pertanto quali che
possano essere le interferenze tra questi due tipi di attività, essi restano logicamente distinti.
Conoscenza Conoscenza vera, cioè valida storia dev’essere una conoscenza scientificamente
elaborata del passato.
Per ciò che concerne la conoscenza del passato, dobbiamo ricordare che mentre il filosofo della
storia conosce o pretende di conoscere gli aspetti essenziali di questo passato, noi ci rifiutiamo di
seguirlo e accettiamo nel suo complesso tutto ciò che appartenne al passato dell’uomo, o almeno
tutto quello che noi riusciremo a saperne.
L’unico elemento che così resta ambigua è la qualifica di umano attribuita al passato: noi
crediamo che essa importi l’identificazione suscettibile di essere compreso direttamente e di
essere colto dall’interno.
As esempio quando lo stesso studioso della preistoria sposta la sua indagine su quegli oggetti che
conservano i segni di un atto volontario dell’uomo, e attraverso la loro muta testimonianza si
sforza di comprendere le tecniche materiali o spirituali, le idee e i sentimenti dei loro remotissimi
artefici, questa sua attività rientra in quel ramo della storia che è l’archeologia e che può già dirsi
storia. La conoscenza interiore dell’uomo e delle sue possibilità ci permette di capire quei
cacciatori preistorici, i quali sono perfettamente storici. (artifacts oggetti che conservano le
tracce di un’attività umana).
𝐻 = 𝑃 ÷ 𝑝
La storia è il rapporto posto in essere dallo storico tra due piani di umanità: i l passato vissuto
dagli uomini di un tempo e il presente in cui si sviluppa tutto uno sforzo inteso a rievocare questo
passato, perché ne tragga profitto l’uomo, cioè gli uomini che verranno.
È bene quindi opporre realtà storica a conoscenza storica:
Tedesco Geschichte(realtà storica oggettiva)/Historie(conoscenza storica soggettiva)
Italiano Storia/storiografia
Francesce Histoire/histoire.
Marrou propone di lasciare da parte le antitesi perché scinderebbero la realtà che è la
conoscenza del passato umano, la sola che abbia mai designato il linguaggio. Tale coscienza è
presente in tutto il rapporto, cioè nella sintesi che l’intervento e l’iniziativa del soggetto
conoscente stabilisce tra presente e passato.
Storia conoscenza presuppone un oggetto, cioè di conoscere il passato di cui possiamo
postulare l’esistenza come qualcosa di necessario.
Dilthey l’oggetto della storia ci si presenta ontologicamente, cioè come noumeno: esso
certamente esiste, ma non possiamo descriverlo.
Si deve allora evitare di indicare questo passato, prima che possa dirsi compiuta l’elaborazione
della sua conoscenza con quello stesso termine che sta appunto ad indicare tale compiuta
conoscenza. È bene allora soffermarsi sulla formula “Evoluzione dell’umanità” che comprende in
i concetti di “genesi” e “divenire”. Nell’accezione biologica, l’evoluzione sta ad indicare il
complesso di relazioni causali che uniscono nel tempo l’essere vivente ai suoi diretti
predecessori. L’estensione analogica di questo concetto al periodo vissuto dall’homo sapiens
successivamente all’apparizione della sua specie, sembra più che ammissibile. La condizione
presente di un essere vivente si spiega con l’eredità del suo passato.
Il passato realmente vissuto, l’evoluzione dell’uomo non sono la storia. Il passato dell’uomo,
rivivendo nella coscienza dello storico, diviene tutt’altra cosa, partecipa di un altro modo
dell’essere. Il passato quindi è caratterizzato dal fatto che esso è conosciuto come passato.
Quello che è passato per noi, era presente per quelli che lo hanno vissuto e così via a ritroso.
Da ciò vien fuori che:
a) Lungi dal farsi contemporaneo del suo oggetto, lo storico se ne appropria per situarlo
prospetticamente nella profondità del passato; lo conosce in quanto passato.
In questa capacità di sentire in modo egualmente vivo realtà e lontananza del passato, ci
sembra che suole indicarsi come senso storico.
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Henri Marrou – La conoscenza storica

Introduzione (si può fare dal libro, per sport)

Cap. 1 – La storia come conoscenza

Che cos’è la storia? La storia è conoscenza del passato umano. Prima ancora che venga scritta, la storia compiutamente elaborata è già presente nel pensiero dello storico; e pertanto quali che possano essere le interferenze tra questi due tipi di attività, essi restano logicamente distinti. Conoscenza Conoscenza vera, cioè valida storia dev’essere una conoscenza scientificamente elaborata del passato. Per ciò che concerne la conoscenza del passato, dobbiamo ricordare che mentre il filosofo della storia conosce o pretende di conoscere gli aspetti essenziali di questo passato, noi ci rifiutiamo di seguirlo e accettiamo nel suo complesso tutto ciò che appartenne al passato dell’uomo, o almeno tutto quello che noi riusciremo a saperne. L’unico elemento che così resta ambigua è la qualifica di umano attribuita al passato: noi crediamo che essa importi l’identificazione suscettibile di essere compreso direttamente e di essere colto dall’interno. As esempio quando lo stesso studioso della preistoria sposta la sua indagine su quegli oggetti che conservano i segni di un atto volontario dell’uomo, e attraverso la loro muta testimonianza si sforza di comprendere le tecniche materiali o spirituali, le idee e i sentimenti dei loro remotissimi artefici, questa sua attività rientra in quel ramo della storia che è l’archeologia e che può già dirsi storia. La conoscenza interiore dell’uomo e delle sue possibilità ci permette di capire quei cacciatori preistorici, i quali sono perfettamente storici. (artifacts oggetti che conservano le tracce di un’attività umana). 𝐻 = 𝑃 ÷ 𝑝 La storia è il rapporto posto in essere dallo storico tra due piani di umanità: il passato vissuto dagli uomini di un tempo e il presente in cui si sviluppa tutto uno sforzo inteso a rievocare questo passato, perché ne tragga profitto l’uomo, cioè gli uomini che verranno. È bene quindi opporre realtà storica a conoscenza storica: Tedesco  Geschichte(realtà storica oggettiva)/Historie(conoscenza storica soggettiva) Italiano Storia/storiografia Francesce Histoire/histoire. Marrou propone di lasciare da parte le antitesi perché scinderebbero la realtà che è la conoscenza del passato umano, la sola che abbia mai designato il linguaggio. Tale coscienza è presente in tutto il rapporto, cioè nella sintesi che l’intervento e l’iniziativa del soggetto conoscente stabilisce tra presente e passato. Storia conoscenza presuppone un oggetto, cioè di conoscere il passato di cui possiamo postulare l’esistenza come qualcosa di necessario. Dilthey l’oggetto della storia ci si presenta ontologicamente, cioè come noumeno: esso certamente esiste, ma non possiamo descriverlo. Si deve allora evitare di indicare questo passato, prima che possa dirsi compiuta l’elaborazione della sua conoscenza con quello stesso termine che sta appunto ad indicare tale compiuta conoscenza. È bene allora soffermarsi sulla formula “Evoluzione dell’umanità” che comprende in sé i concetti di “genesi” e “divenire”. Nell’accezione biologica, l’evoluzione sta ad indicare il complesso di relazioni causali che uniscono nel tempo l’essere vivente ai suoi diretti predecessori. L’estensione analogica di questo concetto al periodo vissuto dall’homo sapiens successivamente all’apparizione della sua specie, sembra più che ammissibile. La condizione presente di un essere vivente si spiega con l’eredità del suo passato. Il passato realmente vissuto, l’evoluzione dell’uomo non sono la storia. Il passato dell’uomo, rivivendo nella coscienza dello storico, diviene tutt’altra cosa, partecipa di un altro modo dell’essere. Il passato quindi è caratterizzato dal fatto che esso è conosciuto come passato. Quello che è passato per noi, era presente per quelli che lo hanno vissuto e così via a ritroso. Da ciò vien fuori che: a) Lungi dal farsi contemporaneo del suo oggetto, lo storico se ne appropria per situarlo prospetticamente nella profondità del passato; lo conosce in quanto passato. In questa capacità di sentire in modo egualmente vivo realtà e lontananza del passato, ci sembra che suole indicarsi come senso storico.

b) Lontananza dal passato non vuol dire che tutto il tempo trascorso da allora sino ad oggi sia come uno spazio vuoto: gli avvenimenti studiati dallo storico non hanno mai cessato dal produrre frutti e conseguenze, dallo spiegare cioè una loro intrinseca potenzialità, così che noi non possiamo scindere la cognizione che abbiamo del lontano passato dalla conoscenza di tutti gli eventi che si sono poi succeduti fino ai giorni nostri. Bisogna introdurre una regola dell’epilogo: ogni studioso che non esami il suo oggetto dalle origini ai giorni nostri, deve essere sempre preceduto da una introduzione che mostri i precedenti del fenomeno studiato ed essere seguito da un epilogo in cui si cerchi di rispondere a questa domanda: “che cos’è accaduto successivamente?”. Bisogna evitare che la ricerca si inizi ex abrupto e termini improvvisamente. c) Quando il passato era qualcosa di vivo e quindi di presente, lo era non diversamente dal presente che noi viviamo oggi. Almeno su questa terra non esistono posti di osservazioni privilegiati. La conoscenza dello storico mira all’intelligibilità, a sollevarsi dalla polvere dei piccoli fatti, per sostituirvi una visione ordinata che permetta di scorgere le linee e gli orientamenti generali suscettibili di comprensione, le catene di relazioni causali finaliste, nonché i significati e i valori. Fine dello storico è quello di guardare al passato con uno sguardo razionale, capace di impadronirsene, di comprenderlo e, in un certo senso, di spiegarlo: uno sguardo che noi non potremmo mai gettare sul tempo presente. Marrou poi se la prende con la storia locale perché è un racconto che riferisce il passato fedelmente, ma anche con quelle assurdità che sono implicite nelle confuse impressioni di un’esperienza diretta. Questa non è ancora storia proprio perché manca l’impegno a ripensare il dato immediato per renderlo appunto pensabile, cioè suscettibile di comprensione. Più che accettare i fatti, allo storico importa soprattutto comprenderli, e d’altronde gli avvenimenti che lo interessano rivelano nella maggior parte dei casi qualcosa di più sottile che non le semplici constatazioni materiali.

Capitolo 2 – La storia è inseparabile dallo storico

La filosofia critica della storia può finalmente impegnarsi a sottolineare il compito decisivo che nella elaborazione della conoscenza storica viene svolta dall’intervento attivo dello storico, dal pensiero e dalla personalità sua. Vero problema A quali condizioni è possibile la conoscenza storica? I positivisti sognavano di porre la storia sullo stesso piano di quelle scienze, che essi chiamavano esatte. I teorici positivisti cercarono di definire le condizioni alle quali avrebbe dovuto obbedire la storia per raggiungere anch’essa l’ambito rango di scienza positiva, di conoscenza “valida per tutti”, l’obiettività. “In fondo loro palese ambizione era di promuovere una scienza esatta delle cose dello spirito” (Renan). Formula dei positivisti è: h= P+p. I positivisti vedono nella storia l’obiettiva registrazione del passato con in più, purtroppo, un inevitabile intervento in cui si muove lo storico, qualcosa come l’astigmatismo dell’oftamologo o l’equazione personale dell’osservatore: un dato superfluo, una entità che bisogna ridurre al minimo. Dello storico, nonché dei suoi informatori, si sarebbe voluto fare uno strumento meramente passivo, una sorta di apparecchio registratore che riproducesse l’oggetto, cioè il passato con meccanica fedeltà o fotografarlo. L’interpretazione critica individua la testimonianza, il cui valore viene stabilito da una severa critica interna negativa dell’esattezza e della sincerità: a poco a poco nelle nostre schede viene accumulandosi il buon grano dei fatti: allo storico resta solo da riferirli con fedeltà ed esattezza sino quasi a scomparire dietro le testimonianze riconosciute valide. Collingwood la chiama storia forbici-e-colla. Niente è più approssimativo di questa analisi che si dimostra assolutamente incapace di rendere i momenti della evoluzione interiore dello storico. Una metodologia del genere non portava ad altro se non a degradare la storia in erudizione. Contro Langois, si può dire che la storia è il risultato dell’attività creatrice dello storico che, come soggette conoscente, stabilisce un rapporto tra il passato evocato e il presente che è suo. V.H. Galbraith di Cambrigde: “La storia è il passato nella misura in cui possiamo conoscerlo”. Gli storici non son più soli, ma si scontrano nelle tenebre con un Altro misterioso, quel passato che più sopra indicavo come la realtà noumenica del passato, realtà che a volte si avverte terribilmente presente, ribelle ad ogni nostro sforzo, sicché quando noi cerchiamo di

spirito ci si accorge della presenza di più individui originali”, di un maggior numero di tesori da strappare al passato dell’uomo.

Capitolo 3 – La storia si fa con i documenti

Posta la domanda occorre trovarvi una risposta. A questo punto interviene il documento: questo può essere conosciuto solo attraverso le tracce che ha lasciato dietro di sé, e che noi riusciamo a capire, e inoltre soltanto nella misura in cui queste tracce sono state lasciate, in cui le abbiamo ritrovate e ci siamo mostrati capaci di interpretarlo. Esigenza tecnica grava sull’elaborazione della storia  I filosofi non hanno insistito a sufficienza su questo punto, forse perché la nostra filosofia critica è nata quando la scienza storica, ebbra dei suoi successi, tendeva a dimenticare i suoi limiti. Ranke “Storia Universale” La storia comincia là dove i monumenti divengono intelligibili e dove esistono documenti degni di fede. Spengler dimostra la necessaria esistenza di avvenimenti di importanza capitale, die quali purtroppo non sapremo mai assolutamente niente per mancanza di documenti che li ricordino. Meyer “è storico solo ciò che è o è stato attivo”. Poiché l’esistenza e la conservazione di questi documenti sono dovute al gioco di un complesso di forze che non sono state predisposte in vista delle esigenze di un eventuale storico, si deve dedurre che mai riuscire a sapere tutto ciò che è stato questo passato, e nemmeno tuto ciò che siamo in condizione di desiderare di sapere. I documenti conservati non sono sempre quelli che noi vorremmo, ciò che dovrebbero essere. O non ve ne sono o non se ne trovano abbastanza. Oppure i documenti sono troppi: circostanza normale nella storia contemporanea, un campo in cui lo studioso quasi soccombe sotto il peso degli archivi accumulati e, da un tempo a questa parte, egregiamente conservati. I problemi realmente interessanti diventano allora inaccessibili. Limite della conoscenza storica  La sua possibilità, la sua precisione, il suo interesse, il suo stesso valore sono determinati dal fatto brutale, assolutamente estrinseco, della presenza o meno di una documentazione relativa a tutti i problemi che la ricerca si propone di affrontare. Grande storico non sarà soltanto chi meglio saprà porre i problemi, ma colui che sarà allo stesso tempo capace di elaborare nella maniera migliore un piano concreto di ricerche che permetta di trovare e di dare risalto ad una maggiore quantità di documenti tra i più sicuri e rivelatori. Langlois-Seignobos: l’euristica si riduce alla consultazione bibliografica. Spesso l’originalità dello storico sta proprio nel trovare una nuova prospettiva che permette di utilizzare, ai fini di un nuovo problema, un gruppo di documenti che si credevano già esaurientemente analizzati. La scelta dei documenti utilizzabili per la soluzione di un determinato problema, lungi dal presentarsi come un’operazione puramente meccanica, offre allo studioso occasione di esercitare il suo talento. In primo luogo l’euristica è un’arte che comporta le sue regole, i suoi strumenti di lavoro, il suo consumato mestiere. La scienza storica ha dovuto adeguare il suo metodo di ricerca alle condizioni affatto differenti dei periodi e degli aspetti del passato da essi studiati. Alla ricerca delle fonti si associa strettamente l’analisi della bibliografia. Ma l’ingegnosità dello storico non si manifesterà soltanto nell’arte di scoprire i documenti: bisogna anche e soprattutto sapere quali di essi cercare. Fino a che la questione è circoscritta al campo abbastanza elementare di quella che noi chiamiamo événementielle non è molto difficile determinare quale sia il documento pertinente; la nozione si fa molto più complessa e soprattutto molto più sfuggente quando, di là dall’accertamento materiale della realtà di un fatto preciso, si ricercano tutti i suoi aspetti marginali, tutte le sue circostanze, i suoi effetti, le sue cause, il suo significato e il suo valore. Ogni fonte di informazione da cui lo storico sappia dedurre qualche elemento per la conoscenza del passato umano, considerato in funzione della domanda che gli è stata rivolta, può considerarsi un documento. La nostra documentazione si gioverà di tutto ciò che ancora si conserva del retaggio del passato, e che può essere interpretato come un indizio rivelatore della presenza, dell’attività, dei sentimenti e della mentalità dell’uomo di un altro tempo. Tale nozione ci appare in funzione di due distinte varianti: nella stessa misura in cui dipende dal passato, essa si mostra egualmente legata all’iniziativa e all’abilità dello storico nel servirsi dei suoi strumenti di lavoro e delle sue conoscenze, ma soprattutto ai dati intrinseci della sua personalità: intelligenza, ricchezza di interessi, cultura. Per lo storico, la capacità di percepire una documentazione, altrimenti nemmeno supponibile, dipenderà dalla quantità di conoscenze diverse che egli sarà riuscito ad accumulare dalle sue esperienze umane. Anche se del documento si abbia un concetto molto limitato, qual è quello da noi criticato, anche ove si tratti di un nucleo

di testimonianze ben conosciute e facilmente accessibili, lo studioso non può mai dirsi sicuro di non essersi lasciato sfuggire qualche elemento essenziale, nonostante i suoi spogli metodici, accurati, approfonditi. Operazione chiave del lavoro storico è la COMPRENSIONE. La comprensione storica si manifesta come l’interpretazione di segni o di indizi, la cui realtà immediata ci permette di cogliere qualcosa dell’uomo di un tempo: la sua azione, il suo comportamento, il suo pensiero, la sua vita interiore, a volte, invece, semplicemente la sua presenza (il segno del passaggio di un uomo). La conoscenza del passato umano non si limita solo ai dati rigorosamente umani di questo passato. L’uomo non vive isolato, egli è inseparabile dall’ambiente di cui partecipa. La conoscenza della sua storia non potrà prescindere dai fenomeni naturali. Anche per il presente in cui viviamo vale lo stesso discorso (esempio di quello che ci scivola davanti). Si deve rinunciare alla trasposizione dei metodi delle scienze naturali, occorre prendere le mosse da quel genere di conoscenza definita volgare, quella cioè di cui ci serviamo nella vita di ogni giorno. La storia è incontro con l’Altro e comprende questi altri-da-noi nell’esperienza del presente e insieme con questa rientra nella categoria generale della conoscenza dell’uomo da parte dell’uomo. Comprensione dell’altro  Gnoseologia. Conoscenza storica comprensione dei documenti relativi al passato: ciò non differisce dal constatare l’esistenza degli altri e della loro attività nel presente. Perché io possa comprendere un documento e un altro uomo, occorre che l’Altro partecipi largamente alla categoria dell’Io: bisogno che io già conosca il senso delle parole di cui si serve il suo linguaggio. Il che esige che io conosca egualmente la stessa realtà di cui queste parole, questi segni rappresentano il simbolo. Noi possiamo comprendere soltanto quello che, in misura abbastanza, è già nostro e a noi vicino (nell’esperienza per esempio). Incontro con l’altro  Dimenticarci per un attimo ciò che siamo, e concentrarsi su di lui. (storico dev’essere capace di una tale epokhé). Più la parte dell’Altro andrà accrescendosi a spese della categoria dell’Io, come accade quando il documento ci giunge da un passato più lontano o da un ambiente più esotico, più la comprensione diverrà difficile, rischiosa e parziale: la lingua sarà conosciuta in misura sempre più esigua, la realtà evocata da questi segni parteciperà di un ordine meno consueto e diverrà ipotizzabile con assai maggiore difficoltà. Filosofo invece cerca di suggerire, attraverso la retorica, quel che la parola non ha detto e non dice. Oppure cerca attraverso neologismi di disperdere l’attenzione del lettore con inutili fumismi.

Capitolo IV – Condizioni e mezzi per la comprensione

Storico è colui che, attraverso l’epokhè, sa uscire da se stesso per incontrarsi con gli altri. Questa virtù è detta simpatia. Secondo i positivisti invece la principale dello storico è lo virtù. Secondo Marrou una esasperazione dello spirito critico è da considerarsi come una delle più gravi deficienze dello storico. Se veramente per comprensione si deve intendere la dialettica dell’Io con l’Altro-da-me, questa postula una più ampia e profonda comunione fraterna tra il soggetto e l’oggetto, tra lo storico e il documento: è impossibile comprendere senza questa disposizione dell’animo che ci rende connaturali agli “altri”, che ci permette di risentirne le passioni, di ripensarne le idee di una prospettiva non diversa dalla loro e di comunicare con loro. In questo caso anche il termine simpatia si dimostra insufficiente: se lo storico vuole veramente comprendere, deve cercare di creare un legame di amicizia con il suo oggetto, poiché nessuno può conoscersi se non attraverso l’amicizia. Naturalmente tutto questo non tende ad escludere la presenza e il ricorso allo spirito critico. Io voglio conoscere, comprendere questo passato e, in primo luogo, i documenti suoi nella loro vera essenza; voglio amare in questo amico un “Altro” che esiste. Nella vita, come nella storia, l’autentica amicizia presuppone la verità. Una sincera passione non abolisce la coscienza della realtà: in un certo senso, io sono felice di scoprire anche i limiti, anche i difetti di colui che amo, poiché questo contatto con ciò che esiste, a volte brutale, mi conferma della sua realtà, della sua essenziale alterità. Spirito critico e simpatia devono essere sempre facilmente conciliabili e egualmente presenti in ogni studioso. Laddove si esamini più dappresso l’apporto reale di queste diverse fasi della ricerca, apparirà evidente come sia sempre la simpatia a rappresentare il momento costruttivo:

della ricerca preliminare porterà necessariamente a conclusioni positive: il documento, in quanto esiste, possiede un certo essere determinabile attraverso la comprensione e in virtù della simpatia. S.Agostino: “Non si può mai dire che un documento nel suo essere reale sia menzognero; può ingannare lo storico ingenuo o distratto, se questi lo scambia per qualcosa di diverso da ciò che realmente è, ma fonte dell’errore sarà sempre questa ipotesi falsa e non l’esser stesso del documento: se siamo ingannati non è ex eo quod est, bensì ex eo quod non est”. Un falso è certamente una menzogna, ma lo storico attento, grazie ad una simpatia che gli permette di comprendere senza ingannarsi questo delitto perfetto, può utilizzare la verità che quella menzogna nasconde nel suo intimo. La comprensione del documento si realizza attraverso una dialettica tra l’Io e l’Altro da me. Bisogna insistere su questo punto, se non altro per contribuire a precisare gradualmente un concetto rimasto fino ad oggi piuttosto polemico, quello della storia come conoscenza del singolare. È vero, non può negarsi che la conoscenza storica aspiri a cogliere ciò che non potrà mai vedersi una seconda volta: essa percepisce il singolare nella stessa misura e negli stessi modi della conoscenza divina. Da qui deriva la contrapposizione abituale tra la storia e le scienze naturali; queste, attraverso princìpi generali cercano di raggiungere una conoscenza di ciò che è comune: l’antitesi è un procedimento oratorio che spesso risulta inadeguato e approssimativo. In realtà anche la conoscenza storica utilizza leggi e si serve della conoscenza dell’uomo in generale per conoscere un individuo in particolare; per converso, le scienze naturali, nei loro campi rispettivi, esaminano fatti singoli (fenomeni). Tutti i fenomeni poi sono caratterizzati da una certa storicità. Ma inversamente bisogna precisare che questa comprensione del singolare, dell’altro in quanto tale, è una conoscenza di tipo analogico costruita su elementi che, se non sono universali, sono per lo meno generali. Io comprendo un documento così come comprendo una parola, una espressione del linguaggio quotidiano, lo comprendo cioè nella misura in cui esso non mi si presenta isolato. Ogni documento storico, se da un lato deve possedere una certa originalità, almeno numerica, d’altra parte, in uno dei suoi diversi aspetti deve presentare una certa somiglianza o, in un’accezione più rigorosa, una qualche analogia con altri documenti già noti. In realtà, più un documento si presenterà punti comuni con tutto omogeneo di documenti analoghi e già conosciuti, tanto più agevolmente e con maggior sicurezza lo si potrà interpretare. La storia allora ha necessità per l’interpretazione dei documenti di scienze ausiliare di tipo scientifico o socio-umanistico. (es. dell’epigrafia romana).

Capitolo V – Dal documento al passato

A ogni ritorno su stessa, a ogni giro della nostra elica simbolica, l’ipotesi viene ripresa, corretta, completata: e così, gradualmente, nasce e si sviluppa la conoscenza storica. La storia non si concreta in due fasi distinte: determinare il valore del documento e da questo risalire al passato; la storia postula invece un processo omogeneo; solo comprendendo i documenti, familiarizzandosi con essi essi, meditandoli, esaminando incessantemente, penetrandoli a poco a poco, si può giungere a conoscere tanto la loro vera essenza, quanto il passato umano di cui essi conservano segni e testimonianza. Lo storico è l’uomo che acquista tale familiarità con i documenti, grazie a cui riesce a conoscerne con certezza il significato, l’importanza, il valore, a sapere quale immagine del passato essi racchiudano e offrano. Giungiamo a farci una immagine veramente valida dell’Altro da noi, solo in quanto lo vediamo vivere, agire, reagire, lo ascoltiamo parlare, ne osserviamo le tante e diverse testimonianze che dell’alterità sua egli ci offre. La consuetudine con i documenti ci permette in ultima analisi di conoscere l’uomo del passato non diversamente da come, oggi, l’amico conosce i suoi amici. Proprio a questo punto lo storico deve compiere il salto e risalire dal documento ad una realtà evocata dal documento stesso ma a questo esteriore; la realtà di quel passato è naturalmente molto più difficile a stabilire, anzi l’aliquota di incertezza andrà ben presto crescendo. A questo proposito la metodologia positivista aveva elaborato una dottrina rigorosissima, che può così riassumersi: di per se stesso, nessun documento prova in modo indiscutibile l’esistenza di un fatto; l’analisi critica porta soltanto a determinare l’attendibilità che sembrerebbe meritare la sua testimonianza. Non si può risalire alla realtà di un fatto servendosi solo di un documento. Se si è capaci di riunire un certo numero di testimonianze egualmente autorevoli e le cui affermazioni siano rigorosamente convergennti; se si riesce a stabilirne l’indipendenza, allora soltanto la probabilità di potere affermare la loro veridicità diviene più grande e finisce per raggiungere praticamente la certezza.

La teoria positivista definisce le condizioni necessarie ad assicurare la richiesta purezza della Conoscenza, ma non riesce a garantire l’estensione e l’interesse del Conosciuto che in tal condizioni è effettivamente accessibile. Queste esigenze trascura i limiti posti dalla condizione umana del caso capriccioso che ha determinato lo stato della documentazione di cui dispone lo storico. Per lo più, nessuna delle condizioni suddette si trova concretamente realizzata: esse postulerebbero la formulazione di singole proposizioni negative, circostanza che è la più difficile a ottenersi. Per ciò che concerne l’indipendenza dei testimoni possiamo stabilire i rapporti positivi di dipendenza eventualmente esistenti tra i documenti, oppure concludere che sino a informazioni più precise essi sembrano indipendenti. Ma allora quando potremo affermare che lo sono realmente? La critica interna determina il massimo grado di credibilità che, allo stato delle nostre cognizioni, sembrerebbe meritare un documento; non quello reale, perché non possiamo fare l’enumerazione esauriente delle cause di possibili errori. Per quanto riguarda la concordanza di più testimonianze, perché si verifichi un caso del genere è necessario ovviamente che l’oggetto osservato sia stato lo stesso; orbene, due uomini diversi, che si interessando a cose diverse, ciascuno con la sua propria mentalità e con le sue inclinazioni, non riusciranno mai a vedere un che di identico in quello stesso avvenimento umano che si svolge sotto i loro occhi. Senza dubbio è sufficiente, e accade non di rado, che i campi di osservazione si incontrino: il consenso verte infatti sui punti comuni delle testimonianze; ma è necessario premettere che questa identità non può riferirsi se non agli elementi più esteriori della realtà, oggettivi o oggettivabili, sui quali è possibile raggiungere un accordo fondato sull’esame: eppure, in questo caso, di fronte alla totalità della realtà umana, che sola importa ricercare e conoscere, di fronte a questa complessa in cui gesti esteriori e azioni visibili sono inseparabili dai valori psicologici e da tutti quegli altri che le conferiscono significato e importanza, quell’accordo è come uno scheletro senza carne. Di fronte alla realtà del passato, lo storico si preoccupa più dell’essenza che dell’esistenza: stabilire la realtà dell’elemento ha la sua importanza, ma non può essere ritenuto sufficiente; sullo “scheletro” degli avvenimenti è necessario sistemare i nervi, la carne e la pelle, la epidermide delicata del reale, dell’uomo. In effetti bisogna intendersi su ciò che si indica come verità della storia: se ne è oggetto il passato umano, essa sarà vera nella misura in cui giungerà a ritrovare in tutta la sua ricchezza la realtà dell’uomo; conoscere quest’ultimo, infatti, non significa ridurlo a un corpo mobile animato da movimenti identificati nel tempo e nello spazio. La teoria classica della verifica per mezzo delle convergenze delle diverse testimonianze può assumere solo il fattore comune tra queste più evidente, mentre è portata a trascurare ciò che ciascuna possiede di maggiormente prezioso, perché più sottile e delicato; di più reale, perché più vicino alla inesauribile complessità della realtà umana. La conoscenza dunque deve aderire al suo oggetto. I positivisti sono stati mossi dall’ideale di oggettività intesa, con estremo rigore, quale conoscenza che in qualche modo fosse verificabile sperimentalmente; conoscenza, come essi amavano dire, valida per tutti: ciò che in definitiva non portava ad altro risultato che a quello di escludere praticamente la stessa possibilità di una storia. Molto coerentemente i positivisti concludevano che, ove mancassero testimonianze convergenti, sufficienti per quantità e per valore, non restava altro da fare che confessare la nostra ignoranza. (marrou non accetta affatto questa posizione). Secondo Marrou, quando ci troviamo alla presenza di un documento o di un testimone, la nostra preoccupazione immediata non sarà più quella di domandarci se sia possibile confrontarlo con altri, se il testimone abbia voluto ingannarci ecc, ma cercheremo innanzitutto di sapere se egli abbia compreso ciò di cui parla, e fino a che punto l’abbia capito ed espresso; con quanta e con quale precisione, ampiezza, complessità, profondità, sia riuscito a riflettere, a registrare e quindi trasmetterci la sottile realtà che noi tentiamo di cogliere. La pretesa di controllare dall’esterno la validità dei nostri testimoni si dimostra quasi sempre illusoria; spesso, pur conoscendo assai bene il nostro documento, pur adoperandoci per comprenderlo sempre più profondamente, non possiamo fare altro che formulare un giudizio probabile sul grado e sulla natura della sua autenticità e decidere se, proseguendo la ricerca, gli potremo o meno attribuire la fiducia. Cogliamo qui l’essenza stessa della conoscenza storica: Quando affronta in pieno il suo oggetto, cioè tutta la ricchezza della realtà umana, la conoscenza storica non riesce ad accumulare quella somma di probabilità che teoreticamente potrebbe portare ad una quasi certezza; in definitiva essa si fonda su un atto di fede: del passato conosciamo soltanto ciò che siamo riusciti a comprendere dei documenti che abbiamo o so si sono conservati.

perciò non suscettibile di dimostrazione: non è una scienza nel senso esatto del termine, ma soltanto conoscenza fondata sulla fede. Diviene quindi possibile determinare i limiti in cui possa farsi valere efficacemente l’esigenza critica. Il giudizio storico si inserisce nella sfera del probabile e non in quella della necessità. È vero, né vi è alcun dubbio, che le cose potrebbero sempre essere accadute in modo diverso: ogni testimonianza è suscettibile di contestazione. E allora, cerchiamo di comprendere il nostro documento, di vedere che cosa si possa appurare della sua effettiva entità e che cosa sia ragionevole dedurne. Ragionevole, niente di più; a chi esigesse alcunché di meglio, bisogna rispondere di abbandonare la storia e di limitarsi alle matematiche, perché quest’ultimo è il solo campo in cui lo spirito geometrico può trovare, insieme con una completa soddisfazione, un legittimo campo di azione. Noi non siamo Dio e non possiamo sapere tutto: a differenza delle scienze naturali in cui, nei limiti dell’esperienza comune è sempre possibile precisare meglio l’esperienza, in istoria invece la precisione ben presto finisce per accrescersi a danno della certezza.

Capitolo VI - L’uso del concetto

Ricerca, comprensione, utilizzazione dei documenti: in tal modo lo storico elabora una risposta alla domanda che lo ha mosso a scoprire e ad incontrare il passato. Ora occorre prescisare in che modo e con quali strumenti si realizzi questo processo di elaborazione: la cosa ha una sua importanza, perché tutto il problema della verità storica è condizionato dalla validità di queste operazioni mentali che consentono la trasformazione e il passaggio dal numero alla conoscenza, dalla realtà umana, che si evolveva nel passato, alla storia. A questo fine, lo strumento essenziale sembra essere il concetto: conoscere storicamente significa sostituire ad un dato, di per se stesso incomprensibile, un sistema di concetti elaborati dallo spirito. Lo storico non può apprendere nulla dal passato, nemmeno il fatto più elementale, più semplice, più oggettivo senza qualificarlo: non ci si può limitare a dire che esso è stato, senza in qualche modo precisare che cosa sia stato. La pretesa della di conoscere prescindendo dagli strumenti logici della conoscenza, implicherebbe una vera e propria contraddizione. Qualsiasi episodio non avrebbe significato se si risalisse alle singole cose in se stesso. (quel fatto c è accaduto nel tempo t nello spazio s’). Lungi dal cogliere i fatti nella loro immediatezza, come sono realmente accaduti, li abbiamo pensati, e cioè appresi, servendoci di concetti elaborati dall’uomo al fine di costruire le scienze naturali. Anziché garantirci una più immediata comprensione del passato, questi concetti, ottenuti attraverso un processo di schematizzazione, hanno potuto darci soltanto una immagine mutilata della realtà umana, diventa perciò necessario completare i concetti scientifici con altri più specificatamente umanai, i quali, oltre a permetterci di comprendere meglio la realtà storica, le conferiranno una struttura molto più facilmente intelligibile. Ricorreremo dunque a varie nozioni e cercheremo di determinare la validità di questi concetti, cioè la loro verità da cui dipende la verità della storia. Poiché dunque non tutti gli strumenti di cui si serve lo storico hanno la stessa struttura logica e lo stesso valore, distinguiamo cinque grandi categorie: a) La storia utilizza concetti che ambiscono all’universale, suscettibili di essere applicati a ogni uomo, qualunque sia l’epoca o l’ambiente in cui è vissuto. Lo storico, prima di interessarsi al quel che di singolare presenta l’uomo, o di peculiare una determinata civiltà, deve cogliere l’uomo semplicemente e soltanto come uomo. Nessuno di noi infatti può pensare per un solo momento al passato senza richiamarsi alle nozioni universali di uomo, homo o vir, donna, vita, morte etc. La validità ed effettiva universalità dei concetti è ovviamente condizionata dal valore delle scienze che li hanno elaborati ed è relativa al grado di verità a cui le stesse scienze possono assurgere allo stato attuale del loro sviluppo. (Es: cesare era calvo si avvale del concetto universale di calvizia che viene dalla medicina). Un’altra specie dello stesso genere è rappresentata dalle idee sull’uomo, sulle cose dell’uomo e, in generale, sull’umanità; idee che, più o meno coscientemente, lo storico assorbe dall’ambiente in cui vive: la lingua del suo popolo, le idee dominanti del suo tempo, l’ideologia della classe sociale cui appartiene, la filosofia che gli ha insegnato a pensare. È fin troppo evidente come lo storico non di rado resti prigioniero di una prospettiva particolare che gli è imposta, egli si convincerà facilmente di pensare l’uomo in termini di validità universale, mentre in realtà lo guardano attraverso le forme peculiari all’esperienza che gli è contemporanea: questi strumenti adeguati non permetteranno allo storico di avvicinarsi agli uomini del passato in quanti altri da lui e diversi, senza deformarli. E giustamente lo storico denuncia il pericolo di un ingenuo dogmatismo che, ignorando la storia, conduce soltanto ad un illusorio pseudo-

universalismo. Il giovane ricercatore a contatto con i documenti apprende gradualmente a liberarsi dai suoi pregiudizi, dai suoi abiti mentali, dalla sua troppo particolare forma di umanità, a lasciare da parte il suo io per aprirsi ad altri modi di esperienza vissuta, per divenire capace di incontrare e di comprendere gli altri. Quest’ideale è difficilmente e mai completamente raggiungibile e impone allo storico de norme di metodo: imparare anzitutto a pensare con rigore, a reagire alla consuetudine del linguaggio comune attribuendo un senso preciso a ogni termine impiegato. L’universalità o la generalità, la validità dei concetti di cui si serve lo storico, sono più che relativi, dipendenti, non dalla personalità dello storico, dalla sua mentalità e dal tempo in cui vive, ma piuttosto dalla verità della filosofia implicita ed esplicita, che gli ha permesso di elaborarli. Tutte le nostre idee sull’uomo, che costituiscono i mezzi di cui ci serviamo quando ci proviamo a comprendere il passato, si collegano ad una certa filosofia dell’uomo. E la verità di questi concetti, che implica i limiti della loro validità, condiziona la stessa verità della conoscenza storica; accertare, precisare e verificare questa validità non sospetta tanto allo storico, quanto al filosofo come tale e all’antropologo. La storia partecipa di un tutto, di un organismo culturale in cui la filosofia è come la spina dorsale, lo scheletro, il sistema nervoso; in questo organismo essa si regge e con esso cade; bisogna avere il coraggio di riconoscere questo carattere fortemente strutturato della conoscenza e l’unità delle diverse manifestazioni dello spirito umano. b) Si avrà cura di distinguere i veri concetti, elaborati per generalizzazione, dall’uso analogico o metaforico di una singola immagine a cui lo storico può fare eventualmente ricorso. Secondo Croce la conoscenza storica sarebbe un insieme di giudizi del tipo S è P, I è U, che affermano il predicato universale di un soggetto particolare. Predicato che poi sarebbe un concetto funzionale, suscettibile di una rigorosa definizione, e che permetterebbe di conferire al singolare un carattere razionale, o piuttosto di percepire la razionalità immanente in ogni singola realtà. Per Croce insomma questi universali avrebbero un’orgine extratemporale e non empirica. (guarda esempio pagina 138-139) Secondo Marrou, la conoscenza storica che cerca di cogliere la vita degli uomini passati in tutta la sua delicatezza, in tutte le sue infinite sfumature, in tutta la sua complessa verità, non saprebbe appagarsi delle risorse della logica matematica, rigorosa sì, ma sempre rigida: un paragone implicito può permettere la comprensione di molti aspetti del reale, che rimarrebbero incomprensibili per chi tentasse di racchiuderli in esplicite definizioni. I paragoni sono sempre imperfetti e non si deve mai dimenticare che nella storia, dominio del singolare, non vi sono parallelismi perfetti né ripetizioni assolute. Pertanto il servirsi di tali procedimenti analogici o metaforici esige prudenza. Quando si renderà necessario passare dall’elaborazione della conoscenza nello spirito dello storico alla sua espressione diretta al pubblico, l’uso figurato di singole immagini presenterà difficoltà di gran lunga maggiori: come dirsi sicuri che il lettore comprendere tutto ciò che l’autore ha voluto porre in quel certo accostamento e i limiti in cui esso è stato tenuto? c) In opposizione ai concetti veramente universali esaminati nel paragrafo a, lo storico si serve di nozioni tecniche la cui validità è limitata nel tempo e nello spazio, o è relativa ad un determinato ambiente di civiltà. È il caso di tutti quei termini tecnici che indicano fatti di civiltà passate. Si deve per esempio trovare la giusta corrispondenza tra significati, oppure l’esatta traduzione di alcune parole che ci sono ancora sconosciute. Ma il pericolo è duplice: possiamo escludere qualcosa dalla verità del passato; oppure includervi qualcosa di diverso o di eccessivo. Quest’ultimo è il tipico problema di chi fa storia della filosofia, del pensiero, della mentalità, in quanto egli è spinto ad attribuire all’uomo di un tempo l’idea chiara e distinta da lui stesso elaborata con l’estrapolare i dati dei documenti di cui dispone. d) Abbiamo ora un’ulteriore categoria, quella dell’Idealtypus (termine preso da Weber). L’esempio di Idealtypus è quello che viene dal testo “città antica” di Fustel de Coulanges. Si tratta della citystate intesa come confederazione di grandi famiglie a struttura patriarcale, prima riunite in fratrie, poi in tribù, la cui unità per ognuno di questi gruppi sociali, dalla famiglia alla città, viene espressa e confermata dalla esistenza di un culto specifico dedicato al capostipite o all’eroe, e praticato intorno ad un altare comune. Si tratta di uno schemo ideale, cioè di uno schema organico le cui parti sono reciprocamente dipendenti ed esso è espresso infine con rigore e precisione dallo

carattere dominante: così la storia si popola di fantasmi e queste vane ombre sono un’altra maniera per farne un gioco d’astrazione. Lo storico rigoroso, dunque deve sempre precisare in che senso intenda assumere una tale maniera di ipostatizzare. L’ultimo stadio della conoscenza non può essere rappresentato da concetti generali o astratti, poiché la realtà del passato è sempre più ricca, più sottile e complessa di qualsiasi idea noi possiamo elaborare per farla nostra; essa consiste in questa concretezza, in questa singolarità che sempre ci turba, ci sconcerta, ci sorprende con qualcosa di nuovo, di inatteso, di radicalmente diverso. Un rigido razionalismo se ne adonterà come di una sconfitta, ma il vero storico al contrario se ne compiace, poiché proprio in questo aspetto della realtà umana consiste la fecondità e l’originalità della storia. L’esperienza del passato è fatta in modo tale da avere la funzione di sconvolgere gli schemi facili e simmetrici, in cui la ragione umana quasi naturalmente tende a racchiudere la realtà. È proprio la storia a ricordarci continuamente, farci scoprire che vi sono più cose nell’uomo e nella vita di quanti sogni non ci siano nei poveri concetti di una filosofia. Quanto si è detto finalmente permette di risolvere una questione troppo a lungo controversa: la divisione della storia in periodi. Si tratterà sempre di etichette, precarie comunque, e relative alla prospettiva momentaneamente assunta; la loro funzione di ordine pratico, pedagogico, non deve mai essere sopravvalutata, perché in nessun caso potrà darci una determinazione di essenze.

Capitolo VII – La spiegazione e i suoi limiti

La storia, tentando di conoscere il suo oggetto nel modo più preciso e completo possibile, si preoccupi nello stesso tempo di farlo comprendere e cioè di offrirne una spiegazione. In primo luogo, si deve considerare il caso relativamente semplice del quadro storico: si valuti perciò lo sforzo compiuto dallo storico per cogliere i giusto significato dello spettacolo che gli offre, in un momento t della sua evoluzione, il passato dell’umanità o piuttosto il settore sempre limitato ch’è l’oggetto dell’autentica ricerca storica. Il dato non si presenta ai nostri occhi come confuso e da ordinare, al contrario l’analisi vi individua con sicurezza strutture e fenomeni di coordinazione. Senza dubbio l’oggetto della storia partecipa sempre della categoria del Singolare; allo stesso modo non può negarsi che gli attori della storia siano sempre uomini, cioè individualità. Però ci sono anche realtà storiche che, pur rientrando nella sfera del Singolare, possiedono tuttavia un certo carattere generale, nel senso che si presentano come un compendio di fenomeni elementari, meno comprensivi, che in rapporto ad essa appaiono come parti di fronte ad un tutto. Bisogna stabilire l’esistenza di una struttura unificata, di un tutto omogeneo, di un Zusammenhang: l’unità costituisce un problema, non un principio da cui si possa prendere le mosse. Perciò il vero storico proverà un’invincibile avversione per la maggior parte delle teorie sulla civiltà che si sono andate moltiplicando negli anni tra le due guerre, nella misura in cui tali teorie accolgono questo postulato della coerenza, dell’unità strutturale. I nostri teorici della civiltà, i culturologhi non sono i soli ad aver abusato di questa ipotesi unitaria: anche gli etnografi, dal canto loro, sono caduti sovente nello stesso errore. Il mito dell’unità strutturale delle civiltà, è uno degli aspetti di quella prepotente tentazione idealistica che lo storico deve superare. La struttura reale delle diverse civiltà non può essere postulata; essa si rivela soltanto in seguito a un esame attento e minuto. Secondo Sorokin, tra gli elementi di realtà storica che i fatti di civiltà costituiscono, alcuni si presentano isolati, altri possono incontrarsi empiricamente riuniti in congerie; altri ancora costituiscono sistemi e a loro volta i sistemi possono combinarsi in ampie sintesi. In definitiva, si delinea la possibilità di un supersistema ideologico che avrebbe l’ambizione di reggere tutta una civiltà, ma trattasi soltanto di un limite, che può esser stato presente sotto forma di ideale nella coscienza degli uomini, ma che non si è mai completamente realizzato in nessuna civiltà; una civiltà reale si presenta, all’analisi, più complessa e meno unitaria dei supersistemi che hanno tentato di inserirvisi. Sia che si tratti di elementi isolati, o di congerie, di sistemi, di sintesi più o meno vaste, l’esperienza insegna che in ogni civiltà tre sono i casi che volta a volta possono verificarsi: integrazione, antagonismo, indifferenza. Lo storico deve cercare di cogliere il reale nella sua totalità: la sua conoscenza dovrà registrare tanto le strutture intelligibili quanto le anomalie, precisare i rapporti esistenti tra i diversi elementi, congerie o sistemi che egli avrà saputo individuare. Deve ancora, anche là dove la sua analisi autorizzi una visione sintetica, ricordarsi a tempo che il dato fondamentale, ciò che

realmente è esistito non è né il fatto civiltà, né il sistema o il supersistema, ma l’essere mano, la cui individualità è il solo vero organismo validamente offerto dall’esperienza. Lo spirito non può appagarsi di una enumerazione elementare in cui, disposti esclusivamente per ordine cronologico, si succedano fatti ed avvenimenti di ogni genere. La storia non giunge all’intelligibilità se non nella misura in cui si mostra capace di stabilire e di scoprire i rapporti che legano ciascun momento del divenire umano a quelli che lo precedono e agli altri che lo seguono: come una situazione storica, considerata statisticamente in un istante t, rivela sempre una struttura più o meno complessa, così il succedersi dei diversi momenti non è dato da una linea discontinua di atomi di realtà, isolati come i grani di un rosario che la volontà di Dio, imperscrutabile, sgranerebbe con un ordine arbitrario: l’esperienza della storia, che il lavoratore coscienzioso acquista a contatto con i documenti, ci dimostra come fra i momenti che si succedono nel tempo esistono rapporti intelligibili. Certo, non è tutto concatenato: vi sono iati nello sviluppo temporale, come vi sono limiti alle strutture statiche. Ma compito dello storico è appunto quello di individuare questi concatenamenti, là dove essi esistono. È quello che si intende quando si afferma che la storia non deve limitarsi a stabilire fatti, ma deve altresì ricercarne le cause e le conseguenze e per la piena comprensione di un elemento del passato stabilire quale avvenimento esso abbia potuto determinare non è meno importante che sapere da quale causa sia derivato. Qui causa significa realmente qualcosa soltanto in quei casi in cui l’indagine storica resta ancora assai vicina allo schematismo elementare della ricerca di carattere giudiziario: chi è l’autore responsabile di un atto volontario? È importante più che identificare l’autore di una determinata azione, ricostruire invece il sistema di valori di cui quell’uomo appare l’agente: motivi o moventi occassionali o profondi. La ricerca delle cause aveva senso soltanto se inserita in una concezione della storia come studio analitico di avvenimenti, sul genere dell’antica storia politica e militare, la quale operava su ciò che essa indicava come fatti precisi, sorta di atomi di realtà storica, enucleati dal pensiero per il facile intento di disporli in serie concatenate di cause ed effetti. Oramai siamo divenuti assai sensibili al carattere artificiale, voluto, derivato dal fatto storico così concepito: lungi dallo scorgervi la vera essenza del passato, abbiamo imparato a riconoscervi il risultato di un taglio, di una selezione che dallo svolgersi continuo e complesso del passato stacca quel frammento che lo storico ritiene utile esaminare: donde il rischio di trattare come distinto un effetto di una causa ciò che forse non ha mai avuto un esistenza sua autonoma. Dobbiamo insistere allora sulla difficoltà che sorge dalla impossibilità in cui ci troviamo di isolare i singoli aspetti ed elementi della realtà storica. La comune nozione di causa può essere impiegata rigorosamente soltanto nel caso in cui, attraverso l’indagine sperimentale, si crei un sistema chiuso nel quale sia possibile isolare l’azione di una certa causa per constatarne e farne variare gli effetti. Non è possibile agire sul passato; d’altra parte, interessati come siamo alla conoscenza del singolare, non possiamo sperare di trovare nella iterazione un equivalente della molteplice esperienza di laboratorio. Perciò in questa ricerca delle cause non possiamo offrire niente di meglio che ipotesi verosimili, fondate su un calco di probabilità retrospettiva. Data una certa situazione storica prima ne ricordiamo i diversi precedenti poi, mentalmente, facciamo variare volta a volta l’uno o l’altro dei due termini, cercando di dedurre i probabili risultati di questo mutamento. In tal modo ci è possibile avere un’idea del valore relativo delle diverse cause in gioco; l’esperienza mentale sostituisce l’impossibile esperienza di laboratorio, ma purtroppo, il suo carattere fittizio inficia la portata delle sue conclusioni. Lo storico può ricorrere alla nozione di causa solo a prezzo di un’arbitraria schematizzazione, di una semplificazione del reale affatto priva di rigorosità. Sarebbe allora tempo che la teoria della storia procedesse per suo conto a una revisione del concetto di causa, così come hanno fatto le scienze naturali dopo Comte; la storia deve sostituire alla ricerca delle cause quella degli sviluppi coordinati, concetto questo che rappresenta l’estensione della nozione statica di struttura alla nuova dimensione del tempo. La realtà storica potrebbe paragonarsi ad un muscolo di cui studiamo la struttura valendoci di una sua sezione in un punto determinato: come il muscolo ci appare diviso in fasci a loro volta ripartiti in fibre e fibrille, così il passato storico rivela una struttura complessa, nel cui ambito i fatti di civiltà vengono a disporsi in un ordine gerarchico più o meno perfetto. Lo storico che va ancora più a fondo nella sua ricerca scoprirà che ciascun elemento della realtà storica, dal più elementare ed isolato fatto di civiltà alla sintesi più vasta, si inserisce in uno sviluppo continuo, durante il quale non cessa di trasformarsi, come non cessano di modificarsi le relazioni stabilite con gli elementi vicini. La spiegazione, in istoria, è la scoperta, la comprensione, l’analisi dei mille legami che, in maniera forse inestricabile, uniscono gli uni agli altri i molteplici aspetti della realtà umana, che

facilmente si lascerà indurre alle estrapolazioni. Il meccanismo è il seguente: poiché una teoria è sempre elaborata al fine di risolvere un problema particolare e ben definito, essa si fonda su di una selezione, una scelta tra gli innumerevoli aspetti offerti dalla realtà storica presa in esame: lo storico trattiene soltanto gli elementi ritenuti utili a chiarire l’ubi consistam di quei fenomeni che ha deciso di spiegare: operazione pienamente legittima, fino a che si ricorda come essa rappresenti un’astrazione. Ma il pericolo non può certo dirsi indifferente, poiché c’è sempre il rischio di dimenticare l’esistenza di tutto quanto si era deciso di non prendere in considerazione. La teoria può paragonarsi ad un riflettore, il cui sottile fascio di luce penetra la realtà ed illumina violentemente gli oggetti che gli si offrono in una prospettiva favorevole, lasciando invece tutto il resto nella più completa oscurità. Come ogni paragone anche questo si dimostra inadeguato, in quanto potrebbe far credere che, per ottenere una verità più completa, basti aumentare il numero di queste illuminazioni parziali, per poi sommarne gli effetti. Procedimento veramente specioso: in effetti bisogna considerare che quasi fatalmente ogni ipotesi esplicativa tende a oltrepassare i limiti della materia per cui è stata concepita, e a manifestare gradualmente un’ambizione che vorrebbe tutto sussumere e spiegare: in tal modo si è trascinati a ripensare e a ricostruire il complesso della realtà storica esaminata in funzione del sistema privilegiato a cui si è deciso di aderire. E poiché quello della realtà storica è un ordito abbastanza compatto, poiché gradualmente tutto sembra, finisce col venire, ci si illude che la teoria abbia tutto spiegato: si è sorpresi del successo ottenuto e vi si scorge una sorta di riprova sperimentale della verità del sistema; laddove questa retrospezione, in quanto implica la teoria in funzione della quale è stata compiuta, non sarebbe mai in grado di dimostrarla. (Es. pag. 174-179). Secondo Marrou è inutile considerare l’eventualità di un’elaborazione di vere e proprie leggi storiche. La realtà storica ci offre soltanto una serie di singoli fenomeni, ciascuno irriducibile alle dimensioni degli altri, di ogni altro. Ove ne sia possibile un accostamento, le analogie che in tal modo possono rivelarsi interessano aspetti soltanto parziali, astratti in modo fittizio per mezzo dell’analisi mentale, e mai la realtà in se stessa. Le osservazioni di carattere generale che si cerca di fare passare per leggi della storia, sono solo somiglianze parziali, condizionate dalla prospettiva transitoria sotto cui lo storico ha deciso di esaminare alcuni aspetti del passato. Alcune di queste leggi sono soltanto massime la cui sentenziosità è solo un brillante modo di presentare, sotto un abito di generalità, modesti accostamenti fra qualche caso di esperienza.

Capitolo VIII – L’esistenziale in storia

La storia è un’avventura spirituale in cui la personalità dello storico si trova interamente impegnata: insomma, a voler esprimerci in poche parole, essa assumer per lui il valore esistenziale, donde la sua serietà, il suo significato, il suo valore. Proprio in ciò, come già abbiamo avvertito, sta il nucleo più vivo della nostra filosofia critica, la prospettiva centrale da cui tutto si ordina e si chiarisce. A cominciare dal pur grande Dilthey: certo egli ha in qualche modo esagerato in quel suo insistere sulla biografia, sull’autobiografia, sulla conoscenza dell’io nel, e attraverso, il suo passato personale, posto al centro e come all’origine di ogni storia: appunto muovendosi dalla mia storia personale si allargano la mia curiosità e la mia ricerca che, gradualmente, finiscono per investire l’intera umanità; dottrina, questa, che Raymond Aron ha saputo felicemente riassumere in un triplice aforisma: «A un certo momento un individuo comincia a riflettere sulla sua avventura, una collettività del suo passato, l’umanità sulla sua evoluzione: nascono così l’autobiografia, la storia particolare, la storia universale». Ogni autentico problema storico anche se concerne il più remoto passato, è sempre un dramma che si svolge nella coscienza dell’uomo di oggi: è una domanda che lo storico pone a se stesso così com’è situato nella sua vita, nel suo ambiente nel suo tempo. Ma a voler troppo insistere su questo punto si corre il rischio di distruggere e di esautorare il carattere specifico della storia, che è pur sempre la conoscenza del passato, della realtà umana in quanto già stata. La riscoperta del passato per Heidegger presuppone già l’Essere storico teso alla realtà umana, che è stata una “presenza”, cioè la storicità dell’esistenza dello storico. Appunto questa storicità fonda esistenzialmente la storia come scienza fin dalle disposizioni meno apparenti, le minuzie del lavoro di erudizione. L’oggetto principale della riflessione di Heidegger non era la nostra scienza, la conoscenza storica, ma ciò che ho indicato come l’analisi della situazione ontologica dell’uomo che temporale sino al fondo di se stesso, non è e non può esistere che storicamente; era una tentazione, in un certo senso inevitabile, trasferire nella conoscenza storica questa descrizione così profondamente patetica della storicità della realtà umana che trova il suo fondamento nella

finitezza del tempo; descrizione in cui abbondano immagini ed espressioni tragiche: Destino, disperazione, angoscia, inquietudine, l’uomo come Essere per la Morte. Da qui infatti si sviluppa la tendenza, ormai generale, a presentare sotto una luce troppo patetica il carattere esistenziale della ricerca storica; il nostro dialogo con il passato finisce per divenire un colloquio angoscioso in cui lo storico, impegnato nei contrati della vita presente, cerca, nell’ardore dell’azione, di ottenere dal passato qualche indicazione che possa aiutarlo nel suo sforzo di imporre una forma al futuro. Spesso, però, un ricercatore decide di dare inizio ad un certo lavoro perché spinto da motivi che, all’apparenza, sembrano meramente estrinseci, ma basta scendere un po’ più a fondo perché subito si manifesti il carattere esistenziale della sua scelta. Ciò che veramente importa è che la scelta del soggetto la si delimiti, la si orienti, la si comprende e la si realizzi: gradualmente la ricerca storica finisce per attingere a tutte le risorse dello spirito che vi si dedica; come meravigliarsi se essa ne riceva una impronta indelebile? Il suo divenire è strettamente condizionato al suo essere, e non esiste se non nella misura in cui lo storico vi si interessa, vi si appassiona, vi impegna tutto se stesso. Se in definitiva ogni conoscenza storica si trova a rivestire un valore esistenziale in actu ciò non può verificarsi sempre con la stessa intensità, con la stessa utilità immediata. Non tutti gli elementi che partecipano della scienza storica possono porsi sullo stesso piano: moltissime conoscenze le sono indispensabili nella loro qualità di mezzi subordinati al fine di una conoscenza più alta, la sola che sia vera storia, ma che senza di quelle non sarebbe possibile. È il caso di tutti i materiali, che con infinita pazienza vanno accumulando scienze ausiliarie. Marrou commenta ora Dilthey: è verissimo che una storia ci tocca più tangibilmente, e in maniera più immediata, se in qualche modo ci appare come storia nostra. Ma non bisognerà mai limitarla alla ricostruzione della nostra derivazione biologica diretta. Se scrivo la storia di una certa popolazione, anch’io discendo da loro poiché, se sono riuscito a capirne il passato, è proprio in virtù del fatto che esso mi si è rivelato familiare. Ma non bisogna esagerare: a voler premere troppo sul tasto esistenziale si corre il pericolo di compromettere tanto la realtà come la verità della storia. La sua realtà: l’abbiamo definita come l’incontro con l’altro-da-noi, l’usicre da se stesso, l’arricchimento dell’essere; ma se l’uomo si forma una coscienza troppo acuta ed esasperata del suo impegno esistenziale e della sua operante presenza nella vita, finisce per rendersene succube e, ossessionato dalla gravità e dall’urgenza dei problemi che gli si pongono, diviene assolutamente incapace di porre tra parantesi, di abbandonare momentaneamente le sue preoccupazioni, incapace di questa epokhè la quale, sola, rende possibile e veramente proficuo l’uscire da se stesso, l’incontrare e il conoscere l’altro da noi. Si tratta di una filosofia che comincia con l’affermare la peculiare storicità della condizione umana, per poi risolversi nel pensiero a-storico di Sartre; pensiero che imprigiona l’uomo nella carcassa della sua libertà e sbarra la strada, esclude con il suo stesso metodo ciò che noi indichiamo come storia, rendendola assolutamente irreintegrabile. La storia suppone una disposizione interiore che non sia più egocentrica, ma centrifuga, un aprirsi di fronte agli altri, un atteggiamento che, in un certo senso, impone di trascurare le nostre preoccupazioni esistenziali, le quali naturalmente non potranno mai eliminarsi del tutto, perché l’epokhè, la messa in parantesi, oltre ad essere sempre provvisoria, è anche relativa; io non trascuro affatto quanto la nostra analisi ha rivelato come dipendenza essenziale tra la storia e lo storico, ma ritengo che occorra guardarsi dal confondere i piani, quello dell’analisi ontologica e l’altro, della condotta empirica. Opposta a una confusa esaltazione dei valori esistenziali, la nostra etica si varrà abilmente dei saggi princìpi enunciati da Cicerone e da Tacito: «evitare assolutamente ogni sospetto di favore o di odio», «non parlare di alcuno con amore o risentimento». Tutto ciò non dev’essere però distaccato come nella formula positivista: «considerare i fatti umani nelle loro parvenze esteriori, come cose». L’occasione dell’esistenziale può compromettere anche la verità della storia. Si comincia col denunciare, e in un certo senso a ragione, il mito dell’oggettività, si sottolinea con insistenza il fatto che ogni lavoro storico, se non altro in quanto postula una scelta tra l’infinità degli aspetti possibili del passato, suppone e riflette una scelta, un orientamento che gli viene imposto dallo spirito dello storico. Non vi sono, si afferma, che tre casi possibili: l’esposizione che, pur sapendo di essere paziale, si proclama oggettiva: ipocrisia grossolana; quella che, credendosi obiettiva, risente invece di pregiudizi incoscienti: imperdonabile ingenuità; come non preferire, allora, coraggiosamente, l’ultima soluzione: una storia impegnata, un’esposizione polemica e che si vanti di esserlo? Presto lo storico finirà per sentirsi totalmente preso dalle esigenze della polemica in cui si trova impegnato. Si comincerà col suggerirgli che non è consigliabile dire ogni sorta di

(percezioni oggettive cioè) si raggiunge, tra i tecnici competenti, un accordo sui procedimenti operativi: delimitazione e isolamento del fenomeno, critica della testimonianza, valutazione dei motivi di attentidibilità. A prezzo di uno sforzo che è assieme di interpretazione e di comprensione, procedendo gradualmente, giungiamo a condividere la stessa convinzione, a porci nella stessa prospettiva di chi ci ha preceduti, a utilizzare gli stessi strumenti d’indagine. Per quanto si possa fare, non potremo mai eliminare quel residuo, quella zona che conserva l’impronta della personalità dello storico. Non potremo mai essere in due ad aver visto le stesse cose in maniera assolutamente identica. Quello dello storico non dev’essere un puro oggettivismo e neanche un soggettivismo radicale; la storia è nello stesso tempo percezione dell’oggetto e avventura spirituale del soggetto conoscente. Essa si esplica nel rapporto: h=P/p (Passato in rapporto con il presente storico che pensa e si muove nella sua prospettiva esistenziale, con il suo orientamento, la sua sensibilità, le sue attitudine e, ancora, i suoi limiti, le sue chiusure. Se, necessariamente, in questa conoscenza si manifesta alcunché di soggettivo, di relativo alla mia situazione esistenziale, ciò non impedisce che, contemporaneamente, essa possa essere autentica percezione del passato. In effetti, quando la storia è vera, la sua verità è duplice, in quanto è costituita di verità sul passato e di testimonianza sullo storico. Conoscenza dell’uomo da parte dell’uomo, la storia è percezione del passato attraverso un pensiero umano vivente e impegnato; essa è una sintesi, una unione indissolubile di soggetti e oggetto: questa è la condizione umana e tale è la sua natura. Se l’elaborazione storica suppone necessariamente un’implicazione della personalità dello storico, ciò non esclude che essa possa essere egualmente e contemporaneamente autentica conoscenza del passato. La storia è vera nella misura in cui allo storico si presentano valide ragione di credere a quanto ha capito dei documenti. Conosciamo il passato umano nelle identiche condizioni, psicologiche e metafisiche, che ci permettono di elaborare una conoscenza dell’altro-da-noi; di tale conoscenza nessun filosofo potrà ignorare la relatività, le tante manchevolezze, il carattere umano, troppo umano; di essa tutti i logici porranno in risalto la modalità ipotetica, la non-necessità, la fisionomia affatto pratica, ma nessuno, tranne un ipotetico solipsista, pretenderà di contestarne la realtà e, nell’abito di certi limiti talora difficilmente definibili, la verità. La storia si differenzia dalle sue falsificazioni o dalle altre espressioni che possano somigliarle, proprio per questa caratteristica di realtà che la investe totalmente. Nell’opera degli storici ci sono spesso errori madornali, incomprensioni grossolane, larghissime zone di incertezza, giudizi pretenziosi, sintesi tanto ambiziose quanto inconsistenti, ma, giacchè siamo in grado di farlo, non mancheremo mai di dar rilievo ai moventi logici di questi procedimenti ingannevoli. Quasi sempre saremo costretti a convenire che la storia ha peccato di hybris, di questo eccesso che le faceva dimenticare il senso dei suoi limiti, il peso delle sue servitù, l’umiltà della condizione umana. Marrou scrive: «non lasciarti avvilire dai tuoi limiti; è vero, non sei un Dio, ma soltanto un uomo. Del passato puoi riuscire a sapere qualcosa, mai tutto. Sii umile, guardati dalle illusioni, impara a misurare le tue forze, la durata dei tuoi giorni. Accetta di buon grado le servitù, logiche e tecniche, che incombono sulla tua opera e ne limitano e ne determinano il campo di applicazione». Non vi è vera storia che non sia legata a una filosofia dell’uomo e della vita, a un sistema da cui essa possa mutare i suoi concetti fondamentali, i suoi schemi di interpretazione e, in primo luogo, le domande che essa porrà al passato. La verità della storia è in funzione della verità della filosofia di cui si serve lo storico. La nuova storia è da considerarsi come un’altra spirale: non diversamente dalla sua logica, la morale dello storico positivista era veramente elementare: suoi doveri erano l’esattezza, la precisione, la prudenza, l’attitudine critica e l’imparzialità. Ma, una volta riconosciuto il senso così realistico e profondo dell’assioma il lavoro vale tanto quanto vale l’operaio, ci troveremo di fronte ad un’esigenza di gran lunga maggiore: il valore, cioè la verità, del lavoro storico, sarà proporzionato alla disponibilità umana dello studioso. Più questi si mostrerà colto, ricco di esperienza, aperto a tutti i valori dell’uomo, maggiore sarà la sua capacità di attingere al passato, più suscettibile di ricchezza e di verità la sua conoscenza. Poiché tutto può costituire documentazione su un qualsivoglia oggetto di ricerca, lo storico dovrebbe saper tutto, aver visto letto e conosciuto ogni cosa. Ma una posizione del genere è estremista. Lo storico sarà sempre e soltanto un uomo, la sua competenza sarà sempre e soltanto un uomo, la sua competenza sarà definita da ciò che abbiamo potuto indicare come la sua equazione personale e cioè il suo atteggiamento spirituale, il suo bagaglio mentale, la sua cultura, con i loro aspetti positivi, ma anche con i loro limiti. Egli conoscerà del passato soltanto ciò che si dimostrerà capace di comprendere. Le osservazioni già fatte a proposito della necessaria

funzione che, ai fini della comprensione del documento, ha la simpatia, hanno una portata più generale: più abile storico sarà chi, per la sua struttura mentale, si mostrerà più disposto a riecheggiare armonicamente, a riflettere a captare la gamma d’onda propria al suo oggetto. La verità della storia è in funzione della personalità dello storico, pretendere di eliminare questa variabile è perfettamente illogico e può anche diventare pericoloso. L’onestà scientifica mi sembra esigere che lo storico, attraverso uno sforzo che tenda a prenderne coscienza, definisca l’orientamento del suo pensiero e dichiari i postulati da cui si muove; che si mostri al lavoro, facendoci assistere alla genesi della sua opera; perché e in quali modi ha scelto e delimitato il suo soggetto, quello che vi cercava e quello che è riuscito a trovarvi; che descriva il suo itinerario interiore, giacché ogni ricerca storica, che voglia essere veramente feconda, implica sempre un’evoluzione progressiva nello spirito di chi la compie: l’incontro con l’altro-da-sé, attraverso soprese e scoperte, lo arricchisce trasformandolo. Insomma la stessa onestà scientifica esige che lo studioso ci fornisca tutto il materiale che una scrupolosa introspezione può apportare a quella che è la sua propria psicanalisi esistenziale. I postulati fondamentali, l’opzione base sono troppo profondamente radicati nel suo essere perché l’autore riesca a dare un giudizio su se stesso, e un giudizio che sia esauriente e soprattutto immediato. Soltanto dopo qualche anno l’evoluzione della sua personalità potrà consentire allo storico un distacco quasi oggettivo che resterà associato a una comprensione diretta. Anche se insufficiente per una spiegazione totale, questa retrospezione, ove sia sincera e coraggiosa, potrà offrire elementi di giudizio veramente preziosi. La teoria storica deve svilupparsi senza scegliere tra un cieco dogmatismo e un avvilente scetticismo. Benché la storia sia relativa agli strumenti di pensiero che ne hanno permessa l’elaborazione, è sempre suscettibile di una verità che può essere autentica. Se il lettore ha presente le fasi della nostre analisi, ricorda come ciascuno degli elementi successivi della nostra teoria della conoscenza, mentre appunto ne stabiliva la possibilità, imponeva alla storia un nuovo limite. Autentica, la verità della storia si trova ad ogni lato limitata dalle servitù imposte alla condizione umana. La storia è vera, ma la sua verità è parziale; del passat umano possiamo sapere qualche cosa, mai tutto. La storia universale è impossibile teoricamente, non si può conoscere tutto approfonditamente con un metodo rigoroso. Conseguente a ciò allora è l’impossibilità di una filosofia della storia tratta dall’esperienza o, se lo si preferisce, scientificamente fondata; insomma, a voler restare nell’accezione tradizionale, una dottrina che pretenda di enunciare il significato o le leggi generali che regolano il cammino dell’umanità nel tempo.

Cap X – L’utilità della storia

Ora c’è da stabilire che utilità possa avere la storia e quale funzione sia tenuta ad assolvere nel campo della cultura. Abbiamo già detto, sulla scorta di Heidegger, che non vi è storia se non nella storicità dello storico e attraverso di essa, che il passato può conoscersi solo ove sia messo, comunque, in rapporto con la nostra esistenza; ma, se abbiamo affermato tutto questo, ci siamo affrettati ad aggiungere subito una precisazione, fondamentale dal nostro punto di vista, e cioè che se ci interessa il passato, talvolta questo nostro interessamento è assai lungi dall’essere immediato e ci porta a fare un lungo giro. La conoscenza storica implica sempre un giro che suppone un primo movimento centrifugo, una epokhè, una sospensione delle mie più urgenti preoccupazioni esistenziali, un uscire dal proprio io, un’avventura, una scoperta e un incontro con l’altro-da-me. Nel suo aspetto più immediato, la storia apparirà al moralista come frutto di una semplice curiosità. Essa è in primo luogo la scoperta di una pura alterità. Dopodiché la storia si trova esposta alla critica che il moralista muove alla curiosità: «Ma se invece come accade alla maggior parte dei curiosi, tutto questo non ha altro motivo se non quello di alimentare l’immaginazione con una serie di futili argomenti, che cosa può esservi di più inutile che questo indugiare su qualcosa di scomparso, questo ricercare ogni possibile follia venuta in mente a un mortale, codesto rievocare con tanta sollecitudine immagini distrutte da Dio nella sua città santa, ombre da Lui dissipate, tutto un apparato di vanità che si è precipitato da se stesso in quel nulla da cui era venuto?». Occorre però distinguere sempre il caso specifico. Non può negarsi, anzi è pacifico, che vi sia una zona periferica in cui la conoscenza storica finisce per perdersi nell’informazione spicciola e frivola; ma anche lo stesso agostinismo, in nome della serietà dell’esistenza e dell’impegno che essa richiede, può ridursi ad una specie di grossolano e meschino utilitarismo. Il successo dell’uomo sta in un equilibrio, difficilmente raggiungibile e sempre precario, tra due