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Marrou-LA CONOSCENZA STORICA, Sintesi del corso di Storia

Riassunto del testo la conoscenza storica

Tipologia: Sintesi del corso

2015/2016

Caricato il 04/06/2016

Annalisa913
Annalisa913 🇮🇹

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Henri Marrou – La conoscenza storica
CAPITOLO I – La storia come conoscenza
Che cos’è la storia? La storia è conoscenza del passato umano. Prima ancora che venga
scritta, la storia compiutamente elaborata è già presente nel pensiero dello storico; e pertanto
quali che possano essere le interferenze tra questi due tipi di attività, essi restano
logicamente distinti.
Conoscenza Conoscenza vera, cioè valida storia dev’essere una conoscenza scientificamente elaborata del
passato.
Per ciò che concerne la conoscenza del passato, dobbiamo ricordare che mentre il filosofo
della storia conosce o pretende di conoscere gli aspetti essenziali di questo passato, noi ci
rifiutiamo di seguirlo e accettiamo nel suo complesso tutto ciò che appartenne al passato
dell’uomo, o almeno tutto quello che noi riusciremo a saperne.
L’unico elemento che così resta ambigua è la qualifica di umano attribuita al passato: noi
crediamo che essa importi l’identificazione suscettibile di essere compreso direttamente e di essere colto
dall’interno.
Ad esempio quando lo stesso studioso della preistoria sposta la sua indagine su quegli oggetti che conservano
i segni di un atto volontario dell’uomo, e attraverso la loro muta testimonianza si sforza di comprendere le
tecniche materiali o spirituali, le idee e i sentimenti
dei loro remotissimi artefici, questa sua attività rientra in quel ramo della storia che è
l’archeologia e che può già dirsi storia. La conoscenza interiore dell’uomo e delle sue possibilità ci
permette di capire quei cacciatori preistorici, i quali sono perfettamente storici.
(artifacts oggetti che conservano le tracce di un’attività umana).
H=P÷p
La storia è il rapporto posto in essere dallo storico tra due piani di umanità: il passato vissuto dagli uomini di un
tempo e il presente in cui si sviluppa tutto uno sforzo inteso a rievocare questo passato, perché ne tragga profitto
l’uomo, cioè gli uomini che verranno.
È bene quindi opporre realtà storica a conoscenza storica:
Tedesco Geschichte(realtà storica oggettiva)/Historie(conoscenza storica soggettiva)
Italiano Storia/storiografia
FranceseHistoire/histoire.
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Scarica Marrou-LA CONOSCENZA STORICA e più Sintesi del corso in PDF di Storia solo su Docsity!

Henri Marrou – La conoscenza storica

CAPITOLO I – La storia come conoscenza Che cos’è la storia? La storia è conoscenza del passato umano. Prima ancora che venga

scritta, la storia compiutamente elaborata è già presente nel pensiero dello storico; e pertanto

quali che possano essere le interferenze tra questi due tipi di attività, essi restano

logicamente distinti.

Conoscenza Conoscenza vera, cioè valida storia dev’essere una conoscenza scientificamente elaborata del passato.

Per ciò che concerne la conoscenza del passato, dobbiamo ricordare che mentre il filosofo

della storia conosce o pretende di conoscere gli aspetti essenziali di questo passato, noi ci

rifiutiamo di seguirlo e accettiamo nel suo complesso tutto ciò che appartenne al passato

dell’uomo, o almeno tutto quello che noi riusciremo a saperne.

L’unico elemento che così resta ambigua è la qualifica di umano attribuita al passato: noi

crediamo che essa importi l’identificazione suscettibile di essere compreso direttamente e di essere colto dall’interno.

Ad esempio quando lo stesso studioso della preistoria sposta la sua indagine su quegli oggetti che conservano i segni di un atto volontario dell’uomo, e attraverso la loro muta testimonianza si sforza di comprendere le tecniche materiali o spirituali, le idee e i sentimenti

dei loro remotissimi artefici, questa sua attività rientra in quel ramo della storia che è l’archeologia e che può già dirsi storia. La conoscenza interiore dell’uomo e delle sue possibilità ci permette di capire quei cacciatori preistorici, i quali sono perfettamente storici.

(artifacts oggetti che conservano le tracce di un’attività umana).

H=P÷p

La storia è il rapporto posto in essere dallo storico tra due piani di umanità: il passato vissuto dagli uomini di un tempo e il presente in cui si sviluppa tutto uno sforzo inteso a rievocare questo passato, perché ne tragga profitto l’uomo, cioè gli uomini che verranno.

È bene quindi opporre realtà storica a conoscenza storica:

Tedesco Geschichte(realtà storica oggettiva)/Historie(conoscenza storica soggettiva)

Italiano Storia/storiografia

FranceseHistoire/histoire.

Marrou propone di lasciare da parte le antitesi perché scinderebbero la realtà che è la conoscenza del passato umano, la sola che abbia mai designato il linguaggio. Tale coscienza è presente in tutto il rapporto, cioè nella sintesi che l’intervento e l’iniziativa del soggetto Conoscente stabilisce tra presente e passato. Storia conoscenzapresuppone un oggetto, cioè di conoscere il passato di cui possiamo postulare l’esistenza come qualcosa di necessario.

Dilthey l’oggetto della storia ci si presenta ontologicamente, cioè come noumeno: esso certamente esiste, ma non possiamo descriverlo. Si deve allora evitare di indicare questo passato, prima che possa dirsi compiuta l’elaborazione della sua conoscenza con quello stesso termine che sta appunto ad indicare tale compiuta conoscenza. È bene allora soffermarsi sulla formula “Evoluzione dell’umanità” che comprende in sé i concetti di “genesi” e “divenire”. Nell’accezione biologica, l’evoluzione sta ad indicare il complesso di relazioni causali che uniscono nel tempo l’essere vivente ai suoi diretti predecessori. L’estensione analogica di questo concetto al periodo vissuto dall’homo sapiens successivamente all’apparizione della sua specie, sembra più che ammissibile. La condizione presente di un essere vivente si spiega con l’eredità del suo passato.

Il passato realmente vissuto, l’evoluzione dell’uomo non sono la storia. Il passato dell’uomo, rivivendo nella coscienza dello storico, diviene tutt’altra cosa, partecipa di un altro modo dell’essere. Il passato quindi è caratterizzato dal fatto che esso è conosciuto come passato. Quello che è passato per noi, era presente per quelli che lo hanno vissuto e così via a ritroso.

Da ciò vien fuori che:

  • Lungi dal farsi contemporaneo del suo oggetto, lo storico se ne appropria per situarlo prospetticamente nella profondità del passato; lo conosce in quanto passato. In questa capacità di sentire in modo egualmente vivo realtà e lontananza del passato, ci sembra che suole indicarsi come senso storico.
  • Lontananza dal passato non vuol dire che tutto il tempo trascorso da allora sino ad oggi sia come uno spazio vuoto: gli avvenimenti studiati dallo storico non hanno mai cessato dal produrre frutti e conseguenze, dallo spiegare cioè una loro intrinseca potenzialità, così che noi non possiamo scindere la cognizione che abbiamo del lontano passato dalla conoscenza di tutti gli eventi che si sono poi succeduti fino ai giorni nostri. Bisogna introdurre una regola dell’epilogo: ogni studioso che non esami il suo oggetto dalle origini ai giorni nostri, deve essere sempre preceduto da una introduzione che mostri i precedenti del fenomeno studiato ed essere seguito da un epilogo in cui si cerchi di rispondere a questa domanda: “che cos’è accaduto successivamente?”. Bisogna evitare che la ricerca si inizi ex abrupto e termini improvvisamente.
  • Quando il passato era qualcosa di vivo e quindi di presente, lo era non diversamente

registratore che riproducesse l’oggetto, cioè il passato con meccanica fedeltà o fotografarlo. L’interpretazione critica individua la testimonianza, il cui valore viene stabilito da una severa critica interna negativa dell’esattezza e della sincerità: a poco a poco nelle nostre schede viene accumulandosi il buon grano dei fatti: allo storico resta solo da riferirli con fedeltà ed esattezza sino quasi a scomparire dietro le testimonianze riconosciute valide. Collingwood la chiama storia forbici-e-colla. Niente è più approssimativo di questa analisi che si dimostra assolutamente incapace di rendere i momenti della evoluzione interiore dello storico. Una metodologia del genere non portava ad altro se non a degradare la storia in erudizione. Contro Langois, si può dire che la storia è il risultato dell’attività creatrice dello storico che, come soggette conoscente, stabilisce un rapporto tra il passato evocato e il presente che è suo. V.H. Galbraith di Cambrigde: “La storia è il passato nella misura in cui possiamo conoscerlo”. Gli storici non son più soli, ma si scontrano nelle tenebre con un Altro misterioso, quel passato che più sopra indicavo come la realtà noumenica del passato, realtà che a volte si avverte terribilmente presente, ribelle ad ogni nostro sforzo, sicché quando noi cerchiamo di impadronircene, di obbligarla a piegarsi essa finisce sempre per sottrarsi almeno in parte alla stretta. La storia è una battaglia dello spirito, un’avventura, e come ogni impresa umana conosce solo successi parziali, sempre relativi, sproporzionati alle ambizioni iniziali; come da ogni certame che si ingaggia con le sue sconcertanti profondità dell’essere, l’uomo ne esce con un’acuta coscienza dei suoi limiti, della sua debolezza, della sua umiltà.

L’esperienza di storico riesce sempre ad avvertirci di una fitta rete di relazioni in cui può dirsi che le cause abbiano effetti che si prolungano nel tempo, conseguenze che si confondono, si legano e si contrastano, mentre il fatto più trascurabile può essere la conclusione di una serie convergente di reazioni a catena: ogni problema storico, anche il più limitato, richiede la conoscenza dell’intera storia universale. Tema Pascaliano del duplice infinitoSe questo è il problema di fronte a cui ci pone la storia qual è lo Spirito che può dirsene all’altezza? Noi risponderemo che questo spirito esiste ed è Dio, la cui saggezza increata è di per se stessa uno spirito santo, unico, molteplice. La prima norma di condotta che noi indicheremo al nostro discepolo sarà questa: tu non sei il buon Dio, non dimenticarti mai di essere soltanto un uomo. Il filosofo deve rallegrarsi di aver precisato la verità circa l’essere; in questo caso la verità circa l’essere dello storico.

Ne deriva che anche la filosofia è umana e pertanto può avanzare solo cautamente, un passo dopo l’altro, perciò abbiamo una fondamentale sproporzione tra l’oggetto della storia e i mezzi cui la conoscenza dispone perché ci troviamo di fronte la realtà storica noumenica che non può essere compresa da altri se non da Dio. I mezzi limitati dello storico infatti non gli permettono di raccogliere ciò che di cui dispone il passato. La storia è ciò che del passato lo storico riesce a possedere; ma passando attraverso i suoi strumenti di conoscenza, questo passato ha subìto una così profonda rielaborazione, un tale mutamento, da mostrarsi interamente cambiato, da divenire ontologicamente tutt’altra cosa. Per capire cos’è la storia è bene partire dallo storico e seguire il suo cammino verso la conoscenza. Langois-Sebois: La storia si fa con i documenti. Marrou: il nostro lavoro suppone un’attività originale fondata sull’iniziativa; la storia è la risposta ad una domanda che la curiosità, l’inquietudine, l’angoscia esistenziale, l’intelligenza e lo spirito dello storico rivolgono al mistero del passato. Il processo di elaborazione storica non deve essere mosso dall’esistenza di documenti, ma da un atto originale, ovvero la posizione del problema, che si concreta nella scelta, delimitazione e concezione del soggetto. Secondo Marrou la storia non deve ridursi soltanto ad una storia generale che metta insieme tutto con tutto. Oggi della storia si ha una concezione affatto diversa, più ampia e nello stesso tempo più profonda. (M. Bloch). La histoire historisante deve vincere contro la sua rivale, ovvero la histoire événementielle. Lo storico, quando decide di studiare un periodo storico, non ha niente di predeterminato tra le mani. Un tale piano lo determina egli stesso: tutto lo sviluppo ulteriore della ricerca e la stessa conoscenza che ne sarà il risultato si trovano condizionate ed orientate dalla entità delle domande poste.

Ma per evitare che il fantasma dell’idealismo aleggi qui intorno è bene ricordare che la costruzione autonoma che comporta una tale elaborazione del questionario e delle sue ipotesi annesse, propone che lo storico, grosso modo, sappia già quali siano i problemi veramente proponibili, quali le idee, i sentimenti, le reazioni, le caratteristiche tecniche riferibili agli uomini di una certa epoca o di un certo ambiente. Progresso storicoQuando la scienza storica inizia lo studio di un nuovo settore le riesce assai arduo evitare il grave peccato di anacronismo: si ignora quali problemi porre; e d’altra parte il pensiero non dispone di strumenti analitici abbastanza precisi da permettergli la

formulazione di un questionario adeguato.

Ogni epoca, ogni ambiente umano, ogni oggetto storico, solleva sempre una pluralità

di problemi e può prestarsi a un’infinità di domande: la conoscenza che ne acquisterà

lo storico dipenderà evidentemente da quella o da quelle che egli deciderà di approfondire; e questa scelta sarà a sua volta in funzione della sua personalità,

meno di una documentazione relativa a tutti i problemi che la ricerca si propone di affrontare. Grande storico non sarà soltanto chi meglio saprà porre i problemi, ma colui che sarà allo stesso tempo capace di elaborare nella maniera migliore un piano concreto di ricerche che permetta di trovare e di dare risalto ad una maggiore quantità di documenti tra i più sicuri e rivelatori. Langlois-Seignobos: l’euristica si riduce alla consultazione bibliografica. Spesso l’originalità dello storico sta proprio nel trovare una nuova prospettiva che permette di utilizzare, ai fini di un nuovo problema, un gruppo di documenti che si credevano già esaurientemente analizzati. La scelta dei documenti utilizzabili per la soluzione di un determinato problema, lungi dal presentarsi come un’operazione puramente meccanica, offre allo studioso occasione di esercitare il suo talento. In primo luogo l’euristica è un’arte che comporta le sue regole, i suoi strumenti di lavoro, il suo consumato mestiere. La scienza storica ha dovuto adeguare il suo metodo di ricerca alle condizioni affatto differenti dei periodi e degli aspetti del passato da essi studiati. Alla ricerca delle fonti si associa strettamente l’analisi della bibliografia. Ma l’ingegnosità dello storico non si manifesterà soltanto nell’arte di scoprire i documenti: bisogna anche e soprattutto sapere quali di essi cercare. Fino a che la questione è circoscritta al campo abbastanza elementare di quella che noi chiamiamo événementielle non è molto difficile determinare quale sia il documento pertinente; la nozione si fa molto più complessa e soprattutto molto più sfuggente quando, di là dall’accertamento materiale della realtà di un fatto preciso, si ricercano tutti i suoi aspetti marginali, tutte le sue circostanze, i suoi effetti, le sue cause, il suo significato e il suo valore. Ogni fonte di informazione da cui lo storico sappia dedurre qualche elemento per la conoscenza del passato umano, considerato in funzione della domanda che gli è stata rivolta, può considerarsi un documento. La nostra documentazione si gioverà di tutto ciò che ancora si conserva del retaggio del passato, e che può essere interpretato come un indizio rivelatore della presenza, dell’attività, dei sentimenti e della mentalità dell’uomo di un altro tempo. Tale nozione ci appare in funzione di due distinte varianti: nella stessa misura in cui dipende dal passato, essa si mostra egualmente legata all’iniziativa e all’abilità dello storico nel servirsi dei suoi strumenti di lavoro e delle sue conoscenze, ma soprattutto ai dati intrinseci della sua personalità: intelligenza, ricchezza di interessi, cultura. Per lo storico, la capacità di percepire una documentazione, altrimenti nemmeno supponibile, dipenderà dalla quantità di conoscenze diverse che egli sarà riuscito

ad accumulare dalle sue esperienze umane. Anche se del documento si abbia un concetto molto limitato, qual è quello da noi criticato, anche ove si tratti di un nucleo di testimonianze ben conosciute e facilmente accessibili, lo studioso non può mai dirsi sicuro di non essersi lasciato sfuggire qualche elemento essenziale, nonostante i suoi spogli metodici, accurati, approfonditi. Operazione chiave del lavoro storico è la COMPRENSIONE. La comprensione storica si manifesta come l’interpretazione di segni o di indizi, la cui realtà immediata ci permette di cogliere qualcosa dell’uomo di un tempo: la sua azione, il suo comportamento, il suo pensiero, la sua vita interiore, a volte, invece, semplicemente la sua presenza (il segno del passaggio di un uomo). La conoscenza del passato umano non si limita solo ai dati rigorosamente umani di questo passato. L’uomo non vive isolato, egli è inseparabile dall’ambiente di cui partecipa. La conoscenza della sua storia non potrà prescindere dai fenomeni naturali. Anche per il presente in cui viviamo vale lo stesso discorso (esempio di quello che ci scivola davanti). Si deve rinunciare alla trasposizione dei metodi delle scienze naturali, occorre prendere le mosse da quel genere di conoscenza definita volgare, quella cioè di cui ci serviamo nella vita di ogni giorno. La storia è incontro con l’Altro e comprende questi altri-da-noi nell’esperienza del presente e insieme con questa rientra nella categoria generale della conoscenza dell’uomo da parte dell’uomo. Comprensione dell’altro : Gnoseologia. Conoscenza storicacomprensione dei documenti relativi al passato: ciò non differisce dal constatare l’esistenza degli altri e della loro attività nel presente. Perché io possa comprendere un documento e un altro uomo, occorre che l’Altro partecipi largamente alla categoria dell’Io: bisogno che io già conosca il senso delle parole di cui si serve il suo linguaggio. Il che esige che io conosca egualmente la stessa realtà di cui queste parole, questi segni rappresentano il simbolo. Noi possiamo comprendere soltanto quello che, in misura abbastanza, è già nostro e a noi vicino (nell’esperienza per esempio). Incontro con l’altro Dimenticarci per un attimo ciò che siamo, e concentrarsi su di lui. (storico dev’essere capace di una tale epokhé). Più la parte dell’Altro andrà accrescendosi a spese della categoria dell’Io, come accade quando il documento ci giunge da un passato più lontano o da un ambiente più esotico, più la comprensione diverrà difficile, rischiosa e parziale: la lingua sarà conosciuta in misura sempre più esigua, la realtà evocata da questi segni parteciperà di un ordine meno consueto

l’interpolazione, smascherare il falsario, respingere un’attribuzione usurpata. Secondo Marrou l’esperienza della storia invece, lungi dal mostrare una siffatta specie di orgoglio, esiga e allo stesso tempo sviluppi una costante, profonda umiltà. La storia è un incontro con gli altri e noi vedremo che, per chi non sia imbelle e meschino nell’animo, sovente significhi esperienza di una grandezza che ci lascia smarriti; non di rado infatti gli uomini del passato da essa rivelati erano più grandi di noi. Ma prima ancora di tutto questo, il nostro atteggiamento sarà determinato dalla preoccupazione di mostrarci attenti e diremmo quasi recettivi di fronte all’oggetto e al documento che lo esprime: comprendere un documento, sapere che cosa sia, che cosa dica, che cosa significhi, non è poi la cosa più facile. Spesso infatti critichiamo qualcosa che infondo non abbiamo colto in pieno. Ogni nuova esigenza che si impone allo storico, segna per contraccolpo un nuovo limite alla conoscenza storica. Perché noi possiamo conoscere un determinato periodo del passato, non basta che ne rimangano documenti significativi, ma occorre che vi sia uno storico in grado di reperirli e soprattutto di capirli: per giungere alla conoscenza del suo oggetto, lo storico deve possedere nella sua cultura personale, nella struttura stessa del suo spirito, quelle affinità psicologiche che gli permetteranno di immaginare, di comprendere, di rivivere i sentimenti, le idee, gli atteggiamenti di quei figli del passato che ritroverà nei documenti. La validità della conoscenza storica è anche in funzione diretta della ricchezza interiore, dell’intelligenza, delle doti spirituali dello storico che l’ha elaborata. Lo storico però deve essere anche e soprattutto uomo in tutta la sua complessità e non ridursi alla dimensione di un topo di biblioteca o, peggio, di uno schedario. Nuova nozione di epokhè: la subordinazione all’oggetto, da noi definita, implica che lo storico si dimentichi perfino la stessa questione per cui si è trascelto il documento. Bisogna ascoltarlo, lasciarlo parlare, dargli la possibilità di mostrarsi nella sua vera essenza. L’incontro dell’altro nella storia dell’altro nella storia dei suoi documenti avviene non diversamente nella vita quotidiana: non è certo un buon metodo, per stringere conoscenza con una persona con cui s’è recentemente entrati in relazione, rivolgerle una serie di domande dalle nostre preoccupazioni immediate, No, bisogna cercare di coglierla in se stessa in quanto estranea da noi. I tipici manuali di metodologia storica, elencano una siffatta classifica di operazioni: CRITICA ESTERNA: Critica esterna:

  1. Critica dell’autenticità: il testo che abbiamo tra le mani è o no identico a quello scritto

dall’autore? A questa prima fase si ricollega la critica di restituzione che si propone di ricostruire un originale scomparso.

  1. Critica della provenienza: attraverso l’analisi dei caratteri intrinseci e il confronto con le testimonianze di altri documenti, si cerca di rispondere a tutte queste domande: chi ha redatto il documento? Quando, dove e come? Per quali vie esse è giunto sino a noi? CRITICA INTERNA: Critica interna: a) Critica di interpretazione: ciò che ha detto l’autore, ciò che ha inteso dire. b) Critica dell’attendibilità: critica negativa della sincerità, della competenza, della esattezza: si cerca di determinare il valore della testimonianza.

In una simile prospettiva la ricerca storica finisce con il concentrarsi sull’accertamento della realtà dei fatti, cioè delle azioni umane che è possibile constatare obiettivamente; partendo da questa premessa, il documento ideale sarà l’originale di un processo verbale redatto sul luogo dai testimoni oculari accorti e degni di fede: ogni documento incontrato sarà classificato come buono o cattivo, a seconda che si avvicini o meno a quella che si ritiene la testimonianza per eccellenza. Ogni problema critico, cioè il complesso di operazioni che lo storico fa subire al documento prima di servirsene per la conoscenza del passato, si riduce a determinare la natura, l’essere di questo documento: noi cerchiamo di sapere esattamente che cosa esso sia in sé e per sé. Al concetto di ricerca critica positiva di comprensione del documento; la ricerca si muove e si conclude con l’esigenza, postulata e risolta, di stabilire la realtà del documento. La conoscenza del documento nella sua realtà ci insegna a leggerlo correttamente, a non cercarvi ciò che non contiene, a non studiarlo secondo una prospettiva deformante. L’approfondimento della ricerca preliminare porterà necessariamente a conclusioni positive: il documento, in quanto esiste, possiede un certo essere determinabile attraverso la comprensione e in virtù della simpatia. S.Agostino: “Non si può mai dire che un documento nel suo essere reale sia menzognero; può ingannare lo storico ingenuo o distratto, se questi lo scambia per qualcosa di diverso da ciò che realmente è, ma fonte dell’errore sarà sempre questa ipotesi falsa e non l’esser stesso del documento: se siamo ingannati non è ex eo quod est, bensì ex eo quod non est”. Un falso è certamente una menzogna, ma lo storico attento, grazie ad una simpatia che gli

acquista tale familiarità con i documenti, grazie a cui riesce a conoscerne con certezza il significato, l’importanza, il valore, a sapere quale immagine del passato essi racchiudano e offrano. Giungiamo a farci una immagine veramente valida dell’Altro da noi, solo in quanto lo vediamo vivere, agire, reagire, lo ascoltiamo parlare, ne osserviamo le tante e diverse testimonianze che dell’alterità sua egli ci offre. La consuetudine con i documenti ci permette in ultima analisi di conoscere l’uomo del passato non diversamente da come, oggi, l’amico conosce i suoi amici. Proprio a questo punto lo storico deve compiere il salto e risalire dal documento ad una realtà evocata dal documento stesso ma a questo esteriore; la realtà di quel passato è naturalmente molto più difficile a stabilire, anzi l’aliquota di incertezza andrà ben presto crescendo. A questo proposito la metodologia positivista aveva elaborato una dottrina rigorosissima, che può così riassumersi: di per se stesso, nessun documento prova in modo indiscutibile l’esistenza di un fatto; l’analisi critica porta soltanto a determinare l’attendibilità che sembrerebbe meritare la sua testimonianza. Non si può risalire alla realtà di un fatto servendosi solo di un documento. Se si è capaci di riunire un certo numero di testimonianze egualmente autorevoli e le cui affermazioni siano rigorosamente convergenti; se si riesce a stabilirne l’indipendenza, allora soltanto la probabilità di potere affermare la loro veridicità diviene più grande e finisce per raggiungere praticamente la certezza. La teoria positivista definisce le condizioni necessarie ad assicurare la richiesta purezza della Conoscenza, ma non riesce a garantire l’estensione e l’interesse del Conosciuto che in tal condizioni è effettivamente accessibile. Queste esigenze trascura i limiti posti dalla condizione umana del caso capriccioso che ha determinato lo stato della documentazione di cui dispone lo storico. Per lo più, nessuna delle condizioni suddette si trova concretamente realizzata: esse postulerebbero la formulazione di singole proposizioni negative, circostanza che è la più difficile a ottenersi. Per ciò che concerne l’indipendenza dei testimoni possiamo stabilire i rapporti positivi di dipendenza eventualmente esistenti tra i documenti, oppure concludere che sino a informazioni più precise essi sembrano indipendenti. Ma allora quando potremo affermare che lo sono realmente? La critica interna determina il massimo grado di credibilità che, allo stato delle nostre cognizioni, sembrerebbe meritare un documento; non quello reale, perché non possiamo fare l’enumerazione esauriente delle cause di possibili errori. Per quanto riguarda la concordanza di più testimonianze, perché si verifichi un caso del genere è necessario ovviamente che l’oggetto osservato sia stato lo stesso; orbene, due

uomini diversi, che si interessando a cose diverse, ciascuno con la sua propria mentalità e con le sue inclinazioni, non riusciranno mai a vedere un che di identico in quello stesso avvenimento umano che si svolge sotto i loro occhi. Senza dubbio è sufficiente, e accade non di rado, che i campi di osservazione si incontrino: il consenso verte infatti sui punti comuni delle testimonianze; ma è necessario premettere che questa identità non può riferirsi se non agli elementi più esteriori della realtà, oggettivi o oggettivabili, sui quali è possibile raggiungere un accordo fondato sull’esame: eppure, in questo caso, di fronte alla totalità della realtà umana, che sola importa ricercare e conoscere, di fronte a questa complessa in cui gesti esteriori e azioni visibili sono inseparabili dai valori psicologici e da tutti quegli altri che le conferiscono significato e importanza, quell’accordo è come uno scheletro senza carne. Di fronte alla realtà del passato, lo storico si preoccupa più dell’essenza che dell’esistenza: stabilire la realtà dell’elemento ha la sua importanza, ma non può essere ritenuto sufficiente; sullo “scheletro” degli avvenimenti è necessario sistemare i nervi, la carne e la pelle, la epidermide delicata del reale, dell’uomo. In effetti bisogna intendersi su ciò che si indica come verità della storia: se ne è oggetto il passato umano, essa sarà vera nella misura in cui giungerà a ritrovare in tutta la sua ricchezza la realtà dell’uomo; conoscere quest’ultimo, infatti, non significa ridurlo a un corpo mobile animato da movimenti identificati nel tempo e nello spazio. La teoria classica della verifica per mezzo delle convergenze delle diverse testimonianze può assumere solo il fattore comune tra queste più evidente, mentre è portata a trascurare ciò che ciascuna possiede di maggiormente prezioso, perché più sottile e delicato; di più reale, perché più vicino alla inesauribile complessità della realtà umana. La conoscenza dunque deve aderire al suo oggetto. I positivisti sono stati mossi dall’ideale di oggettività intesa, con estremo rigore, quale conoscenza che in qualche modo fosse verificabile sperimentalmente; conoscenza, come essi amavano dire, valida per tutti: ciò che in definitiva non portava ad altro risultato che a quello di escludere praticamente la stessa possibilità di una storia. Molto coerentemente i positivisti concludevano che, ove mancassero testimonianze convergenti, sufficienti per quantità e per valore, non restava altro da fare che confessare la nostra ignoranza. (marrou non accetta affatto questa posizione). Secondo Marrou, quando ci troviamo alla presenza di un documento o di un testimone, la nostra preoccupazione immediata non sarà più quella di domandarci se sia possibile confrontarlo con altri, se il testimone abbia voluto ingannarci ecc, ma cercheremo innanzitutto di sapere se egli abbia compreso ciò di cui parla, e fino a che punto l’abbia capito ed espresso; con quanta e con quale precisione, ampiezza, complessità, profondità, sia riuscito

decisione esistenziale. Nessuna verità storica è però inconfutabile e vincolante. Ciò è assai chiaramente deducibile dal complesso dei fatti raccolti dall’ipercritico nelle sue singolari cartelle, che bisogna avere il coraggio di sfogliare, considerandole senza scandalo. La ragione storica si pone sul piano del possibile, del più o meno probabile, essa ci propone testimonianze alle quali niente ci impedisce di credere e che abbiamo anzi buoni motivi di accettare. Non si può però costringere alla fede. Non è dunque impossibile giungere ad un accordo sulla definizione di quelli che chiameremo i giusti limiti di applicazione della ragione storica che si possano considerare normali. Senza dubbio sembra che proprio in questo senso sia possibile difendere dallo scetticismo la validità della storia. Ma bisogna precisare le condizioni logiche di un tale accordo. In primo luogo constatiamo che, ove esista, esso non si stabilisce al medesimo livello di esigenza critica e in ogni settore della ricerca storica: vi sono zone pacifiche in cui le testimonianze vengono accettate senza difficoltà nel loro valore immediato; altre, invece, in cui regnano inquietudine incertezza e diffidenza: così, quale contrasto là dove si passa dalla storia dell’Impero romano a quella delle origini cristiana. Perché tutto questo? Perché quella del cristianesimo, per molti nostri contemporanei, resta una questione grave, attuale, imperiosa, che implica una scelta importante nella loro vita. In un campo in cui ogni affermazione storica costituisce di per se stessa una ragione di credere o di dubitare, è naturale che lo storco si muova con cautela e sondi a ogni passo la stabilità del terreno su cui dovrà posare il piede, esiga con particolare insistenza dal documento titoli di credibilità e non si decida a passare oltre se non in virtù di lunghi colloqui interiori. Ma è necessario ricordare come la storia positivista evitasse assolutamente di riconoscere che queste conclusioni storiche, di così grande importanza per il credo religioso, dipendessero già di per se stesse dalla categoria gnoseologica della fede: l’analisi critica, per penetrante che sia, non andrà mai oltre l’esame dei motivi di credibilità, non potrà mai giungere ad ammettere la realtà del passato, ove non intervenga la volontà di credere, di prestare fede alle testimonianze dei documenti. L’esperienza dell’ipercritica non di rado ci pone di fronte a ciò che in teologia si chiamerebbe ostinazione dell’incredulità: basta che lo storico si sia mosso da qualche passione profonda perché, prima di decidersi ad accordare il suo credito, pretenda una quantità impressionante di documenti, che esami con occhio sempre più sospettoso: e così la possibilità di una conclusione si fa sempre più lontana! Ebbene, un po’ dovunque nel campo degli studi storici esistono punti cancrenosi, nei quali la polemica si invelenisce e si protrae senza fine, senza che si manifesti alcun profitto. Lo

scetticismo può ammettersi solo in relazione al dogmatismo positivista le cui radici risalgono a Kant, per il quale i fatti storici, conosciuti attraverso la testimonianza dell’esperienza degli altri, sarebbero oggetto di scienza; il disinganno esiste solo in correlazione con queste illusioni. La conoscenza storica, legata al concetto di testimonianza, è solo un’esperienza mediata del reale, attraverso un personaggio interposto e perciò non suscettibile di dimostrazione: non è una scienza nel senso esatto del termine, ma soltanto conoscenza fondata sulla fede. Diviene quindi possibile determinare i limiti in cui possa farsi valere efficacemente l’esigenza critica. Il giudizio storico si inserisce nella sfera del probabile e non in quella della necessità. È vero, né vi è alcun dubbio, che le cose potrebbero sempre essere accadute in modo diverso: ogni testimonianza è suscettibile di contestazione. E allora, cerchiamo di comprendere il nostro documento, di vedere che cosa si possa appurare della sua effettiva entità e che cosa sia ragionevole dedurne. Ragionevole, niente di più; a chi esigesse alcunché di meglio, bisogna rispondere di abbandonare la storia e di limitarsi alle matematiche, perché quest’ultimo è il solo campo in cui lo spirito geometrico può trovare, insieme con una completa soddisfazione, un legittimo campo di azione. Noi non siamo Dio e non possiamo sapere tutto: a differenza delle scienze naturali in cui, nei limiti dell’esperienza comune è sempre possibile precisare meglio l’esperienza, in istoria invece la precisione ben presto finisce per accrescersi a danno della certezza. Capitolo VI – L’uso del concetto Ricerca, comprensione, utilizzazione dei documenti: in tal modo lo storico elabora una risposta alla domanda che lo ha mosso a scoprire e ad incontrare il passato. Ora occorre prescisare in che modo e con quali strumenti si realizzi questo processo di elaborazione: la cosa ha una sua importanza, perché tutto il problema della verità storica è condizionato dalla validità di queste operazioni mentali che consentono la trasformazione e il passaggio dal numero alla conoscenza, dalla realtà umana, che si evolveva nel passato, alla storia. A questo fine, lo strumento essenziale sembra essere il concetto: conoscere storicamente significa sostituire ad un dato, di per se stesso incomprensibile, un sistema di concetti elaborati dallo spirito. Lo storico non può apprendere nulla dal passato, nemmeno il fatto più elementale, più semplice, più oggettivo senza qualificarlo: non ci si può limitare a dire che esso è stato, senza in qualche modo precisare che cosa sia stato. La pretesa della di conoscere prescindendo dagli strumenti logici della conoscenza, implicherebbe una vera e propria contraddizione. Qualsiasi episodio non avrebbe significato se si risalisse alle singole cose in se stesso. (quel fatto c è accaduto nel tempo t nello spazio s’). Lungi dal cogliere i fatti

lasciare da parte il suo io per aprirsi ad altri modi di esperienza vissuta, per divenire capace di incontrare e di comprendere gli altri. Quest’ideale è difficilmente e mai completamente raggiungibile e impone allo storico de norme di metodo: imparare anzitutto a pensare con rigore, a reagire alla consuetudine del linguaggio comune attribuendo un senso preciso a ogni termine impiegato. L’universalità o la generalità, la validità dei concetti di cui si serve lo storico, sono più che relativi, dipendenti, non dalla personalità dello storico, dalla sua mentalità e dal tempo in cui vive, ma piuttosto dalla verità della filosofia implicita ed esplicita, che gli ha permesso di elaborarli. Tutte le nostre idee sull’uomo, che costituiscono i mezzi di cui ci serviamo quando ci proviamo a comprendere il passato, si collegano ad una certa filosofia dell’uomo. E la verità di questi concetti, che implica i limiti della loro validità, condiziona la stessa verità della conoscenza storica; accertare, precisare e verificare questa validità non sospetta tanto allo storico, quanto al filosofo come tale e all’antropologo. La storia partecipa di un tutto, di un organismo culturale in cui la filosofia è come la spina dorsale, lo scheletro, il sistema nervoso; in questo organismo essa si regge e con esso cade; bisogna avere il coraggio di riconoscere questo carattere fortemente strutturato della conoscenza e l’unità delle diverse manifestazioni dello spirito umano. b) Si avrà cura di distinguere i veri concetti, elaborati per generalizzazione, dall’uso analogico o metaforico di una singola immagine a cui lo storico può fare eventualmente ricorso. Secondo Croce la conoscenza storica sarebbe un insieme di giudizi del tipo S è P, I è U, che affermano il predicato universale di un soggetto particolare. Predicato che poi sarebbe un concetto funzionale, suscettibile di una rigorosa definizione, e che permetterebbe di conferire al singolare un carattere razionale, o piuttosto di percepire la razionalità immanente in ogni singola realtà. Per Croce insomma questi universali avrebbero un’orgine extratemporale e non empirica. (guarda esempio pagina 138-139) Secondo Marrou, la conoscenza storica che cerca di cogliere la vita degli uomini passati in tutta la sua delicatezza, in tutte le sue infinite sfumature, in tutta la sua complessa verità, non saprebbe appagarsi delle risorse della logica matematica, rigorosa sì, ma sempre rigida: un paragone implicito può permettere la comprensione di molti aspetti del reale, che rimarrebbero incomprensibili per chi tentasse di racchiuderli in esplicite definizioni. I paragoni sono sempre imperfetti e non si deve

mai dimenticare che nella storia, dominio del singolare, non vi sono parallelismi perfetti né ripetizioni assolute. Pertanto il servirsi di tali procedimenti analogici o metaforici esige prudenza. Quando si renderà necessario passare dall’elaborazione della conoscenza nello spirito dello storico alla sua espressione diretta al pubblico, l’uso figurato di singole immagini presenterà difficoltà di gran lunga maggiori: come dirsi sicuri che il lettore comprendere tutto ciò che l’autore ha voluto porre in quel certo accostamento e i limiti in cui esso è stato tenuto?

c) In opposizione ai concetti veramente universali esaminati nel paragrafo a, lo storico si serve di nozioni tecniche la cui validità è limitata nel tempo e nello spazio, o è relativa ad un determinato ambiente di civiltà. È il caso di tutti quei termini tecnici che indicano fatti di civiltà passate. Si deve per esempio trovare la giusta corrispondenza tra significati, oppure l’esatta traduzione di alcune parole che ci sono ancora sconosciute. Ma il pericolo è duplice: possiamo escludere qualcosa dalla verità del passato; oppure includervi qualcosa di diverso o di eccessivo. Quest’ultimo è il tipico problema di chi fa storia della filosofia, del pensiero, della mentalità, in quanto egli è spinto ad attribuire all’uomo di un tempo l’idea chiara e distinta da lui stesso elaborata con l’estrapolare i dati dei documenti di cui dispone. d) Abbiamo ora un’ulteriore categoria, quella dell’Idealtypus (termine preso da Weber). L’esempio di Idealtypus è quello che viene dal testo “città antica” di Fustel de Coulanges. Si tratta della citystate intesa come confederazione di grandi famiglie a struttura patriarcale, prima riunite in fratrie, poi in tribù, la cui unità per ognuno di questi gruppi sociali, dalla famiglia alla città, viene espressa e confermata dalla esistenza di un culto specifico dedicato al capostipite o all’eroe, e praticato intorno ad un altare comune. Si tratta di uno schemo ideale, cioè di uno schema organico le cui parti sono reciprocamente dipendenti ed esso è espresso infine con rigore e precisione dallo storico, in una definizione che ne esaurisce il contenuto. Infatti l’attributo ideale insiste sulla parte di costruzione originale che la nozione contiene: i caratteri che l’Idealtypus assome in sé sono quelli offerti dai casi più favorevoli, cioè che suggeriscono allo storico la nozione più coerente, la più ricca di significato, la più comprensibile. Idealtypus ≠ Predicato universale crociano. Stando con Fustel, l’idealtypus è un’idea pura di cui lo storico, ritornando al concreto,