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Appunti del libro "La conoscenza storica" di Marrou
Tipologia: Appunti
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CAPITOLO PRIMO – La storia come conoscenza <
; il passato non comparirà mai tutto intero nelle nostre capacità ricostruttive ma apparirà sempre frammentario e la storia è il passato nella misura in cui ci sia concesso conoscerlo. La storia è una sfida per misurarsi con il passato e ogni volta che questo accade se ne esce ridimensionati. Non si può conoscere tutto, però lo storico capisce che le cose sono ben più complesse di quelle che lui
riesce ad attingere. L' unico che conosce la storia nella sua globalità e pienezza è Dio; la prima cosa che lo storico deve avere in mente è che non è Dio quindi non può esprimere la vera storia. Il passaggio del passato tramite lo storico ha una profonda rielaborazione, un mutamento, da mostrarsi cambiato. L' origine della conoscenza non risiede nei documenti ma nello storico; la conoscenza storica è la risposta elaborata a una domanda del questionario con l'ausilio dei documenti. La storia delle mentalità non si fa' senza gli uomini; l'esagerazione della nuova storia è stata quella di arrivare alle idee dimenticandosi dei fatti; bisogna superare l'aridità della storia politica ma non dimenticarsi degli uomini. Lo storico deve scegliere la dimensione problematica che intende affrontare per il suo studio. Lo storico deve essere dotato di umiltà, essere consapevole, attivo nella sua posizione, deve sapere che la storia nasce da una questione che egli stesso si pone; come risolvere la questione? Ci sono le fonti e c'è anche la bibliografia; più lo storico sarà istruito più saprà quello che è già stato fatto e scritto, in questo modo i suoi orizzonti problematici si allargheranno. Un problema già analizzato sotto tanti punti di vista sarà facile arricchirlo e sintetizzarlo in modo nuovo; più facile è sbagliare quando non ci sono stati esploratori prima, poiché è più facile finire nell'anacronismo. Bisogna tener conto della bibliografia, di quello che gli storici hanno da dirci, ma non bisogna limitarsi a questo, per fare nuove scoperte bisogna tornare alle fonti; in questo modo andiamo avanti in una continua evoluzione della conoscenza. Non ci sono domande che non vanno poste, si è liberi, ma non bisogna esagerare nelle risposte; CAPITOLO TERZO – La storia si fa con i documenti Questo capitolo parla dei tre pocessi che hanno a che fare con i documenti; le tracce devono infatti:
CAPITOLO QUINTO – Dal documento al passato È sbagliato affezionarsi troppo alla questione iniziale perchè potrebbe essere mal posta e quindi è necessario ascoltare le risposte che ci danno i documenti fin dalla fase della loro raccolta, dell'euristica; il modo di formulare le domande dello storico è un po' retorico, cioè invita già a un tipo di risposta. Tanto più comprendiamo il documento nella sua essenza tanto più sarà vera quella conoscenza che è ciò che quei documenti testimoniano. Esistono dei casi che spiegano in quale modo si realizzi la conoscenza del passato espresso nel documento: a. il passato si identifica col documento; la comprensione del documento è già una comprensione del passato in qualche modo b. non bisogna occuparsi solo della fonte ma anche del suo autore, mi interrogo su cosa l'autore intendesse dire con quel documento c. non mi interessa solo della fonte e dell'autore, ma anche individuare uno squarcio della mentalità dell'uomo di quel tempo d. non solo tutto quello che abbiamo detto prima, ma si vuole anche ricostruire gli avvenimenti della società I documenti si devono verificare, non si può risalire alla realtà di un fatto servendosi solo di un documento. Lo storico che deve apprendere la realtà del passato si preoccupa più dell'essenza che dell'esistenza. La storiografia vuole mirare all'essenza della questione individuando la complessità della realtà umana. La critica del documento è un'operazione che deve far comprendere se quel documento riflette qualcosa del passato. Non si può mai essere sicuri del documento, c'è sempre un margine di incertezza. In questa debolezza del colloquio con le fonti si coglie l'essenza stessa della conoscenza storica. Quello che si riesce a comprendere del passato è una probabilità che si crede vera; tutte le operazioni, tecniche raffinate, arrivano a un grado di probabilità che lo storico assume a livello di certezza ma esprimendo un atto di fede, è convinto di essere arrivato a una verità sulla base della documentazione che ha avuto a disposizione. Come la storia del cristianesimo si fonda anche sulla teologia così anche la fede dei documenti si nutre di elementi di razionalità, cioè fondata sulla ragione. Se la verità storica implica una necessità di un atto di fede della propria ragione, nella consapevolezza che la comprensione sia parziale, tutto questo non elimina la validità della conoscenza storica. Esistono gli ipercritici della storia e ne deducono una estrema inaffidabilità. L'accordo tra gli scettici e quelli che si fidano dei documenti è pacifico su alcune questioni, un po' meno su altre. Se si guarda la storia, non con lo spirito dei positivisti che la volevano come scienza allora ci sottraiamo alle polemiche scettiche sulla verità perchè ammettiamo che la storia ci possa offrire solo verità perfette; tanto più conosco i termini di un problema quanto più mi accorgo che le mie risposte sono insufficienti a renderne i contorni veri perchè mi rendo conto che è difficile comprendere tutto. CAPITOLO SESTO – L'uso del concetto Questa parte Bloch denominava analisi; Marrou fa' il riassunto con tre concetti dei capitoli precedenti: del capitolo 3° dove si parla di ricerca euristica, del 4° dove si parla di comprensione e del 5° dove si parla di utilizzazione dei documenti. Bisogna unire a un dato un concetto, per poterlo capire. Se una cosa esiste, ha un nome ed esprime una certa idea. Bisogna che il passato lo identifichiamo, gli diamo un nome; senza questo non possiamo incasellare le informazioni in categorie. Dobbiamo capire quanta verità storica siamo in grado di restituire alla h utilizzando determinati concetti piuttosto di altri. Alcuni concetti sono le chiavi di lettura utilizzati dagli storici per qualificare la propria storia: a. Concetti che sono espressi da nome che ambiscono ad essere universali, vicini alla nostra esperienza tanto quanto a quella degli uomini del passato. Siamo nel campo nomotetico. Molte sono le fonti da dove ci arrivano questi concetti universali: scienze naturali, scienze dell'uomo, idee sull'uomo, sulle cose dell'uomo, sull'umanità. Il rischio della nomenclatura è l'anacronismo.
Esistono due norme di metodo: imparare a pensare con rigore; formulare un concetto più generale che per astrazione e trasposizione si mostri estensibile a un più vasto settore. L' universalità dei concetti dipende dalla forza intrinseca concettuale che queste parole possono esprimere; quindi non tanto dal singolo individuo che è lo storico ma da come lo storico ritrovi i formulati della cultura che li ha elaborati. b. A volte si usano concetti universali, altre volte concetti specifici per comprendere qualcosa di molto diverso attraverso trasposizioni analogiche. Uso analogico di questi concetti che sono precisi ma vengono astratti dalla loro precisione per essere applicati ad altri, prescinde dallo epirit de géometrie (del fresatore) e si richiama allo espirit de finesse (all'arte del liutaio, che misura a tatto l'efficacia delle sue azioni). c. Bisogna trovare l'esatto significato del concetto; le cose più comuni sono quelle meno spiegate e non sono chiare. Il pericolo è l'anacronismo: attribuire al passato qualcosa che non gli appartiene d. I casi più coerenti, più comprensibili, più ricchi di significato, più organici sono i Tipi-Ideali; il Tipo-Ideale è un concetto astratto che si elabora rispetto a una realtà e che restituisce a un'altra realtà; lo storico deve utilizzarlo in piena consapevolezza del suo carattere nominalista, concettuale. Qualche volta è più importante cogliere il cuore delle questioni che i piccoli dettagli; se si pensa che l'immaginazione sia l'essere allora si arriva a una storia non veritiera e non reale. e. Si può reificare un concetto che è invece complesso, rendendolo onnicomprensivo, astratto e non corrispondente alla realtà. La realtà è sempre più complessa di qualsiasi immaginazione, di qualsiasi concetto che serve a capire la storia, che serve a conoscere e razionalizzare la storia ma non a renderne la verità completa; lo storico deve utilizzare questi concetti in maniera flessibile e duttile, senza farsi possedere. CAPITOLO SETTIMO – La spiegazione e i suoi limiti La storia deve portare a una comprensione, per capire bisogna razionalizzare e spiegare. Le spiegazioni sono di molti tipi e si fondano su due presupposti: la filosofia della storia e le leggi del comportamento umano. Esistono situazioni individuali che possono essere generalizzate, si possono rappresentare. Le ipotesi organicistiche (immaginare che le società o gli avvenimenti umani corrispondono al funzionamento di un organismo) sono utili per spiegazioni di massima, ma diffettose quando applicate a casi singolari. Se esistono degli organismi, questi vanno ricercati non postulati. Lo storico deve andare oltre gli schemi preconcetti; qualsiasi schematizzazione, è sempre un'interpretazione dello storico, non la realtà. Dare una spiegazione, non significa solo inserire le vicende umane in uno schema interpretativo organicistico, ma attivare quei meccanismi di conoscenza che derivano dai rapporti di causa – effetto. Le cause e le conseguenze non sono solo quelle immediate, queste sono una serie più ampia di circostanze che spiegano quello che avviene agli uomini; ci sarà sempre qualcosa che sfugge agli storici. La spiegazione è inserire quello che studiamo in un flusso della società comprendendo che appartiene alla continuità di un gruppo, questo fa comprendere l'individualità. Lo storico tende a ridurre le spiegazioni ad unità (medioevo – cristianità); ogni interpretazione è legata ad un'idea forte ma gli uomini sono portati ad indiduare l'elemento più valido per dare una spiegazione pur conoscendo la compessità che c'è sotto. Mai affezionarsi troppo a un'idea altrimenti si modifica la realtà, si rende tutto troppo semplice ma non veritiero. CAPITOLO OTTAVO – L'esistenziale in storia C'è un coinvolgimento dello storico rispetto alla sua materia. Il modo di intendere l'esistenziale in storia, dai filosofi, porta a un coinvolgimento eccessivo dello storico, quasi che in esso riesca a trovare le soluzioni del suo presente; questo non deve accadere, la storia vera è espressione dello storico stesso. Ogni storico da un'interpretazione alla sua storia, ma quel che importa è di essere consapevoli dei limiti della storia e accettarli. Gli argomenti che coinvolgono troppo lo storico non è detto siano così importanti, bisogna guardarsi un po' da quei argomenti. I pericoli della passione
questo non significa rinunciare ai proprio principi; altrimenti questo si chiama dilettantismo. La storia non deve sostituirsi a nessuna disciplina ma deve fornire (al filosofo, al pittore) gli strumenti per esercitare il suo giudizio e la sua volontà; poiché questa fa conoscere gli uomini, in questo vediamo la grandezza e l'utilità dello studio storico. La storia frantuma i limiti dell'uomo riguardo il tempo (riusciamo a parlare con Cleopatra). Si presenta una differenza tra l'evoluzione biologica e l'evoluzione dell'umanità; noi accettiamo quello che siamo perchè sappiamo da dove veniamo.