

































Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Appunti presi a lezioni su I Promessi Sposi
Tipologia: Appunti
1 / 41
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!


































Noi studieremo I Promessi Sposi, come romanzo storico e come romanzo di formazione, in particolare la formazione di Renzo, personaggio centrale dell’opera. -STESURE- 24 aprile 1821 -> intraprende la prima stesura de I promessi sposi. Aveva già in attivo diverse opere, tipo: 1806 -> “in morte di Carlo Imbonati”; 1812-1815 -> “Inni Sacri” 1816 -> prima tragedia “Il conte di Carmagnola”. È importante che Manzoni scrive altre opere, soprattutto nel genere drammaturgico , perché la tragedia, il teatro, è il genere che la cultura romantica europea considera come il più importante. Il genere a cui tutti i grandi letterari si dedicano è la tragedia , il genere più alto in assoluto. Quando incomincia a scrivere il romanzo de I Promessi Sposi, intraprenderà la scrittura di un’opera che apparteneva a un genere considerato meno alto, meno importante, quindi fa una scelta anticonvenzionale. Si documenta molto sul periodo cui situare la tragedia incentrata sulla figura del conte di Carmagnola. Personaggio veramente vissuto, nei primi decenni del ‘400. Era un soldato mercenario che aveva servito prima il duca di Milano e poi Venezia. A partire da questa tragedia comincia in Manzoni una riflessione teorica molto sostanziosa, che lo impegnerà tutta la vita, sull’opportunità di comporre delle opere che unissero storia e invenzione. È proprio con questa prima tragedia che si avvia questo interesse in Manzoni. 1819 -> prima parte delle “osservazioni sulla morale cattolica”. Opera saggistico filosofica sulla morale cattolica. 1820 -> compone un’altra tragedia “Adelchi”, tragedia che viene accompagnata da uno studio accanito sull’Italia ai tempi dei Longobardi. La tragedia si ambienta in quell’epoca. Accompagna anche da un’opera storica dal titolo “discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia”. Manzoni è subito attentissimo alla storia anche quando è autore di tragedie. Arriviamo agli anni più fecondi di Manzoni che partono dal 1821, soprattutto il 24 aprile 1821 , quando incomincia a scrivere I Promessi Sposi. Data importante. Qui incominciano le vicende editoriali sulla stesura de I Promessi Sposi. Manzoni sarà impegnato nella stesura del romanzo, che non si chiama ancora “I promessi Sposi”, questa prima stesura viene chiama “Prima minuta” o “Fermo e Lucia”. Non è un titolo scelto da Manzoni, ma da Ermo di Visconti, amico letterato di Manzoni. Questa prima stesura del romanzo però non soddisfa Manzoni che si dedica a quest’opera fino al 1823, ma non è contento sia per ragioni di tipo narrativo , per come è composto, sia soprattutto dal punto di vista linguistico. L’aspetto che maggiormente lascia Manzoni insoddisfatto è legato dal fatto che la lingua che lui usa è troppo letteraria, troppo distante dal parlato, che nessuno usa. A partire dalla conclusione di questo lavoro, e per tutto il 1824, Manzoni riscrive la sua prima minuta, la ripensa, fino a stendere una nuova copia, chiamata “seconda minuta” , che poi verrà pubblicata in volume a partire del 1825, conclusa nel 1827. Titolo dell’opera: “I Promessi Sposi” , chiamata ventissettana , perché pubblicata alla fine del 1827. È diversa da quella che leggiamo, soprattutto dal punto di vista della lingua. Manzoni non è ancora contento. La lingua non lo soddisfa. Rivede linguisticamente il suo romanzo. Compie un viaggio a Firenze che gli consente di entrare in contatto con gli intellettuali, di sentire che esiste una lingua parlata, colta, viva,
come l’istituzione che potenzialmente può invece correggere e contenere una gestione politica, economica e sociale, che può in qualche modo raddrizzare questa gestione, soccorrendo anche gli oppressi, e lo vediamo in personaggi come Fra Cristoforo e Federigo Borromeo. C’è una svolta di interesse di Manzoni. Quando noi parliamo di romanzo storico ambientato nel ‘600, ci sarà chiesto di individuare gli aspetti del romanzo storico all’interno del romanzo, come: il romanzo è storico, e infatti Manzoni ricorre a un espediente narrativo. Espediente dell’anonimo. Immagina di aver trovato un manoscritto del ‘600, che racconta una bellissima storia, in una lingua desueta, e quindi per riproporla ai lettori contemporanei lo riscrive. ci sono leggi che esistevano veramente nel ‘600 e che cita all’interno del romanzo ci sono fatti storici, per esempio i moti di San Martino, la peste, che sono realmente accaduti e che Manzoni descrive utilizzando le fondi storiche. presenta sia personaggi di invenzione (Renzo e Lucia), sia personaggi veri (Monaca di Monza, cardinal Federigo). Ragione e implicazioni del genere romanzesco Indice degli argomenti principali: le ragioni e le implicazioni della scelta del genere romanzesco. Manzoni lo definirà “genere proscritto” le ragioni di ricorrere all’espediente del manoscritto anonimo, che comporta delle implicazioni delle modalità di narrazione, e i vari punti di vista della narrazione la storia come protagonista del romanzo e non come sfondo. Per quanto riguarda la scelta del genere romanzesco, possiamo partire da una premessa di Pier Antonio Frare (libro in bibliografia): ricapitola brevemente la storia della critica manzoniana e sostiene come in questo dibattito si sia a lungo discusso del fatto se I Promessi Sposi possa essere un’opera reazionaria, ovvero, se sia un’opera che invita al lettore a rassegnarsi, ad accettare i casi della vita ingiusti. Questa idea è poco fedele alla realtà dei fatti, perché la scelta di scrivere il romanzo implica una serie di conseguenze che sono rivoluzionarie, anche se di una rivoluzione tranquilla, che non fanno baccano, e che hanno il pregio di essere silenziose e durature nel tempo. Nell’800, i letterati che desideravano riuscire ad avere una certa stima, si cimentavano con il genere tragico o con il genere epico lirico. Il romanzo all’epoca di Manzoni è considerato un genere minore, rivolto a fini di divertimento, che viene praticato e si rivolge a un pubblico femminile. Il letterato Walter Scott nel 1814 , nel suo primo romanzo “Ivanhoe”, lo fece sotto pseudonimo, per timore di compromettere la sua fama che si era conquistato come autore di poemi epico lirici... Manzoni sa di scegliere un genere tutt’altro che in voga, che lui stesso definisce proscritto. Lo fa anche rischiando di mettere a rischio la sua nomea di letterato alto. Si può avere una conferma di questo, considerando una recensione di Tommaseo, che aveva riservato a I Promessi Sposi, che uscì nell’ottobre del 1827, che scrive che Manzoni si è abbassato a scrivere un romanzo. Questo termine che fa riferimento a un abbassamento, ci aiuta a cogliere un tratto importante: il tratto dell’umiltà. Che non si concretizza solo nella scelta del genere minore, ma anche nella scelta dei protagonisti dell’opera, Renzo e Lucia, e che sono due personaggi umili, contadini
operai, di origine modesta, che il romanticismo non vedeva come protagonisti di un’era romanzesca. È una scelta rivoluzionaria e inconsueta. Manzoni compie la scelta di valorizzare gli ultimi della scala sociale, ma non significa che stia sempre dalla parte degli umili, a dispetto dei loro comportamenti. Se gli umili compiono il male sono comunque criticabili. Funzione del manoscritto anonimo Nelle prime pagine del romanzo, nell’introduzione, si vede la prima parte scritta in corsivo che sono le pagine di un manoscritto anonimo e che poi si interrompe, e invece continua una sorta di commento del narratore sulla necessità di continuare la trascrizione o meno, e sull’opportunità di trascrivere la storia riportata su questo manoscritto anonimo. I Promessi Sposi iniziano quindi con una introduzione, che riporta la trascrizione parziale di un manoscritto del ‘600 che racconta la storia di Renzo e Lucia. Il manoscritto dice di trascrivere a sua volta la storia di fatti memorabili che sono capitati a gente meccaniche e di piccol affare , che però hanno vissuto una grande storia. Da questo manoscritto si capisce che la storia ruota non intorno ai grandi potenti. L’espediente di ricorrere a questo anonimo manoscritto, non è di invenzione manzoniana, ma ci già diverse opere che possono aver ispirato Manzoni in questo senso, tra queste ricordiamo Ivanhoe di Walter Scott, pubblicato nel 1819. Questo manoscritto anonimo ci interessa perché introduce delle implicazioni molto importanti nel modo in cui la storia di Renzo e Lucia viene raccontata. Il lettore si imbatte in una storia da più punti di vista: dell’anonimo e del narratore onnisciente, ovvero che conosce tutta la storia dall’inizio alla fine, ne sa più dei personaggi e che è al corrente dei pensieri e dei sentimenti dei singoli personaggi. Anche in questo caso Manzoni però opera una piccola correzione, perché il suo narratore spesso interviene nei fatti, li commenta, richiama la sua attenzione su alcuni aspetti, e spesso dichiara la propria ignoranza, dicendo che anche lui non sa tutto. Per esempio, nel settimo capitolo, il narratore dice che non sa se Lucia è contenta del matrimonio a sorpresa. Le fila della narrazione sono orchestrate dalla voce dell’anonimo e del narratore, e che esistono altri punti di vista, quelli dei personaggi. Molti episodi vengono raccontati del punto di vista del personaggio che li vive. Per esempio, nei capitoli dedicati ai Moti di San Martino, il punto di vista centrale della narrazione è quella di Renzo Tramaglino, che fa per la prima volta esperienza di città. Quando si leggono i promessi sposi il lettore si imbatte in una struttura narrativa che cerca di intrecciare punti di vista diversi sulle stesse vicende. Ne deriva una conseguenza interessante, cioè che si crea una sorta di dialoghi. La storia come protagonista del romanzo Le conseguenze di questo espediente narrativo è che fin dalle prime pagine, la storia è protagonista del romanzo perché se ne parla direttamente. È un’affermazione importante perché conferma che il contesto storico seicentesco non è solo la scenografia, ma la storia è protagonista del romanzo. Questo significa che la documentazione storica di Manzoni diventa strutturale nella narrazione. Ruolo che lo scrittore deve assumere nel momento in cui compone un’opera di argomento storico In questo caso I Promessi Sposi. Questo tipo di riflessione impegna molto Manzoni già a partire dalla pubblicazione del Carmagnola. Manzoni comincia a prossimali all’idea del Carmagnola nel 1816 , comincia a scrivere la prima minuta de I Promessi Sposi nel 1821 , quindi già da diverso tempo compie degli approfondimenti, che vengono poi stesi in vari scritti teorici e affiancati all’attività teatrale. Manzoni distingue il ruolo dello scrittore da quello dello storico, affermando che quest’ultimo si accosta agli avvenimenti come nella loro veste più esterna, dal punto di vista documentario, cerca di ricostruire l’andamento dei fatti secondo le fonti documentarie che dispone. Quello che deve fare il poeta è immedesimarsi, e
cornice storica in cui questo carattere va a collocarsi. Il curato era un personaggio debole, e nel primo capitolo lo si vede bene. Era un periodo in cui c’erano moltissime leggi che avrebbero dovuto regolare i rapporti di forza. Chi come don Abbondio non era un cuor di leone, era un personaggio indifeso. Il secondo capitolo lo possiamo dividere in quattro macro- sequenze narrative:
Le due parole “lieta furia” permettono e invitano ad una riflessione. Se noi pensiamo al giorno del matrimonio di un giovane che si reca dal curato con lieta furia, che significato daremmo a furia? Cosa vuol dire lieta furia? Rabbia. Da una parte vuol dire collera, dall’altra parte fretta, premura. Inizialmente l’atteggiamento di Renzo è quello gioioso, lieto, del giovane che ha fretta di sposarsi. Dobbiamo tenere presente, che nella vicenda di Renzo, la furia intesa come rabbia, come collera, verrà immediatamente chiamata in causa. Quando Renzo inciampa nel proprio matrimonio, smette di essere lietamente premuroso e comincia a essere arrabbiato con don Abbondio. Questa ambivalenza, nel carattere di Renzo, è la sua caratterizzazione principale, e questo lo accompagnerà nel suo percorso di formazione, e in qualche modo lui dovrà cercare di ammorbidire e di risolvere in un diverso equilibrio. Lieta furia ci interessa perché conferisce fin da subito in un momento non sospetto a Renzo, quella connotazione premurosa, istintiva e dinamica, ma implicitamente quel significato di rabbiosità, di istintività, che caratterizzerà il personaggio. Tra Renzo e don Abbondio si svolge un dialogo molto teso, che è evidente a noi lettori e a don Abbondio, ma meno a Renzo: il sopruso di don Rodrigo ha innescato una catena: don Rodrigo ha oppresso don Abbondio che a sua volta opprimerà Renzo. La tensione di questo dialogo si manifesta anche a livello retorico. Il dialogo è fitto di interrogativi, segno di bisogno di Renzo di capire, di avere una spiegazione plausibile. Le frasi sospese fanno parte della reticenza di don Abbondio, che è uno strumento di difesa, che tende alludere a degli impedimenti, senza esplicitarli. Don Abbondio fa uso del latino (error, conditio, votum..). Queste parole non sono citate a caso, ma Manzoni cita un documento realmente esistente: “Della diligenza del parroco nelle pubblicazioni, e altro”. L’uso del latino è importante perché il latino è indice di cultura. La cultura fin da subito è considerata come uno strumento che vale a seconda di come viene impiegato, e che può essere impiegato dagli uomini di chiesa in forma di aggressione, per commettere un danno. Don Abbondio, inoltre, invita Renzo all’uso della pazienza. Gli ripete almeno 5 volte di avere pazienza. È l’invito per un personaggio come Renzo alla moderazione, ma è soprattutto, nel caso di don Abbondio, va intesa come una espressione che rimanda alla sopportazione. La reazione di Renzo, che è entrato nella storia con la gioiosa fretta di sposarsi, ecco che questa gioiosa furia, con l’impatto con la storia incomincia un po’ a incrinarsi. Vediamo delle espressioni come: “cominciando ad alterarsi”. “Con voce più alta e schizzosa”. Saluta don Abbondio con un’occhiata più espressiva, quasi minacciosa. Questa era la prima macro-sequenza narrativa: quella in cui Renzo incontra per la prima volta don Abbondio, e apprende dell’impossibilità di celebrare il matrimonio. Conclusione II Capitolo Altra sequenza narrativa -> incontro con Renzo e Perpetua (donna che si occupa di don Abbondio. Donna di paese, umile e semplice, abbastanza pettegola). Renzo cerca di fasi spiegare da lei le ragioni reali per cui il matrimonio veniva rimandato.
sembrava più immediata rispetto a quella dei bravi incontrati il giorno prima. Dopo aver fatto il nome di don Rodrigo, la paura lascia il posto alla collera, e cerca di spiegargli, di fargli pesare i torti che ha dovuto subire per colpa sua, e alla fine dice “non si tratta di torto o di ragione; si tratta di forza” (pg 46). Questa frase condensa quella idea di giustizia che don Abbondio, pur essendo un uomo di chiesa, formula, e di cui è profondamente convinto. L’uomo di chiesa, medio, meschino, non è interessato al torto o alla ragione, o ad agire nella direzione della ragione, ma al contrario si ferma alla legge del più forte. Renzo si trova davanti a una prima formulazione di giustizia, che nonostante venga da un uomo di chiesa è perfettamente coerente anche con il sistema di giustizia ingiusta, e quindi comprende che da parte di don Abbondio non avrà un alleato. Il nome di don Rodrigo, può essere ben delineato da questa espressione “furore contro il nemico scoperto” , il nome di don Rodrigo desta furore. Questa espressione ci conferma lo stato emotivo di Renzo, e ci da l’informazione che don Rodrigo è visto come un nemico. Il nemico scoperto ci consente di individuare l’antitesi tra Renzo e il suo antagonista, che costituisce l’asse portante di tutta la vicenda, fino al 35esimo capitolo. Questa antitesi non fa solo parte della storia esterna, ma diventa da subito una antitesi interiorizzata da Renzo. Antitesi vendetta - perdono, costituisce lo snodo dell’iter di formazione di Renzo, che dovrà arrivare fino al 35esimo capitolo. Il sogno di sangue di Renzo: le reazioni che il protagonista ha interiormente, sapendo di avere un nemico potente. Sappiamo che Don Rodrigo è un signorotto, che fa il bello e il cattivo, un uomo ricco e molto violento. Ecco che la reazione di Renzo è appunto quella di immaginare di potersi vendicare. “Renzo intanto camminava a passi infuriati verso casa, senza aver determinato quel che dovesse fare, ma con una smania addosso di far qualcosa di strano e di terribile” (pg47). Questo passo da avvio alla descrizione di queste emozioni e pensieri di Renzo. Il narratore decide in questo punto di fare un suo intervento. Un intervento esterno alla vicenda, commentandola. Ci consente di vedere che noi abbiamo visto la storia dal punto di vista di don Abbondio e di Renzo, adesso la leggiamo attraverso il commento del narratore onnisciente, questo per ricordarci che sono tanti i piani di lettura che il romanzo mette in campo. Il narratore dice “i provocatori….degli offesi” (pg47). Poi incomincia l’esempio di Renzo. Questo breve intervento vuol dire che viene enunciata l’effetto di un’azione iniqua. Chiunque commenta un’offesa, un sopruso, una violenza è responsabile non solo del gesto che compie, ma anche dell’alterazione dell’animo di chi la subisce. Si allude a una logica a catena per cui chi offende per primo genererà nell’offeso il desiderio di vendetta, e quindi genererà il torto che gli verrà di conseguenza reso. Legge della vendetta. Con l’esempio di Renzo noi osserviamo a quel pervertimento dell’animo. Evidentemente qui Renzo si sveglia da questo sogno di sangue, solo al pensiero di Lucia, che porta con se un orizzonte mentale completamente diverso, pacifico, estraneo a questa logica. La legge della vendetta è la legge che istintivamente si palesa la mente di Renzo, è l’avvio, il punto d partenza della sua crescita.
La strada che Renzo dovrà compiere è proprio quella di abbandonare la logica di una giustizia, come quella che lui pensa, e come quella che infondo era stata pronunciata da don Abbondio secondo la legge del più forte, che ci configura un’idea della giustizia completamente terrena. Un’idea della giustizia che si svolge in un piano orizzontale, che è totalmente della mano degli uomini e che in questo caso non viene neanche regolata e amministrata dalla legge, bensì da una sorta di regolamento di conti, dall’affermazione di chi è più forte o più determinato ad avere ragione dell’altro. All’idea di romanzo, l’idea di giustizia, quella di don Abbondio, ma anche quella fantasticata da Renzo, è un’idea orizzontale e ancorata a una sfera terrena, ella vendetta e della violenza. Tratti del personaggio di Lucia. Pag 45-46 prof. Lucia entra in scena ancora prima che come un “personaggio in carne d’ossa”, ma con un’immagine mentale, un riferimento mentale a cui Renzo approda dopo aver meditato in preda all’ira di vendicarsi di don Rodrigo e di ucciderlo. È quindi il pensiero di Lucia che porta Renzo a miglior consigli. Il secondo capitolo avvia la storia e introduce sia Renzo sia Lucia, che chiuderà il capitolo, e della quale viene data una descrizione, un ritratto particolare. Questo personaggio entra in scena nel giorno delle nozze, quindi, ha un abbigliamento e un contegno che sono consoni a questa particolare occasione. Per quanto riguarda i tratti più referenziali del personaggio, possiamo evidenziare un passaggio (pg 44 prof, io pg 49) “Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre”. Possiamo quindi desumere che era una giovane ragazza, scura di capelli e occhi, vestita come le contadine del Seicento, come le ragazze umili che andavano spose. Immagine pubblicata nella Quarantana, che illustra la descrizione fisica e il ritratto che ne dà il narratore. Vediamo gli spilli nei capelli, il busto di broccato. Questi particolare si ricollegano alla descrizione di Manzoni. colpisce soprattutto il fatto che Lucia abbia gli occhi bassi, e quindi non guardi in maniera diretta chi la ritrae. Si parla di “modesta bellezza” , tipica delle contadine del tempo. Intuiamo che è priva di padre e che questa modesta bellezza non è solo un tratto fisico, ma potremmo dire anche un tratto di natura caratteriale, quasi morale, perché non si tratta di un personaggio che si accampa al centro della scena. L’atteggiamento di Lucia appena entra in scena è questo: “lei s’andava schermendo, con quella modestia un po’ guerriera delle contadine”. Lo schernirsi, il coprirsi, il tentare di non essere al centro della scena, è un tratto caratteriale e morale. Lucia nella fortuna di questo personaggio, ci sono due poli estremi: da una parte abbiamo i sostenitori di Lucia che apprezzano la sua forza d’animo, la sua fede e la sua temperanza, che colgono in lei una forza; e poi ci sono i
del romanzo a interrogare dialetticamente il senso della loro esperienza. Si formano ciascuno con il proprio percorso, ma sempre mettendo in relazione le loro esperienze. Il traguardo di Renzo e di Lucia, matrimonio e la comprensione di questa ingiustizia, non potrebbero essere raggiunti se non in coppia. La modestia guerriera – un turbamento leggiero Rappresentano un tratto distintivo del personaggio di Lucia, che effettivamente arrossisce spesso. Nell’iconografia romantica dei personaggi femminili, il rossore fa parte del personaggio della donna, esprime la vergogna, il turbamento, ma può anche essere un tratto topico, ricorrente, che in questo caso però si esprime una sorta di intransigenza morale, di risolutezza, e di postura che in qualche misura di rivela attraverso il rossore. Dobbiamo approfondire anche il termine modestia, che si ripete due volte nella descrizione, che è un tratto morale e comportamentale insieme e che ci rimanda a quanto Manzoni afferma nella morale cattolica, quando definisce la modestia una espressione di umiltà, una manifestazione di contegno, che è caratteristica di una donna, quando sente di poter essere soggetto all’errore, allo sbaglio, quando ha la consapevolezza che i suoi pregi, le sue qualità sono in realtà un dono che si può compromettere per la debolezza che caratterizza qualsiasi uomo. Il personaggio di Lucia viene spesso affiancato a quello di Renzo Abbiamo detto che Renzo è un personaggio d’azione, dinamico, che ha un’indole buona, non violenta, era un giovane schietto, ma è un giovane anche istintivo, facile alla rabbia, quella lieta furia. Le coordinate spazio temporale dove si svolge l’iter di formazione di Renzo è la strada. Renzo compie alcune delle sue esperienze più importanti per strada. Per esempio, i Moti di San Martino, il suo ingresso a Milano durante la peste, e la sua fuga verso l’Adda. Lucia è un personaggio più domestico, che vediamo prevalentemente all’interno delle mura di casa ed è una figura che è protetta, accompagnata e dalla figura protettiva e matura della madre. Questo non significa che sia un personaggio debole, remissivo e indifeso, perché la sua tempra morale e la sua formazione religiosa ne fanno invece un personaggio posturale, che ha una sua rettitudine, una sua capacità decisionale. Quello che è interessante è che Manzoni incarni una figura umile femminile, rispetto alla violenza di don Rodrigo e dell’innominato, che incarni i suoi valori religiosi più autentici. Questa è una grande novità nella narrativa ottocentesca, dove al centro ci sono eroine con una straordinaria bellezza. Schernirsi vuol dire la volontà di ripararsi dagli sguardi, ma anche la volontà di cautelarsi rispetto alle insidie interne. Lucia pur essendo legata a Renzo, è meno succube di quella passionalità istintiva che porterà poi Renzo molto spesso a compiere dei gravi errori. III Capitolo Il cuore di questo capitolo riguarda l’incontro di Renzo con un noto avvocato, noto non solo all’epoca, ma anche ai giorni d’oggi in quanto è espressione della spregiudicatezza, dell’agire giuridico. All’inizio del terzo capitolo, Lucia, Renzo e Agnese sono ancora nella scena che aveva concluso il capitolo precedente, hanno liquidato gli invitati al matrimonio, e quindi siamo nel momento in cui Lucia racconta effettivamente ciò che era accaduto. Noi abbiamo conosciuto una versione dei fatti molto alterata, un po’
camuffata da parte di don Abbondio nel primo incontro con Renzo. Poi don Abbondio ha raccontato di essere stato minacciato da don Rodrigo, ma qui c’è il pezzo mancante della storia, che solo Lucia può raccontare, e che racconta compiendo una analessi. Racconta dei fatti che risalgono a un tempo precedente rispetto a quella in cui la storia si sta svolgendo. Lucia, andando a lavorare alla filanda, aveva incontrato don Rodrigo e suo cugino Attilio, in quanto avevano fatto una scommessa e l’avevano importunata per strada, tanto che lei cercava di camminare sempre in gruppo con le ragazze. Lucia sapeva che c’era questo interessamento, che le intenzioni di don Rodrigo non erano del tutto lecite, ma non immaginava che potessero spingersi fino al punto di impedire il matrimonio con Renzo. La caratterizzazione di Lucia rispetto alla madre e al futuro sposo emerge abbastanza chiaramente, nel senso che Lucia mostra una avvedutezza, e una capacità di tacere, che non è assolutamente comune all’attitudine della madre, che invece è molto ciarliera e molto pettegola. Lucia aveva avuto le sue buone ragioni per non dire nulla alla madre, e la madre le rimprovera questo suo silenzio, ma Lucia si era confidata solo con padre Cristoforo, sia per non preoccupare la madre, sia per evitare che la madre potesse riferire di questo fatto ad amiche e conoscenti. Da una parte Lucia mostra una consapevolezza anche della necessità di cautelarsi persino dall’atteggiamento ciarliero della madre, dall’altro mostra di essere molto meno istintiva, molto più pacata rispetto a Renzo, il quale si altera al sentire il racconto di Lucia, e soprattutto, si arrabbia con don Rodrigo dicendo: “Ah birbone! Ah dannato! Ah assassino! – gridava Renzo, correndo innanzi e indietro per la stanza, e stringendo di tanto in tanto il manico del suo coltello. “ È importante questo gesto, perché già nel secondo capitolo, quando Renzo obbliga don Abbondio a rivelargli il nome di don Rodrigo, per convincere il curato aveva messo la mano al coltello. È un gesto che allude all’istintivo ricorso alla violenza. A questo punto Agnese ha un’idea, cioè quella di recarsi da un noto avvocato, l’Azzecca Garbugli, per chiedere aiuto e per cercare di risolvere sul piano legale questa situazione. La madre di Lucia ha dei tratti distintivi molto diversi da quelli della figlia, e possiamo dire, come scrive Girardi nel suo commento, è Agnese il controcanto realistico di sua figlia. È una donna umile come Agnese, il suo sapere si concretizza soprattutto su consigli legati a un sapere terreno, che le deriva dal fatto di essere più anziana, un sapere quotidiano che deriva dal conoscere un po’ i fatti del mondo. È il contro canto realistico della figlia che da subito in qualche misura si caratterizza come un essere dotato di una fede profonda, e quindi capace di avere fede nell’aiuta che Dio riserva per i poverelli, e invece il proposito di Agnese è quello di ricorrere alla giustizia terrena, facendo leva sui propri valori umani. Renzo e L’azzecca Garbugli Renzo incontra un rappresentante della giustizia, l’Azzecca Garbugli, e accoglie positivamente la proposta di Agnese e si reca da lui. Il nome di questo personaggio è un nome parlante, un nome trasparente. In letteratura la scelta dei nomi non è mai casuale, soprattutto di questo caso, in cui ci troviamo di fronte all’Azzecca Garbugli, un nome composto da un verbo “azzeccare”, che significa colpire nel giusto, e “garbugli” significa imbrogli. Girardi dice che si può dare di questo nome una duplice lettura: può essere inteso come colui che sbroglia le matasse, ma anche colui che trova il modo di imbrogliarle e usarle a proprio vantaggio. Nel Fermo e Lucia il capitolo veniva intitolato “il causidico” , che
dall’altra vediamo uno scatto di Renzo che capisce l’equivoco dell’Azzecca garbugli e cerca di correggere la visione che l’avvocato si è fatto di lui. Pensava fosse un bravo. Renzo quando capisce di essere vittima dice “la bricconeria l’hanno fatta a me; e vengo da lei per sapere come ho da fare per ottenere giustizia”. Renzo viene liquidato dall’Azzecca Garbugli. Renzo tornerà da Agnese e Lucia molto amareggiato e riferisce a loro il suo tentativo e quello che più ci interessa è che rinnova la sua vendetta. Renzo si fa giustizia da solo, ovvero vendetta. VIII Capitolo Capitolo molto ricco e vario per tonalità. Noi ci concentriamo sulla figura di Fra Cristoforo e sull’intervento del narratore. Questo è funzionale per mettere in luce il tema della giustizia e ingiustizia e dei vari punti di vista che il romanzo offre in proposito. Cosa accade fino all’ottavo capitolo L’ottavo capitolo chiude una prima macro-sequenza dell’intero romanzo che si svolge tutta interamente nel paese dove abitano Renzo e Lucia. Dopo l’ottavo capitolo, Renzo e Lucia si divideranno, e ciascuno prenderà la sua strada per poi ricongiungersi nel 35esimo capitolo nel Lazzaretto. Dopo il terzo capitolo i due Promessi Sposi si rivolgono a fra Cristoforo, padre cappuccino del convento di Pescarenico. Padre Cristoforo ha preso a cuore le sorti di Lucia, che gli aveva confidato di essere stata malamente approcciata da don Rodrigo, e per difendere una innocente dalle trame meschine e violente di don Rodrigo decide di recarsi direttamente al palazzotto di questo personaggio che è anche l’antagonista di Renzo, al fine di convincerlo e di persuaderlo che è opportuno recedere da questa commessa fatta dal cugino. Questo incontro non va a buon fine e per questo Agnese e Renzo, sono portati a concepire un piano che possa comunque garantire ai due promessi sposi la possibilità di fare il matrimonio. Questo piano consiste nel fare un matrimonio a sorpresa, ben orchestrato e pianificato nel settimo capitolo e che poi viene messo in opera nell’ottavo. Questo matrimonio a sorpresa consiste, per Renzo e per Lucia, nel recarsi a notte e tempo nella casa di don Abbondio, con due testimoni. Renzo farà entrare prima Tonio, uno dei due testimoni che doveva a don Abbondio dei soldi, e dopo di lui suo fratello Gervaso. Pronunciando davanti al curato una frase formulare che sancisce il matrimonio, avrebbero potuto sposarsi senza il rito tradizionale. Questo piano però fallisce. Don Abbondio impedisce a Lucia di pronunciare la sua parte di frase, e chiede aiuto. Contemporaneamente a questa scena del matrimonio, con una analessi il narratore racconta che anche i bravi avevano provato un’incursione in casa di Lucia, convinti che l’avrebbero trovata a casa e che l’avrebbero potuto rapirla. È una perfetta coincidenza temporale di queste due scene. I due a questo punto devono lasciare il paese perché non è più sicuro per lei. Considerato il capitolo nel suo insieme, è opportuno notare il gioco di orchestrazione e di simmetrie che il narratore compone all’interno di tutti i vari piani narrativi. Il capitolo si compone di una prima parte in cui i protagonisti sono al entro dell’attenzione; una seconda scena quella dei
bravi; e un momento in cui questi due progetti si congiungono e vengono a convogliare nell’uno e nell’altro. Queste simmetrie consistono anche nel fatto che sia per Renzo e per Lucia, sia per i bravi, c’è un’irruzione in casa d’altri, c’è un’articolazione tra scene esterne e interni domestici, c’è un’alternanza tra buio e luce, e c’è una sorta di coerenza in quanto tutti i progetti falliscono. È un capitolo che ci consente di mettere in luce alcuni aspetti relativi ai vari punti di vista della narrazione. Manzoni orchestra una sorta di polifonia di punti di vista, non narra la storia solo dal punto di vista del narratore onnisciente o del singolo personaggio, ma mette insieme il punto di vista dell’anonimo, il punto di vista del narratore onnisciente, il punto di vista dei vari personaggi. Alla fine di questo tentato matrimonio a sorpresa che si conclude con un nulla di fatto, il narratore onnisciente, si inserisce nella storia e commenta con un passo: “in mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione” (pg 153 mio libro, 145 pdf). La prima indicazione utile è che il narratore, in un momento in cui la scena è particolarmente concitata, movimentata, interviene per evitare che il lettore sia eccessivamente coinvolto dallo svolgersi degli eventi, per evitare che fruisca la storia in modo eccessivamente emotivo. Si dice che il testo cerchi di sviluppare nei suoi lettori non una attitudine emotiva empatica, quindi non da lettori complici, ma da lettori critici capaci di riflettere sui fatti che stanno leggendo. Il lettore è giudice perché:
L’indicazione senza odio è un richiamo esplicito a non nutrire quella forma di ostilità da cui si genera il desiderio di vendetta e che favorisce una catena di azione e reazione che rendono l’oppresso uguale al suo oppressore. Fra Cristoforo da, infine, ai promessi sposi l’indicazione di allontanarsi dal paese perché non è più sicuro e li invita a mettersi in salvo. Da indicazioni a Lucia di andare a Monza e a Renzo si recarsi a Milano. Nei confronti di Renzo, fra Cristoforo fa una precisazione, cioè li ricorda che deve mettersi in salvo dalla rabbia degli altri e dalla sua. È una precisazione importante, perché Renzo a differenza di Lucia, che rischia di essere vittima di don Rodrigo, rischia di essere vittima anche della propria rabbia, e questo conferma come questa antitesi non solo regge e struttura il romanzo, ma è anche una antitesi interiorizzata che guida il percorso di formazione di Renzo. Capitolo XI È un segmento di testo interamente dedicato all’esperienza che Renzo compie a Milano durante il suo primo viaggio. Milano era in preda ai Moti di San Martino. Questo segmento narrativo è fondamentale perché in qualche modo delinea in modo compiuto la prima e vera grande esperienza che Renzo compie al di fuori del suo paese. È un’esperienza molto dura, molto pericolosa. In questo primo capitolo di questa lunga sequenza, noi ci occuperemo solo dell’arrivo di Renzo a Milano, e analizzeremo con una certa accuratezza le ultime pagine del capitolo, proprio per delineare le coordinate fondamentali di questa esperienza. Questo capitolo non è interamente dedicato alla figura di Renzo, ma è suddiviso in due parti: la prima parte completa la narrazione che riguarda i fatti del 10 novembre, quindi la notte in cui i bravi hanno cercato di rapire Lucia. Infatti, la prima parte è dedicata a don Rodrigo, si racconta della notte in cui don Rodrigo attende i bravi, e si racconta il fallimento di questo progetto. Il giorno dopo, l’11 novembre, viene narrato come don Rodrigo incontri il cugino Attilio, li confessa di aver perso la scommessa che aveva fatto con lui, chiede la sua intercezione, chiede che anche fra Cristoforo venga allontanato e punito per avere in qualche modo preso le difese di Lucia, e poi manda il bravo più forte e fedele a Monza per capire come Lucia si è sistemata. La seconda metà del capitolo riprende la storia di Renzo che abbandona Lucia e Agnese a Monza e si reca a Milano nel convento di padre Bonaventura con una lettera che fra Cristoforo gli aveva preparato. Analisi Renzo in cammino verso Milano (pg 229 prof, 239 io): “Dopo la separazione dolorosa che abbiam raccontata, camminava Renzo da Monza verso Milano...”. Il narratore ci presenta Renzo che è in cammino verso la città. Ci presenta Renzo per strada (la strada è la dimensione spazio- temporale tipica di Renzo). Il narratore ci racconta lo stato d’animo di Renzo in cammino. Renzo sta pensando che ha abbandonato casa, che ha dovuto lasciare il suo mestiere, che ha dovuto allontanarsi da Lucia, e quindi durante il suo percorso è costantemente preso dalla rabbia, dal furore, e dal desiderio di vendetta. Questo passaggio rappresenta questo conflitto interiore che caratterizza il personaggio di Renzo. L’antitesi romanzesca Renzo-don Rodrigo, innocente-nocente, vittima-oppressore, è un’antitesi che non solo regge lo svolgimento dei fatti, ma regge anche l’evoluzione interiore del personaggio di Renzo. È un’antitesi interiorizzata in cui viene descritta molto efficacemente in questo passaggio. Renzo è continuamente alle prese col desiderio di uccidere don Rodrigo, il desiderio di vendetta, e di risuscitarlo. In questo segmento narrativo i due poli che delineano il percorso di Renzo sono da una parte il Duomo, e il Resegone dall’altra. Questi riferimenti geografici culturali delineano il percorso di Renzo che muove da una dimensione naturale, in una dimensione più specifica dal punto di vista culturale, geografico e storico.
Renzo incontra un primo viandante che gli risponde in maniera cortese, indicandogli la strada per Porta Orientale, dove si tiene il convento di Bonaventura, Renzo rimane stupefatto da questa cortesia e non capisce che questa cortesia è legata al fatto che quel giorno è un giorno di rivolta e quindi tutti i viandanti temono di essere aggrediti. Girardi presenta nel suo commento che tutti questi capitoli dedicati all’esperienza di Milano, intrecciano due piani diversi e strettamente correlati.