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▲I sommersi e i salvati▲, Sintesi del corso di Letteratura Italiana

▲Letteratura italiana: riassunto per capitolo dei sommersi e i salvati di Primo Levi▲

Tipologia: Sintesi del corso

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I sommersi e i salvati – Primo Levi
I sommersi e i salvati è un saggio di Primo Levi che analizza la tragedia dei Lager nazisti, il ruolo delle vittime e degli aguzzini all’interno dei campi,
l’importanza della testimonianza e il rischio che la memoria della persecuzione nazista venga dispersa o, peggio ancora, travisata e negata. L’opera
pubblicata nel 1986, un anno prima del suicidio dello scrittore, è divisa in otto capitoli, preceduti da una Prefazione e seguiti da una Conclusione.
I sommersi e i salvati si aprono con una citazione da The Rime of the Ancient Mariner di Samuel Taylor Coleridge (1772-1834), che servono a
fotografare l’atteggiamento con cui Levi prova, lucidamente e razionalmente, a rievocare il doloroso ricordo, personale e collettivo, dei campi di
sterminio di Auschwitz:
Since then, at an uncertain hour,
that agony returns:
and till my ghastly tale is told
this heart within me burns
Il ricordo, quasi una “agonia”, è quello di un “racconto agghiacciante”; tanto più se, come Levi chiarisce nella Prefazione, sono sempre più le voci
che si alzano per negare o smentire i racconti dei reduci, quasi replicando il disegno nazista che, sul finire della Seconda guerra mondiale, iniziò la
sistematica distruzione di tutto il materiale che poteva provare l’esistenza dei campi e il disegno della “soluzione finale” alla questione ebraica. Per
Levi, il rischio dell’oblio è particolarmente forte in relazione alle nuove generazioni.
La memoria dell'offesa (capitolo primo):
"La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace". Con quest'affermazione l'autore apre la parte relativa alle responsabilità del terribile
evento-Auschwitz. A suo parere l'offesa subita da lui e da molte migliaia di uomini è insanabile, ma ciò non vuol dire che i responsabili comprendano
la gravità delle loro azioni. La memoria è un dono meraviglioso, ma fallace perché i ricordi col passare degli anni tendono a cancellarsi, spesso
subiscono delle modifiche o addirittura vi si inseriscono dei particolari estranei. Più si rievoca un ricordo, più questo rimane vivo, ma talvolta si
cristallizza e così si ricorda ciò che si è rievocato e non il fatto stesso. La memoria viene anche implicitamente condizionata da ciò che avviene in
seguito: gli aguzzini del campo possono così tentare di giustificare i loro comportamenti come frutto di un disegno più grande, di cui loro erano
semplici ingranaggi incolpevoli. Le "scuse" più frequenti, sostanzialmente vengono tutte a significare: l'ho fatto perché sono stato costretto o
comandato, o per l'educazione impartitami, o per l'ambiente in cui sono cresciuto, insomma, merito il perdono perché io stesso sono stato a mia
volta "vittima". Si tratta non solo di menzogne, ma di un autoinganno che consente al colpevole di lavarsi dei propri crimini. A favorire tale verità di
comodo interviene poi anche il tempo, perché più si allontanano gli eventi, più risulta semplice negare il passato.
Allo stesso tempo l’autore riconosce anche in chi ha subito ingiustizie e offese la tendenza a sorvolare sugli episodi più dolorosi, puntando
l’attenzione su tregue, intermezzi insoliti o momenti di respiro, certamente non col bisogno di discolparsi: a scopo di difesa, la realtà può essere
distorta non solo col ricordo, ma nell’atto stesso in cui si verifica, rifiutando una verità insopportabile e costruendosene un’altra.
La zona grigia (capitolo secondo):
La "zona grigia" è la classe "ibrida" dei prigionieri-funzionari, un'area indefinibile, che insieme separa e congiunge i capi ed i servi. Si tratta appunto
di quei prigionieri privilegiati, coloro che avevano accettato il compromesso e la collaborazione con il potere, diventando quasi complici dei loro
carnefici, che si sottraggono, agli occhi dell'autore, alla semplificazione, tipica dell'uomo, tra "buoni" e "cattivi", tra amici e nemici.
All’interno dei Lager la zona grigia compare per diversi motivi: il bisogno di ausiliari esterni, ai quali vengono addossate tutte le colpe; la
disponibilità tra gli oppressi a collaborare con il potere quanto più è dura l’oppressione (per terrore, imitazione del vincitore, voglia di un qualsiasi
potere anche piccolissimo, viltà, calcolo). In generale sono coloro che lavorano a pieno orario come tutti gli altri; il loro privilegio frutta loro poco
(magari mezzo litro di zuppa in più) e non li sottrae alla disciplina e alle sofferenze degli altri.
Altri, i capi (Kapos) occupano posizioni di comando, hanno un potere illimitato sulle squadre di lavoro; alcuni accettano di diventare capi per
migliorare le loro condizioni di vita (criminali comuni, prigionieri politici); altri cercano spontaneamente di diventarlo (sadici, frustrati).
Un altro è il caso dei Sonderkommandos, i gruppi di prigionieri ebrei che si devono occupare della gestione delle camere a gas, e che non potevano
tirarsi indietro di fronte a questo incarico. Le squadre venivano tenute separate dagli altri prigionieri e dal mondo esterno e avevano a disposizione
una grande quantità di alcolici per essere storditi e affrontare il loro "lavoro" senza grossi sensi di colpa.
La vergogna (capitolo terzo):
Il sentimento della vergogna, più che i sommersi, che comunque l’hanno provato durante la prigionia, riguarda tutti i "salvati": una volta
riconquistata la libertà, sono individui consapevoli di essere stati "menomati", uomini privati di un passato e di un futuro, alienati, fino al punto da
essere indotti al suicidio (del quale sarà anche lui vittima), pensiero che non era intervenuto durante la prigionia se non in sporadici casi per tre
motivi avanzati: la condizione bestiale che non lasciava spazio a pensieri ragionati, paradossalmente i troppi impegni della giornata e infine il
prevaricare della punizione inflitta attraverso la reclusione sul senso di colpa che riaffiora quindi nel momento della liberazione . L'autore infatti
rileva come, nella maggior parte dei casi, l'ora della liberazione non sia stata in realtà lieta, come tutti saremmo portati a credere, ma sia stata l'ora
della vergogna, l'inevitabile senso di colpa emerso dalla consapevolezza di non aver fatto nulla, o non abbastanza, contro il sistema da cui i
prigionieri sono stati assorbiti. Ad accrescere questa sensazione di turbamento contribuisce la colpa di omissione di soccorso. "Mancava il tempo, lo
spazio, la pazienza, la forza", afferma suo malgrado Levi. E' forse anche questo senso di vergogna, afferma l'autore nelle ultime righe del capitolo, ad
averlo indotto a scrivere in memoria degli altri, dei "sommersi", appunto.
Comunicare (capitolo quarto):
Anche sotto l'aspetto della comunicazione, anzi, della mancata comunicazione, l'esperienza dei reduci è peculiare. Levi rileva, infatti, come per
italiani, jugoslavi e greci, l'urto contro la barriera linguistica dei campi di concentramento sia avvenuto drammaticamente, in primo luogo perché non
era possibile ritrovare dall’atra parte il desiderio di farsi capire: gli ordini venivano dati tranquillamente, poi ripetuti identici in tono rabbioso, infine
urlati a squarciagola, accompagnati da calci e pugni "come si farebbe a un sordo, o meglio con un animale domestico, più sensibile al tono che al
contenuto." Il sapere o no il tedesco era uno spartiacque. Sul piano dell'immediato, non è possibile comprendere gli ordini, nè decifrare le
prescrizioni: a riprova di ciò i primi giorni di prigionia non possono essere che ricordati come "un film sfuocato e frenetico, pieno di fracasso e di
furia e privo di significato: un tramestio di personaggi senza nome né volto annegati in un continuo assordante rumore di fondo, su cui tuttavia la
parola umana non affiorava". In ultima analisi non si può sopravvivere, perché nel Lager senza informazione non si vive. Chi non capisce il tedesco,
rischia di "annegare nel mare tempestoso del non-capire". Ed il non-parlare ha effetti devastanti sull'individuo, perché "oltre alla lingua, ti si secca
pure il pensiero" e si realizza la crudele volontà di rendere l'uomo una bestia.
Anche per i prigionieri che conoscevano il tedesco, comunque, non era semplice comprenderlo, perché il tedesco utilizzato dai funzionari nei Lager
era un tedesco a sé stante, una variante imbarbarita, chiamata lingua del terzo Reich. Era una lingua che voleva essere pura, priva di termini di
origine non-germanica. Esistevano dei termini comuni a tutti i Lager come Mussulmano (prigioniero esausto, prossimo alla morte, che veniva
chiamato così per il fatalismo o per le fasciature alla testa che ricordavano un turbante), o Prominent (che indicava i prigionieri privilegiati).
Viene inoltre affrontato il tema della comunicazione con il mondo esterno al lager, che veniva disperatamente cercato e che dava a molti una sorta di
speranza; si cercavano notizie dai prigionieri nuovi, si leggevano brandelli di vecchi giornali trovati casualmente e, sebbene fosse vietata la
corrispondenza, venne da alcuni (tra i quali lo stesso Levi, che riconosce di dovere anche a questo la sua sopravvivenza) trovato il modo per
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I sommersi e i salvati – Primo Levi

I sommersi e i salvati è un saggio di Primo Levi che analizza la tragedia dei Lager nazisti, il ruolo delle vittime e degli aguzzini all’interno dei campi, l’importanza della testimonianza e il rischio che la memoria della persecuzione nazista venga dispersa o, peggio ancora, travisata e negata. L’opera pubblicata nel 1986, un anno prima del suicidio dello scrittore, è divisa in otto capitoli, preceduti da una Prefazione e seguiti da una Conclusione.

I sommersi e i salvati si aprono con una citazione da The Rime of the Ancient Mariner di Samuel Taylor Coleridge (1772-1834), che servono a fotografare l’atteggiamento con cui Levi prova, lucidamente e razionalmente, a rievocare il doloroso ricordo, personale e collettivo, dei campi di sterminio di Auschwitz:

Since then, at an uncertain hour, that agony returns: and till my ghastly tale is told this heart within me burns

Il ricordo, quasi una “agonia”, è quello di un “racconto agghiacciante”; tanto più se, come Levi chiarisce nella Prefazione, sono sempre più le voci che si alzano per negare o smentire i racconti dei reduci, quasi replicando il disegno nazista che, sul finire della Seconda guerra mondiale, iniziò la sistematica distruzione di tutto il materiale che poteva provare l’esistenza dei campi e il disegno della “soluzione finale” alla questione ebraica. Per Levi, il rischio dell’oblio è particolarmente forte in relazione alle nuove generazioni.

La memoria dell'offesa (capitolo primo): "La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace". Con quest'affermazione l'autore apre la parte relativa alle responsabilità del terribile evento-Auschwitz. A suo parere l'offesa subita da lui e da molte migliaia di uomini è insanabile, ma ciò non vuol dire che i responsabili comprendano la gravità delle loro azioni. La memoria è un dono meraviglioso, ma fallace perché i ricordi col passare degli anni tendono a cancellarsi, spesso subiscono delle modifiche o addirittura vi si inseriscono dei particolari estranei. Più si rievoca un ricordo, più questo rimane vivo, ma talvolta si cristallizza e così si ricorda ciò che si è rievocato e non il fatto stesso. La memoria viene anche implicitamente condizionata da ciò che avviene in seguito: gli aguzzini del campo possono così tentare di giustificare i loro comportamenti come frutto di un disegno più grande, di cui loro erano semplici ingranaggi incolpevoli. Le "scuse" più frequenti, sostanzialmente vengono tutte a significare: l'ho fatto perché sono stato costretto o comandato, o per l'educazione impartitami, o per l'ambiente in cui sono cresciuto, insomma, merito il perdono perché io stesso sono stato a mia volta "vittima". Si tratta non solo di menzogne, ma di un autoinganno che consente al colpevole di lavarsi dei propri crimini. A favorire tale verità di comodo interviene poi anche il tempo, perché più si allontanano gli eventi, più risulta semplice negare il passato. Allo stesso tempo l’autore riconosce anche in chi ha subito ingiustizie e offese la tendenza a sorvolare sugli episodi più dolorosi, puntando l’attenzione su tregue, intermezzi insoliti o momenti di respiro, certamente non col bisogno di discolparsi: a scopo di difesa, la realtà può essere distorta non solo col ricordo, ma nell’atto stesso in cui si verifica, rifiutando una verità insopportabile e costruendosene un’altra.

La zona grigia (capitolo secondo): La "zona grigia" è la classe "ibrida" dei prigionieri-funzionari, un'area indefinibile, che insieme separa e congiunge i capi ed i servi. Si tratta appunto di quei prigionieri privilegiati, coloro che avevano accettato il compromesso e la collaborazione con il potere, diventando quasi complici dei loro carnefici, che si sottraggono, agli occhi dell'autore, alla semplificazione, tipica dell'uomo, tra "buoni" e "cattivi", tra amici e nemici. All’interno dei Lager la zona grigia compare per diversi motivi: il bisogno di ausiliari esterni, ai quali vengono addossate tutte le colpe; la disponibilità tra gli oppressi a collaborare con il potere quanto più è dura l’oppressione (per terrore, imitazione del vincitore, voglia di un qualsiasi potere anche piccolissimo, viltà, calcolo). In generale sono coloro che lavorano a pieno orario come tutti gli altri; il loro privilegio frutta loro poco (magari mezzo litro di zuppa in più) e non li sottrae alla disciplina e alle sofferenze degli altri. Altri, i capi (Kapos) occupano posizioni di comando, hanno un potere illimitato sulle squadre di lavoro; alcuni accettano di diventare capi per migliorare le loro condizioni di vita (criminali comuni, prigionieri politici); altri cercano spontaneamente di diventarlo (sadici, frustrati). Un altro è il caso dei Sonderkommandos, i gruppi di prigionieri ebrei che si devono occupare della gestione delle camere a gas, e che non potevano tirarsi indietro di fronte a questo incarico. Le squadre venivano tenute separate dagli altri prigionieri e dal mondo esterno e avevano a disposizione una grande quantità di alcolici per essere storditi e affrontare il loro "lavoro" senza grossi sensi di colpa.

La vergogna (capitolo terzo): Il sentimento della vergogna, più che i sommersi, che comunque l’hanno provato durante la prigionia, riguarda tutti i "salvati": una volta riconquistata la libertà, sono individui consapevoli di essere stati "menomati", uomini privati di un passato e di un futuro, alienati, fino al punto da essere indotti al suicidio (del quale sarà anche lui vittima), pensiero che non era intervenuto durante la prigionia se non in sporadici casi per tre motivi avanzati: la condizione bestiale che non lasciava spazio a pensieri ragionati, paradossalmente i troppi impegni della giornata e infine il prevaricare della punizione inflitta attraverso la reclusione sul senso di colpa che riaffiora quindi nel momento della liberazione. L'autore infatti rileva come, nella maggior parte dei casi, l'ora della liberazione non sia stata in realtà lieta, come tutti saremmo portati a credere, ma sia stata l'ora della vergogna, l'inevitabile senso di colpa emerso dalla consapevolezza di non aver fatto nulla, o non abbastanza, contro il sistema da cui i prigionieri sono stati assorbiti. Ad accrescere questa sensazione di turbamento contribuisce la colpa di omissione di soccorso. "Mancava il tempo, lo spazio, la pazienza, la forza", afferma suo malgrado Levi. E' forse anche questo senso di vergogna, afferma l'autore nelle ultime righe del capitolo, ad averlo indotto a scrivere in memoria degli altri, dei "sommersi", appunto.

Comunicare (capitolo quarto): Anche sotto l'aspetto della comunicazione, anzi, della mancata comunicazione, l'esperienza dei reduci è peculiare. Levi rileva, infatti, come per italiani, jugoslavi e greci, l'urto contro la barriera linguistica dei campi di concentramento sia avvenuto drammaticamente, in primo luogo perché non era possibile ritrovare dall’atra parte il desiderio di farsi capire: gli ordini venivano dati tranquillamente, poi ripetuti identici in tono rabbioso, infine urlati a squarciagola, accompagnati da calci e pugni "come si farebbe a un sordo, o meglio con un animale domestico, più sensibile al tono che al contenuto." Il sapere o no il tedesco era uno spartiacque. Sul piano dell'immediato, non è possibile comprendere gli ordini, nè decifrare le prescrizioni: a riprova di ciò i primi giorni di prigionia non possono essere che ricordati come "un film sfuocato e frenetico, pieno di fracasso e di furia e privo di significato: un tramestio di personaggi senza nome né volto annegati in un continuo assordante rumore di fondo, su cui tuttavia la parola umana non affiorava". In ultima analisi non si può sopravvivere, perché nel Lager senza informazione non si vive. Chi non capisce il tedesco, rischia di "annegare nel mare tempestoso del non-capire". Ed il non-parlare ha effetti devastanti sull'individuo, perché "oltre alla lingua, ti si secca pure il pensiero" e si realizza la crudele volontà di rendere l'uomo una bestia. Anche per i prigionieri che conoscevano il tedesco, comunque, non era semplice comprenderlo, perché il tedesco utilizzato dai funzionari nei Lager era un tedesco a sé stante, una variante imbarbarita, chiamata lingua del terzo Reich. Era una lingua che voleva essere pura, priva di termini di origine non-germanica. Esistevano dei termini comuni a tutti i Lager come Mussulmano (prigioniero esausto, prossimo alla morte, che veniva chiamato così per il fatalismo o per le fasciature alla testa che ricordavano un turbante), o Prominent (che indicava i prigionieri privilegiati). Viene inoltre affrontato il tema della comunicazione con il mondo esterno al lager, che veniva disperatamente cercato e che dava a molti una sorta di speranza; si cercavano notizie dai prigionieri nuovi, si leggevano brandelli di vecchi giornali trovati casualmente e, sebbene fosse vietata la corrispondenza, venne da alcuni (tra i quali lo stesso Levi, che riconosce di dovere anche a questo la sua sopravvivenza) trovato il modo per

comunicare con i familiari.

Violenza inutile (capitolo quinto): La sequenza di umiliazioni e offese gratuite inizia già dal metodo di deportazione: enormi carri merci, tuttavia non abbastanza grandi per il numero di persone stipate in essi per numerosi giorni senza cibo, acqua o un minimo di latrina. Una delle più vane costrizioni con cui il prigioniero doveva fare i conti, una volta entrato nelle fredde stanze dove avvenivano la privazione degli abiti, delle scarpe e di tutti gli oggetti personali, era il taglio dei capelli e di tutti i peli. Al di là della necessità di maggiore pulizia, dato il proliferare dei pidocchi, questa violenza risultava offensiva per la sua inutile ridondanza. Un uomo nudo e scalzo è una preda inerme. La stessa sensazione debilitante di impotenza era provocata, nei primi giorni di prigionia, dalla mancanza di un cucchiaio, un dettaglio apparentemente inutile, ma che marginale non era per un uomo che si nutriva ogni giorno di una sola e misera razione di zuppa. Non era una questione di risparmio, per i tedeschi, ma un preciso intento di umiliazione. A tutto ciò c’è da aggiungere l’assurdità dell’adattamento della vita concentrazionaria a una versione militare tedesca con regole ferree quanto insulse (dalla divisa con i suoi 5 bottoni obbligatori alla marcia cadenzata da musiche di banda, all’ordine del rifare i letti in un certo modo). Il discorso da farsi sul tatuaggio è leggermente differente, poiché questo fu invenzione auschwitziana autoctona. L'operazione, in sé, era poco dolorosa, ma lo era il suo significato simbolico: "Questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che si imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome: questo è il vostro nuovo nome." La violenza del tatuaggio era gratuita, fine a se stessa, pura offesa. Violenza inutile era poi il lavoro non retribuito ed afflittivo. Non bisogna poi dimenticare quello che fu l'esempio estremo di una violenza ad un tempo stupida e simbolica: l'empio uso del corpo umano, gli esperimenti medici. E tale crudeltà si estendeva anche al cadavere, alle spoglie umane dopo la morte.

L’intellettuale ad Auschwitz (capitolo sesto): In questo capitolo l'autore analizza l'esperienza dell'uomo colto alle prese con la realtà del campo di concentramento. A tal proposito si rifà esplicitamente all'opera di un filosofo ebreo morto suicida: Hans Mayer, alias Jean Améry. Améry fu prigioniero in diverse prigioni naziste, ma le sue osservazioni si limitano ad Auschwitz. Essere un intellettuale era in quel luogo di morte un vantaggio o uno svantaggio?-, si domanda Levi. Sul lavoro, che era prevalentemente manuale, in generale l'uomo colto stava in Lager molto peggio dell'incolto. Gli mancavano la forza fisica e la familiarità con gli attrezzi e l'allenamento, oltretutto, era tormentato più pesantemente da un acuto senso di umiliazione. Anche la vita in baracca era più penosa, poiché era una guerra continua di tutti contro tutti: i colpi dei tedeschi potevano essere passivamente accettati, ma quelli di un compagno, cui raramente l'uomo civile sapeva reagire, erano inaspettati e inaccettabili. Anche Améry, come Levi, afferma poi di aver sofferto per la mutilazione del linguaggio e ne ha sofferto ancora di più perché era di lingua tedesca, perché era un filologo amante della sua lingua. La cultura non poteva dunque servire che in qualche rara occasione (come per esempio nel caso del nostro autore, che fu salvato, oltre che dal caso, anche dal suo mestiere di chimico); ciononostante, in quelle poche situazioni la cultura poteva dare un forte aiuto, certo non dal punto di vista prettamente fisico, ma sicuramente moralmente: "Mi permettevano –i ricordi- di ristabilire un legame con il passato, salvandolo dall’oblio e fortificando la mia identità. Mi convincevano che la mia mente, benché stretta dalle necessità quotidiane, non aveva cessato di funzionare.[...]. mi concedevano una vacanza effimera ma non ebete, anzi liberatoria e differenziale: un modo, insomma, di ritrovare me stesso."

Stereotipi (capitolo settimo): Questa parte è interamente dedicata alla rimozione dei falsi stereotipi che circondano la vicenda ebrea. Levi sostiene che non bisogna commettere l’errore di giudicare fatti avvenuti molto tempo prima col metro del qui e dell’oggi, perché l’errore è molto più probabile quanto più è lontano l’evento cui si fa riferimento. Insomma, ardua è la comprensione dell'evento per chi non l'ha visto e vissuto. Levi si sentì fare molte volte domane simili come: “Perché non vi siete ribellati? Perché non siete fuggiti? Perché avete lasciato che vi catturassero?”. Levi comprende che queste domande vengono fatte perché chi le pone non può effettivamente conoscere la situazione che hanno vissuto le vittime dei Lager, non possono nemmeno immaginarlo. Se anche fossero riusciti a fuggire, in qualche modo, dove sarebbero andati? Erano fuori dal mondo, non avevano più patria o casa. Poi, chi ospitava un ebreo, rischiava molto grosso, quindi nessuno l’avrebbe fatto. Inoltre la fuga di un solo prigioniero era considerata un evento intollerabile. Di conseguenza, quando un ebreo mancava all’appello l’intero campo veniva messo in stato d’allarme; i connazionali o gli amici erano interrogati sotto tortura e poi uccisi. Alla domanda sul perché non si sono mai ribellati si può rispondere dicendo che non è vero che in nessun lager non abbiano avuto luogo delle rivolte; furono imprese di estrema audacia ma nessuna di esse si concluse con la vittoria (intesa come liberazione del campo). Sarebbe stato insensato puntare alla liberazione perché le truppe di guardia erano armate e gli insorti no. Lo scopo effettivo era quello di danneggiare o distruggere gli impianti di morte e consentire la fuga del piccolo nucleo di insorti, il che talvolta riuscì. Ad una fuga di massa non si pensò mai: sarebbe stata un’impresa folle. All’ultima domanda Levi risponde dicendo che molte persone minacciate dal nazismo e dal fascismo se ne andarono “prima”. Tuttavia in massima parte le famiglie minacciate restarono in Italia ed in Germania. L’Europa del 1930-1940 non era l’Europa odierna; emigrare era doloroso, era difficile e costoso, l’emigrazione era un qualcosa di molto complesso.

Lettere di tedeschi (capitolo ottavo): L'ultimo capitolo è riservato dall'autore ad alcune lettere da lui ricevute in seguito alla traduzione tedesca di Se questo è un uomo. Racconta la sua iniziale diffidenza nella proposta di una edizione rivolta ai responsabili delle sue sofferenze, per paura che la sua opera venisse cambiata o ridotta, timore svanito dopo uno scambio epistolare con l’editore; prosegue poi liquidando la lettera di due coniugi di Amburgo che giudica "nazisti non fanatici ma opportunisti, pentitisi quando era opportuno pentirsi, stupidi quanto basta per farmi credere alla loro versione semplificata della storia moderna"; infine con alcune altre lettere di giovani che hanno invece sollevato domande e questioni in modo più mirato e meditato e di Hety S. di Wiesbaden che molto lo aveva colpito con le sue idee.

Nelle pagine de I sommersi e i salvati Levi decide di farci udire la voce anche di chi non è sopravvissuto al nazismo, quella dei "sommersi". Questi ultimi sono coloro che non hanno trovato un modo per restare in vita perché hanno seguito passo per passo le regole della vita del campo; a loro si contrappongono i (pochi) "salvati" che, pur ad un prezzo altissimo, sono tornati vivi alla loro esistenza normale e quotidiana. Levi, annoverandosi tra questi, spiega al lettore come la maggior parte dei "salvati" siano riusciti a vivere perché hanno accettato di abbandonare parte della propria moralità e integrità, riuscendo a divenire "utili" al funzionamento del campo. La forza di questo libro è il coraggio di raccontare l’animo umano in una situazione inedita nella Storia come quella del campo di sterminio. Levi non descrive la spinta alla solidarietà e all’aiuto reciproco da parte degli internati, ma piuttosto presenta la vita del campo secondo la massima mors tua vita mea - "la tua morte è la mia vita", e cioè il cinico principio per cui alla morte di un compagno corrisponde una speranza di salvezza in più per se stessi.