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Sbobine di igiene veterinaria adatte al corso ‘tecnologie delle produzioni animali’ complete di approfondimenti.
Tipologia: Sbobinature
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Per parlare d’igiene bisogna partire dal concetto di ecosistema. Esso comprende anche l’ambiente, ma la differenza fra i due concetti è: la parola ambiente significa “l’essere umano è circondato da ciò che forma il mondo” e la parola ecosistema significa “l’essere umano vive ed è il risultato degli scambi ottenuti con l’ambiente e quindi è in continuo rapporto con esso”. Quindi, parlare di ecosistema significa inevitabilmente parlare di salute e prevenzione di essa stessa. Una definizione importante per lo zoonomo è quella di determinante di malattia. Le malattie più diffuse sono le tecnopatie, cioè malattie dovute ad errori di valutazione dei sintomi di uno specifico essere vivente; qui entra in gioco il concetto di probabilità, più vi sono sintomi ricollegabili ad una specifica malattia, più è probabile che l’organismo sia infetto proprio dalla malattia stessa. Un fattore determinante di una malattia può essere lo stress (ma anche il sovrannumero, la scarsa igiene ecc.) che provoca una risposta da parte del corpo che può, molto spesso, far sì che la malattia raggiunga il suo stato di maggior evidenza. In questo caso subentra il concetto di prevenzione. La malattia è composta da tre fattori che collaborano: l’ospite, l’ambiente e l’agente. ➔ l’agente: è patogeno (batterio, virus, parassita); ➔ l’ospite: è l’animale; ➔ l’ambiente: comprende non solo l’allevamento ma anche ciò che è intorno ad esso.
Un problema che interessa la zona campana in fatto di malattie è “la terra dei fuochi”, importante problema ecologico in quanto i roghi appiccati ai rifiuti provocano l’aumento di diossine nell’aria, con conseguente avvelenamento di campi, animali e, di conseguenza, cibo che ingeriamo che causa malattie anche mortali (tumori).
L’allevamento intensivo è, in realtà, un’azienda, quindi bisogna partire dalla definizione di azienda agricola: è un’impresa nella quale si deve coltivare e cercare di ottenere il massimo del risultato col minimo costo e bisogna cercare di agire nei mercati nazionali ed internazionali in maniera sempre più competitiva. Ora, l’allevamento intensivo è un’azienda che utilizza tecniche industriali e scientifiche per ottenere la massima quantità di prodotto formabile al minimo costo utilizzando lo spazio necessario e minimo (costo-beneficio).
➔ utilizzare spazi definiti per gli animali e le fasi operative; ➔ standardizzare le caratteristiche fisico-qualitative ed operative della filiera produttiva;
Produrre alimento (latte, carne, lana). Secondo la FAO (Food and Agriculture Organization) aumenterà il consumo di carne ma verrà ridotto l’impatto ambientale dato che, soprattutto quello proveniente dagli allevamenti intensivi, è enorme. La FAO afferma che il settore zootecnico consuma ogni anno circa 6 mld di tonnellate di materie prime.
Per poter effettuare lavori in queste aziende viene ovviamente impiegata acqua, essa è l’elemento più a rischio del pianeta. L’UNESCO ha condotto degli studi per calcolare le quantità d’acqua utilizzate nella produzione di carne negli allevamenti. La FAO, invece, afferma che il settore zootecnico contribuisce in modo significativo all’azione dei gas globali (metano, anidride carbonica). I gas serra vengono generati da bovini da latte e da carne, maiali, bufale, ruminanti. Le intensità di emissioni variano notevolmente tra i produttori, specialmente nei prodotti dei ruminanti: ciò riflette diverse condizioni agro-ecologiche, pratiche agricole, gestione della catena di approvvigionamento e, all’interno di questo divario di intensità di emissioni alta e bassa, è possibile trovare opportunità di mitigazione.
Le emissioni delle catene di approvvigionamento del bestiame provengono da quattro processi fondamentali: fermentazione enterica, gestione del letame, produzione di mangime e consumo di energia. ➔ fermentazione enterica: rappresenta il metano generato dal processo digestivo; qui entra in gioco la qualità del mangime che viene somministrato; ➔ gestione del letame: fonte di metano e monossido d’azoto; esso viene rilasciato durante la decomposizione anaerobica e l’ossido nitroso dalla decomposizione della. Se il letame viene smaltito a secco tende a diminuire la quantità di metano. ➔ produzione di mangime: pesticidi, diminuzione di colture per il pascolo; ➔ consumo di energia: serve a mantenere la gestione dell’allevamento (elettricità, impianti di gas, impianti idraulici).
cui questo viene vaccinato si creano condizioni tali da far ammalare più facilmente l’individuo.
Se un genitore non vuole vaccinare il proprio figlio deve essere prima sicuro che almeno tutti gli esseri umani che si trovano intorno a lui siano vaccinati, per permettergli di avere una bassa probabilità di ammalarsi.
Per poter individuare e studiare una malattia infettiva bisogna tener conto di vari aspetti: ➔ eziologia: chi è l’agente? Si occupa del tasso di diffusione detto morbidità; essa è diversa dalla patogenesi che studia come si diffonde l’infezione, il virus, come entra nell’organismo, che danno provoca. La differenza fra una malattia infettiva ed una non infettiva sta nel tipo di sintomi degli individui, infatti questi non saranno uguali in tutti essi, talvolta saranno anche non evidenti; e dalla epidemiologia che studia quanti individui possano diventare vettori, che tipo di diffusione hanno nell’ambiente, la loro velocità; ➔ anatomia patologica: danni che vengono fatti dall’agente eziologico all’individuo; ➔ diagnosi: fatta in base ai vari esami clinici; ➔ sintomatologia: studia i sintomi, se presenti, dei soggetti malati; ➔ terapia: studia i farmaci che possono essere utilizzati per la ➔ cura della malattia; ➔ profilassi: studia il complesso degli interventi atti a prevenire l’insorgenza la diffusione e il mantenimento in natura delle malattie e degli agenti responsabili (prima della profilassi c’è anche la biosicurezza).
L’individuo viene prima sottoposto all’esposizione, che è l’evento iniziale dell’infezione, il contatto con il patogeno. Poi c’è il periodo d’incubazione che intercorre tra l’esposizione (quindi il contatto) e la comparsa dei primi sintomi; è un periodo molto variabile. Abbiamo in seguito il periodo prodromico, cioè lo stato di transizione dalla salute alla malattia. Che differenza c’è fra il periodo d’incubazione ed il periodo prodromico? Nel periodo d’incubazione il patogeno non è ancora in fase di sviluppo, mentre il fase prodromica il patogeno è già sviluppato ed ha moltiplicato il suo volume numerico, per questo il sistema immunitario sta capendo se dover intervenire o meno.
Qui interviene quindi il portatore, che è quell’individuo che può portare un’infezione latente o nello stato di periodo prodromico. Il portatore si distingue in: ➔ sintomatico: presenta e mostra i sintomi; ➔ asintomatico: si trova nel periodo prodromico e sembra star bene quando in realtà “nasconde” la sua vera potenzialità infettiva (es. tumore, herpes); ➔ in incubazione preclinica: potrebbe essere confuso con un portatore asintomatico. Qui l’infezione viene contratta e può essere diffusa ma probabilmente l’individuo stesso può anche ammalarsi, quindi da portatore asintomatico può diventare portatore sintomatico; ➔ convalescente: l’individuo guarisce quasi completamente dalla malattia ma può ancora essere infettivo, portatore. Riuscire a riconoscere individui malati o comunque infetti è importante per prevenire la diffusione di malattie; ➔ portatore cronico: si sviluppa a seguito di malattie parassitarie, batteriche. Qui viene a formarsi un equilibrio fra l’agente eziologico e l’ospite. Viene quindi introdotto il concetto di effetto booster: ad un primo contatto con l’agente eziologico si sviluppa una reattività, al secondo contatto, data la memoria immunitaria, l’agente eziologico viene neutralizzato: in questo modo il portatore cronico può essere neutralizzato;
➔ portatore a fondo cieco: importantissimo per la persistenza degli allevamenti. Un esempio è il topo che non si ammala ed il suo patogeno non si moltiplica, ma è comunque un portatore; ➔ portatore latente: spesso trovato nel periodo prodromico. Essi hanno già contratto l’infezione e superato le barriere difensive, ma è nella fase precedente allo scoppio della malattia: questo dipende dallo stress a cui è sottoposto l’individuo, dalla capacità dell’agente eziologico di essere abbastanza patogeno ecc. Come scoprire di che patogeno si tratta? Tramite screening. Esso è utile per monitorare l’andamento di un’infezione, se un animale ha superato una determinata malattia e se tutti gli individui sono sani o meno.
Attenzione! Il passaggio dalla latenza alla malattia è una fase delicatissima in cui gli errori di management giocano un ruolo fondamentale. Per esempio, se vengono posti molti individui in uno spazio ristretto essi si stressano e riescono ad esprimere la malattia con tutti i suoi sintomi, qui o ha la prevalenza l’infezione e quindi si arriva alla morte dell’individuo perché la reazione non è stata debellata a dovere, oppure si torna alla fase di regressione della malattia dove la terapia curativa sta facendo effetto. Questa fase è importante perché può avere diverse destinazioni: ➔ stato di portatore: ci sono dei patogeni che sono poco immunogeni e quindi creano uno stato di equilibrio creando dei portatori, quindi l’individuo non si libera del tutto del patogeno; ➔ convalescenza e guarigione ➔ cronicizzazione: si creano condizioni simili a quelle dei portatori;
Come capisco in che stato è l’individuo? Dipenderà, prima di tutto, dal tipo di patogeno. Bisogna avere le competenze necessarie per poter capire che caratteristiche hanno determinati patogeni ed agire di conseguenza, gestire la somministrazione della terapia ed individuare i fattori di stress.
Per "malattia trasmissibile" si intende una malattia il cui agente causale può essere trasferito da un individuo a un altro (es. genitore-figlio) a livello genetico oppure si trasmettono per altre cause. Quindi dobbiamo distinguere le malattie infettive dotate di agente eziologico, dalla malattie non infettive. A volte le malattie infettive non sono anche contagiose, come il tetano. Anche le malattie non infettive sono o non sono contagiose: una malattia contagiosa non infettiva è il diabete, trasmesso da genitore a figlio; una malattia non contagiosa ma trasmissibile è l’emofilia. Cos’è la contagiosità? E’ la possibilità di una malattia o di un agente di potersi diffondere in una popolazione recettiva attraverso il contatto (diretto o indiretto) tra animali infetti. La contagiosità dipende dalla durata del periodo in cui l’ospite è infettante e la quantità di agente escreta dall’ospite. Ci sono malattie infettive che diventano contagiose in base al numero di agenti eziologici.
La contagiosità dell’ospite dipende da: ➔ periodo d’incubazione; ➔ tempo di generazione; ➔ periodo di latenza. Dati un agente ed un ospite, questi tempi non sono fissi ma mostrano variazioni naturali che riproducono una distribuzione statisticamente “normale”.
Si trasmettono fondamentalmente tramite due vie: ➔ orizzontale: dall’animale malato all’animale sano o attraverso individui di una stessa generazione. Quindi la trasmissione può avvenire o per contatto diretto quando un animale infetto morde un altro animale o attraverso il lambimento (es. quando una mamma lecca il proprio cucciolo per pulirlo) oppure a causa delle infezioni esterne delle vie genitali (es. mammelle); la trasmissione di malattie può anche avvenire per contatto indiretto, importantissimo per i processi di biosicurezza e profilassi. Questa trasmissione indiretta è causata da sostanze secrete ed escrete, oggetti inanimati che portano sulla loro superficie un patogeno, dall’inalazione di pulviscoli contaminati o anche dal contatto con strumenti utili a pulire gli ambienti in cui vivono gli animali stessi che potrebbero essere infetti: per questo è importante iniziare a pulire prima gli animali sani per poi finire con gli animali malati così da non trasmettere la malattia a tutti gli individui Vi sono infine vettori attivi e passivi sulle cui superfici il patogeno può o non può svilupparsi; ➔ verticale: qui entrano in gioco molte malattie importanti. Si ha la trasmissione da una generazione all’altra tramite vie transovariche e transuterine, attraverso il colostro o attraverso lo sperma.
Quando gli animali sono infetti possono eliminare l’agente patogeno in vita. Questo processo avviene tramite varie vie, per esempio lo sviluppo di batteri Gram+ e Gram-. I Gram-, per esempio, sono enterobatteri che si trasmettono tramite la via oro-fecale. Gli stafilococchi (importanti negli animali domestici) sono sviluppati soprattutto nei cani. I patogeni, infine, possono trasmettersi non solo tramite gli animali in vita ma anche tramite gli animali morti (ovviamente sappiamo che non tutte queste infezioni si presentano con dei sintomi).
Le vie d’ingresso principale dei patogeni sono: ➔ cutanea: si ha quando salta la protezione fisica che è impenetrabile, per esempio una ferita alla mammella che non viene curata bene diventa la via d’ingresso di patogeni all’interno dell’organismo. La rottura di questa impenetrabiltà genera una perdita di efficacia da parte del meccanismo di difesa (pelle). Alcuni metodi efficaci che servono a combattere l’entrata dei patogeni sono la desquamazione, il secreto ghiandolare, gli acidi grassi, il sebo, il lisozima, il pH e la flora microbica; ➔ respiratoria: la maggior parte dei virus entra nell’organismo tramite questa via. I meccanismi di protezione più efficaci sono l’apparato ciliare ed i macrofagi alveolari;
➔ digerente: il contagio con i patogeni può avvenire tramite l’acqua, gli alimenti, la fecalizzazione o il lambimento. Alcuni malanni possono anche essere portati da un eccessivo ingerimento di farmaci ed antibiotici. Per difendersi da malattie dell’apparato digerente l’individuo è dotato di saliva, quindi lisozima, flora batterica, mucosa gastroenterica, linfonodi e peristalsi che, tramite delle contrazioni, porta verso l’esterno il patogeno; ➔ congiuntivale: il contagio può avvenire tramite un’alterazione dei meccanismi difensivi quali il flusso lacrimale ed il movimento delle palpebre; ➔ genito-urinaria: può provocare sia dall’interno che dall’esterno l’attacco da parte di patogeni. I meccanismi difensivi sono l’urina che confluisce verso l’esterno e porta via i patogeni intrappolati in essa, la desquamazione dell’epitelio, la formazione di un tappo mucoso vaginale quando la femmina inizia una gravidanza; ➔ mammaria: il contagio può avvenire tramite il contatto con la lettiera o tramite la mungitura. Vari metodi utili a combattere questi contagi sono il lisozima, la lattoferrina, le leuchine.
Dopo essere entrato in contatto con l’ospite, il patogeno colonizza, cioè si moltiplica ed alcune volte inizia a produrre tossine. Dopo c’è la diffusione tramite il sangue (setticemia che porta febbre), il sistema nervoso o il sistema linfatico. Dopo c’è l’escrezione e dopo essa abbiamo due vie finali: guarigione o evoluzione della malattia dove l’ospite diventa portatore.
Uno dei metodi più utilizzati per controllare la pulizia di un allevamento è l’HACCP, cioè il sistema dei punti di controllo critici. Controlla i movimenti degli animali, dei visitatori e dei commercianti. Il sistema HACCP si basa su 7 punti fondamentali: ➔ Identificare i rischi, determinare gravità e pericoli potenziali connessi ad ogni stadio del processo; ➔ Identificare i punti di controllo critici o punti critici da controllare (CCP); ➔ Precisare in dettaglio il metodo di controllo relativo a ciascun punto critico e i limiti di accettabilità; ➔ Stabilire procedure di monitoraggio per ogni CCP mediante l’impiego di metodi rapidi, economici e di semplice esecuzione. ➔ Precisare l’azione correttiva necessaria quando il monitoraggio indica un deficit di controllo a livello di un determinato CCP; ➔ Verificare il funzionamento del sistema; ➔ Predisporre documenti e registrazioni.
Per effettuare un buon controllo dobbiamo anche analizzare il tipo di allevamento ed i rischi che possono trovarsi al suo interno che dipendono dall’area geografica in cui si trova, dal numero di capi, dalla temperatura.
Tramite la temperatura alta e l’umidità i batteri potrebbero salire al “secondo piano”, quindi gli animali che si trovano lì sono ad un rischio infettivo più alto rispetto a quelli che si trovano in basso, specialmente se l’acqua evaporata, poi, condensa.
➔ La biosicurezza è un comportamento costante e aspecifico (non riguarda nello specifico un singolo tipo di patogeno). E’ un insieme di strategie studiate al fine di prevenire l’ingresso e la circolazione di agenti patogeni nell’ambiente dell’allevamento; ➔ Le profilassi sono norme che si adattano volta per volta nei confronti di un singolo agente infettante, del tipo di allevamento, etc. Sono norme specifiche, cioè riguardano in particolare la debellazione di un patogeno specifico. La profilassi può attuarsi sia ad un territorio, sia dell’allevamento. Quando parliamo di profilassi del territorio guardiamo la diffusione della malattia infettiva all’interno di un’area geografica: quali sono le strategie che si mettono in atto per la profilassi del territorio? La prevenzione, il controllo e l’eradicazione. ➔ Prevenzione: impedire che una malattia entri in un’area geografica; ➔ Controllo: viene fatto quando in un’area la malattia o l’infezione sono presenti ma si vuole diminuire la loro frequenza. Il controllo è una misura che il passaggio che precede l’eradicazione; ➔ Eradicazione: eliminare definitivamente la malattia e l’agente eziologico. Essa viene fatta in determinati territori dove si riscontrano patologie molto serie come la tubercolosi o la brucellosi. Viene effettuata l’uccisione degli animali infetti e, tramite lo spopolamento, gli animali sani non rischiano di ammalarsi. Questo ci porta poi al risanamento dove o il capo infetto o l’intero gruppo infetto viene eliminato e sopravvivono soltanto i capi sani. FATTORI CHE INFLUENZANO LA RIUSCITA DI PIANI DI CONTROLLO O ERADICAZIONE ➔ Epidemiologia ➔ Infrastrutture ➔ Efficienza dei servizi veterinari ➔ Sistemi di sorveglianza adeguati ➔ Disponibilità di animali da rimonta ➔ Atteggiamento di allevatori e consumatori ➔ Rilevanza della malattia in sanità pubblica ➔ Legislazione nazionale e internazionale ➔ Ripercussioni ambientali ➔ Disponibilità economica
Altre strategie utili alla profilassi in territori indenni sono la sorveglianza di animali che entrano ed escono dall’allevamento, il blocco degli scambi commerciali, la quarantena degli animali da introdurre nell’allevamento per verificare, prima, che l’individuo non sia infettato. Se invece si parla di allevamenti in cui la malattia è presenta allora si avrà il sequestro dell’allevamento.
La profilassi è applicabile sia al singolo che alle popolazioni e si divide in: ➔ diretta: agisce direttamente sul patogeno e si elimina la carica microbica nell’ambiente, si riduce l’ingresso di una malattia. Cerca prima la fonte d’infezione (mangime, ratti ecc.), poi le fonti di contaminazione quali fattori di rischio, infine controlla l’igiene dell’allevamento e dell’animale. Come vengono effettuati questi passaggi? Attraverso la pulizia, la disinfezione costante degli ambienti e attraverso una serie di azioni che riguardano la biosicurezza: il controllo dei movimenti degli animali e dei prodotti; i visitatori e i commercianti; gli spostamenti di attrezzature ed il controllo di queste ultime. Queste modalità riguardano proprio il management dell’allevamento e fanno capire come la profilassi e la biosicurezza siano in un certo modo intrecciate fra loro;
I vaccini sono delle iniezioni a livello sottocutaneo di patogeni, tossine o comunque microrganismi o soltanto parti di essi che servono a determinare una risposta immunitaria. Sono strutture proteiche in quanto sono proprio queste ultime che generano la risposta da parte del sistema immunitario. I vaccini nascono senza l’impiego di denaro ma per casualità. Il primo “vaccino” venne effettuato nel primo millennio a. C., quando i bambini venivano protetti dal Vaiolo facendogli inalare la polvere delle croste dei pazienti in guarigione. Nel V secolo d. C. Tucidide notò che le persone che curavano i malati e che si erano già ammalati in passato non si ammalavano più, come fossero diventati resistenti a quella stessa malattia. Nel XVIII secolo si iniziò a parlare di vaiolazione, la definizione data a ciò che accadeva già nel primo millennio a. C. Si iniziò a parlare di vaccinazione soltanto quando dei mungitori si ferivano le mani e l’infezione, partente dai bovini (per questo vaccinazione), non infettava l’uomo ma gli provocava una resistenza immunitaria per quel tipo di patogeno. In tempi più recenti sono state scoperte delle tossine che, se modificate, venivano trasformate in anatossine che potevano creare morte. Queste ultime sono importanti in quanto, se analizzate in laboratorio, abbassano il loro grado di virulenza e possono essere impiegate sotto forma di vaccini per prevenire i danni causati da quello stesso agente virulento.
Prima di tutto viene analizzata una problematica, una malattia ed il patogeno da cui si è sviluppata; questo patogeno viene quindi isolato e, in base agli studi condotti su esso, iniziano a venir creati dei vaccini sperimentali; i vaccini vengono poi dati a strutture specializzate nel testare le loro caratteristiche e la loro efficacia. Dopo vengono effettuate prove sperimentali e, una volta che tutto ciò risulta non a rischio ma efficace viene effettuata una produzione standard dei vaccini che quindi vengono anche registrati dal Ministero della Salute. Il vaccino ha vari principi: deve essere innocuo perché questa sostanza deve essere introdotta all’interno di un organismo ma non deve provocargli danni; deve essere efficace, facile da produrre e somministrare; deve essere di qualità e stabile. Ci sono alcuni vaccini che se lasciati in ambiente, per esempio, possono abbassare la carica e non essere più efficaci. I vaccini si distinguono in: ➔ classici: sono quelli inattivati (uccisi o spenti). Essi sono coltivati e si moltiplicano per produrre l’agente eziologico immunizzante, dopodiché vengono attenuati o lisati. Inattivati: Il microrganismo classico o pezzetti di esso vengono trattati fisicamente (con calore o radiazioni) o chimicamente (con formalina, beta-propiolattone, etilenimina). I vaccini classici sono sicurissimi ma hanno degli svantaggi: producono una scarsa risposta anticorpale e per darla vanno aggiunti degli adiuvanti per potenziarne l’efficacia. Questi tipi di vaccini vengono effettuati come richiami, cioè per riattivare blandamente la risposta immunitaria che aveva già attivato in
precedenza un altro vaccino molto più efficace. L’effetto che danno questi vaccini successivi viene detto effetto booster. Attenuati: sono quelli più facilmente utilizzati. Sono virus vivi che però o vengono somministrati per vie non naturali o per passaggi seriali in maniera tale da generare una modificazione genetica per cui perdono la capacità di dare malattia ma non di dare infezione. Ovviamente anche questi tipi di vaccini hanno dei contro: possono provocare (raramente) virulenza residua quando un’intera popolazione è vaccinata ed il virus, per sopravvivere, muta e inizia a causare danni all’organismo; la loro conservabilità è un altro fattore negativo di questi vaccini; abbiamo infine delle possibili contaminazioni se i passaggi seriali non vengono fatti nel modo corretto. ➔ tecnologici: a subunità, virali o a DNA. Nascono per ridurre le problematiche dei vaccini attenuati in quanto sono particolarmente stabili, hanno però scarso potere immunogeno e necessitano anch’essi di adiuvanti.
Abbiamo poi un’altra tipologia di vaccini, i vaccini ricombinanti. Sono detti ingegnerizzati perché sono creati attraverso l’ingegneria genetica: sono vaccini da cui vengono presi in prestito virus o batteri grandi per cui nel DNA di questi patogeni può essere inserito un gene di un altro patogeno in modo da produrre una reazione anticorpale anche del microrganismo aggiunto. In genere vengono utilizzati gli Herpes virus che sono quindi scarsamente patogeni ma hanno un grande DNA. I vaccini ricombinanti sono spesso multivalenti perché nelle catene di DNA vengono messi più agenti per produrre più antigeni possibili diversi fra loro. Un rischio importante di questi patogeni è che, se vengono uniti troppi patogeni, può formarsi una malattia all’interno dell’organismo.
Le attività di Profilassi svolte dal Servizio di Sanità Animale riguardano le seguenti malattie (le più importanti): Tubercolosi: è un’infezione batterica che può colpire polmoni, reni, ossa, meningi. E’ una zoonosi, quindi può infettare sia l’animale che l’uomo ma soltanto se si tratta di un’infezione bovina. Le specie più colpite sono comunque l’uomo, i bovini, gli uccelli e i suini. Gli agenti eziologici che causano questa malattia sono i Mycobacterium tuberculosis varietas hominis, bovis, suis, avium. La tubercolosi può trasferirsi o attraverso le vie digerenti o attraverso le vie respiratorie: avviene prevalentemente per via aerogena, ma anche attraverso la contaminazione di superfici solide, in quanto è un germe molto resistente e sopravvive a lungo all’esterno. ADEMPIMENTI OBBLIGATORI PER GLI ALLEVATORI Una volta ogni anno il Servizio Veterinario effettua una prova allergica mediante tubercolina, su tutti i bovini che hanno più di sei settimane di età. Se tutti i capi sono negativi l’allevamento diventa Ufficialmente Indenne, la qualifica viene mantenuta se la prova annuale è sempre negativa. Se uno o più animali hanno una reazione positiva vanno eliminati dall’allevamento (eradicamento). In seguito a infezione nell’allevamento la qualifica viene riacquistata dopo 4 prove negative su tutto l’effettivo, dopo aver allontanato i capi positivi.
Brucellosi: è un’infezione batterica che si diffonde a tutti gli organi, in particolare si localizza negli organi genitali, sia maschili che femminili, ma anche alle articolazioni, alla milza e ai linfonodi. I sintomi classici sono l’aborto, che avviene nell’ultimo terzo della gravidanza e
Mortalità nocosomiale: i ricoveri in ospedale non riescono a tenere in vita un paziente perché si imbatte in ceppi batterici che sono multiresistenti, cioè hanno una resistenza antibiotica per molte classi di questi ultimi. Questa è sia opera del sistema sanitario e quindi dei medici, ma anche del patogeno stesso. Al sud non ci sono molti allevamenti cunicoli intensivi ma aziende più particolari, quali allevamenti di razze rare (Ischia, Benevento ecc.). Il settore cunicolo è comunque stato abbandonato negli ultimi anni per i costi di produzione e mantenimento troppo elevati.
Come vengono classificati i conigli? Sono dei mammiferi. Appartengono all’ordine dei lagomorfi o dei leporidi. Genere: Oryctolagus Specie: Cuniculis
Il coniglio dell’Europa del Sud, e soprattutto quello spagnolo, sono i primi ad essersi sviluppati grazie al popolo romano che, man mano che un territorio veniva conquistato, lasciavano in quello stesso territorio i conigli che avrebbero poi proliferato per diventare cibo o fonte di pellicce; i conigli da allevamento possono infatti partorire anche sei volte in un anno con otto conigli a parto; i conigli pet, invece, ne possono partorire al massimo 3-4. Il peso dei conigli varia da meno di 1kg a 8-12kg.
Per quanto riguarda la ricerca di un luogo adatto a creare un nido, effettuata dalla madre, quest’ultimo risulta generalmente essere un fosso in cui vengono posti i cuccioli dopo la nascita.
Il coniglio si differenzia dalla lepre in quanto quest’ultima è definita nidifuga perché il piccolo, quando nasce ha già il pelo, gli occhi aperti e riesce a vedere e sentire. Il coniglio si definisce, invece, nidicolo, cioè ha bisogno delle cure parentali perché nasce senza peli, udito e vista, soltanto l’olfatto è sviluppato e tramite esso riconosce la madre e, soprattutto, i limiti invalicabili del nido. Questo è utile in quanto i conigli sono ottime prede ed in questo modo riescono a restare nella loro “zona protetta”. La madre gli rivolge attenzioni soltanto al mattino per l’allattamento, dopodiché ricopre il nido con le proprie feci: questo serve ai piccoli per capire fino a che punto possono allontanarsi dal nido perché, ovviamente, essendo piccoli si basano sull’odore della madre per sentirsi protetti.
Nella fisiologia della riproduzione la maturità sessuale avviene intorno ai cinque mesi ma, in
genere, i conigli vengono fatti accoppiare a sei mesi dove l’ovu lazione viene indotta col coito. I conigli vanno in calore una volta al mese ed è visibile perché la vulva delle femmine è più violacea. Vi sono due tipi di ingravidamenti: monta naturale e monta artificiale. Nella monta naturale la femmina viene portata al maschio e fatta coprire due volte da esso per assicurarsi che la monta sia avvenuta. Oggi è più semplice effettuare una monta artificiale: esistono delle vere e proprie vagine di vetro al cui interno viene posta dell’acqua calda che viene poi portata a temperatura ambiente per essere riconosciuta dal coniglio maschio; durante la monta il maschio versa il suo seme in questa vagina artificiale pensando sia quella di una coniglia e poi questo seme viene distribuito a tutte le femmine.
La gravidanza dura 30gg. Fra il 10° ed il 14° giorno si pratica la diagnosi di gravidanza tramite palpazione: è anteroposteriore e la si fa stendendo il coniglio di schiena e contando i conigli che si avvertono toccando la pancia. Intorno al 27° gg la coniglia inizia a preparare il nido tramite paglia o truciolo e strappandosi un po’ di pelo che serve a mantenere la temperatura ottimale del nido stesso. Subito dopo la nascita la madre lava i suoi piccoli e li poggia poi nel nido. I conigli piccoli dormono tutto il giorno nelle prime fasi della loro vita. Dopo 22 ore iniziano a diventare più attivi ed irrequieti. Stanno comunque tutti molto vicini per poter mantenere una temperatura corporea intorno ai 30°C-35°C. Dopo essere stati allattati i piccoli vanno ad urinare intorno al nido così da mantenere la parte centrale, quella dove riposano, asciutta. Da un punto di vista fisiologico i conigli sono autonomi dalle 4-5 settimane di età in quanto lo svezzamento dura 28 gg circa; dopo lo svezzamento il coniglio raggiunge la colonia perché è un animale sociale. Se la colonia si trova all’aperto quest’ultima verrà raggiunta soltanto dopo l’effettivo svezzamento.
Nella fisiologia della digestione il passaggio dal cibo liquido al cibo solido, per i conigli piccoli, è estremamente delicato in quanto, da un punto di vista anatomico, il coniglio si presenta come un monogastrico (uno stomaco) ma dal punto di vista funzionale è come i poligastrici (ruminanti) perché il rumine sta al ruminante come il cieco sta al coniglio: il cieco è, infatti, molto più grande in proporzione rispetto a tutto l’apparato digerente. Il coniglio è per questo sensibile da un punto di vista enterico in quanto il cieco svolge tutte le funzioni di fermentazione (la cellulosa deve essere digesta e si ha la produzione degli acidi grassi volatili ed a catena corta) come il rumine fa nei ruminanti. Il coniglio sfrutta la fibra alimentare (in quanto è un
➔ la densità animale per ogni unità produttiva; ➔ tipo di illuminazione e ventilazione; ➔ caratteristiche della lettiera e le sue modalità di gestione; ➔ il tipo di alimentazione e di somministrazione dell’alimento; ➔ la gestione della riproduzione; ➔ piani di metafilassi, piani di profilassi diretta ed indiretta eseguiti in azienda; ➔ situazione sanitaria dell’allevamento recente e remota; ➔ dati produttivi da correlare direttamente allo stato sanitario dell’animale.
I parametri che possono essere valutati in azienda ad intervalli periodici, comprendono: ➔ Parametri relativi allo stato sanitario: a. Esame anatomo-patologico, tamponi, lesioni, esami laboratorio etc. ➔ Parametri immunitari ed ematochimici: a. Dosaggi anticorpali MEV, MIXO e E.cunicoli b. Esami ematologici e di biochimica clinica ➔ Parametri relativi alla situazione ambientale: a. Tamponi ambientali b. Misurazione di ammoniaca c. Misurazione di umidità e temperatura ➔ Parametri produttivi: a. Rilievo di valori produttivi in campo
Documentazione sanitaria: ➔ visita clinica; ➔ esame anatomo-patologico periodico o con un aumento di mortalità; ➔ tamponi nasali e rettali, tamponi vaginali, cutanei; ➔ caratterizzazione dei ceppi isolati; ➔ valutazione delle piaghe podali; ➔ valutazione delle mastiti;
I principali patogeni che si insediano in un allevamento cunicolo sono:
Ciò che noi dobbiamo valutare, soprattutto in caso di benessere sono: ➔ piaghe podali: si verificano soprattutto negli animali pesanti che sono spesso chiusi in gabbie strette e con maglie di ferro sotto alle zampe. Queste piaghe si possono manifestare con assenza di lesioni e calli fino alla presenza di questi ultimi o anche piaghe ulcerate; ➔ mastiti: vanno dall’assenza di lesioni e segni alla presenza di un piccolo nodulo alla palpazione fino a una vera mastite generalizzata che può essere grande quanto un mandarino. La palpazione alle mammelle è quindi fondamentale in quanto un animale
mastitico veicola l’agente Staphylococcus Aureus: se un coniglio che viene allattato viene infettato dallo s. a. ha 24h di vita perché lo stafilococco ha un’enorme produzione di tossine che, una volta acquisite, portano mortalità. Per poter analizzare la salute di questi animali vengono effettuati degli esami sierologici rivolti ai titoli anticorpali: un particolare patogeno è l’encefalitozoo cuniculi, una malattia sottodiagnosticata ma con grosse ripercussioni nei conigli pet. Essa può attaccare il S. N. C. tramite dei microsporidi, cioè spore che creano danni spesso irreversibili come, ad esempio, semplici torcicolli o paralisi totali. Altre cose da tenere sotto osservazione sono i funghi quali: ➔ Aspergillus: muffa classica. Se un animale mangia o respira per sbaglio un aspergillus si ammala di Aspergillosi; ➔ Cladosporium; ➔ Microsporum spp. e Trychophyton spp.: le classiche micosi del gatto, del bovino, del cane, sono in genere causate da loro. Il primo ha un’azione declinante, cioè si nutre dai follicoli piliferi dell’animale e quest’ultimo perde il pelo; il secondo, invece, taglia il pelo. Questi funghi possono intromettersi nell’organismo tramite delle ferite, dei graffi, o anche se un coniglio si gratta e lacera lievemente il derma. Questi sono funghi zoonotici, quindi si trasmettono anche all’uomo.
➔ La temperatura deve essere compresa fra 18- 21°C durante tutto l’anno tranne d’estate in cui deve essere di almeno 3°-5°; ➔ Inferiore alla T° esterna (30°-35°); ➔ Il tasso igrometrico ideale oscilla tra il 60% e il 70%; ➔ Il regime di illuminazione deve includere un periodo di buio pari ad 8 ore
I parametri produttivi “qualificano” le caratteristiche produttive di ciascun allevamento e rappresentano la sintesi di un insieme di valori influenzati e condizionati dallo stato di salute degli animali e dal loro benessere quali risultanza delle caratteristiche strutturali, organizzative, ambientali, tecniche e manageriali degli allevamenti.
Valori significativi per maternità:n. soggetti svezzati per accoppiamento (N°SVEZZ/ACC)
Valori significativi per l’ingrasso: n. soggetti e kg di peso vivo venduti per accoppiamento (N° VEND/ACC – N°KG VEND/ACC)