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Il Miracolo Economico Italiano: Analisi del Boom Economico del Dopoguerra, Appunti di Storia Delle Dottrine Politiche

descrizione dettagliata e analisi del boom economico in italia

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 14/03/2019

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mariaaa-38 🇮🇹

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Il boom economico del secondo dopoguerra (in francese chiamato Trente glorieuses) è avvenuto
anche in altri paesi industrializzati. Le cause variano a seconda delle analisi degli studiosi. Gli
economisti sono concordi almeno sul fatto che una crescita economica del 3-4 per cento annuo sia
da considerare del tutto anomala e non duratura nel lungo periodo
La fine del Piano Marshall (1951) coincise inoltre con l'aggravarsi della Guerra di Corea
(1950-1953), il cui fabbisogno di metallo ed altre materie lavorate fu un ulteriore stimolo alla
crescita dell'industria pesante italiana. Si erano poste così le basi d'una crescita economica
spettacolare, il cui culmine si raggiunge nel 1960, destinata a durare sino alla fine degli anni
sessanta e a trasformare il Belpaese da Paese sottosviluppato, dall'economia principalmente
agricola, ad una potenza economica mondiale. Per esempio, nei tre anni che intercorsero tra il 1959
ed il 1962, i tassi di incremento del reddito raggiunsero valori da primato: il 6,4%, il 5,8%, il 6,8%
e il 6,1% per ciascun anno analizzato. Valori tali da ricevere il plauso dello stesso presidente
statunitense John F. Kennedy in una celebre cena col presidente Antonio Segni.
Questa grande espansione economica fu determinata in primo luogo dallo sfruttamento delle
opportunità che venivano dalla favorevole congiuntura internazionale. Più che l'intraprendenza e la
lungimirante abilità degli imprenditori italiani ebbero effetto l'incremento vertiginoso del
commercio internazionale e il conseguente scambio di manufatti che lo accompagnò . Anche la fine
del tradizionale protezionismo dell'Italia giocò un grande ruolo in quella fase In conseguenza di
quell'apertura, il sistema produttivo italiano ne risultò rivitalizzato, fu costretto ad ammodernarsi e
ricompensò quei settori che erano già in movimento. La disponibilità di nuove fonti di energia e la
trasformazione dell'industria dell'acciaio furono gli altri fattori decisivi. La scoperta del metano e
degli idrocarburi in Val Padana,[2] la realizzazione di una moderna industria siderurgica sotto l'egida
dell'IRI, permise di fornire alla rinata industria italiana acciaio a prezzi sempre più bassi.
Il maggiore impulso a questa espansione venne proprio da quei settori che avevano raggiunto un
livello di sviluppo tecnologico e una diversificazione produttiva tali da consentir loro di reggere
l'ingresso dell'Italia nel Mercato comune. Il settore industriale, nel solo triennio 1957-1960, registrò
un incremento medio della produzione del 31,4%. Assai rilevante fu l'aumento produttivo nei settori
in cui prevalevano i grandi gruppi: autovetture 89%; meccanica di precisione 83%; fibre tessili
artificiali 66,8%.[senza fonte] Ma, va osservato che il miracolo economico non avrebbe avuto luogo
senza il basso costo del lavoro. Gli alti livelli di disoccupazione negli anni 1950 furono la
condizione perché la domanda di lavoro eccedesse abbondantemente l'offerta, con le prevedibili
conseguenze in termini di andamento dei salari.
Il potere dei sindacati era effettivamente fiacco nel dopoguerra e ciò aprì la strada verso un ulteriore
aumento della produttività. A partire dalla fine degli anni 1950, infatti, la situazione occupazionale
mutò drasticamente: la crescita divenne notevole soprattutto nei settori dell'industria e del terziario.
Il tutto avvenne, però, a scapito del settore agricolo. Anche la politica agricola comunitaria
assecondò questa tendenza, prevedendo essa stessa benefici e incentivi destinati prevalentemente ai
prodotti agricoli del Nord Europa: tendenza del resto inevitabile, visto il peso specifico ormai
raggiunto da aziende quali Olivetti e Fiat dentro e fuori dall'Italia, e la potenza di capitani
d'industria come Gianni Agnellirispetto ai deboli governi della Prima Repubblica.
Il sistema economico marciava a pieno regime, il reddito nazionale stava crescendo e la gente era
rinfrancata dall'incremento dell'occupazione e dei consumi. Si erano infine dimenticati gli anni bui
del secondo dopoguerra, quando il paese era ridotto in brandelli. È pur vero che tanti erano ancora i
problemi da affrontare, fra cui la carenza di servizi pubblici, di scuole, di ospedali e di altre
infrastrutture civili. Ma in complesso prevaleva un clima di ottimismo.
D'altra parte, all'inizio del 1960 l'Italia si era fregiata di un importante riconoscimento in campo
finanziario. Dopo che un giornale inglese aveva definito col termine miracolo economico il
processo di sviluppo allora in atto, dalla Gran Bretagna era giunto un altro attestato prestigioso per
le credenziali e l'immagine dell'Italia. Una giuria internazionale interpellata dal Financial Times
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Il boom economico del secondo dopoguerra (in francese chiamato Trente glorieuses ) è avvenuto

anche in altri paesi industrializzati. Le cause variano a seconda delle analisi degli studiosi. Gli economisti sono concordi almeno sul fatto che una crescita economica del 3-4 per cento annuo sia da considerare del tutto anomala e non duratura nel lungo periodo

La fine del Piano Marshall (1951) coincise inoltre con l'aggravarsi della Guerra di Corea (1950-1953), il cui fabbisogno di metallo ed altre materie lavorate fu un ulteriore stimolo alla crescita dell'industria pesante italiana. Si erano poste così le basi d'una crescita economica spettacolare, il cui culmine si raggiunge nel 1960, destinata a durare sino alla fine degli anni sessanta e a trasformare il Belpaese da Paese sottosviluppato, dall'economia principalmente agricola, ad una potenza economica mondiale. Per esempio, nei tre anni che intercorsero tra il 1959 ed il 1962, i tassi di incremento del reddito raggiunsero valori da primato: il 6,4%, il 5,8%, il 6,8% e il 6,1% per ciascun anno analizzato. Valori tali da ricevere il plauso dello stesso presidente statunitense John F. Kennedy in una celebre cena col presidente Antonio Segni.

Questa grande espansione economica fu determinata in primo luogo dallo sfruttamento delle opportunità che venivano dalla favorevole congiuntura internazionale. Più che l'intraprendenza e la lungimirante abilità degli imprenditori italiani ebbero effetto l'incremento vertiginoso del commercio internazionale e il conseguente scambio di manufatti che lo accompagnò. Anche la fine del tradizionale protezionismo dell'Italia giocò un grande ruolo in quella fase In conseguenza di quell'apertura, il sistema produttivo italiano ne risultò rivitalizzato, fu costretto ad ammodernarsi e ricompensò quei settori che erano già in movimento. La disponibilità di nuove fonti di energia e la trasformazione dell'industria dell'acciaio furono gli altri fattori decisivi. La scoperta del metano e degli idrocarburi in Val Padana,[2]^ la realizzazione di una moderna industria siderurgica sotto l'egida dell'IRI, permise di fornire alla rinata industria italiana acciaio a prezzi sempre più bassi.

Il maggiore impulso a questa espansione venne proprio da quei settori che avevano raggiunto un livello di sviluppo tecnologico e una diversificazione produttiva tali da consentir loro di reggere l'ingresso dell'Italia nel Mercato comune. Il settore industriale, nel solo triennio 1957-1960, registrò un incremento medio della produzione del 31,4%. Assai rilevante fu l'aumento produttivo nei settori in cui prevalevano i grandi gruppi: autovetture 89%; meccanica di precisione 83%; fibre tessili artificiali 66,8%.[ senza fonte ]^ Ma, va osservato che il miracolo economico non avrebbe avuto luogo senza il basso costo del lavoro. Gli alti livelli di disoccupazione negli anni 1950 furono la condizione perché la domanda di lavoro eccedesse abbondantemente l'offerta, con le prevedibili conseguenze in termini di andamento dei salari.

Il potere dei sindacati era effettivamente fiacco nel dopoguerra e ciò aprì la strada verso un ulteriore aumento della produttività. A partire dalla fine degli anni 1950, infatti, la situazione occupazionale mutò drasticamente: la crescita divenne notevole soprattutto nei settori dell'industria e del terziario. Il tutto avvenne, però, a scapito del settore agricolo. Anche la politica agricola comunitaria assecondò questa tendenza, prevedendo essa stessa benefici e incentivi destinati prevalentemente ai prodotti agricoli del Nord Europa: tendenza del resto inevitabile, visto il peso specifico ormai raggiunto da aziende quali Olivetti e Fiat dentro e fuori dall'Italia, e la potenza di capitani d'industria come Gianni Agnellirispetto ai deboli governi della Prima Repubblica.

Il sistema economico marciava a pieno regime, il reddito nazionale stava crescendo e la gente era rinfrancata dall'incremento dell'occupazione e dei consumi. Si erano infine dimenticati gli anni bui del secondo dopoguerra, quando il paese era ridotto in brandelli. È pur vero che tanti erano ancora i problemi da affrontare, fra cui la carenza di servizi pubblici, di scuole, di ospedali e di altre infrastrutture civili. Ma in complesso prevaleva un clima di ottimismo.

D'altra parte, all'inizio del 1960 l'Italia si era fregiata di un importante riconoscimento in campo finanziario. Dopo che un giornale inglese aveva definito col termine miracolo economico il processo di sviluppo allora in atto, dalla Gran Bretagna era giunto un altro attestato prestigioso per le credenziali e l'immagine dell'Italia. Una giuria internazionale interpellata dal Financial Times

aveva infatti attribuito alla liral'Oscar della moneta più salda fra quelle del mondo occidentale. Un premio che aveva coronato una lunga e affannosa rincorsa, iniziata nell'immediato dopoguerra, per scongiurare la bancarotta e non naufragare nell'inflazione più totale.

Di conseguenza, si era infine potuto concretare il cambio fra la lira e il dollaro, fissato a quota 625, e la rivalutazione delle riserve auree della Banca d'Italia era servita a ridurre l'indebitamento del Tesoro. Da qui anche l'euforia diffusasi in Borsa con i listini in forte rialzo. Sino a qualche tempo prima, ben pochi avrebbero immaginato che l'Italia potesse conseguire un successo economico dopo l'altro. È vero che, grazie agli aiuti americani del Piano Marshall, l'opera di ricostruzione post- bellica era avvenuta più rapidamente del previsto, ma l'Italia era rimasta pur sempre un paese prevalentemente agricolo, con una gran massa di braccianti e coloni.

Tra i fattori che hanno concorso allo sviluppo un ruolo importante viene attribuito all'ampia disponibilità di manodopera che aveva evitato al nostro paese quelle strozzature che si erano, invece, verificate altrove dando luogo a forti correnti immigratorie. Come si è visto, essa rappresenta il fattore centrale cui l'economista Kindleberger spiega l'intenso sviluppo di quegli anni. Lo schema seguito dall'economista americano è noto: quando in un sistema economico coesistono settori caratterizzati da differenti livelli di produttività e di salari, possono verificarsi trasferimenti di lavoratori in eccesso dal settore tradizionale, con produttività marginale quasi nulla, verso il settore più dinamico senza far lievitare significativamente i salari unitari e consentendo, invece, un incremento dei profitti che, attraverso l'impulso agli investimenti, alla produzione e, quindi, all'occupazione alimentano una sorta di circolo virtuoso della crescita.

Per l'Italia, i settori in questione coincidono, rispettivamente, con l'agricoltura e l'industria. Si spiegherebbe così anche la crisi che si è registrata in Italia nella prima metà degli anni 1960, attribuita proprio all'esaurirsi della forza lavoro in eccesso. Fino agli inizi degli anni 1960 l'incremento medio dei salari era stato, infatti, inferiore a quello della produttività, anche se la quota di partecipazione dei redditi da lavoro al prodotto nazionale netto era aumentata tra il 1950 e il 1960 dal 50,8% al 55,1%. [ senza fonte ]

Negli anni 1960, l'architetto Robert Stern applicò, invece, allo sviluppo economico italiano un modello del tipo «export led» prendendo in considerazione il periodo successivo al 1950 perché riteneva che gli anni precedenti fossero stati eccessivamente influenzati da fattori eccezionali, Piano Marshall compreso. Le conclusioni cui Stern era pervenuto si basavano innanzitutto sul fatto che le esportazioni italiane si fossero sviluppate nel periodo 1950-1962 ad un ritmo nettamente superiore a quello registrato dalle esportazioni mondiali. Le prime si erano, infatti, più che triplicate (+307%) mentre a livello mondiale si era registrato un incremento del 95%; e volendo circoscrivere il raffronto alle sole esportazioni industriali le conclusioni non cambiavano di molto (388% contro 123%).

Inoltre, disaggregando i dati relativi all'industria italiana Stern operò una netta distinzione tra settori “dinamici” (metallurgico, macchinari e prodotti metallici, mezzi di trasporto, prodotti chimici e fibre sintetiche, derivati del petrolio e del carbone), contraddistinti da un maggior incremento delle esportazioni (dal 47,6 al 60% sulle esportazioni industriali nel periodo compreso tra il 1951 e il

  1. e della produzione (+302,5%), e settori “tradizionali” (alimentari, bevande, tabacco, tessili, abbigliamento, calzature e cuoio) la cui quota sulle esportazioni industriali era diminuita dal 44,4% al 32,4% mentre lo sviluppo della produzione era stato solo del 97,7%.

In sostanza, le esportazioni furono un importante stimolo all'investimento e quindi allo sviluppo di queste industrie nel periodo considerato. Inoltre, siccome si trattava delle industrie che contribuirono in modo significativo all'aumento della quota dei manufatti nel prodotto interno lordo italiano durante il periodo postbellico, sembra che si possa dire in base a tutto ciò che si è affermato, che il ruolo delle esportazioni nello sviluppo dell'economia italiana fu veramente notevole. Tale interpretazione è stata, successivamente, adottata con alcune modifiche anche dall'economista Augusto Graziani. Secondo Graziani, infatti, lo sviluppo degli anni 1950, che aveva

Al nord oltre al triangolo industriale del nord-ovest (Genova, Torino, Milano), nato ai tempi dell' Unità d'Italia con il Regno di Sardegna e caratterizzato per lo più dall'attività siderurgicae metalmeccanica, comincia ad affermarsi anche il triangolo del nord-est (Padova, Vicenza, Treviso) caratterizzato per lo più da attività manifatturiera diffusa anche in Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Marche. In questo periodo della storia d'Italia, fino alla fine degli anni 1980 e all'inizio degli anni 1990, tra i grandi gruppi industriali che hanno trainato il boom economico ci sono stati Fiat, Montedison, Olivetti, Ansaldo e Ilva.