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Il Boom Economico Italiano: Dal Dopoguerra al Miracolo Economico, Appunti di Storia

Liceo delle scienze umane opzione economico sociale. Appunti sul secondo dopoguerra: situazione politica ed economica italiana, inizio e fine del miracolo economico.

Tipologia: Appunti

2021/2022

In vendita dal 28/09/2022

giorgiaacianfa
giorgiaacianfa 🇮🇹

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IL SECONDO DOPOGUERRA
SITUAZIONE POLITICA ITALIANA.
La seconda guerra mondiale aveva seminato in tutto il Mondo, e specialmente in Europa, morte e distruzione: molti
Stati versavano in condizioni critiche.
Solo gli Stati Uniti subirono lievi danni: il loro territorio non era stato raggiunto dalla guerra e l’apparato produttivo
era in piena espansione.
Ma all’orizzonte si stava affacciando un’altra grande potenza: l’Urss.
Proprio per contrastare l’influenza della potenza sovietica e per estendere la propria sfera di relazioni, gli Stati Uniti
programmarono una serie di aiuti economici e politici per gli Stati in difficoltà.
Già prima della fine della guerra, tramite l’ONU, ma sostanzialmente sotto l’influenza statunitense, fu
programmato l’UNRRA, (United Nations Relief and Rehabilitation Administration), un piano di aiuti finanziari e
alimentari.
Per contrastare ulteriormente l’influenza sovietica, che ormai aveva raggiunto molti Paesi dell’Europa orientale, gli
Stati Uniti introdussero il Piano Marshall, un imponente programma di aiuti di carattere economico-finanziario e il
3 aprile 1948 fu emanata per volere di Truman la legge che stabiliva l’ERP, il Programma di assistenza all’Europa.
Già si poteva parlare di “guerra fredda”.
La divisione dell’Europa in due sfere di influenza ebbe importanti conseguenze anche sulla politica interna italiana.
Dopo le brevi parentesi rappresentate dai governi Bonomi e Parri, si giunse alla fine del 1945 alla formazione del
primo governo De Gasperi, di ispirazione moderata.
De Gasperi era la figura di spicco del Partito democristiano, che si ispirava ideologicamente al Partito Popolare di
Sturzo.
Nel 1946 si svolsero le elezioni per l’assemblea Costituente, che avrebbe dovuto redigere la Costituzione, e si tenne
il referendum istituzionale , che portò alla vittoria della repubblica.
Sempre nel ’46 fu formato il secondo governo De Gasperi, un governo di coalizione appoggiato da tutti i maggiori
partiti.
Ma la svolta si ebbe nel 1947, con l’esclusione dei partiti di sinistra e la formazione del quarto governo De Gasperi.
Il 22 dicembre 1947 fu approvata la nuova Costituzione repubblicana, che entrò in vigore il 1° gennaio 1948.
Il 18 aprile 1948 si tennero nuove elezioni politiche: si registrò una vittoria clamorosa della DC con il 48,5% dei voti.
Nonostante potesse contare sulla maggioranza assoluta alla Camera, De Gasperi preferì costituire un governo
“quadripartito”, formato da DC, PLI, PRI e PSDI: iniziava la fase storica del “centrismo”.
La contrapposizione fra comunismo e anticomunismo, alimentata anche dalla guerra fredda, si fece più netta e
sfociò in una scissione dei sindacati che si divisero in quattro confederazioni: CGIL, CISL, UIL, CISNAL .
Dal 1948 al 1953, anno in cui si tennero le elezioni politiche, si susseguirono altri tre governi con a capo De Gasperi,
tutti basati sulla coalizione dei quattro partiti di centro.
Le elezioni del 1953 fecero registrare risultati inaspettati: la DC perse quasi due milioni di voti.
Anche gli altri partiti della coalizione non fecero registrare risultati brillanti, e il risultato negativo fece saltare il
piano di De Gasperi che prevedeva di introdurre un premio di maggioranza per i partiti coalizzati che avessero
ottenuto almeno il 50,01% dei voti, riforma ribattezzata dall’opposizione come legge truffa.
Le opposizioni, costituite da partiti di sinistra e di destra, registrarono un incremento dei consensi.
Il quinquennio successivo, dal 1953 al 1958 (la seconda legislatura) non fu un periodo brillante di vita politica: si
formarono inizialmente due governi “monocolore” DC, a questi seguirono due governi di coalizione DC, PSDI e
PLI.
Nelle elezioni del 1958 la DC e il PSI ottennero un lieve incremento dei consensi, mentre i consensi del PCI
rimasero stabili.
Grazie al successo elettorale e ad un processo di revisione ideologica, il PSI riuscì ad affrancarsi e a liberarsi dalla
soggezione verso il PCI.
Proprio per questo motivo e per isolare completamente il PCI, in seno ai partiti della coalizione nascevano frange
favorevoli ad un allargamento verso il PSI della maggioranza di governo, ma dopo le elezioni del 1958 furono
necessari altri quattro anni perché si potesse parlare concretamente di “centro-sinistra”, quattro anni caratterizzati
da esperimenti politici non sempre positivi.
Si provò a costituire una maggioranza verso destra, con il governo Tambroni, sostenuto dalla DC, dal PLI e dal
MSI.
Una vasta mobilitazione di massa contro il governo, con manifestazioni in tutte le maggiori città che portarono a
scontri e a morti, costrinse Tambroni alle dimissioni.
Intanto in seno alla DC la corrente favorevole al centro sinistra riscuoteva sempre più consensi, grazie al carisma e
alle capacità di figure come Aldo Moro e Fanfani: quest’ultimo fu incaricato di formare il governo.
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IL SECONDO DOPOGUERRA

SITUAZIONE POLITICA ITALIANA.

La seconda guerra mondiale aveva seminato in tutto il Mondo, e specialmente in Europa, morte e distruzione: molti Stati versavano in condizioni critiche. Solo gli Stati Uniti subirono lievi danni: il loro territorio non era stato raggiunto dalla guerra e l’apparato produttivo era in piena espansione. Ma all’orizzonte si stava affacciando un’altra grande potenza: l’Urss. Proprio per contrastare l’influenza della potenza sovietica e per estendere la propria sfera di relazioni, gli Stati Uniti programmarono una serie di aiuti economici e politici per gli Stati in difficoltà. Già prima della fine della guerra, tramite l’ONU, ma sostanzialmente sotto l’influenza statunitense, fu programmato l’UNRRA, (United Nations Relief and Rehabilitation Administration), un piano di aiuti finanziari e alimentari. Per contrastare ulteriormente l’influenza sovietica, che ormai aveva raggiunto molti Paesi dell’Europa orientale, gli Stati Uniti introdussero il Piano Marshall, un imponente programma di aiuti di carattere economico-finanziario e il 3 aprile 1948 fu emanata per volere di Truman la legge che stabiliva l’ERP, il Programma di assistenza all’Europa. Già si poteva parlare di “guerra fredda”. La divisione dell’Europa in due sfere di influenza ebbe importanti conseguenze anche sulla politica interna italiana. Dopo le brevi parentesi rappresentate dai governi Bonomi e Parri , si giunse alla fine del 1945 alla formazione del primo governo De Gasperi, di ispirazione moderata. De Gasperi era la figura di spicco del Partito democristiano, che si ispirava ideologicamente al Partito Popolare di Sturzo. Nel 1946 si svolsero le elezioni per l’assemblea Costituente, che avrebbe dovuto redigere la Costituzione, e si tenne il referendum istituzionale , che portò alla vittoria della repubblica. Sempre nel ’46 fu formato il secondo governo De Gasperi, un governo di coalizione appoggiato da tutti i maggiori partiti. Ma la svolta si ebbe nel 1947, con l’esclusione dei partiti di sinistra e la formazione del quarto governo De Gasperi. Il 22 dicembre 1947 fu approvata la nuova Costituzione repubblicana, che entrò in vigore il 1° gennaio 1948. Il 18 aprile 1948 si tennero nuove elezioni politiche: si registrò una vittoria clamorosa della DC con il 48,5% dei voti. Nonostante potesse contare sulla maggioranza assoluta alla Camera, De Gasperi preferì costituire un governo “quadripartito”, formato da DC, PLI, PRI e PSDI: iniziava la fase storica del “centrismo”. La contrapposizione fra comunismo e anticomunismo, alimentata anche dalla guerra fredda, si fece più netta e sfociò in una scissione dei sindacati che si divisero in quattro confederazioni: CGIL, CISL, UIL, CISNAL. Dal 1948 al 1953, anno in cui si tennero le elezioni politiche, si susseguirono altri tre governi con a capo De Gasperi, tutti basati sulla coalizione dei quattro partiti di centro. Le elezioni del 1953 fecero registrare risultati inaspettati: la DC perse quasi due milioni di voti. Anche gli altri partiti della coalizione non fecero registrare risultati brillanti, e il risultato negativo fece saltare il piano di De Gasperi che prevedeva di introdurre un premio di maggioranza per i partiti coalizzati che avessero ottenuto almeno il 50,01% dei voti, riforma ribattezzata dall’opposizione come legge truffa. Le opposizioni, costituite da partiti di sinistra e di destra, registrarono un incremento dei consensi. Il quinquennio successivo, dal 1953 al 1958 (la seconda legislatura) non fu un periodo brillante di vita politica: si formarono inizialmente due governi “monocolore” DC, a questi seguirono due governi di coalizione DC, PSDI e PLI. Nelle elezioni del 1958 la DC e il PSI ottennero un lieve incremento dei consensi, mentre i consensi del PCI rimasero stabili. Grazie al successo elettorale e ad un processo di revisione ideologica, il PSI riuscì ad affrancarsi e a liberarsi dalla soggezione verso il PCI. Proprio per questo motivo e per isolare completamente il PCI, in seno ai partiti della coalizione nascevano frange favorevoli ad un allargamento verso il PSI della maggioranza di governo, ma dopo le elezioni del 1958 furono necessari altri quattro anni perché si potesse parlare concretamente di “centro-sinistra”, quattro anni caratterizzati da esperimenti politici non sempre positivi. Si provò a costituire una maggioranza verso destra, con il governo Tambroni, sostenuto dalla DC, dal PLI e dal MSI. Una vasta mobilitazione di massa contro il governo, con manifestazioni in tutte le maggiori città che portarono a scontri e a morti, costrinse Tambroni alle dimissioni. Intanto in seno alla DC la corrente favorevole al centro sinistra riscuoteva sempre più consensi, grazie al carisma e alle capacità di figure come Aldo Moro e Fanfani: quest’ultimo fu incaricato di formare il governo.

Il governo Fanfani durò più di un anno grazie all’appoggio parlamentare del PSI. Nonostante la svolta di centro-sinistra, la DC nelle elezioni del 1963 registrò un calo dei consensi. Anche il PSI subì delle perdite di voti. Nonostante il risultato elettorale negativo, alla fine del 1963 Aldo Moro formò il primo governo di centro-sinistra, con la partecipazione del PSI. La coalizione di governo, avversata dalle correnti moderate della DC e dalle correnti più estreme del PSI, riuscì a mantenersi unita solo fino all’agosto 1964. Seguirono a questo, altri governi guidati dal Aldo Moro, che sebbene fossero caratterizzati da ambiziosi programmi riformatori, non riuscirono ad ottenere consenso. LA SITUAZIONE ECONOMICA DEL DOPOGUERRA. Oltre agli enormi costi in termini di vite umane, l’Italia si trovò al termine della guerra con una produzione industriale scesa rispetto a quella del 1938. Il sistema dei trasporti era stato fortemente danneggiato; le industrie maggiori invece non avevano subito grossi danni. Si preferì affidare il processo di ricostruzione all’iniziativa privata, piuttosto che ad un intervento massiccio da parte dello Stato, questo anche grazie alle convinzioni liberistiche dei maggiori economisti italiani, come Luigi Einaudi , allora Ministro del bilancio (si parla di “Linea Einaudi”). Ma ben presto l’intervento dello Stato nel sistema economico diventerà determinante. Nonostante le tendenze liberistiche, l’IRI continuò ad operare, anche grazie a notevoli finanziamenti, e avrebbe rappresentato uno degli elementi per il rilancio del settore dell’industria pubblica. Nel 1947, grazie all’intervento di economisti di ispirazione diversa meno liberista rispetto ad Einaudi, venne istituito il Fondo per le industrie meccaniche. La ricostruzione post-bellica fu gestita mantenendo elevato il costo del denaro e ristretta la massa monetaria circolante: furono anni di inflazione e svalutazione. Convinzioni economiche e necessità esterne portarono alla creazione di un sitema di cambi multipli che impedì ogni possibilità di programmazione e controllo valutario. Il 1945-46 fu un periodo di stagnazione, la ripresa tardava a venire: inoltre nel 1946 si registrò un’impennata dell’inflazione. Per contenere l’inflazione e rilanciare l’economia, Einaudi promosse una politica imperniata su una forte restrizione dei crediti all’industria e al commercio e su una svalutazione, per favorire il rientro dei capitali e il rilancio delle esportazioni. Di pari passo fu introdotta una politica di lotta alla disoccupazione. La linea promossa da Einaudi ebbe successo, ma alla fine degli anni 40 l'Italia era ancora lontana dal benessere: due famiglie su tre non possedevano né bagno e né telefono; una su quattro non aveva l'acqua corrente in casa; non era rara la coabitazione di più famiglie, data la crisi degli alloggi. A Napoli c'era chi viveva ancora nei rifugi di guerra e in Sicilia nelle grotte. Il 38% degli italiani non consumava quasi mai la carne. Questo stato di cose era comune soprattutto al Sud, dove l'antica miseria sopravviveva sotto forme diverse. Intorno agli anni ‘50 si tentarono politiche a favore del Mezzogiorno. Nel 1950 si provò a risolvere la questione meridionale con una politica agraria, che però non portò a grandi cambiamenti. Un'altra iniziativa del governo De Gasperi fu l'istituzione della Cassa per il Mezzogiorno ( 1950 ): l’obiettivo era quello di creare una rete di infrastrutture con i finanziamenti pubblici, in modo da agevolare lo sviluppo economico delle regioni meridionali e colmare il gap che le separava dalle altre zone del Paese. Nonostante le grandi somme di denaro pubblico investite, il decollo industriale nel Meridione non si realizzò. La modernizzazione civile, economica, sociale del sud rimase per decenni una delle questioni da risolvere: il tutto fu poi aggravato dal proliferare di organizzazioni criminali come la mafia e la camorra. Nel quinquennio 1950 – 1955 si registrarono complessivamente risultati soddisfacenti, ottenuti grazie ad un aumento della produttività, che però aveva comportato anche alti costi sociali. Gli elevati profitti erano possibili anche grazie ad un livello bassissimo dei salari e a condizioni di lavoro durissime. Dopo il 1953, terminata l'attività finalizzata alla ricostruzione del paese, era diffusa la preoccupazione che l'economia, priva di forti incentivi, entrasse in una fase di ristagno. Per evitare questo pericolo il ministro del Bilancio, il democristiano Vanoni , presentò nel 1953 uno schema di sviluppo dell'occupazione e del reddito: fu il cosiddetto Piano Vanoni, un tentativo inteso a promuovere la crescita economica sulla base di interventi pubblici in grado di correggere gli squilibri e le irrazionalità cui può dar luogo il

La povertà di risorse naturali spinsero l’Italia a seguire una via originale rispetto a quella degli altri paesi avanzati. Scarsissimi i giacimenti di carbone e di petrolio, si cercarono di sfruttare in modo esteso l’energia idroelettrica, l’energia geotermica, il gas naturale. Ma questo non fu sufficiente e il nostro Paese divenne uno dei maggiori importatori di materie prime, come il petrolio, subendo crisi inflazionistiche dovute agli aumenti di prezzi delle materie importate. Accanto alla grande industria del nord, nella stesse Regioni e in alcune Regioni del Centro, cominciò a nascere un tessuto fittissimo di piccole e medie imprese, che assorbì le quote più consistenti di occupazione, per via di una tecnologia non avanzatissima e del basso costo della manodopera. elementi di rilievo nella crescita della domanda globale:

  • Investimenti privati
  • basso costo del lavoro
  • forte crescita delle esportazioni
  • fortissimo incremento degli investimenti pubblici
  • sfruttamento di tecnologie nuove applicate ad un apparato produttivo obsoleto
  • il ruolo fondamentale svolto dai finanziamenti statunitensi nella ricostruzione Questa espansione del settore industriale comportò comunque alti costi sociali e strutturali: il settore agricolo rimase in larghe zone del Paese arretrato e la “questione meridionale”, aggravata da fenomeni come clientelismo, corruzione, mafia, non riuscì ad essere risolta, nonostante una massiccia politica di investimenti pubblici. Altri danni gravi sono stati provocati dal modo confuso e caotico con cui è avvenuto il boom dell'economia. Quasi ovunque le campagne sono state abbandonate dai contadini senza che nessuna autorità abbia provveduto ad aumentarne la produttività o a riconvertirle in boschi. L'abbandono delle campagne è stato particolarmente esteso nel Mezzogiorno, che ha subito un processo di degrado non sufficientemente compensato dalle nuove industrie che vi sono sorte e dall’intenso sviluppo agricolo di alcune zone. Le città industriali del nord, che hanno ospitato il grosso della emigrazione meridionale, non hanno provveduto a creare le infrastrutture e i servizi necessari. Tutti i servizi pubblici e sociali sono rimasti inadeguati rispetto alle richieste di una società sottoposta alle sollecitazioni della modernizzazione e dell’urbanizzazione. LE MIGRAZIONI. Lo sviluppo industriale territorialmente differenziato e squilibrato, comportò una grande ondata migratoria dal Sud verso il Nord d’Italia e verso il Nord d’Europa: le città del nord si trovarono impreparate ad accogliere un’ondata così massiccia di persone, carenti di servizi e strutture. La possibilità di sopravvivere decorosamente lavorando nelle fabbriche del nord sembrava allontanare lo spettro della miseria e della disoccupazione permanente a cui si era condannati nel sud. Fra il 1958 e il 1963, moltissime persone abbandonarono il meridione per altre regioni italiane, mentre altre espatriarono nei paesi dell'Europa Occidentale (i Paesi interessati furono soprattutto la Svizzera, la Germania e la Francia; in misura minore ci furono movimenti migratori anche verso gli Stati Uniti, l’Argentina, il Brasile, l’Australia). Ai lavoratori che si spostavano dal sud al nord si aggiungevano quelli che abbandonavano la campagna per trovare occupazione nelle grandi città industriali. Le grandi migrazioni interne verso le regioni ricche del nord non solo dal sud ma, in un primo tempo e in misura minore, anche dal Veneto e dalle Marche (più tardi anche queste due regioni “decolleranno”), sono state un fattore di unificazione della società italiana, insieme alla scolarizzazione di massa e alla televisione che ha posto tutti gli italiani, anche quelli rimasti nelle campagne, di fronte agli stessi spettacoli, agli stessi spot pubblicitari, alle stesse immagini. Per la prima volta gli italiani hanno imparato, accanto al tradizionale dialetto, la lingua e si sono conosciuti tra loro. INTEGRAZIONE EUROPEA. Un altro vantaggio lo andava approntando il governo, collaborando con la Germania, la Francia, il Belgio, l’Olanda e Lussemburgo, per gettare le basi della unificazione europea sia economica che politica. Era la ripresa di un'idea che, nata durante gli anni Venti in Francia e in altri paesi ma sconfitta poi dai nazionalismi e tenuta poi viva in Italia da alcuni esponenti dell'antifascismo, si ripresentava adesso con migliori possibilità di realizzazione. Tuttavia molti industriali di corte vedute, abituati ai benefici che ricavavano dai dazi di importazione, considerarono con diffidenza l'iniziativa senza vedere il vantaggio che apriva alle aziende la prospettiva di un grande mercato europeo.

De Gasperi era un fermo assertore dell'unificazione europea non solo perché l'abbattimento delle barriere doganali corrispondeva alle sue opinioni liberiste in materia economica ma anche per motivi di politica ideale e pratica, perché coltivava il sogno di una Europa unita e cristiana la quale rinnovasse i fasti di Carlomagno contro i nemici che stavano all'est, non più, come allora, contro i popoli pagani ma contro i comunisti atei. Già il 5 maggio 1949 era stato istituito un Consiglio d'Europa dotato di una assemblea consultiva con sede a Strasburgo. Ma questi aspetti politici dell'unificazione ebbero scarso successo, e anche in seguito hanno sempre incontrato grosse difficoltà. Il più importante collaboratore di De Gasperi in questo campo fu La Malfa che, nella sua qualità di Ministro del Commercio estero, promosse nel 1951 la diminuzione dei dazi doganali e la liberalizzazione degli scambi, superando le opposizioni degli industriali. Il 10 aprile 1953 entrò in vigore la Comunità europea del carbone e dell'acciaio (CECA), che aveva come fine quello di coordinare prezzi e produzione del carbone e dell’acciaio. Nel 1957 si giunse alla firma del Trattato di Roma tra Italia, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo: nascevano la CEE, la Comunità Economica Europea, (si parlava anche di MEC, il Mercato Comune Europeo) e l’EURATOM, la Comunità europea dell’energia atomica. Gli obiettivi di questi accordi consistevano in un abbassamento graduale delle tariffe doganali, nella libera circolazione delle persone e delle merci, nell’adozione di una tariffa doganale unica nei confronti degli altri Stati non aderenti al Trattato. Col passare degli anni quasi tutti i Paesi dell’Europa Occidentale entrarono a far parte della CEE. Però si trattava comunque di organizzazioni di carattere economico, parlare di integrazione politica era ancora troppo presto. SINISTRA, CENTRO SINISTRA E SINDACATI. A partire dal 1956 dopo la repressione della rivolta d'Ungheria, il Partito Socialista Italiano, guidato da Pietro Nenni prese le distanze dal PCI, si dichiarò a favore della NATO e accettò di collaborare con i cattolici partecipando al governo. Quest'alleanza, chiamata centro-sinistra, durò dal 1962 ai primi anni settanta. I socialcomunisti, e in particolare i comunisti, sottovalutarono la vitalità del capitalismo e non compresero le novità che andavano maturando nel sistema industriale. Ancora nel 1953 Togliatti lo riteneva in palese decadenza. Questa incomprensione, sommandosi alla fine dell'unità sindacale e alla dura discriminazione messa in atto nelle fabbriche dal padronato contro gli operai comunisti, provocò nel sindacato maggiore (CGIL) una crisi profonda che culminò nel 1955. In occasione delle elezioni per il rinnovo delle commissioni interne ci fu alla Fiat una dura sconfitta della CGIL, che da anni privilegiava nella sua azione in fabbrica la contestazione ideologica del padrone senza avanzare soluzioni credibili ai problemi del lavoro e del suo controllo da parte dell'operaio. L'azione sindacale nella fabbrica fu meglio sostenuta dalla CISL, che svolse un ruolo di rilievo nella prima metà degli anni Cinquanta. La crisi della CGIL, che era pur sempre il maggior sindacato italiano, il più legato alle tradizioni della classe operaia, rendeva squilibrato il sistema industriale ma era anche un grosso vantaggio per le aziende, che avevano un ampio margine di manovra nel regolare la dinamica del salario. L'accordo tra DC e PSI coincise all'inizio con una stagione di riforme. Il governo Fanfani ( 1962 - 1963 ) nazionalizzò la produzione di energia elettrica dando vita all'ENEL e istituì la scuola media obbligatoria. Fanfani non era un politico orientato verso il liberismo economico, come invece era stato De Gasperi, ma era un uomo che, formatosi sul pensiero sociale cattolico e sulla sua dottrina fautrice degli interventi pubblici per promuovere la crescita economica e frenare nel contempo la lotta di classe, annetteva grande importanza alla presenza dello Stato nella vita economica. Questa tendenza era favorita dal boom che creava nuove ricchezze e aumentava le risorse finanziarie dello Stato. Fanfani tuttavia estese il campo degli interventi pubblici non solo per promuovere la crescita ma anche per distribuire favori elettorali. Aveva così inizio un brutto fenomeno, destinato a ingrossare sempre più negli anni successivi: la spesa pubblica messa al servizio degli interessi privati grandi e piccoli, il cancro di una corruzione che coinvolgeva la DC, la burocrazia dello Stato e gli interessi privati: era il fenomeno dello Stato assistenziale. La politica di Fanfani con l'importanza annessa agli interventi pubblici in materia economica e sociale, era orientata verso la sinistra, da sempre sostenitrice di quel tipo d'interventi.