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1) TERZIARIZZAZIONE DELL’ECONOMIA E GLOBALIZZAZIONE; 2) L’INTENSIFICAZIONE DEI FLUSSI COMMERCIALI; 3) LA STRUTTURA GEOGRAFICA DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE; 4) LIBERALIZZAZIONE DEL COMMERCIO E W.T.O.; 5) REGIONALISMO E ACCORDI COMMERCIALI REGIONALI;
Tipologia: Appunti
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Il settore terziario comprende tutte le attività che non producono beni materiali, ma servizi ( commercio, finanza, PA, assicurazioni). Si tratta di un settore cresciuto enormemente negli ultimi decenni --> ciò si è verificato prima nel Nord del mondo, dove si è venuto a creare un commercio internazionale sempre più consistente. Anche i paesi del Sud del mondo stanno seguendo questo processo di trasformazione --> persistono però forti differenze tra paesi come l’Etiopia e quelli in forte crescita, come Brasile e Cina: anche se il dato sul terziario del Brasile è gonfiato, in quanto nasconde parecchie attività di servizio a bassissima produttività e saltuarie, per esempio il piccolo commercio al minuto. Il commercio al dettaglio, o al minuto, si intende l’attività professionale di acquisto merci in nome e per conto proprio e la rivendita al consumatore finale in sedi fisiche (negozi) --> si tratta del settore terziario che determina maggiore occupazione al mondo --> la modalità di vendita più diffusa è la grande distribuzione commerciale. Questa modificazione a favore dei servizi ha fatto partire un processo chiamato terziarizzazione dell’economia --> significa che non cresce solo il numero di occupati, ma anche una quota di ricchezza scaturita dalla domanda. Da sottolineare che comunque l’ industria continua a rimanere il settore chiave per lo sviluppo economico, nonostante la continua digitalizzazione --> la terziarizzazione non determina la scomparsa dell’industria, ma una sua specializzazione. La globalizzazione dell’economia è caratterizzata dalla crescente estensione e intensificazione dei flussi internazionali. Da un punto di vista geoeconomico, il commercio rappresenta solamente uno dei molteplici aspetti della globalizzazione, impossibile da isolare dalle dinamiche della divisione internazionale --> il mutamento dei consumi è stato vistoso: basti pensare che nei mercati occidentali si possa trovare ogni genere di frutta e verdura, di tutte le stagioni. Questo cambiamento di stile di vita va di pari passo con mutamenti radicali nell’organizzazione della produzione industriale --> i flussi commerciali non riguardano solamente i prodotti finiti, ma anche beni strumentali, prodotti intermedi e semilavorati. Gli anni dal dopoguerra a oggi hanno visto la nascita e lo sviluppo di un vero e proprio mercato globale, dotato di proprie regole e istituzioni. 9.2. L’INTENSIFICAZIONE DEI FLUSSI COMMERCIALI In tutti gli stati è avvenuta un’ apertura commerciale più o meno forte: in alcuni casi, come nei Paesi Bassi o in Belgio, molto prodotto importato --> si tratta di paesi non molto estesi, ma con una bilancia commerciale consistente, con elevati valori di import-export.
I paesi del mondo esportano tipologie di merci differenti: per esempio l’Italia esporta soprattutto prodotti industriali (abbigliamento, macchinari, auto), mentre gli USA prodotti industriali (high-tech), prodotti agricoli e minerari. Diversa è la situazione commerciale di quasi tutti i paesi del Sud del mondo: essi sono soprattutto esportatori --> alcuni esportano anche solo uno o due prodotti: si tratta dei paesi mediorientali legati al petrolio (Arabia Saudita, Kuwait), o di paesi poveri come Senegal (arachidi e cotone) o Ghana (cacao). Dal 2010 il principale paese esportatore mondiale è diventato la Cina. Osservando l’evoluzione della composizione merceologica delle esportazioni mondiali si può notare come il ruolo dei prodotti agricoli sia diminuito ovunque. Differentemente è il caso dei prodotti minerari, la cui quota oscilla in relazione al prezzo del petrolio. La quota di prodotti manufatturieri è passata dal 38% del 1950 al 67% nel 2020, un incremento spiegabile con il crescente movimento di componenti e prodotti intermedi all’interno delle filiere. Un aspetto particolare riguarda il fenomeno dell’ e-commerce, cioè il commercio elettronico, legato alla possibilità di acquisto/vendita di prodotti attraverso internet --> l’OCSE afferma che il 40% della popolazione mondiale ha effettuato almeno un acquisto online, incrementando il commercio internazionale. 9.3. LA STRUTTURA GEOGRAFICA DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE Ci troviamo oggi in uno scenario di forte interdipendenza commerciale --> nella geografia del commercio mondiale emerge la cosiddetta Triade, costituita dall’insieme di tre aree regionali: Europa occidentale; Asia orientale; America settentrionale La Triade gestisce l’80% del volume commerciale mondiale. L’analisi dei flussi commerciali conferma come l’ area pacifica costituisca oggi il principale nodo economico mondiale: i flussi tra Asia e America settentrionale rappresentano i movimenti interregionali quantitativamente più consistenti; mentre, il ruolo dell’UE è dominante se si considerano i flussi intraregionali. Si tratta di flussi fortemente squilibrati: mentre i flussi in entrata non mostrano valori dissimili da quello di uscita, ciò che cambia è la bilancia commerciale dei paesi --> positiva quella dei paesi asiatici, negativa quella americana e francese. Questo ha indotto gli Stati Uniti ad adottare politiche di dazi e di blocchi sul commercio di beni in arrivo dalla Cina e limitatamente dall’Europa, soprattutto con il governo Trump. Nel resto del mondo emergono situazioni di perifericità: l’Africa è a tutti gli effetti un paese marginale --> essa dipende dall’import che l’UE attua (soprattutto settore manifatturiero) Negli ultimi anni il ruolo dell’UE si è ridotto, in favore di Russia e Cina che stanno costruendo infrastrutture e telecomunicazioni all’avanguardia.
Gli accordi del WTO sono in contrasto con ogni norma che penalizzi l’importazione di merci prodotte in assenza del rispetto dei diritti umani del lavoro (es. mano d’opera minorile). 9.5. REGIONALISMO E ACCORDI COMMERCIALI REGIONALI Liberismo e regionalismo non sono completamente contrapposti: in molti casi l’appartenenza a un’area regionale è stimolo alla crescita delle esportazioni nazionali. Proprio il fenomeno degli accordi regionali può portare a immaginare l’integrazione commerciale attraverso la metafora geografica dell’ arcipelago : l’integrazione avviene in maniera più agevole tra paesi geograficamente prossimi o legati da vincoli storico-culturali --> qui si assiste alla formazione di isole (aggregati regionali) che tendono a sviluppare proprie istituzioni sovranazionali e proprie regole --> a un livello superiore dalle isole si passa all’ arcipelago , in cui un insieme di istituzioni (es. WTO), regole e flussi economici globali conferisce unitarietà all’economia mondiale. La diffusione di questo fenomeno avvenne tra gli anni Cinquanta e Settanta, e in una prima fase assunse le caratteristiche di un regionalismo orizzontale, con la formazione di gruppi di paesi con economie simili --> la Comunità europea (1957) fu un’eccezione a questa tendenza, in quanto la Convenzione di Lomé (1975) introdusse notevoli facilitazioni al commercio tra la Comunità e l’Africa, i Caraibi e paesi del Pacifico. Una seconda fase (tra gli anni Ottanta e Novanta) si è visto lo sviluppo di un regionalismo verticale (rapporti tra Nord-Sud) Questi accordi non hanno dato i risultati sperati --> ci sono due ragioni principali:
1. La mancanza di un comportamento coeso e unitario --> mentre vari paesi sceglievano una posizione comune strategica, molti la tradivano per mantenere i propri mercati di sbocco nei paesi industrializzati; 2. Un'altra ragione fu che i paesi del Sud erano spesso specializzati nella produzione degli stessi beni ed era difficile incrementare il volume degli scambi interni; Vi sono quattro tipologie di accordi, caratterizzati da un crescente grado di integrazione economica: Aree di libero scambio, contraddistinte dall’abbattimento delle barriere doganali fra i paesi membri --> es. Islanda, Norvegia, Svizzera, Liechtenstein (EFTA); Unioni doganali --> oltre alla formazione di un’area di libero scambio, viene definita una politica commerciale comune, come ad esempio l’Unione doganale ed economica dell’Africa centrale (1964); Mercati comuni, in cui viene consentita la libera circolazione dei fattori produttivi --> es. il MERCOSUR (1991) che coinvolge gli stati del cono sudamericano; Unioni economiche, caratterizzate dall’abbattimento delle barriere commerciali, dalla definizione di una politica commerciale comune, dalla libera circolazione dei fattori produttivi e dall’armonizzazione di più ampie politiche economiche --> il caso più illustre è l’Unione Europea.